Nel Sulcis sulle tracce della latitanza di Salvatore Cadeddu

 Andrea Pubusa

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L’avv. Salvatore Cadeddu andò latitante nel Sulcis per sfuggire alla cattura e tentare di raggiungere la Corsica. Ci sono versioni confuse intorno a questa latitanza, su cui però ha fatto chiarezza Antioco Pabis, molto vicino alla famiglia Cadeddu, in quanto precettore dei figli di Giovanni, fratello di Salvatore, condannato all’ergastolo per la stessa congiura. Pabis in un memoriale, scritto a metà dell’Ottocento e pubblicato in appendice al bel libro di Federico Francioni più volte citato “Storia segreta della Sardegna fra Settecento e Ottocento” (pag. 192 s.), così ricorda la latitanza: l’Avv. Salvatore Cadeddu “dacchè se ne partì, o per meglio dire se ne fuggì da Cagliari, se ne andò ai salti del Sulcis, ed ivi fu raccomandato a Luigi Impera, il quale nel salto di Tatinu lo collocò nella grotta denominata Conca de Cerbu distante dal suo caprile non più di venti minuti, ed ivi con frequenza veniva visitato dall’Impera, e spesso provveduto del bisognevole”. Poi sappiamo com’è andata. Trasferito a S. Giovanni Suergiu per tentare l’imbarco verso la Corsica, l’avv. Cadeddu fu arrestato dai dragoni su delazione di certo Antioco Giuseppe Locci, proprietario terriero del luogo, e impiccato nel settembre del 1813 a Cagliari nella zona dell’attuale mercato di S. Benedetto.

Il furriadroxiu (stazzo) di Tattinu, in agro di Nuxis, mi è ben noto, così come risulta che fosse della famiglia Impera, di cui un anziano e amabile discendente lo abitava ancora una trentina d’anni fa. A Tattinu nel 2016 un gruppo di democratici cagliaritani è andato in una sorta di pellegrinaggio laico a ricordare  Cadeddu, questo martire per la libertà, ma rimaneva da individuare la grotta dove egli è stato nascosto da Luigi Impera fra la fine del 1812 e i primi mesi del 1813. Ora, grazie allo Speleoclub di Nuxis abbiamo scoperto anche questo rifugio, basandoci sulla descrizione dei luoghi fatta dal Pabis a metà ‘Ottocento. E’ la magnifica grotta soprai riprodotta nella foto, detta “su tuttoni de su Tipu“, ossia grotta de su Tipu, dal nome del luogo in cui si trova, ai piedi del monte detto, appunto, per la conformazione della sua bella vetta “Conca de Cerbu” (testa di Cervo).

Su Tipu è una sorgente vicina, nei cui dintorni gli insediamenti umani risalgono alla notte dei tempi. Ci sono infatti i resti di un insediamento prenuragico e un insieme di tombe (un cimitero) non ancora studiato, più in basso un pozzo sacro, ora recuperato e visitabile. Ci sono poi i resti dell’antico caprile degli Impera, che dista dalla grotta una ventina di minuti, come indicato dal Pabis. Nella zona poi non ci sono altre grotte utilizzabili come ricovero o nascondiglio. Questa grotta, del resto, è stata sempre frequentata dai pastori e ancora oggi la utilizzano i cacciatori in caso di maltempo.

La grotta ha una temperatura interna abbastanza costante e nei giorni scorsi, durante la nostra visita (periodo corrispondente a quello della latitanza di Cadeddu) era sicuramente molto più calda rispetto all’esterno. In più all’imbocco presenta i resti di un muretto a secco, che fungeva, forse insieme a delle frasche, da riparo. All’interno c’è poi un incavo ulteriore a misura d’uomo, dove si poteva e si può  sistemare un giaciglio.

