2012. Rievocazione di Palabanda a Cagliari nel bicentenario

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Nel 2012 furono assunte alcune significative iniziative in memoria dei martiri di Palabanda.

 

1.- 1812-2012: Cagliari ha reso onore ai martiri di Palabanda

 

 

 

30 ottobre 2012, un presidio ha coperto con un telo la statua di Carlo Felice, sopranominato “feroce”, uno dei repressori di tanti spiriti liberi, colpevoli solo di battersi per la libertà. L’occasione è stata offerta dalla ricorrenza del 200° dalla Rivolta di Palabanda, fallita prima d’iniziare la notte fra il 30 e il 31 ottobre del 1812, sannu doxi.

E’ stato emozionante il ricordo di quell’avvenimento e dei suoi protagonisti proprio nell’orto botanico, l’orto di Palabanda, dove Salvatore Cadeddu e gli altri congiurati tenevano le riunioni. Gli storici Francioni e la Del Piano hanno inquadrato l’episodio nel ventennio che dalla fine del ‘700 ai primi dell’800 vide scoppiare in Sardegna molti focolai e tanti fermenti di libertà, soffocati ferocemente nel sangue dai Savoia. Ed è stato emozionante l’intervento di Francesco Cocco, che ancora malfermo in salute per una recente malattia, ha voluto essere presente per tracciare con passione la linea ininterrotta che collega il sacrificio dell’Avv. Salvatore Cadeddu, del conciao Raimondo Sorgia e del Sarto Giovanni Putzolu, impiccati per i fatti di Palabanda, ai moti del 1906 e alle lotte che hanno visto il popolo cagliaritano mobilitarsi per migliori condizioni di vita e per la libertà del lavoro. Poi Paola Alcioni e Piero Marcialis hanno commosso i presenti con la recitazione di testi che hanno rievocato “su famini de s’annu doxi”  e la congiura di Palabanda.

A queste iniziative del Comitato per il ricordo dei Martiti di Palabanda, ne seguirà un’altra il 15 novembre nella sala dell’ex Liceo Artistico in Piazzetta Dettori, con Clara Murtas e Rita Atzeri, che reciteranno un testo scritto dalla prima. Verranno cantate le canzoni libertarie del tempo con l’accompagnamento di Baldino.

Queste iniziative vogliono non solo rievocare un fatto importante della storia della Sardegna e onorare i martiri della ferocia dei Savoia, ma vuole anche stimolare lo studio nelle scuole di queste pagine della storia sarda, mostrandone la sintonia coi grandi processi libertari che attraversano l’Europa sull’onda della Grande Rivoluzione.

La copertura dell statua di Carlo Felice indica anche un altro obiettivo, non puramente formale. Occorre cambiare i simboli della Sardegna: monumenti, scuole, piazze e strade devono essere dedicate alle grandi personalità libertarie della Sardegna e non ai sopraffattori dei sardi. Non è solo una provocazione, dunque, chiedere la rimozione di Carlo Felice e l’intitolazione della Piazza ai Martiri di Palabanda. Si tratta di una presa di coscienza foriera, con l’accresciuta consapelozza di sé, di nuove conquiste democratiche della Sardegna.

2.- La cantastorie e la popolana narrano di Palabanda

 

Gianna Lai

 

Si è svolta a Cagliari ai primi di novembre 2012 una rievocazione teatrale di Palabanda e dei martiri della repressione del 1812-1813. La cantastorie e la popolana, con le note del chitarrista ci hanno rapito per unora e mezzo e hanno portato il pubblico indietro nel tempo, in quel fatidico “annu doxi (1812) e nel ventennio rivoluzionario che lo precede. Allora il sommovimento impresso al Vecchio continente dalla Grande Rivoluzione produce atti di ribellione e tentativi di rivolgimenti anche in Sardegna. Per la Repubblica sarda nelle idee dei più radicali, o per una monarchia costituzionale nel progetto dei costituzionalisti liberali. Atti quasi disperati allora, repressi nel sangue dai Savoia, ma che gettano semi di libertà, che vivono nelle lotte democratiche dei sardi nei due secoli tormentati, fino ai nostri giorni.

Clara Murtas, Rita Atzeri e Giuseppe Baldino, la cantastoria, la popolana  e il chitarrista hanno regalato una grande emozione, ispirata dallAnpi, dal Cidi e da Miele amaro, con patrocionio della Fondazione del Banco di Sardegna e del Comitato per unamministrazione democratica. Ecco la nella recensione di Gianna Lai. 

 

 

