Il nuovo Parlamento europeo condanna, equiparandoli, nazifascismo e comunismo. I rischi attuali per la democrazia del revisionismo storico

Tonino Dessì

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La recente risoluzione del Parlamento europeo (votata anche dagli europarlamentari del PD), che condanna, equiparandoli, nazifascismo e comunismo, va valutata alla luce del contesto in cui è stata approvata.
Benchè i sovranismi abbiano vinto le elezioni europee in alcuni Paesi dell’Unione, complessivamente la velleità di spostare a proprio favore l’assetto rappresentativo e di governo dell’intera UE è fallito.
Ciò non ha evitato tuttavia che la maggioranza politica negli organi europei, in particolare nel Parlamento di Strasburgo, si sia ulteriormente spostata in senso moderato-conservatore.
La cultura politica delle componenti moderate e conservatrici ha antiche radici ideologiche non solo anticomuniste, ma anche antisocialiste e resta, più o meno consapevolmente, tuttora afflitta dalla memoria dei traumi che i movimenti degli anni ‘60 e ‘70 del secolo appena trascorso provocarono a ovest come a est, mettendo in discussione un ordine internazionale fissato dalla “Guerra fredda”.
Quell’ordine che sul piano interno di gran parte dei Paesi aderenti ai due blocchi, sia pure in misura diversa, aveva congelato per più di vent’anni cultura, costumi, valori, rapporti e gerarchie sociali e politici.
Quegli anni non furono solo il ‘68-‘69 statunitense e più ancora europeo, ma anche Varsavia e Praga, per non parlare dei grandi movimenti antimperialisti in Africa e in Asia.
Piaccia o meno, è con quella storia, ancora recente, che tuttora si vogliono chiudere i conti, evidentemente non del tutto chiusi e anzi tali da costituire dei “fantasmi” che potrebbero risorgere, in controtendenza proprio all’ondata reazionaria che caratterizza il tempo presente, sotto le forme di nuovi movimenti radicalmente democratici.
Forse a est, più che a ovest, di questo si ha ancora più paura.
Non sarà casuale che la condanna del comunismo veda ben piazzati e ben soddisfatti i partiti sovranisti, allergici alla democrazia, che in fondo considerano anch’essa una forma di “comunismo”, ma anche per questo assai simpatizzanti del sistema autoritario e illiberale che caratterizza la Russia neocapitalista di Putin.
Ciò detto, mi colpiscono due riflessi di questa vicenda che leggo sul web e sui social.
Uno attiene al punto di vista di chi osserva che non si può biasimare quanti, avendo vissuto sulla propria pelle l’oppressione realizzata in URSS ed esportata nei Paesi satelliti, non possono distinguere fra le realtà di due sistemi ugualmente oppressivi.
C’è del vero, intendiamoci.
Se penso all’URSS non solo staliniana, ma, dopo la breve parentesi kruscioviana, a quella brezneviana e postbrezneviana, a quello che abbiamo appreso della DDR (non sarà stato molto diverso in altri Paesi del blocco) o ancora, per guardar fuori dall’Europa, all’attuale Corea del Nord , anche a me danno l’impressione di realtà maniacalmente oppressive e concentrazionarie, direi quasi dei manicomi gestiti da paranoici e abitati da persone in stato di detenzione coatta.
Però proprio le correnti politiche e di pensiero democratico non possono nemmeno giustificare e incoraggiare nel 2019 il fatto che quei Paesi, nell’est-Europa, siano passati da un regime catastroficamente imploso a sistemi che mettono in discussione proprio la democrazia e che, piaccia o meno, tendono a restaurare, nell’ambito della loro conversione economico-sociale neocapitalistica, valori e rapporti reazionari al loro stesso interno.
Sta qui l’inattualità di una presa di posizione retrograda come quella che leggiamo nella risoluzione in questione.
L’altro modo di valutare quanto è accaduto è forse fondato nei timori, ma paradossalmente tale da disarmare anch’esso, se fosse condiviso, il fronte democratico nel suo nucleo essenziale di opposizione permanente alle pulsioni che nella prima metà del‘900 diedero origine al nazifascismo e che sono tuttora insite nel motore profondo del capitalismo occidentale.
Fascismo e nazismo furono escogitati come estrema reazione repressiva delle classi dominanti contro il movimento operaio e per stroncare ogni velleità di sovvertire i rapporti di dominio sociale.
E a tal fine quelle ideologie e i sistemi che ne scaturirono teorizzarono e praticarono lo stato di guerra interna nei loro Paesi e la guerra aggressiva, di sterminio anche genocida, verso l’esterno.
Quel seme oscuro non è mai scomparso, in Occidente e a livello planetario, nel secondo dopoguerra.
Lo vediamo ben oggi.
Ora, sostenere che in quella risoluzione c’è il rischio di una messa al bando della cultura e dell’ideale comunista al pari di quello nazifascista è plausibile.
Accusare l’antifascismo contemporaneo di esser causa del suo male per il fatto che continui a invocare (da noi in Italia, ma anche in Germania, è un principio costituzionale) il bando delle idee e delle organizzazioni neofasciste e neonaziste, è invece un paradosso molto pericoloso, oltre che basato su presupposti infondati.
Non dovrebbero essere necessari molti sforzi per argomentare che i contenuti del Mein Kampf non sono equiparabili, anche sul piano delle convenzioni politiche internazionali, a quelli degli scritti di Marx, dello stesso Lenin, di Gramsci, per citare solo alcuni sostenitori di idee di giustizia sociale, di uguaglianza, di liberazione dallo sfruttamento e dall’alienazione che piaccia o meno, certo il primo e a breve distanza il terzo più del secondo, innervano ancora anche criticamente e problematicamente le riflessioni e più ancora i movimenti democratici e radicali mondiali.
Lo stalinismo è stato una terribile esperienza e una tragica, non breve parentesi.
Ma a differenza dei neofascisti e dei neonazisti, non esistono quasi più comunisti che non ne abbiano preso coscienza da decenni e che non abbiano considerato quella evoluzione della rivoluzione sovietica come un’aberrazione e fondamentalmente come un tradimento.
Anche qui vanno perciò rigettati ogni “tregua d’armi”, ogni armistizio tattico e ideologico: non siamo ai tempi del Patto Ribbentrop-Molotov contro un comune avversario.
Infine una considerazione.
La Storia non dovrebbe esser riscritta dalla politica contingente: fra l’altro ormai la pluralità degli strumenti di informazione non lo consente.
Un capovolgimento dei paradigmi a loro tempo consolidati di interpretazione “storica” della stessa Storia si può affermare e legittimare solo in esito a una epocale rivoluzione che intervenga in una società e nella sua cultura.
Un Parlamento che pretenda di farlo con un documento così incapace di suscitare alcun progresso nelle coscienze si espone al ridicolo e alla banalizzazione del proprio ruolo e della propria condizione.
Cosa assai carica di conseguenze infauste, proprio in questa contemporaneità, per un Parlamento di dimensione continentale.

Fonte: Democrazia Oggi

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