La latitanza dell’Avv. Cadeddu e del figlio Gaetano a Tattinu pone agli storici un quesito: quale era la diffusione delle idee democratiche e antisabaude nelle campagne? La vicenda della fuga nel Sulcis non ci parla solo di Salvatore Cadeddu, ma anche di una figura secondaria, riapparsa dalle tenebre, il custode di Cadeddu, quel Luigi Impera, umile capraro, chiamato dalla rete dei democratici sardi del tempo ad una funzione molto delicata: nascondere e custodire il capo di Palabanda, un protagonista eminente della battaglia democratica dei sardi contro l’oppressione piemontese. Chi era Luigi Impera? Che sorte ha avuto dopo l’arresto e la condanna a morte di Salvatore Cadeddu? Ecco un punto di ricerca da demandare, se non agli storici di professione, a intellettuali del luogo, alle scuole di Nuxis e, chissà domani potremo riparlare con maggior dettaglio di questa persona umile ma di alti valori civili ed etici. Di Luigi Impera non conosciamo quasi nulla, del suo passaggio in questa terra sappiamo solo che era un capraro di Tattinu, che ospitò l’avv. Cadeddu latitante e che rifiutò qualsiasi ricompensa, come ci dice sempre Pabis nel suo memoriale. Da questi pochi dati desumiamo però molti elementi della sua personalità: Luigi Impera, capraro di Tattinu, era persona molto affidabile, uomo di parola, un uomo del popolo schierato dalla parte giusta, per la libertà dei sardi contro l’oppressione piemontese, una persona generosa e sprezzante del pericolo, disposto a mettere a rischio la sua vita e i suoi beni per una causa nobile. Era una persona accogliente.

Bene, se si mettono insieme questi caratteri, emerge dall’oscurità del passato un quadro definito dello spirito non solo di questo uomo, ma anche di chi gli stava intorno. Si può pensare di nascondere il ricercato n. 1 nel 1812, senza avere l’appoggio di una affidabile rete di persone, di pastori e di proprietari della zona? Questo ci dice che non solo Luigi Impera era uno spirito nobile, ma erano persone di alti principi anche quei pastori e contadini che lavoravano nella zona. Insomma, dalla vicenda emerge l’esistenza di una rete democratica nell’Isola che da Cagliari si irradia nelle campagne più periferiche. La partecipazione alla storia del tempo coinvolgeva non solo l’intellettualità e gli artigiani delle città, ma anche il mondo delle campagne. E questo fatto interroga gli storici sardi: il ventennio che va dal 1793 a s’annu doxi è stato studiato prevalentemente accentrando l’attenzione sulle città e sui dirigenti, si tratta ora di capire come i diversi schieramenti erano articolati nel mondo rurale. E’ probabile che il legame fosse legato alle professioni: molti dei protagonisti cittadini erano avvocati, con vaste clientele nel contado, come accadeva fino mezzo secolo fa. Si tratta di sondare anche i legami per il tramite dei corpi miliziani e ancora dei gremi.

La grande storia sfiora Tattinu e quelle campagne anche sotto altro profilo. A Tattinu, per visitare il padre, venne spesso uno dei suoi figli, Gaetano, anch’egli partecipe dei fatti di Palabanda. Gaetano nel 1813 riuscì dalla Gallura a riparare in Corsica ed ebbe un’avventura di grande rilievo. Fu uno dei pochi ammessi al seguito di Napoleone nell’esilio dell’Isola d’Elba e nei cento giorni rientrò con lui in Francia. Lo seguì fino a Waterloo, dove fu fra i responsabili del servizio della ambulanze, ossia del soccorso ai feriti, dell’esercito di Napoleone. Certamente anche Gaetano Cadeddu non è ricordato nella grande storia, ma ne fu protagonista insieme a quei milioni di uomini che si batterono contro la Restaurazione. E curioso notare che Gaetano da Tattinu, dalla Grotta di Conch’e Cerbu, passando dalla Corsica e dall’Elba, fu uno dei tanti che con Napoleone combatterono contro le potenze restauratrici a Waterloo. Da Tattinu a Waterloo vien da dire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Postfazione