Allons enfants de la patrie,/ le jour de gloire est arrivé!/ Contre nous de la tyrannie,/ létendard sanglant est levé!/ Létandard sanglant est levé!/ Risuona in lontananza, e si diffonde poi nella  Sala, il canto della Grande Rivoluzione che annuncia al gentile pubblico l’inizio della Giullarata, in versi italiani, prose sarde e canti rivoluzionari. E’ Palabanda il ‘luogo  tristo‘ da cui prende le mosse lo spettacolo  ‘SAnnu doxi‘, di e con Clara Murtas, che è la Cantastorie, accompagnata da Rita Atzeri, la Tricoteuse, e da Giuseppe Baldino, il Suonatore. 1812, Una Congiura per la libertà. E già l’ingresso degli artisti segna anche il tempo, quando quelle tre parole, liberté fraternité egalité, liberavano i popoli dall’oppressione assolutista, mentre le idee giacobine innalzavano alberi alla Santa Libertà. Perfino nelle campagne e nelle città della Sardegna, come dice il canto di Clara contra sa tirannia e sa prepotenzia dei barones. E le note de ‘Su Patriotu sardu‘ del Manno, possono volgere in francese, nella traduzione di A. Bouiller, in inglese, nella traduzione di J.W. Tindale, a seconda delle circostanze create dai Savoia, se mai  fossero riusciti a disfarsi della Sardegna. Con orrore la Tricoteuse commenta nella sua lingua la sottomissione dell’Isola a popoli senza Dio,  mentre annuncia che oggi qualcuno verrà impiccato e gode, così come le sue omologhe francesi e di tutta Europa, lo spettacolo delle esecuzioni capitali, inveendo contro gli oppositori sardi, anch’essi senza religione e nemici del re.

Al centro della rappresentazione il Contrasto fra Cantastorie e donna del popolo, la Tricoteuse, che discutono  con asprezza dall’inizio alla fine, sostenendo due punti di vista  diversi e opposti, e aprendo al pubblico scenari ampi sul mondo di quel tempo. Di re e regine, e di ceti privilegiati e nobili e feudatari, e di borghesi e sansculottes e popoli in rivolta. Di sovrani in fuga da Napoleone e dalle rivoluzioni, che credono nelle profezie e nelle arti magiche delle brusce, come Carlo Felice in Sardegna. Di luoghi marginali come la Sardegna appunto, dove stenta a nascere un nuovo ceto dirigente, e dove patrioti coraggiosi e decisi  inseguono le idee della Rivoluzione e dell’Illuminismo, fino a rischiare la vita. Da Giomaria Angioy a Cilloco a Sanna Corda, ai martiri di Palabanda, uccisi brutalmente secondo le regole della più efferata crudeltà di Casa Savoia. E ci porta il Contrasto poetico fra Cantastorie e Tricoteuse dentro le contraddizioni di un’epoca in cui liberazione e progresso non segnano dapertutto il coinvolgimento popolare, come in ‘Sa canzone de sos sardos‘, di Luca Cubeddu, Sa setta  giacobina inderettura/ serrat su chelu pro no bintrare. O nel ‘Canto dei Sanfedisti’ del 1799, Liberté egalité/ io arruobbo a tte/ tu arruobbi a mme/, eseguito a due voci, la bellissima musica della chitarra in accompagnamento.

C’è nel canto di Clara e nella recitazione di Rita la partecipazione agli eventi di una storia che ci segna profondamente, nella loro interpretazione la vera capacità di restituire umanità e vita a un’idea e agli uomin che l’hanno fatta camminare, nella leggerezza del canto e della recitazione la volontà di rappresentare il dramma attraverso le voci del tempo. Il testo si ispira alla grande Storia e, insieme, al quotidiano di quei tempi, esprimendo i caratteri di una lingua dialettale ora sospesa tra l’italiano e il sardo, ora pronta a cogliere modi e sfumature del campidanese, nell’intreccio fra passato e presente. E se lo spettatore ride di fronte all’irruenza di Rita, alla parlata popolare che sembra non voler capire come vanno le cose, è la tensione del dramma ad acquistare valore, è l’emozione del pubblico che prende corpo per condividere lo spirito della rappresentazione.
Si esprimono nell’Inno allAlbero‘ le grandi speranze, e le trepidanti attese della Cantastorie, in risposta alle invettive della Tricoteuse contro su macchiori di chi si oppone al re, e mentre vaiuolo e carestie falcidiano il popolo, arriva sAnnu doxi dei cospiratori. Ed è  preparatorio alla tragedia il canto a tenore, ‘Boghe longa‘,  che evoca nel silenzio della Sala la sofferenza dei perseguitati e  dei loro sostenitori. E  commuove la  voce chiara e profonda della Cantastorie, così intensa interprete del dolore di tutto un mondo che appena sta prendendo coscienza di sé. Come quando  accompagna pietosamente con ‘Numi o voi spietati‘, il lungo elenco dei martiri, per tanto tempo  ingiustamente dimenticati, da Salvatore Cadeddu a Giovanni Putzolu a Raimondo Sorgia impiccati a distanza di poco tempo l’uno dall’altro. E poi Gaetano Cadeddu, Giuseppe Zedda, Francesco Garau, Ignazio Fanni, Luigi Cadeddu, Antonio Muroni, Giovanni Cadeddu, Pasquale Fanni, e Giacomo Floris. Eppure sembra sia la Cantastorie a prevalere, ad avere la meglio sulla Tricoteuse che, alla fine della rappresentazione, canta  insieme a lei ‘Dimmi bel giovane‘. Come se l’autrice non  voglia chiudere  il racconto con la  tragedia delle condanne, ma piuttosto lo tenga aperto agli eventi successivi, alle storie di altri moti e di altre cospirazioni, che riscattino gli uomini dall’oppressione e dall’ingiustizia. E il pubblico dell’Ex Liceo Artistico applaude a lungo, e si trattiene ancora a chiaccherare con gli artisti, di fronte a quella Scena così semplice e spoglia, una pedana rialzata e, nel fondale nero, un cappio a ricordo dei fatti e dei martiri di Palabanda.

 

 

 

 

Fonte: Democrazia Oggi

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