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Carbonia città di frontiera: condizione della massa operaia

Gianna Lai

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Siamo al nono post su Carbonia delle origini. I precedenti interventi ogni domenica dal 1° settembre[2].[1]


Priva la città di servizi di assistenza sociale, bisognosi di tutto gli operai, di conforto e vigilanza, di vera accoglienza da parte degli enti pubblici, che avrebbero dovuto esservi preposti, indifferente l’Azienda nei confronti anche delle decine di famiglie appena trasferite, gli spazi dell’aggregazione, cinema e dopolavoro, non così numerosi da reggere tale continuo afflusso. La città è molto estesa, vastissima la periferia così lontana dal centro, quasi a sé, per esserne il più possibile distinta, e impraticabile in alcune zone come il famigerato lotto B: cameroni per i senza famiglia, che aprono verso il cosidetto ‘campo prigionieri’, ai margini del vecchio medau di Cannas. Sempre in funzione qui le bettole, aperte fra le baracche di legno e luogo di violenza e di continue risse, per il diffuso acuirsi del fenomeno dell’alcolismo: unico intervento quello della forza pubblica, che si conclude solitamente, nei casi ritenuti gravi, con l’isolamento ‘dei più facinorosi’ nei cameroni dell’estrema periferia o direttamente col loro rimpatrio.
Carbonia la questione fondamentale resta, per le autorità locali, prima di tutto la garanzia dell’ordine pubblico, in un turnover difficile, se non impossibile da controllare, per il modo stesso in cui avviene il reclutamento, attraverso i centri di raccolta controllati da un Ufficio Ingaggi Maestranze dell’Acai. Che provvedeva a garantire assistenza agli operai dall’imbarco di Civitavecchia, in stretta collaborazione con il Sottosegretario alle Immigrazioni Interne, per l’attestazione dei requisiti, le capacità professionali e l’idoneità fisica. In realtà alla selezione avrebbe dovuto provvedere, nei singoli luoghi, l’Unione provinciale fascista, insieme al funzionario del Commissariato per le immigrazioni, che l’ACaI volutamente ignorava, trattandosi spesso di vero e proprio accaparramento di manodopera. Ma che, spingendosi oltre un certo limite, in particolare nell’ingaggio di personale specializzato, cui venivano promesse alte retribuzioni, costringeva il Ministro delle Corporazioni e della Guerra a diffidare l’Azienda dal fare richiesta di operai direttamente fra i dipendenti delle miniere della Penisola, per esempio a Ribolla e in Sicilia, presso l’industria dello zolfo grezzo, vedi Note ACaI a Ministro Corporazioni, del 20.7.1939. Perché l’ingaggio avrebbe dovuto riguardare, sia in Sardegna che nel Continente, esclusivamente gli operai disoccupati, in cerca di lavoro. Secondo le registrazioni presso gli Uffici dell’Emigrazione Interna di Carbonia, del 2.11.1939, su 449 arrivi, si erano verificate in quell’anno ben 295 partenze, compresi i rimpatri forzati, abbandonando molti la miniera con la speranza di trovare lavoro nelle opere militari in preparazione in ogni luogo. Tale da indurre il Commissario per le Migrazioni e la Colonizzazione a una nuova regolamentazione, garantire cioè le spese del viaggio di sola andata, il ritorno esclusivamente a chi avesse lavorato almeno per 6 mesi in miniera. Stesso trattamento riservato agli impiegati e ai tecnici, quasi tutti provenienti dalla Penisola e spinti, ancor più dalle minacce di guerra, a rientrare precipitosamente nei luoghi d’origine, cui l’Azienda non sempre avrebbe concesso l’autorizzazione a lasciare la città. Si capisce allora perché è difficile avere un controllo diretto sui movimenti, addirittura talvolta sulla formazione delle squadre in miniera, mantenendo, l’accaparramento di manodopera, al limite della clandestinità sia gli operai reclutati, neppure messi in grado, a Carbonia, di comprendere il meccanismo delle assunzioni presso l’ACaI, sia gli stessi intermediari, che provvedevano a fornire manovalanza, spesso direttamente attraverso il semplice passaparola tra i lavoratori. Così il Podestà Pitzurra, ‘in questa accolta di gente di tutti i generi,…non ritengo sia il