Palabanda, un progetto di libertà, una rivolta “permanente”

Andrea Pubusa

foto di Arkadia Editore.

 

 

 

 Cosa fu Palabanda?

Palabanda non fu congiura, anche se con questo nome il fatto è stato tramandato dalla memoria popolare ed è passato alla storia. Un falso, che però giovava alle forze reazionarie vincenti e alla stessa Corona. La congiura evoca la trama, il complotto, la cospirazione, la macchinazione, il tradimento e, dunque, è un fatto indiscutibilmente negativo, senz’altro da condannare senza se e senza ma. Il termine congiura bollava così il movimento di Palabanda in eterno. E marchiava Salvatore Cadeddu e compagni come intriganti, privi di motivazioni ideali e desiderosi solo di potere.

Palabanda non fu congiura, ma non fu neppure rivolta. Molti studiosi e intellettuali parlano di rivolta benché dalle carte risulti che, nella notte fra il 30 e il 31 ottobre de s’annu doxi, a Cagliari non ci fu alcuna insurrezione. Lo fanno, in polemica con chi parla di congiura, per dare alla Sardegna una maggiore dignità storica, un po’ come accaduto nel 1845 con le Carte d’Arborea, un falso volto a dare fondamento all’idea di un’illustre storia nazionale per la Sardegna già prima dei giudicati. Allo stesso modo viene indistintamente chiamato “Triennio rivoluzionario” il periodo che va dal 1793 al 1796, e si parla di “Sarda Rivoluzione”, per indicare una vicenda durata quasi un ventennio, in cui accanto ad atti o progetti rivoluzionari (moti angioiani e movimento di Palabanda, lo sbarco di Cilloco e Tola in Gallura ed altri), ci sono azioni che forse, rispetto a quanto accadeva in Europa e dal punto di vista sociale, è meglio definire controrivoluzionarie o moderate, come la difesa di Cagliari dai francesi nel 1793, egemonizzata dal clero e dalla nobiltà, o lo scommiato con le cinque domande del 1794, volte a soddisfare esigenze corporative dei ceti professionali sardi, non a caso rientrati nell’alveo della reazione quando il movimento angioiano giunge al punto di rottura.

Palabanda non fu congiura né rivolta. Fu repressione, repressione a tutto tondo, preventiva e successiva. Preventiva rispetto al progetto di insurrezione, di cui certo si discuteva nell’orto dell’Avv. Salvatore Cadeddu in quel fatidico 1812, s’annu doxi. Repressione successiva nei confronti di un gruppo di combattenti per la libertà, protagonisti di tutti gli avvenimenti del ventennio precedente dal 1793. Fu il colpo di coda della Corona volto a far fuori fisicamente gli esponenti della “Sarda Rivoluzione” scampati alle repressioni precedenti. Democratici ancora sul campo, non domi e pronti a passare all’azione in quell’anno di carestia e di rivolgimenti a livello europeo.

Non fu insurrezione, dunque, quella di Palabanda, fu progetto di libertà. E per questo Palabanda ispira ancora i nostri pensieri e le nostre azioni. Proprio perché proietta una luce lunga su di noi, possiamo parlare di quel movimento del 1812 come “rivolta permanente”, ideale e sentimentale, come proposito di “rivolta dell’oggetto” nel segno dell’identità di un popolo prigioniero, che manifesta, attraverso Salvatore Cadeddu e gli altri, un programma di rovesciamento, e con un fatto costituente intende affermarsi come soggetto libero di darsi libere istituzioni, secondo la temperie dei tempi. Non a caso molti di coloro che si sono occupati in epoca recente di queste vicende lo hanno fatto per dare un fondamento storico alle loro posizioni politiche di oggi: gli indipendentisti all’indipendentismo, gli autonomisti all’autonomismo, i federalisti al federalismo e così via. In realtà, chiedersi se Angioy o Cadeddu erano indipendentisti o autonomisti o altro è a dir poco imprudente e senz’altro antistorico. Era completamente diverso il quadro di riferimento. Certo, l’Angioy del memoriale del 1799 è per la repubblica sarda sotto protezione francese. Ma questo giustifica un’interpretazione del suo pensiero in relazione alle vicende attuali? A trarre conseguenze sul rapporto della Sardegna con la Repubblica italiana sotto la vigenza di una Costituzione democratica? Cosa poteva chiedere Angioy ai francesi se non di dargli man forte per trasformare lo storico Regno di Sardegna in Repubblica di Sardegna? Fra l’altro il Piemonte in quel tempo aveva un assetto istituzionale particolare sotto il dominio francese.

