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Carbonia. Lo sfruttamento in miniera, il lavoro “a cottimo”

Gianna Lai

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Siamo alla 13^ “puntata” della storia di Carbonia, ogni domenica a partire dal 1° settembre.  

Forma di retribuzione basata sulla quantità di lavoro svolto, indipendente dal numero delle ore lavorate, e spacciato per efficienza dell’organizzazione a garanzia di giusta mercede,  l’ACaI sosteneva che il cottimo avrebbe assicurato,  a tutti i lavoratori della miniera, un aumento del salario pari al 25%, rispetto alla retribuzione in economia. Mentre si  voleva, in realtà, imporre  carichi di lavoro più pesanti e  ritmi ancora più elevati, essendo fusa col cottimo la paga base, da cui verrà separata solo nel dopoguerra. E così l’operaio che avesse dovuto rallentare l’andamento in un filone poco redditizio o contenente molto sterile, i minatori a far sempre le spese della frequentissima irregolarità degli  strati del giacimento, o che  non trovava adeguatamente sgomberato lo spazio in cui doveva svolgere la sua attività,  o che si fosse trovato a lavorare in una discenderia, in una rimonta, in posti caldi, ecc., tutti luoghi sempre molto più impegnativi degli altri, rischiava di vedersi ridotto drasticamente il salario, di ‘tornarea casa a mani vuote’. Vigore fisico, forza muscolare e  resistenza alla fatica, in vista del massimo rendimento,  perché il cottimo ‘pretendeva un lavoro veloce, senza soste, che  più di una volta ci costringeva anche a saltare il pasto, dovendosi svolgere per intero il ciclo di sgombero, perforazione,  caricamento,  brillamento della volata, e poi allungamento del binario, dei tubi di ventilazione dell’acqua e dell’aria compressa’. Tutto molto velocemente, l’intero ciclo deve svolgersi completo, non fa parte del conteggio la grande fatica del minatore, nè i pericoli della miniera, né un eventuale guasto alle macchine,  che avrebbe dovuto invece essere tenute in considerazione nelle tabelle per la valutazione e il calcolo. ‘Il cottimo uccide’, dicevano gli operai ricattati sul salario e messi in condizioni di lavoro di estrema difficoltà,  motivo persino di divisione  tra loro, venendo spesso meno la considerazione dell’impegno e della capacità di ciascuno nel compimento della propria mansione. E di come fosse materia assai complicata da gestire, nel rapporto diretto con l’Azienda, le maestranze lo avevano capito molto bene fin dall’inizio,  il cronometro in mano al  sorvegliante, che controlla e registra i tempi, per segnare ‘il lavoro di tutta la giornata, delle otto ore dell’operaio e degli strumenti della miniera a lui affidati’. Il rilevamento dei tempi, il numero minimo e massimo di vagoni da trasportare in ciascun turno, dall’arrivo in cantiere alla preparazione del locomotore, al carico del primo vagone, allo spostamento del carico, fino a quando la squadra smonta. Nessun  conteggio della stanchezza e dei rischi conseguenti alla fretta  dell’agire, tutto  così rigidamente predeterminato a tavolino, con supponente  pretesa  di indiscutibile applicazione, definita una volta per tutte dall’Azienda. Un cottimo che il singolo operaio deve invece volta a volta  contrattare col sorvegliante  o con l’ingegnere di turno, sulla base di quel profilo del carbone, di quello strato, di quel particolare avanzamento e dell’andatura stessa dell’intero ciclo. A lui così ben noti, più che a capiservizio e dirigenti, i soli bensì a definire la paga mensile, in modo tale  da  rendere del tutto vana l’attesa di un salario appena adeguato al pesante  lavoro svolto. Sempre l’Azienda ad avere  la meglio, non esistendo rappresentanza operaia che possa controllare i conteggi, né del cottimo, né dell’attribuzione del premio di produzione. Ed è importante sottolineare che il cottimo non è regolato dal Contratto Collettivo Nazionale di lavoro, come apprendiamo sempre dal Manuale del Sorvegliante, quando ne anticipa la descrizione al capitolo sulla ‘Tenuta amministrativa, rapporti da compilare per il Sorvegliante’. Un affare tutto interno alla singola miniera e, quindi,  ‘fonte di continue controversie fra impresa e operai, sia per la formazione delle tariffe, sia per la loro applicazione’. Provocano ‘malumori e tentativi di protesta le decurtazioni sulla  paga base e gli arbitri sul pagamento dei salari’, secondo il prefetto di Cagliari, che nel suo Rapporto al ministero dell’interno, del dicembre 1937, parla di ‘vivo malcontento tra gli operai di Carbonia, perché il 15 dicembre, nell’aprire le buste paga, essi si accorsero che la SMCS, di sua iniziativa, aveva decurtato i salari della maggiorazione corrisposta finora sull’ammontare delle tariffe sindacali, in violazione del Contratto Nazionale’, e  commesso ‘ errori sul conteggio delle ore di lavoro e sulle ritenute per viveri prelevate dagli spacci’. Al punto tale che ‘taluni manifestano il sospetto di essere stati frodati’. E parla  il prefetto, nel Rapporto del 23 giugno 1938, di ‘una sorda irritazione esistente nell’ambiente operaio del Sulcis’ e di ‘una rumorosa chiassata, presso la miniera di Sirai durante la liquidazione delle paghe’, seguita poi da ‘una manifestazione ostile contro gli impiegati, ai quali non si voleva permettere di uscire dagli uffici, e conclusasi con l’intervento dei carabinieri della stazione di Barbusi, giunti nella miniera quando i lavoratori si erano già allontanati’. Nonostante le disposizione di Mussolini, già nel 1937, imponessero l’immediato aumento dei salari nelle miniere del Sulcis. Sono i tempi della direzione  Ciani, che i minatori vissero con grande insofferenza, per la faziosità e l’arroganza dei dirigenti nei loro confronti, ogni accenno di protesta rigidamente controllato dalla forza pubblica, continuamente  presente nei piazzali, su richiesta della direzione stessa.
  Che i salari non corrispondessero alle mercedi definite dal Contratto collettivo nazionale, né a quelle pattuite tra minatori e Azienda al momento dell’ingaggio, lo avrebbero attestato in particolare anche le relazioni del podestà Pitzurra del maggio 1939 al prefetto Canovai, dove si denunciava anche l’abolizione, da parte dell’ACaI, del premio di immigrazione e dell’indennità di cantiere, pure inseriti nei Contratti di ingaggio. Perché, secondo l’Azienda, l’elevazione dei minimi di paga, piuttosto che indurre ad un maggiore impegno i minatori, avrebbe determinato a Carbonia  ‘un minor stimolo a migliorare il rendimento’, di sicuro ‘ a causa della scarsa qualità delle maestranze, conseguente all’assoluta mancanza di specializzazione’. Da risolvere, previo consenso della Direzione generale industrie, con l’innalzamento  dell’orario di lavoro  addirittura a 60 ore settimanali, onde sopperire anche alla impossibilità di nuovo reclutamento di manodopera, per mancanza di abitazioni in zona. Ma sarebbe bastata  l’introduzione massiccia del cottimo e l’obbligo ripetuto alla doppia giornata a spingere  ben oltre lo sfruttamento dei lavoratori, fino a  far   crescere in quell’anno la produzione verso la media delle 100.000 tonnellate mensili di carbone estratto, pur senza aver attuato l’ACaI nuove assunzioni.  Questa la politica dell’Azienda già rilevata, fin dal 1937, nella Nota 22 dicembre dei  carabinieri di Barbusi al prefetto di Cagliari, in riferimento al già citato Rapporto,  per segnalare le decurtazioni e il ritardo nei pagamenti delle mercedi in miniera. Continuando poi l’ACaI a infierire sul salario in caso di malattia,  con la trattenuta completa nei primi tre giorni, perchè ‘il dilagare del male e il conseguente isolamento dei gruppi di operai, scompaginano le squadre in miniera’, e con la  decurtazione  del 60% nei giorni successivi. Agli operai la misera integrazione  della  Cassa Mutua malattia, mentre proprio i sindacati fascisti,  strumento continuo di vigilanza e di controllo, piuttosto che di intervento a favore, non chiedono neppure l’applicazione delle nuove norme definite con legge 17 agosto 1937, quella che aveva anche istituito norme  sull’invalidità e la vecchiaia e la tubercolosi, a seguito delle  quali nel Sulcis si aprirono gli uffici degli istituti di previdenza sociale INAIL e INFPS. A niente vale per l’Azienda sapere come la malaria colpisca le popolazioni del Sulcis, insieme ad altre malattie di carattere sociale come  il tracoma, la tubercolosi, e una forma di anemia, ‘non essendo ancora individuata e definita la microcitemia’, al momento  attribuita ‘a malaria e a carenze nutrizionali’, come ci avrebbe informato in seguito il prof. Duilio Casula dell’Università di Cagliari, nei suoi studi sulle condizioni di vita dei minatori.
E i sindacati fascisti contribuiscono alla decurtazione dei già bassi salari, con la trattenuta di iscrizione  obbligatoria e con l’abbonamento all’Azione sindacale’. Tutto regolarmente documentato attraverso il Libretto di lavoro, istituito nel 1935, per seguire ‘passo passo’ il lavoratore: dal suo inserimento nell’Opera nazionale balilla, ai fasci giovanili di combattimento, al Partito nazionale fascista e al sindacato fascista, per risalire fino all’eventuale partecipazione alla marcia su Roma.   
    Ancora più bassi i salari  per le cernitrici in laveria, per gli edili, per gli operai impegnati nella escavazione dei pozzi e  nelle Bonifiche gestite dall’Opera nazionale combattenti e per i lavoratori di Sant’Antioco, insomma per tutti i dipendenti delle aziende appaltatrici ACaI, operanti nele territorio. L’aumento del costo della vita, fra il 1939  e il 1940, impone nuove rivalutazioni nazionali, che  a Carbonia  si attestano intorno al 20%, a seguito dell’aumento degli affitti e dei prezzi della Cooperativa aziendale. Ma c’è da aggiungere, insieme a Grifone che,  se ‘le mercedi sono  cresciute del 40%, è aumentato, nel mentre,  il costo della vita del 56%’, sì   da provocare la riduzione dei salari reali unitari, dato che ‘fra il 1934 e il 1940′ l’indice dei prezzi subì  ‘un aumento dell’80% circa’ e ‘analoga ascesa ebbe l’indice del costo della vita, aumentato nello stesso periodo del 55%’.

Fonte: Democrazia Oggi



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