caso di trascurare la necessità di conoscere più intimamente questo nuovo elemento demografico e di vigilarlo’, scriveva il 19.5.1939, chiedendo il rafforzamento del servizio di Polizia, da affiancare alla Stazione dei carabinieri. Perché, nella massa dei primi operai assunti in miniera, ci sono confinati e delinquenti comuni, manodopera semicoatta proveniente da tutta la penisola ed emigrati italiani delle colonie francesi, rientrati alle prime minacce di guerra imminente, e tanti richiamati che, previa autorizzazione della VII^ Delegazione, potevano ottenere l’esonero, a patto che avessero già adempiuto agli obblighi di leva e avessero già lavorato in miniera. Così la sollecitazione del responsabile del fascio cittadino al Segretario particolare del duce nell’aprile del ‘39: ‘L’ambiente operaio nel quale si trova già una forte percentuale di elementi non perfettamente in regola con la giustizia, [….] non è il più sereno e tranquillo del mondo per le condizioni di disagio che predispongono l’individuo ignorante a considerazioni, insinuazioni e critiche verso coloro che dovrebbero tutelarlo, […] nonostante la continua e assillante azione svolta dal fascio, dall’arma R.R.C.C. e dall’autorità comunale’. Due persone vengono arrestate perché, ‘palesemente han dimostrato la loro antipatia al duce e al regime’, ‘durante la vista dell’eccellenza Tassinari a Carbonia’, con ‘lo sfregio ad un ritratto del duce presso la sede dei fasci di combattimento nella torre littoria’. Una cinquantina secondo il dirigente PNF locale i ’sovversivi’, noti all’Arma R.R.C.C. ‘ depravata genia piovuta qui da ogni città e paese che, per la vastità dell’ambiente e per la grande massa degli operai, trova facile terreno d’azione ai fini della propaganda avversa’. Per evitare, ‘nonostante la continua e assillante attività svolta dal Fascio, dall’Arma R.R.C.C. e dall’autorità comunale […..] qualche atto di boicottaggio’, necessario esercitare ‘ un controllo minuzioso e costante dell’ambiente’ ed eliminare ‘tutta la schiuma di individui che attualmente infestano e rendono ammalata questa città che deve essere sana e cristallina a vanto e gloria dell’Era fascista e del nostro insuperabile Duce’. Una minuziosa descrizione dell’ambiente, dalla quale resta ben lontana la pur minima prospettiva di provvedimenti a favore dei lavoratori, pur avendo Mussolini chiesto l’intervento di ‘S.E. Muti, segretario del partito’, inviandogli direttamente la missiva giunta da Carbonia, per avere ancora notizie e sollecitare nuove indagini sulle condizioni della città. Presso Segreteria particolare del duce, 6.4.1939.
Questa l’attenzione, l’aiuto materiale e morale per chi arriva, quasi sempre onesti lavoratori disoccupati alla ricerca di condizioni di vita migliori, attratti dal miraggio di un salario fisso, ed è lo stesso podestà Pitzurra il più sollecito a richiedere invece l’ampliamento dei servizi in città e l’apertura di un mercato, l’illuminazione delle strade, l’ampliamento del cimitero. Ma solo col nuovo secondo Piano Regolatore del 1940, si sarebbe proceduto a nuove costruzioni, riprese poi nel dopoguerra, ‘caseggiati continui a carattere semintensivo’, nuovi quartieri, con le vie ‘Nuoro, Arsia, Tempio e corso Iglesias e corso Albania’, mentre sale a 300 milioni di lire il capitale ACaI nel 1939, fino a 600 nel 1940. Palazzi a più piani, che modificano l’andamento architettonico iniziale della città, pur mantenendone inalterata ‘la struttura gerarchica’. Appendice della miniera e città dormitorio, Carbonia diviene in poco tempo uno tra i più grossi centri abitati della Sardegna, pur non perdendo affatto la sua condizione di linea di frontiera, baracche e abitazioni fatiscenti, cui si affiancano le nuove forme dei palazzi moderni, appena costruiti. Mentre l’Azienda, nella sua sede di Roma, continua a mantenere forte la sua distanza dai problemi della città, di cui regge saldamente il governo, ma secondo un’unica regola ben precisa: ogni giorno ‘rendere conto al Duce, innanzitutto, della produzione mineraria di Sulcis’.

Fonte: Democrazia Oggi



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