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Taglio parlamentari, arriva il referendum?

Andrea Pubusa

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l taglio dei parlamentari è appena stato approvato nella seconda lettura dalle Camere, ma - contrariamente a quanto molti dicono - non è diventato legge. Non avendo raggiunto la maggioranza dei 2/3 nell’ultima votazione, può essere chiesto il referendum, che usualmente si chiama confernativo, ma in realtà è oppositivo. Chi sono, dunque, gli oppositori? Al momento pochini. I senatori di Forza Italia, Nazario Pagano e Andrea Cangini, insieme ai senatori Tommaso Nannicini (Pd) e Gregorio De Falco (Misto). Per ora solo questi hanno annunciato la presentazione oggi della richiesta di referendum contro il taglio del numero dei parlamentari, di cui è promotore il vicepresidente della Fondazione Einaudi, Davide Giacalone.
Con la richiesta del referendum il procedimento di approvazione si allunga e la proposta di riforma, per diventare legge, deve ottenere il sì della maggioranza dei votanti, senza quorum di validità. Come è accaduto per lo scasso Renzi il 4 dicembre 2016 la risposta potrebbe essere anche negativa. La richiesta di referendum nei tre prossimi mesi deve essere  avanzata da un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è poco, vista anche la convergenza sul taglio di quasi tutte le forze parlamentari.
Quali le ragioni dei promotori della consultazione popolare? Da una parte manca la legge elettorale. E se si vota prima, si rinvia tutto a fra due legislature. Inoltre, i proponenti bollano come demagogica la riduzione dei parlamentari poiché è minimo il taglio dei costi e sensibile il taglio della rappresentatività.
Al momento il rapporto tra parlamentari eletti e abitanti in Italia è di 1 eletto ogni 64mila persone. Nella prossima legislatura il rapporto sarà di un eletto ogni 101mila persone.
I musi gialli fanno salti di gioia per la riduzione della spesa pubblica. Ma quanto si risparmierà con la riduzione dei parlamentari? A conti fatti il taglio produrrebbe un risparmio annuo pari ad appena 3,12 euro a famiglia, ossia 1,35 euro a cittadino. Un’inezia, che comprova che la motivazione dovrebbe semmai essere ricercata in una migliore funzionalità delle Camere. Può darsi che sia così, ma i 5 Stelle avrebbero dovuto spiegarlo con dovizia di particolari, e non l’hanno fatto.
Verificando il bilancio della Camera per il biennio 2018-2020 emerge come il costo di ciascun Deputato, tra indennità e rimborsi vari, sia pari a 230mila euro; analogamente, in base al bilancio del Senato, ciascun Senatore costa allo Stato 249.600 euro annui. Se quindi il numero di Deputati fosse ridotto da 630 a 400, e quello dei Senatori da 315 a 200, il risparmio complessivo per le casse statali sarebbe pari a 81,6 milioni di euro (52,9 milioni di euro alla Camera, 28,7 milioni al Senato). Una cifra non di grandissima rilevanza.
A conti fatti ogni singola famiglia italiana non dovrebbe contribuire alle spese della politica per un importo pari ad appena 3,12 euro annui, ossia 1,35 euro a cittadino. Un importo del tutto irrilevante per i bilanci degli italiani, che subiscono un maggior pregiudizio - quello sì evidente - dagli sprechi che si annidano nelle spese folli degli enti locali come Regioni, Province e Comuni e degli enti pubblici.
La proposta è dunque ancora sub judice e il giudice è il corpo elettorale del paese. Tuttavia, ammesso che la richiesta di referendum vada a buon fine, la campagna referendaria non vedrà la partecipazione di massa del 2016 e del 2006. Il tema trova larghi consensi in tutte le aree così che anche il popolo democratico risulta diviso e incerto. Il referendum, tuttavia, al di là del risultato sarebbe utile per approfondire l’argomento e andare alla ricerca dei contrappesi, che tutti vogliono ma in modo confuso. La materia, per la sua delicatezza, meriterebbe un dibattito pubblico più approfondito e più partecipato.

 

 

 

 

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Fonte: Democrazia Oggi


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