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Vincolo di mandato, onore e disciplina o farsi i cavoli propri?

Andrea Pubusa

 

Il vincolo di mandato suscita un dibattito acceso. Un costituzionalista del livello di Massimo Villone, presidente del nostro Comitato per la democrazia costituzionale, critica[1] - come già ha fatto il suo vice, Alfiero Grandi[2] - il proposito dei 5 Stelle di modificare l’art. 67 Cost. («Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato») che sancisce il divieto di vincolo di mandato. Tuttavia il tema è reale, il cittadino non può vedere i propri eletti fare i cavoli propri, seguire il proprio particulare. Il dibattito - come altre volte ho scritto - è intrigante e attraversa tutto il costituzionalismo moderno ed ha antesignani illustri. Rousseau, ad esempio, e Karl Marx. Il barbuto di Treviri ne La guerra civile in Francia vide  nella Comune di Parigi del 1871 l’embrione “glorioso di una nuova società“, la forma istituzionale, finalmente rivelata dalla Storia, per una società fondata sul lavoro e sui lavoratori. «La Comune», spiegava Marx, «fu composta dei consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento». Il mandato imperativo era dunque elemento fondamentale della “democrazia socialista”. Non mancava nemmeno una indicazione sullo “stipendio dei parlamentari”: «Dai membri della Comune in giù», sono sempre le parole di Marx, «il servizio pubblico doveva essere compiuto per salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello stato scomparvero insieme con i dignitari stessi. Le cariche pubbliche cessarono di essere proprietà privata delle creature del governo centrale». Anche i soviet erano gli organismi collettivi che inveravano una democrazia consiliare come superamento di quella parlamentare. L’idea che sta alla base è quella di un rapporto diretto dei rappresentanti coi rappresentati e la volontò di creare una consonanza permanente fra eletti e cittadini.
Come si vede, Grillo non ha inventato nulla. Sono più di duecento anni che questi argomenti sono oggetto di riflessione e di battaglia politica.
Si dovrebbe, dunque, discutere dell’argomento con minor pregiudizio di quanto non si faccia. Anche qui tutto ciò che dicono i 5 stelle è precipitoso o pericoloso. Eppure il problema esiste. Nella passata legislatura qualche centinaio di parlamentari hanno cambiato casacca, alcuni più volte. Si invoca la democrazia, si dice che la nazione dev’essere rappresentata senza vincoli, neppure di correttezza e coerenza politica. Una posizione che svaluta completamente la corrispondenza degli eletti alle aspettative e alla volontà degli elettori. Ora, su questo problema, mi sembra ragionevole interrogarsi e cercare soluzioni. Nella Carta esiste anche l’art. 54, che impone a chi ricopre cariche pubbliche “onore e disciplina”. Valori, questi, del tutto dimenticati da molti dei nostri rappresentanti.
In altri ordinamenti esiste il c.d. recall.  Istituto in vigore, per esempio, in diversi Stati membri degli USA, per cui mediante votazione popolare si possono rimuovere dal loro ufficio, prima dello spirare del termine per il quale sono state elette, persone investite di cariche statali o locali e talvolta anche magistrati. In genere, perché si addivenga alla votazione popolare, è necessaria la presentazione di una petizione da parte di un certo numero di elettori. In alcuni di questi Stati è stato adottato il recall perfino per l’annullamento delle sentenze giudiziarie. Ora, questo sistema non è nella nostra tradizione e, probabilmente, finirebbe per creare più guasti di quanti non ne elimini. Bisogna contemperare la libertà del parlamentare con l’onore e la disciplina, che se è violata, necessita di sanzione, perché è mancanza di disciplina verso i propri elettori. Per esempio, le scissioni non sono qualificabili cambi di casacca, perché non hanno carattere individuale e vengono poi sindacate dall’elettorato, che alla prima occasione, può premiare o sanzionare gli scissionisti. I cambi individuali invece più che espressione di libertà sono manifestazioni di violazione della disciplina non  tanto verso il partito quanto verso gli elettori di quel partito. Prendete i parlamentari M5S. Quanti sarebbero stati eletti fuori di quella lista? E così tanti altri. L’elettorato, dunque, quando vota esprime una duplice scelta, personale e politica. In generale quest’ultima è prevalente e assorbente, anche se, in concreto, talora è il fattore personale ad orientare il voto. Non è dunque vero o non è del tutto vero che il parlamentare che fa turismo politico rappresenta, nel far questo, la nazione. Spesso fa il comodo e l’interesse proprio.
Qualche temperamento, dunque, occorre, per esempio lavorando sull’idea di Gustavo Zagrelsky. L’ex presidente della Consulta distingueva fra il cambio di casacca entro i gruppi del proprio schieramento d’origine (maggioranza o opposizione) e quelli addirittura di schieramento, sanzionando la perdita del seggio solo nel secondo caso. Zagrebelsky suggeriva una semplice riforma dei regolamenti. Con queste lune, le modifiche della Costituzione sono un salto nel buio, spezzano equilibri, bilanciamenti millimetrici, talora impercettibili. Tutti i ritocchi fatti finora l’hanno peggiorata nella forma e nel contenuto. Sopratutto non sono state capaci di ricreare gli equilibri necessari fra poteri, fra centro e periferia, nella rappresentanza. Oggi con gli umori oscuri in circolazione la Costituzione sarebbe meglio rispettarla e attuarla. Il fatto che ogni maggioranza sfoderi subito la sua revisione è un modo per svalutarla, per toglierle quel carattere sacrale che deve avere come legge fondamentale. Il miglior programma di governo sarebbe proclamare la volontà di attuare pienamente la Carta in ogni sua parte. Si aprirebbe anche una prospettiva politica mobilitante.

References

  1. ^ critica (www.democraziaoggi.it)
  2. ^ Alfiero Grandi (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi


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