Memoriali di Antioco Pabis: una luce sui misteri di Palabanda (1)

Andrea Pubusa

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L’affaire Palabanda del 1812 è ricco di congetture e di misteri. Tante storie, tante supposizioni, racconti incredibili come quello dell’uomo mascherato presente alle riunioni. Questa nebulosità è aggravata dal fatto che chi si è occupato della vicenda ha tramandato queste versioni popolari senza sottoporle a vaglio critico e senza confrontarle con le fonti. E’ merito di Federico Francioni aver tentato di squarciare questo velo per riportare gli avvenimenti nella loro reale sequenza. E lo ha fatto, fra l’altro, con la scoperta di due documenti eccezionali: due memoriali di Antioco Pabis del 1857, in cui, a quasi mezzo secolo dai fatti, questo dottore in legge, al tempo precettore nella casa di Giovanni Cadeddu, ricorda gli interrogatori a cui fu sottoposto dopo Palabanda. I due documenti fanno giustizia di due delle ipotesi principali su ciò che accade nella notte fra il 30 e il 31 ottobre 1812: la congiura e la rivolta. Il primo elemento che balza agli occhi è che gli inquirenti a due mesi dalla supposta rivolta non avevano in mano alcuna prova. Brancolavano nel buio. Anzi cercavano di costituire anche in modo scorretto prove su circostanze inesistenti. Si vedano in proposito le domande sui movimenti di Giovanni Cadeddu la notte del 30 ottobre 1812. O ancora i tentativi subdoli di incastrare Villahermosa ed altri nobili del suo entourage, il visconte di Flumini e il marchese di San Tomaso. Non ci fu rivolta nanche tentata perché nella notte del 30 ottobre non ci fu alcun movimento. Giovanni Cadeddu non si mosse di casa. Non c’è prova del contrario. Non ci fu congiura perché il tentativo di coinvolgimento del Marchese di Villahermosa è caduto proprio grazie alle deposizioni del Pabis e, a seguito di una pronuncia ufficiale, trasfusa in una carta reale che scagiona il nobile cagliaritano. Sul punto è significativa la modalità dello scagionamento del Villahermosa. E’ Villamarina a convocare e presiedere il collegio per attestare l’estraneità del Villahermosa. Evidentemente è stato quest’ultimo a fare richiesta specifica di un’attestazione ufficiale e a volere che a presiedere il collegio (con a latere il conte di Ruberent e il presidente Tiragallo) fosse proprio il suo rivale Villamarina. E’ lui che ha avviato la manovra ed è lui a doverla definire, sottoscrivendo la carta.

Pabis, oltre che testimoniare sull’estraneità del Villahermosa da casa Cadeddu e dalle riunioni di Palabanda, ci indica le ragioni politiche che escludono l’interesse di Villahermosa ai progetti di Palabanda. Le ipotesi che si agitavano nel club giacobino - dice Pabis - erano filofrancesi o filoinglesi, in ogni caso ostili ai piemontesi, e dunque del tutto al di fuori dalle possibili opzioni del Villahermosa, strettamente legato a Carlo Felice.

Pabis però nega anche la ipotesi della rivolta. Egli ci racconta lo stato del dibattito in senso al gruppo di Palabanda. C’era la speranza di supporto degli inglesi, ossia della replica in salsa sarda della Costituzione siciliana del 1812, imposta proprio dagli inglesi ai Borbone, relegati a Palermo. Non veniva scartata neanche la possibilità di un esito più radicale con l’appoggio francese, specie se Napoleone fosse riuscito a battere l’ultima potenza reazionaria continentale: la Russia.

C’erano però in campo anche altre ipotesi. Muroni, ad esempio, era per una soluzione meno impegnativa di una insurrezione. Questa era troppo costosa - osservava il sacerdote - e quelli di Palabanda non avevano fondi. Potevano permettersi solo di assoltare qualche sicario del Capo di Sopra per far fuori gli esponenti più reazionari dell’entourage dei Savoia. La posizione di Muroni e l’argomentazione posta alla base di essa, sono molto significative, perché ci dicono che nel 1812 quelli di Palabanda esaminavano le varie opzioni possibili, ma non avevano ancora deciso in favore di alcuna di esse, neanche per la insurrezione in quanto sprovvisti di mezzi. Pabis non parla mai di insurrezione in atto, ma addirittura offre elementi per concludere che non si era neppure nella fase del tentativo, ossia nella fase concreta ed univoca dell’organizzazione. La riferita posizione di Muroni sotto questo profilo è decisiva e non lascia dubbi.