E Salvatore Cadeddu era indipendentista o autonomista? Chissà, forse aveva un programma minimo ed uno massimo: una monarchia costituzionale come quella siciliana del tempo o una repubblica come vagheggiava tre anni prima Giomaria. Sono ragionamenti insostenibili. Ciò che invece è importante è che questi uomini, il loro pensiero e le loro azioni abbiano ripreso ad appassionarci. Vuol dire che ci parlano ancora, che ci muovono ancora. Vuol dire che l’avere questi uomini valorosi forzato la storia per liberare il popolo sardo rende la loro azione e il loro sacrificio ancor più grandi, in quanto i loro progetti e i loro tentativi appaiono tragicamente votati alla sconfitta nell’immediato, ma destinati a gettare semi di libertà nel tempo. E allora, senza la pretesa di far dire a loro ciò che piace a noi, diciamo noi quale è il messaggio che ci lanciano, lo stimolo che ci creano, il proposito che ci rafforzano.

In questa prospettiva una cosa si può dire largamente condivisa, dai martiri di Palabanda, da Salvatore Cadeddu e da Giomaria Angioy viene una forte spinta a batterci per lo sviluppo della democrazia e delle libertà nel nostro Paese. E per la Sardegna? La possibilità-necessità di ottenere il massimo di poteri autonomi compatibili con l’unità della Repubblica italiana. Ma questo non lo dicevano loro, ovviamente, lo penso io, senza escludere la legittimità di altre interpretazioni.

Ci sono poi tre altri aspetti, non secondari.

Anzitutto, la latitanza di Cadeddu nel Sulcis, l’aiuto ch’egli riceve da pastori e contadini fa emergere l’esistenza di una rete democratica nelle zone rurali, e pone, dunque, agli storici sardi il problema di studiare la ramificazione delle idee della c.d. “Sarda Rivoluzione” nelle campagne. Quale fu il ruolo delle aree rurali nei sommovimenti di quegli anni? Incisero, e se sì in quale modo, sugli eventi?

Secondariamente, questa storia va insegnata nelle scuole, integrandola nei nostri programmi con quella nazionale e internazionale. E’ così intrecciata la nostra vicenda con quelle che non è difficile farlo. Esiste anche la norma dello Statuto (art. 5, lett. a) che consente alla regione Sardegna di integrare i programmi scolastici.

Infine, ma non per importanza, occorre deciderci, noi sardi, una volta per tutte a mandare al macero targhe di strade, piazze, viali, intestati ancora ai massacratori dei democratici sardi, a partire da Carlo Felice, per dedicarli alla memoria dei nostri patrioti. Fino a che il Largo Carlo Felice non diverrà Largo Giovanni Maria Angioy, con debita sostituzione di statue. Fino a che Corso Vittorio Emanuele non si chiamerà Corso Salvatore Cadeddu, Piazza Yenne Piazza Martiri di Palabanda e così via, non potremmo dormire in pace. Fino a che questa rivoluzione toponomastica non avverrà in tutte le città e nei piccoli centri della Sardegna, noi sardi non potremmo avere la coscienza a posto… anzi saremmo privi di coscienza.

 

Fonte: Democrazia Oggi

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