 

Palabanda, un progetto di libertà, una rivolta “permanente”

 

 

Palabanda non fu congiura, anche se con questo nome il fatto è stato tramandato dalla memoria popolare ed è passato alla storia. Un falso, che però giovava alle forze reazionarie vincenti e alla stessa Corona. La congiura evoca la trama, il complotto, la cospirazione, la macchinazione, il tradimento e, dunque, è un fatto indiscutibilmente negativo, senz’altro da condannare senza se e senza ma. Il termine congiura bollava così il movimento di Palabanda in eterno. E marchiava Salvatore Cadeddu e compagni come intriganti, privi di motivazioni ideali e desiderosi solo di potere.

Palabanda non fu congiura, ma non fu neppure rivolta. Molti studiosi e intellettuali parlano di rivolta benché dalle carte risulti che, nella notte fra il 30 e il 31 ottobre de s’annu doxi, a Cagliari non ci fu alcuna insurrezione. Lo fanno, in polemica con chi parla di congiura, per dare alla Sardegna una maggiore dignità storica, un po’ come accaduto nel 1845 con le Carte d’Arborea, un falso volto a dare fondamento all’idea di un’illustre storia nazionale per la Sardegna già prima dei giudicati. Allo stesso modo viene indistintamente chiamato “Triennio rivoluzionario” il periodo che va dal 1793 al 1796, e si parla di “Sarda Rivoluzione”, per indicare una vicenda durata quasi un ventennio, in cui accanto ad atti o progetti rivoluzionari (moti angioiani e movimento di Palabanda, lo sbarco di Cilloco e Tola in Gallura ed altri), ci sono azioni che forse, rispetto a quanto accadeva in Europa e dal punto di vista sociale, è meglio definire controrivoluzionarie o moderate, come la difesa di Cagliari dai francesi nel 1793, egemonizzata dal clero e dalla nobiltà, o lo scommiato con le cinque domande del 1794, volte a soddisfare esigenze corporative dei ceti professionali sardi, non a caso rientrati nell’alveo della reazione quando il movimento angioiano giunge al punto di rottura.

Palabanda non fu congiura né rivolta. Fu repressione, repressione a tutto tondo, preventiva e successiva. Preventiva rispetto al progetto di insurrezione, di cui certo si discuteva nell’orto dell’Avv. Salvatore Cadeddu in quel fatidico 1812, s’annu doxi. Repressione successiva nei confronti di un gruppo di combattenti per la libertà, protagonisti di tutti gli avvenimenti del ventennio precedente dal 1793. Fu il colpo di coda della Corona volto a far fuori fisicamente gli esponenti della “Sarda Rivoluzione” scampati alle repressioni precedenti. Democratici ancora sul campo, non domi e pronti a passare all’azione in quell’anno di carestia e di rivolgimenti a livello europeo.

Non fu insurrezione, dunque, quella di Palabanda, fu progetto di libertà. E per questo Palabanda ispira ancora i nostri pensieri e le nostre azioni. Proprio perché proietta una luce lunga su di noi, possiamo parlare di quel movimento del 1812 come “rivolta permanente”, ideale e sentimentale, come proposito di “rivolta dell’oggetto” nel segno dell’identità di un popolo prigioniero, che manifesta, attraverso Salvatore Cadeddu e gli altri, un programma di rovesciamento, e con un fatto costituente intende affermarsi come soggetto libero di darsi libere istituzioni, secondo la temperie dei tempi. Non a caso molti di coloro che si sono occupati in epoca recente di queste vicende lo hanno fatto per dare un fondamento storico alle loro posizioni politiche di oggi: gli indipendentisti all’indipendentismo, gli autonomisti all’autonomismo, i federalisti al federalismo e così via. In realtà, chiedersi se Angioy o Cadeddu erano indipendentisti o autonomisti o altro è a dir poco imprudente e senz’altro antistorico. Era completamente diverso il quadro di riferimento. Certo, l’Angioy del memoriale del 1799 è per la repubblica sarda sotto protezione francese. Ma questo giustifica un’interpretazione del suo pensiero in relazione alle vicende attuali? A trarre conseguenze sul rapporto della Sardegna con la Repubblica italiana sotto la vigenza di una Costituzione democratica? Cosa poteva chiedere Angioy ai francesi se non di dargli man forte per trasformare lo storico Regno di Sardegna in Repubblica di Sardegna? Fra l’altro il Piemonte in quel tempo aveva un assetto istituzionale particolare sotto il dominio francese.