Viene così confermata l’ipotesi che Palabanda fu una montatura e una provocazione. Non che il club di Palabanda non discutesse sulle potenzialità insurrezionali offerte dal quel fatidico 1812, a partire dal malcontento popolare e dagli avvenimenti internazionali. Può darsi anche che si sia ipotizzato un piano di sollevazione e conquista del Castello, ma non si giunse mai neppure alla fase operativa. Le riunioni di Palabanda furono assunte a pretesto, ingigantendone la portata pratica, per una repressione preventiva, orchestrata da Villamarina, e dagli ambienti più reazionari della Corona per far fuori l’ultimo gruppo di combattenti della c.d. Sarda Rivoluzione. A ben vedere era questo l’unico nucleo che poteva ancora ideare e mettere in atto una insurrezione per ottenere quantomeno un ordinamento costituzionale come accadeva in Sicilia o a Cadice proprio in quel 1812.
Infine, nel contesto di questa nostra rievocazione di Palabanda, è rilevante la parte del secondo memoriale, dove Pabis rievoca la latitanza di Salvatore Cadeddu nel Sulcis.

Anche su questo punto, in modo tralatizio e senza verifiche, si è parlato della latitanza in una proprietà sulcitana di Cadeddu. Circostanza, questa, incredibile. Nessun latitante si nasconde nella sua villa di campagna o al mare. Meglio sarebbe consegnarsi direttamente alla gendarmeria,  Poi una proprietà lascia tracce documentali. E di una proprietà di Salvatore Cadeddu nel Sulcis non c’è mai stata né c’è traccia.

Altri hanno parlato genericamente di soggiorno del Cadeddu presso amici sulcitani. Pabis invece indica la località (furriadroxiu di Tattinu, oggi in agro di Nuxis), il nascondiglio (la grotta di Conch’e Cerbu), il custode (il capraro Luigi Impera). Circostanze agevolmente verificabili a 200 anni di distanza. Il furriadroxiu di Tattinu esiste ancora, è della famiglia Impera (salva qualche cessione recente), la grotta di Conch’è Cerbu è sempre lì ed è ben nota ai pastori e ai cacciatori del luogo. Non è stato così difficile individuarla e farne luogo sacro per la memoria dei sardi, inaugurando con una manifestazione popolare il “Cammino della Libertà”, che conduce da Nuxis e dal furriadroxiu fino a quella bellissima grotta.

 

Ecco ora i memoriali di Antioco Pabis, preceduti dalla presentazione di Federico Francioni che li ha scoperti e pubblicato in appendice al suo prezioso volume “Per una storia segreta della Sardegna fra Settecento e Ottocento, Condaghes, 1996.

 

Lettera di Antioco Pabis a Francesco Sulis.  In questo documento Antioco Pabis, pedagogo in casa di Gio- vanni Cadeddu — condannato all’ergastolo per la congiura del 1812 — anticipa alcuni temi (fra cui le sue peripezie giudiziarie) che poi tratteràdiffusamente nel memoriale pubblicato più avanti. In particolare… risulta abbastanza fondato quanto egli afferma su Stefano Manca di Thiesi, marchese di Villahennosa. cui era stato attribuito un legame più o meno stretto con i cospiratori.  In realtà l’aristocratico, come uomo di punta della reazione (così viene presentato da Pietro Martini), non poteva credibilmente inserirsi in uno schieramento all’interno del quale l’antipiemontesismo si intrecciava col filofrancesismo o con le simpatie per gli inglesi. La Francia rimaneva pur sempre la terra della rivoluzione e del giacobinismo; Napoleone, poi, era odiato dai Savoia come usurpatore. Quanto all’lnghilterra di allora, era sinonimo non solo di lotta a Bonaparte, ma anche di parlamentarismo e di costituzionalismo: tutto ciò era oggetto di mortale avversione nell’ambiente di Carlo Felice, cui il Villahermosa era strettamente legato. Da sottolineare anche quanto il Pabis scrive di Gavino Muroni : «era opposto» a tutti i partiti. Forse il sacerdote bonorvese, fratello di Francesco (parroco di Semestene e grande agitatore delle campagne sarde), intendeva andare oltre dibattiti e contrasti su una eventuale, futura partnership); della Sardegna con Francia 0 Inghilterra e preferiva insistere sulla discriminante antifeudale, che non doveva essere ben chiara a tutti i congiurati.  Le parole della lettera (e del successivo memoriale) sottolineate con puntini dall’autore sono state riportate in corsivo.

