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Carbonia. Vessati in miniera e negli spacci aziendali, dove l’ACaI si riprende il salario

Gianna Lai

San Mar 87-1

Quattordicesimo post sulla vita e il lavoro nella Carbonia delle origini. I precedenti ogni domenica a partire dal 1° settembre[1]

La vita in miniera è così, capisquadra, sorveglianti e ingegneri hanno il compito di vigilare sulla massa operaia, imponendo una  disciplina rigida e obbedienza al limite della ottusità, della crudeltà persino:  all’ordine del giorno sospensioni e multe e denunce per scarsa resa, spreco di materiale, per comportamento scorretto, non meglio definito, nei confronti dei ‘capi’,  o rifiuto di sottoporsi al prolungamento dell’orario. All’ordine del giorno le umilianti perquisizioni all’uscita del turno, cui le maestranze non possono opporsi. E se deve esserci ’spirito di cameratismo fra i minatori, che assume forme sublimi nei momenti difficili e nei salvataggi’, totalmente subordinati gli operai ad una gerarchia ben definita dallo stesso Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, che l’ACaI  pubblica sul  Manuale del Sorvegliante, nel Capitolo ‘Tenuta amministrativa’ dove, all’Art.34, possiamo leggere: ‘Gerarchia.- Gli operai, tanto nei rapporti di lavoro, quanto in ogni altra circostanza ad esso attinente, dipendono dai rispettivi capi secondo l’ordine gerarchico. Essi devono conservare rapporti di deferenza e di subordinazione verso i superiori, di urbanità e di cameratismo verso i colleghi e dipendenti’. E all’Art. 37, ‘Visite di inventario e visite personali.- Nessun operaio può rifiutarsi a qualunque visita d’inventario, che per ordine della direzione venisse fatta agli oggetti affidatigli, e alla visita personale all’uscita dalla miniera fatta a scopo di controllo’. E, ancora, al 39, ‘Punizioni.- Le punizioni da applicarsi a giudizio della direzione possono essere le seguenti 1) multa, 2) sospensione dal lavoro, al massimo per tre giorni, 3) licenziamento ai sensi art.41′. Da intendersi, le visite di inventario dell’art. 37 come vere e proprie perquisizioni, così, senza  alcuna forma di ammonizione verbale nè di contradditorio preventivo, come oggi previsto invece dallo Statuto dei lavoratori e dai Contratti collettivi di lavoro, le punizioni all’art.39.                
Ormai dichiarata la miniera industria ausiliaria, ogni segno di possibile insofferenza interpretato come insubordinazione, a vessare ancora i lavoratori il servizio disciplinare della VII^ Delegazione,  organo del Tribunale militare, cui per un nonulla la direzione li deferisce, senza dare possibilità alcuna di discolpa. E  processa e commina pene, la VII^ Delegazione, dalla sospensione dal lavoro  all’allontanamento nei cameroni dell’estrema periferia cittadina,  al carcere e al rimpatrio, come nel caso di quel minatore che dovette affrontare il processo per insubordinazione, essendosi opposto alla doppia giornata, ormai digiuno dopo 8 ore di miniera,  se non avesse prima potuto consumare un  pasto; o di quell’altro che, privo di scarponi, si rifiutò di scendere in miniera con gli zoccoli di legno. La VII Delegazione per le fabbricazioni di guerra, con sede interprovinciale,  risiedeva presso i pozzi di Serbariu, preposta  al servizio disciplinare e al controllo degli operai,  in particolare dei loro spostamenti  da una miniera all’altra, che dovevano direttamente essere comunicati ai suoi uffici, onde impedire il calo degli organici e tenere a bada  l’andirivieni delle maestranze. Cosa non facile, mentre si avvicina l’entrata in guerra dell’Italia e più pressante diviene la ricerca di operai, addirittura in concorrenza tra loro, il Sulcis e l’Iglesiente, nell’accaparramento di manodopera. E poi il controllo dell’ordine pubblico, da intendersi come impedimento di  ogni forma di contestazione, di ogni espressione di risentimento o segnale di malumore,  anche nei momenti più difficili, di cui troviamo traccia nella documentazione, quali, abbiamo visto, il ritardo nel pagamento dei salari o le arbitrarie decurtazioni di esso o, durante la guerra, la riduzione delle razioni alimentari, destinate ai minatori e alle loro famigliari. O, in particolare, dopo i gravi incidenti in galleria, quelli che più di tutto suscitavano il dolore e la rabbia degli operai contro l’Azienda, mettendo fortemente in all’erta i dirigenti, preoccupati esclusivamente della loro stessa sicurezza.