E Salvatore Cadeddu era indipendentista o autonomista? Chissà, forse aveva un programma minimo ed uno massimo: una monarchia costituzionale come quella siciliana del tempo o una repubblica come vagheggiava tre anni prima Giomaria. Sono ragionamenti insostenibili. Ciò che invece è importante è che questi uomini, il loro pensiero e le loro azioni abbiano ripreso ad appassionarci. Vuol dire che ci parlano ancora, che ci muovono ancora. Vuol dire che l’avere questi uomini valorosi forzato la storia per liberare il popolo sardo rende la loro azione e il loro sacrificio ancor più grandi, in quanto i loro progetti e i loro tentativi appaiono tragicamente votati alla sconfitta nell’immediato, ma destinati a gettare semi di libertà nel tempo. E allora, senza la pretesa di far dire a loro ciò che piace a noi, diciamo noi quale è il messaggio che ci lanciano, lo stimolo che ci creano, il proposito che ci rafforzano.

In questa prospettiva una cosa si può dire largamente condivisa, dai martiri di Palabanda, da Salvatore Cadeddu e da Giomaria Angioy viene una forte spinta a batterci per lo sviluppo della democrazia e delle libertà nel nostro Paese. E per la Sardegna? La possibilità-necessità di ottenere il massimo di poteri autonomi compatibili con l’unità della Repubblica italiana. Ma questo non lo dicevano loro, ovviamente, lo penso io, senza escludere la legittimità di altre interpretazioni.

Ci sono poi tre altri aspetti, non secondari.

Anzitutto, la latitanza di Cadeddu nel Sulcis, l’aiuto ch’egli riceve da pastori e contadini fa emergere l’esistenza di una rete democratica nelle zone rurali, e pone, dunque, agli storici sardi il problema di studiare la ramificazione delle idee della c.d. “Sarda Rivoluzione” nelle campagne. Quale fu il ruolo delle aree rurali nei sommovimenti di quegli anni? Incisero, e se sì in quale modo, sugli eventi?

Secondariamente, questa storia va insegnata nelle scuole, integrandola nei nostri programmi con quella nazionale e internazionale. E’ così intrecciata la nostra vicenda con quelle che non è difficile farlo. Esiste anche la norma dello Statuto (art. 5, lett. a) che consente alla regione Sardegna di integrare i programmi scolastici.

Infine, ma non per importanza, occorre deciderci, noi sardi, una volta per tutte a mandare al macero targhe di strade, piazze, viali, intestati ancora ai massacratori dei democratici sardi, a partire da Carlo Felice, per dedicarli alla memoria dei nostri patrioti. Fino a che il Largo Carlo Felice non diverrà Largo Giovanni Maria Angioy, con debita sostituzione di statue. Fino a che Corso Vittorio Emanuele non si chiamerà Corso Salvatore Cadeddu, Piazza Yenne Piazza Martiri di Palabanda e così via, non potremmo dormire in pace. Fino a che questa rivoluzione toponomastica non avverrà in tutte le città e nei piccoli centri della Sardegna, noi sardi non potremmo avere la coscienza a posto… anzi saremmo privi di coscienza.

 

Fonte: Democrazia Oggi

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