Palabanda, la rivolta a Teatro

Gianna Lai

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In occasione de Sa Die de sa Sardinia del 2014 è stata messa in scena al Teatro Massimo di Cagliari la rivolta di Palabanda del 1812. Ecco una recensione sulla rappresentazione.

 

Palabanda, un’azione teatrale di Luciano Marrocu, messa in scena da Rita Atzeri, per la regia cinematografica di Andrea Lotta. Questi attori in costume ricostruiscono eventi e storie che ci riguardano, e sono espressione di personaggi e ambienti della Sardegna ancora viva nelle parole dello storico-narratore, che vuole recuperare attenzione e interesse sulla cosidetta Rivolta di Palabanda e sulla Cagliari di inizi Ottocento. E riportano alla luce sentimenti, pensieri e discorsi verosimilmente caratterizzanti un’epoca tra le più significative della nostra modernità, in quei preparativi di un Risorgimento che non tarderà a venire. Più o meno sentito, più o meno trascinante, a seconda dei luoghi e delle possibilità organizzative, a seconda  della consapevolezza raggiunta e del coinvolgimento popolare. Questo calarsi della voce narrante nella storia del tempo, Luciano Marroccu autore del testo, con tutti i particolari della città come evocata nelle belle immagini dei suoi quartieri e delle strade e dei giardini, sembra quasi voler attualizzare eventi lontani e dire, guardate che la storia si è svolta anche qui, qui da noi, ed è storia importante che si lega a tutte le storie del tempo, ed ha un antefatto e produce conseguenze  e  può dare risposte ai nostri perchè. Così sembra dire anche il  canto dei musicisti sul palco, in quella attesa  che sanno così ben creare con parole e suoni, intravvedendo nella speranza del congiurato, dell’oppositore, il vero futuro della città. Che poi sia lo storico a prendersi la briga di rimettere tutto in discussione, tornando ai fatti e alla brutale verità dell’epilogo, niente può togliere alla forza dei sentimenti rappresentati con l’ intuizione di un mondo nuovo, che il teatro,  probabilmente più di ogni altra forma espressiva, sa davvero esprimere. Così il servo Basilio, (l’attore Marcello Armellino), che esce dal Quadro e dallo spazio destinato, per mettersi a polemizzare con lo storico quando, a contesto dei fatti, sente parlare de su famini de sannu doxi, quella fame veramente conosciuto e compresa solo dai poveri nella loro miserevole esistenza. C’è qui già forte la scelta di fondo della (anima) regia di Rita Atzeri, nella fusione di diversi elementi e modi del narrare,  nel ritmo contrassegnato dagli avvicendamenti sulla scena, che dalla rappresentazione del fatto storico traggono sostanza. Interpreti diretti pure loro del dramma, è la presenza scenica della voce narrante e dei musicisti a restituire ai singoli Quadri continuità e compattezza, in stretta intesa con le  immagini filmiche  sulla parete, interpretate dagli  attori stessi del teatro, quasi fosse uno sdoppiamento del personaggio, un essere qui e anche lì. Quasi a ricostituire quella scenografia di interni del tutto assente nel palco, nudo, volutamente sguarnito, come se non si volesse perdere la centralità della vicenda, l’essenzialità dei dialoghi, che ridanno umanità e sentimento alla storia complessiva. E se questi dialoghi narrano di una giornata qualunque in casa di Salvatore Cadeddu, dove si discute di politica e delle idee del tempo e della possibilità di una opposizione che diventi feconda e serva al cambiamento, c’è, nello spirito aperto con il quale i giovani interloquiscono anche fra loro, un elemento  costante di novità. Nel modo in cui il figlio Gaetano,  contrappone la sua radicalità alla pacatezza del padre, nel modo in cui Efisia,  con fermezza, respinge la corte del nobilotto scarsamente acculturato, rivendicando a sè capacità di scelta e volontà di partecipazione diretta agli eventi del tempo. Che poi le trasformazioni inaspettate dell’ultima parte, siano la conseguenza naturale di una vita deludente, e della persecuzione e della condanna a morte di Salvatore Cadeddu a Palabanda, questo anche il nobilotto di Pauli, ormai da vent’anni sposo di Efisia, è in grado di capirlo. Meno superficiale e meno rozzo di un tempo, e divenuto più consapevole, per sua stessa ammissione, grazie  alla moglie e alla  cultura che da lei ha appreso. Come se in quella maniera così pessimistica di vedere la storia, ci fosse ancora uno spazio per immaginare il cambiamento degli uomini. Come se la possibilità di dire la sua e di esprimere un’opinione lo spettatore la intravedesse in quell’idea del testo e della regista  di raccontare le varie fasi dello spettacolo, nascita e  sviluppo,  e intreccio fra invenzione e rappresentazione del fatto storico. E  gli attori interpretano con intelligenza  quel mondo, calandosi nell’originalità di una messa in scena realisticamente giocata tra diversi  piani della narrazione,  per dar vita  e carattere ciascuno ad un personaggio, e restituircene forza d’animo e determinazione, ovvero insulsaggine e stoltezza, a seconda dei casi. Per descrivercene fissità e cambiamenti, dentro un contesto che sembra assecondarne spirito e stati d’animo. Come  Fausto Siddi che interpreta  don Lollotto, e Franco Siddi che è Salvatore Cadeddu, il grande oppositore, e il figlio Gaetano, Pier Paolo Frigau, ed Efisia, Rita Atzeri, così convinta, all’inizio, del cambiamento che verrà. E il prete don Muroni, l’attore Vincenzo De Rosa, che rivendica a sè la partecipazione alla storia del tempo, e il servo Basilio, il bravo Marcello Armellino,  alla fine paziente ascoltatore del suo padrone, quasi pubblico, lui stesso, sul palco. Che ancora lasciavano intravvedere, tutti,  nuove potenzialità e capacità espressive, magari da mettere alla prova in una più ampia rappresentazione teatrale del fatto storico, in più articolati ed estesi dialoghi. E poi Alessandro Muroni al pianoforte, che ha scritto le belle musiche, e Lanfranco Olivieri al contrabasso, e Stefano Salis alle percussioni. Applausi finali dalla sala gremita di pubblico, che trova interessante la rappresentazione e i testi e la recitazione degli attori.

 

 

 

 

Fonte: Democrazia Oggi

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