E non cambia il trattamento della direzione nei confronti delle maestranze, fuori dalla miniera, a partire dalle mense aziendali, direttamente gestite dall’ACaI, dove un pasto  costava dalle 8 alle 12 lire,  a fronte di una paga giornaliera che non supera le 14,24 lire per i manovali. Costretti gli operai a vivere di una sola minestra o di solo pane, come  denuncia Tito Morosini, il delegato confederale nella sua  Relazione del 1940 al consigliere nazionale Capoferri, presidente della Confederazione fascista dei  lavoratori dell’industria.  Un vero ricatto da parte dell’Azienda, per  riprendersi la retribuzione operaia, e la stessa cosa avveniva attraverso la gestione degli spacci cittadini da parte della Cooperativa SMCS, gli unici, sparsi nei vari quartieri, a rifornire Carbonia di generi di prima necessità. Ma con alimenti poco nutrienti e a prezzi tanto alti, più alti di quelli praticati nell’intera provincia, tali da provocare, secondo lo stesso Morosini, una drastica riduzione dei consumi in città fra i lavoratori e le loro famiglie. I salari operai non sufficienti neppure a saldare con l’azienda le spese mensili di vitto e alloggio e poi, nelle mense,  una minestra da consumare spesso all’impiedi, mancando persino i tavoli, e dopo aver fatto lunghe code per riscuotere i buoni pasto. Senza parlare delle cernitrici in laveria, che consumano il loro frugale cibo, portato da casa, tra i banconi e i cumuli di materiale, tra il frastuono e il movimento dei macchinari,  come anche attestano le foto dell’epoca pubblicate su ‘Carbonia in chiaroscuro’. Nonostante la presenza di un Capo laveria, scelto sempre tra i dirigenti responsabili della Società, che ne avrebbe dovuto tutelare il lavoro.
 Soci della Cooperativa,  gli stessi componenti del consiglio di amministrazione Carbosarda,  che gestisce il  trasporto delle  derrate alimentari sui piroscafi noleggiati dall’ACaI, come si legge ancora nella  Relazione di  Tito Morosini a Capoferri, il quale così descriveva le condizioni dei lavoratori nelle mense: ‘attualmente si vede una lunga teoria di gente che fa la coda allo sportello delle vivande e del vino, che porta il suo desinare in un tavolo più o meno insudiciato dal tempo e mangia dentro una gavetta, che poi deve lavarsi per avere la possibilità di ripresentarsi al pasto successivo’. Per concludere, tra l’indignato e il preoccupato,’ da tali fatti se ne verifica un altro molto importante agli effetti dell’economia generale e della produzione e cioè che molti lavoratori, dopo un certo periodo, disgustati da tale trattamento, riprendono la via del ritorno alla propria famiglia e divengono elementi deleteri alla immigrazione di buoni operai, di cui la Carbonifera sente assoluta necessità per la formazione dei suoi quadri’.
In quell’occasione il prefetto di Cagliari invia una vera e propria diffida all’Azienda, che continua a difendersi e a sostenere di non poter assicurare agli operai migliori trattamenti, già gravando  la gestione di alberghi e servizi, sul suo bilancio, per oltre 200.000 lire mensili di passivo. Ed anzi, coglie l’occasione, in quegli stessi giorni, l’Azienda, per escludere  dalle mense  anche quelle poche centinaia di lavoratori edili che, talvolta,  vi venivano accolti. Il quale prefetto sollecitò il ministro delle corporazioni a concedere ai privati l’autorizzazione  all’apertura di un ristorante  o l’appalto delle mense, così, nel giugno del ‘40, sciolta la direzione ACai dei Servizi Sanitari e Assistenziali, poiché il ministro non riteneva possibile che l’Azienda si occupasse della produzione e, insieme, della vita dei minatori fuori dalla miniera, ne verrà affidata la gestione alle Cooperative di consumo operaie, con l’avallo dell’ACaI per il finanziamento necessario, essendo l’ACaI padrona, come abbiamo visto, anche di questo settore della vita cittadina. L’amministrazione  di alberghi e mense e spacci passò alle Coperative operaie, all’organizzazione sindacale quella del dopolavoro cittadino, interamente recuperate, però, tutte quante dall’ACaI nel 1942, in piena guerra, a seguito della crisi generale degli approvviggionamenti.  Allora verrà anche concessa l’autorizzazione all’apertura di un magazzino UPIM, i cui prezzi sarebbero stati direttamente controllati dalla stessa ACaI.
Come  quello dei privati, arricchitisi nell’Iglesiente e oltre, con le concessionarie delle miniere sarde, del tutto simile  il  comportamento messo in atto dall’azienda di Stato: occupare il territorio e  mantenerlo nella sua condizione di povertà, dai miseri salari all’avvilimento del vivere quotidiano. E dire che, negli stessi momenti,  enfasi ed esaltazione delle maestranze continuano a prevalere nei discorsi ufficiali, come nei  due Manuali pubblicati  dall’Azienda e qui più volte citati: in lode degli operai il presidente ACaI in persona,  ‘Il minatore deve sentire il dovere di collaborare per la tranquillità propria e dei propri cari, e nell’interesse della grande famiglia mineraria impegnata nella dura lotta di fornire le materie prime alla Patria’. E  poi il prof. Luigi Gerbella, Direttore generale delle miniere e della metallurgia, ‘la divulgazione tra gli operai di tali nozioni rientra nel quadro delle iniziative intese a potenziare al massimo la nostra industria mineraria, a migliorarne le condizioni di sicurezza, ad elevare lo spirito di iniziativa e di collaborazione degli operai e ad aumentare in essi la fierezza, l’orgoglio di sentirsi gregari di un grande esercito che combatte per il benessere e per la potenza del nuovo Impero di Roma’.

References

  1. ^ 1° settembre (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi



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