Sardegna. Di energia e di annessi e connessi

Tonino Dessì

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Dopo l’intervemto di Fernando Codonesu ecco un’altra riflessione di “persona informata sui fatti”, essendo stato Tonino Dessì assessore regionale all’Ambiente nella prima fase della Giunta Soru,

La questione della dorsale metanifera sarda sta prendendo una piega per un verso inevitabile, per l’altro inquietante.
Per di più si sta zavorrando di bufale, anche istituzionali.
Sgombriamo il campo da argomenti inesistenti.
Di per se l’opera non comporterebbe nessuno squasso territoriale o idrogeologico o paesaggistico o ambientale.
Non più almeno di quanto ne comporterebbe, realizzandola in grazia di Dio, qualsiasi opera pubblica e certamente meno di quello che comporta normalmente la realizzazione di una grande condotta idrica, o di una strada, o di una ferrovia.
Si tratta quindi, fisicamente, di un’opera infrastrutturale.
Si capisce che sistema imprenditoriale e organizzazioni sindacali coinvolti tendano a difendere l’opera in sè, per l’impiego di risorse finanziarie, per il fatto che molte aziende prendono parte alla realizzazione, per le relative ricadute occupazionali.
Va detto peraltro che se in alternativa fosse stato finanziato il rifacimento della dorsale ferroviaria e delle sue diramazioni, il discorso sarebbe analogo.
I problemi semmai sono di altra natura.
A cosa serve?
Chi dicesse e dica che il metanodotto porterà energia a prezzi competitivi non solo in tutte le aziende, ma anche in tutte le abitazioni dei trecentosettanta comuni sardi, starebbe e sta dicendo una bugia.
Il metano arriverà - se arriverà, quando arriverà - nella fascia territoriale immediatamente contigua al “tubo”. Non sarebbe pochissimo, ma oltre i suoi collegamenti non potranno andare.
Ma davvero in tutta la fascia per la sua intera lunghezza?
È lecito nutrire dubbi. Per ora in cantiere c’è solo il tratto centromeridionale del tubo, da Cagliari a Palmas Arborea (OR). Dalla sua realizzazione ad arrivare a Portotorres, a Nuoro e a Olbia, ce ne passerà. Personalmente dubito che ci arriverà mai, però con questa storia la politica sarda avrà altri venti-trent’anni di cui campare.
Ma per farne cosa?
Si dice anzitutto per ambientalizzare il nostro parco di produzione energetica, che entro il 2025 (scadenza tuttavia contestata, perché troppo ravvicinata, proprio da associazioni imprenditoriali e da sindacati) deve essere alleggerito dall’uso del carbone e dei combustibili petroliferi.
Ma quali sono la consistenza e l’ubicazione del nostro parco di produzione elettrica (finita la velleità di fare dell’Isola una “piattaforma mediterranea di produzione energetica”, che era stato il perno programmatico del Governo regionale di Centrodestra berlusconiano del periodo 1999-2004, al cui parziale smontaggio avremmo dovuto dedicare, secondo il programma della Giunta Soru, la nuova proposta energetica sarda, salvo piombare anche noi nella sfortunata illusione del GALSI euro-algerino, con tutti i compromessi che ne derivarono in materia di politica industriale)?
Quel parco si è oggi ridotto a tre realtà, una delle quali, Fiumesanto, in area industriale P. Torres-Sassari, di precarissimo ubi consistam, visto il definitivo deperimento dell’industria chimica, l’altra, quella ENEL di Portoscuso-Portovesme, strettamente connessa ai destini non meno precari della metallurgia sulcitana, l’altra infine, quella di Sarlux di proprietà della Saras, a Sarroch, funzionale allo smaltimento e alla “valorizzazione” energetico-ambientale dei residui pesanti di raffinazione, con costi già parzialmente accollati sulla bolletta elettrica di tutti i cittadini italiani (quando finirà quell’incentivo, se non sbaglio nel 2025, si porranno ulteriori problemi).
Nel frattempo Terna sta realizzando l’elettrodotto SACOI 3, opera che coinvolge Sardegna per mare e Toscana per terra, la cui finalità strategica è legata all’obiettivo di una maggiore liberalizzazione concorrenziale del mercato elettrico, potenzialmente suscettibile di abbassare i costi per le utenze, civili e industriali.
Ora, forse fare le barricate contro il tratto in costruzione del metanodotto è tardivo.
Certo che la razionalità di trasportare il gas mediante una condotta a pressione (l’altra fake che leggo in alcune dichiarazioni di fonte sindacale, secondo cui, una volta dismesso eventualmente il metano nella prospettiva di abbandono totale delle fonti fossili, si potrà usare il tubo per distribuire l’idrogeno, è proprio una rivelazione di totale ignoranza tecnologica dei problemi energetici mondiali: l’ostacolo attuale alla sostituzione dei combustibili fossili con l’idrogeno sta proprio nel fatto che occorrerà nel tempo sostituire tutte le flotte di cisterne su mare e per terra, tutti i depositi e tutte le condotte in ogni luogo del Pianeta), da Cagliari a Oristano e poi a Sassari-Portotorres, con due biforcazioni per Nuoro e per Olbia, non sembra davvero assiomatica.
Ha ragione chi, come Legambiente sarda, sostiene che basterebbero quattro rigassificatori nelle rispettive aree industriali-portuali e che del tubo dorsale si potrebbe fare del tutto a meno.
Ma il tema che in Sardegna (basta leggere i Piani energetici regionali, dal 1999 in poi, nessuno escluso), non si vuole affrontare è quello concernente a cosa serve l’energia.
Perché se restiamo appesi all’industria energivora pesante, residuato di una visione industriale degli anni ‘60 del secolo scorso, è un conto (a perdere). Se ci mettiamo nell’ottica di una reindustrializzazione ad alta tecnologia, ad alto contenuto di know how in settori competitivi ad alto valore aggiunto in produzioni non totalmente condizionate dalla fisicità insulare, connotata da processi non inquinanti e dalla diffusione indotta in altri comparti, come media e piccola impresa manifatturiera, impresa artigiana, agrozootecnia di precisione e di qualità, edilizia sostenibile, allora il panorama cambia radicalmente e il tema energetico, anche mediante l’apporto di fonti non fossili come il solare, in aggiunta all’elettricità proveniente d’oltremare, assumerebbe prospettive assai diverse, meno legate a una troppo prolungata transizione e più protese a un salto qualitativo-quantitativo strutturale dell’economia sarda nel suo complesso.
Certo, non tutti i problemi di costo energetico potrebbero esser risolti dalla fisicità impiantistica e infrastrutturale.
Ma a quel punto occorrerebbe e sarebbe possibile, fin d’ora, ricorrere per via politica ai fondamenti di diritto, opportuni per rivendicare compensazioni e incentivazioni connesse all’insularità e anche per interpretare adeguatamente le compatibilità europee: dell’articolo 13 dello Statuto sulla “rinascita” ho parlato in altre sedi e qui ne accenno solo per chiudere un ragionamento sullo stretto terreno della concretezza, che spero sia immediatamente comprensibile.

Fonte: Democrazia Oggi

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