A chi serve il metano?

A chi serve il metano? Oggi dibatito a Cagliari. Ecco una riflessione competente sull’argomento.


Fernando Codonesu

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Se si fa una discussione seria sulle fonti energetiche e non si mettono nello stesso calderone fonti energetiche non confrontabili tra loro come fonti fossili e fonti rinnovabili, compresa l’energia nucleare da fusione, per esempio, la risposta è una sola: il metano serve a tutti.
Nella situazione storica che stiamo vivendo e pur confidando, ma al contempo tenendo i piedi saldamente per terra, sul fatto che i propositi di transizione energetica verso le rinnovabili venga seguito e implementato dalla maggior parte dei paesi che si riconoscono nell’ONU, oggi il metano serve ancora a tutti: consumatori, industria, agricoltura, servizi e sistema paese tutto intero.
Serve oggi e ancora per molti decenni perché la transizione energetica, ammesso e non concesso che vada avanti secondo i desiderata dell’Unione europea e di qualche altro paese lungimirante, richiederà tempi medio lunghi, stimabili in non meno di 100 anni. Sicuramente alla fine del secolo un processo del genere, anche se partisse unanimemente da ora, sarebbe ancora in corso.
Non si dimentichi, tanto per ricordare qualche fatto noto, che in Sardegna si parlava di due impianti di rigassificazione ben 40 anni fa: uno doveva essere realizzato a Porto Torres e un altro nell’area della Saras.
Intanto di che cosa parliamo?
Il metano è una fonte fossile e il confronto va fatto quindi tra fonti fossili a meno che non si voglia sommare le pere con le mele, ma in tal caso è meglio chiudere ogni discorso fin da subito
E quando si fanno i confronti bisogna lasciare da parte i pregiudizi ideologici e ragionare in termini di potere calorifero inferiore dei combustibili, rendimento energetico delle conversioni e degli impianti, emissioni inquinanti di ogni tipo in atmosfera, nel terreno e nelle falde. Emissioni generate da quella fonte di inquinamento puntuale che siamo noi e che, apparentemente, siamo impegnati a diverse latitudini a controllare, ridurre e, chissà quando, ad eliminare. E, ovviamente, avere un’idea precisa di sviluppo sostenibile, armonizzato tra ambiente e salute, tendendo obbligatoriamente ad un ecosistema integrato in grado di coniugare il diritto alla salute con il diritto al lavoro.
Per semplificare le cose, limitiamo per un momento l’analisi alla produzione di energia elettrica e chiediamoci da un punto di vista ambientale quanta CO2 (anidride carbonica, uno dei maggiore responsabili dell’effetto serra e delle variazioni climatiche), viene generata da un kWh prodotto da centrali che usano combustibili fossili come carbone, petrolio e derivati e gas naturale /metano.
I dati di riferimento sono questi:
combustibile  CO2
carbone   840 g/kWh
   930 g/kWh
   950 g/kWh
Petrolio e derivati 860 g/kWh
Gas naturale/Metano 380 g/kWh

