Machiavelli ci parla anche dell’oggi. A proposito di un bel libro di Asor Rosa

Andrea Pubusa

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In questi giorni, fra l’altro, ho letto il libro di Asor Rosa dal titolo “Machiavelli e l’Italia – Resoconto di una disfatta” Einaudi editore. Un bel libro anzitutto per la scrittura e per la profonda cultura che traspare in ogni riga. Non a caso l’Autore è uno dei grandi maestri della letteratura italiana. Ma affascina anche per il suo contenuto. Con rapide citazioni Asor Rosa mostra la perfetta consapevolezza dell’italianità e della sua superiorita’ in tutti i grandi, dai tardomedioevali Dante, Petrarca e Boccaccio, agli umanisti Leon Battista Alberti, Marsilio Ficino, Leonardo, ai Rinascimentali Machiavelli, Guicciardini, Ariosto fino a Tasso. A questa coscienza della indiscutibile elevatezza della cultura e della vita italiana si accompagna la manifesta contraddizione della disunione politica, tanti piccoli stati a fronte dei grandi stati nazionali europei, grande civiltà italiana a fronte della “ferinità straniera” (i barbari).  E’ su questa contraddizione che si misura Machiavelli col suo grande piccolo libro sul Principe, meglio sui Principati, nel quale delinea una molteplicità di obiettivi, primo fra tutti il “principato nuovo”, capace di far corrispondere all’identità italiana una forma statuale unitaria. Non a caso – come dice con grande efficacia Asor Rosa – l’ultimo capitolo del Principe è “un grido di dolore, un appello di altissima intensità, un richiamo senza condizioni ai valori italici”.

Eppure, nonostante questa finissima e appassionata elaborazione, il periodo considerato, che va dal 1492 al 1530, si chiude con quella che l’autore definisce “la grande catastrofe italiana”. Diversamente dalle attese di molti, Machiavelli e Guicciardini in prima linea, accade l’irreparabile, il sacco di Roma, in cui il “sistema politico-istituzionale italiano cede disastrosamente all’urto di potenze esterne di gran lunga più organizzate e potenti”, e segna una fase storica addirittura plurisecolare.
Il sacco di Roma fu terribile, i Lanzi attaccarono Roma con estrema violenza. Clemente VII fu costretto a fuggire precipitosamente e Roma fu sottoposta ad ogni sorta di violenza e sopruso. Guicciardini nella sua “Storia d’Italia” offre un quadro agghiacciante dei saccheggi e della enormità delle preda. I trattati successivi – questo è il punto – sanciscono il riconoscimento esplicito di tutti i contraenti, nessuno escluso, del predominio absbutgico-spagnuolo sulla penisola italiana. La disunione italiana, che tuttavia prima e fino a Lorenzo il Magnifico, aveva consentito una autonoma vita civile e culturale di altissimo livello dopo il sacco di Roma è caratterizzata dal declino e dalla subalternità alle potenze straniere.
E’ bene rimandare alla lettura del libro, anche perché una narrazione del livello di quella di Asor Rosa, è difficilmente sintetizzabile, tanto più da un artigiano del diritto come chi scrive. E’ importante, tuttavia, rilevare che l’Autore vede l’onda lunga di questa disunione in tutta la nostra storia, con l’eccezione del Risorgimento e delle Resistenza. Stagioni brevi – nota con amarezza l’Autore – il Risorgimento si infrange sulla crisi di fine Ottocento e col Fascismo, la Resistenza produce la Costituzione e dà spazio ai grandi partiti di massa, ma questa situazione dura un trentennio. Segue una polverizzazione politica e un disorientamento culturale che dura e si accentua nei giorni nostri.
Machiavelli e’ trascurato dalla cultura e dalla politica in Italia. Viene ripreso da Gramsci e dal PCI, ma solo nell’arco di un breve trentennio, poi viene di nuovo messo nel dimenticatoio. Ma è da questa cultura alta che bisogna ripartire. Dall’appello ad unire le forze per uscire dalla pericolosa impasse in cui versiamo. Occorrerebbe ricreare il moderno principe, il partito, e metterlo al centro dell’azione politica con le sue virtù, che oggi è impegno per lo sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza e per l’affemazione della questione morale.

Fonte: Democrazia Oggi

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