Alla fine degli anni 90 il mix produttivo delle centrali elettriche italiane era così composito, e con una forte prevalenza del carbone, al punto che un kWh elettrico produceva emissioni pari a 850 g di CO2, a cui si aggiungevano circa 1,9 g di SO2, biossido di zolfo (piogge acide), e circa 3,5 g di NOx, ovvero vari ossidi di azoto.
E’ importante osservare che nei testi di Impianti energetici ed Elettrici delle facoltà di Ingegneria fino agli anni ’80 si riportava che la produzione di energia elettrica era responsabile complessivamente di 1/3 delle emissioni di CO2 e di altri fattori inquinanti come quelli su citati, ma allora non ci si faceva troppo caso, considerato che la legislazione ambientale era molto indietro in Italia come nel resto dell’Europa.
Nel corso di questi 20 anni, a partire dal decreto Bersani del 1999 da cui è nato il processo di liberalizzazione del mercato elettrico, il parco di produzione elettrica in Italia è così cambiato che in media il kWh italiano oggi emette circa 500 g di CO2 a fonte degli 850 g precedenti, con una diminuzione netta di oltre il 40%.
Perché è successo?
Semplicemente perché le centrali elettriche sono state rinnovate, sono andate fuori produzione vecchie centrali a carbone e soprattutto sono entrate nel ciclo produttivo tante centrali a ciclo combinato basate sul metano, in grado quindi di produrre con lo stesso combustile energia elettrica e calore. Un risultato basilare; maggiore produzione e minori emissioni di CO2.
In questi 20 anni il rendimento delle centrali è passato da 33%-38% a una media di 44-47% e contemporaneamente sono diminuite le perdite nel sistema elettrico complessivo, grazie all’innovazione tecnologica.
Un altro fatto da rilevare è che oggi la produzione di energia elettrica in Italia è responsabile di circa il 24% delle emissioni e non più del 33%.
Il problema è che di tutto questo ammodernamento delle centrali non c’è stata traccia in Sardegna dove si è continuato ad elargire denaro alle multinazionali Energivore come Alcoa (130 milioni di euro per 10 anni), si sono tenute in vita ancorché fossero fuori mercato dalla fine del 2005 delle centrali come quella di Ottana basata sul BTZ (olio combustibile a basso tenore di zolfo, ma prima usava quello ad alto tenore di zolfo!) a cui, a fronte di un prezzo medio della borsa elettrica di 50 €/MWh, venivano pagati da tutti noi ben 300 euro a MWh.
Ma tutto questo non è dovuto ai combustibili: si tratta di scelte fatte localmente dalla politica che abbiamo regolarmente eletto e che ci rappresenta tutti e dalla classe dirigente che abbiamo. Né di più, né di meno, con tutto ciò che ne consegue.
In Italia, il resto delle emissioni, superiori ai ¾ delle emissioni complessive, vanno ricercate nell’agricoltura, nei servizi, nel riscaldamento degli edifici, negli allevamenti intensivi e, soprattutto, nei trasporti.
Un calcolo rivelatore, per alcuni aspetti paradossale, può essere fatto proprio considerando ciò che succede nei trasporti limitando l’attenzione all’uso dell’automobile nel mondo e tralasciando la maggiore fonte di inquinamento dovuto al trasporto per mare e al trasporto aereo a cui dobbiamo i 2/3 delle emissioni del settore.
Nel pianeta ci sono circa 1,5 miliardi di automobili. Se considerassimo una potenza media per auto di circa 100 CV (abbastanza realistica, ma conservativa) e mettessimo sulla terra altrettanti cavalli arriveremmo al numero di 150 miliardi di cavalli. Bene, per sfamare un numero così grande di cavalli non sarebbe sufficiente la coltivazione di tutte le terre coltivabili del pianeta!
Ma questo è il modo di vivere attuale degli uomini e con questo ci si deve misurare, ovvero con il fatto che nel mondo si consuma troppa energia rispetto alle risorse disponibili, a partire da quelle fossili.
Abbiamo detto della CO2 per ragionare sull’impatto ambientale, ma la convenienza di un qualsiasi prodotto si misura anche e soprattutto sul suo costo finale. Qui ci aiuta una semplice considerazione.
Il costo del riscaldamento basato sul metano (verificatelo con amici e conoscenti che abitano al Nord) varia secondo i luoghi e il fornitore di riferimento tra 39 cent e 46 cent di euro a metro cubo. A Cagliari chi è collegato alla rete cittadina paga l’aria propanata 1,5 euro al mc e chi non è collegato alla rete arriva anche a pagare 4,5 euro a metro cubo per il GPL. Chi si serve delle bombole, purtroppo, paga ancora di più.
Insomma, anche sotto il profilo della convenienza economica il vantaggio per noi consumatori è evidente.
In base a queste semplici considerazioni si può dire che oggi il metano serve a tutti.
Forse la domanda più seria che ci dobbiamo porre allora è: c’è una alternativa al metano percorribile concretamente in Sardegna?
Personalmente sono convinto che ci sia, ma questo è un altro discorso, che va sviluppato in termini credibili, con molta scienza, tecnologia e visione politica, con un confronto serio sulle diverse opzioni e soprattutto con interlocutori in grado di affrontare questi temi, con risorse adeguate e una classe dirigente in grado di concretizzarne il percorso attuativo.
Considerato che di queste cose, come già detto sopra, in Sardegna se ne parla da più di 40 anni e si è, ahinoi, attori di un fermo immagine del passato mentre il mondo nel frattempo è cambiato almeno cinque o sei volte, spiace dirlo, ma si tratta di cose e presupposti di là da venire.

Fonte: Democrazia Oggi

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