 

Signor professore gentilissimo,  l’oggetto principale dei miei interrogatori si era quello di far risultare la tentata insurrezione, io però nulla ne scrissi, perchè già s’intendeva che quello era il principale oggetto, e tutti ne deposero, ma per quanto Ella desidera saperne la renderò informata.  Il mio interrogatorio o per meglio dire la mia esplorazione principiò la notte del 15 gennaio 1813, e durò per lo spazio di due o tre ore, ma nulla si scrisse; l’indimani fu ripresa l’operazione dalle ore otto circa della mattina, e durò circa al mezzo giorno. Attuaro era il notaio Giuseppe Maria Cara. e giudici erano Valentino Pilo, don Constantine Musio, don Giuseppe Gaffodio. ed intervenne pure l’ avvocato fiscale Garau.  Mi si domandarono varie cose circa la tentata insurrezione, ed a tutto risposi negativamente, e dissi che io nulla sapevo, né potevo sapere, perchè vivevo separatamente dalla famiglia. Mi si dimandò se in casa Cadeddu dove io vivevo fossero soliti venire Massa Murroni, e dissi che non ci veniva mai, né mai lo viddi in Palabanda. si è come mai vidi venire in casa il visconte Asquer né il marchese di San Tommaso. Mi si dimandò se in casa veniva il professor Zedda, e risposi affermativamente. Mi si (limando qual fosse il motivo. per cui egli veniva, ed io risposi che il signor Giovanni Cadeddu era tesoriere dell’Università, e siccome i professori in quel tempo non erano pagati, veniva in casa per pregare il Cadeddu, acciò gli realizzasse il mandato.  Mi si dimandò se conoscevo il reverendo Gavino Muroni. risposi affermativamente, che lo avevo visto, e parlato, con frequenza perché viveva in casa dell’avvocato Salvatore Cadeddu, e che era un ottimo uomo. Mi si dimandò se in casa ci venivano molte persone, chi queste fossero, e perche’ venivano. Risposi. che con troppa frequenza ci venivano degli studenti dell’Università per portare le loro matricole, perchè il Cadeddu faceva anche da segretaro nell’Università, e per fare i depositi per gli esami. Indi mi si dimandò se avevo visto venire a radunarsi in casa l’avvocato Salvatore Cadeddu, il reverendo Muroni, il professor Zedda e gli altri sopra nominati. Risposi che non c’erano mai venuti.  Allora mi fu fatto carico dicendomi che io ero alzato al piano superiore, che avevo bussato la porta, e che non avendomi aperto avevo messo l’orecchio nel bucco della chiave, e che avevo inteso ciò che dicevano… Risposi che io in casa era maestro. e non spia. A questo mi ha detto: Signore sà una cosa, che lei oltre di non esser verace è anche incivile rispondendo… A ciò risposi che dicevo la verità, e la verità voleva essere detta con franchezza. Mi si fecero mille altri interrogatori, ed avendo io risposto a tutto negativamente, venni minacciato nel modo seguente: Signore sa che in questi delitti chi tace si fa reo; risposi nel modo seguente: Signori tutto questo lo so e l’ho studiato nel presente anno ma io non taccio anzi dico troppo. Dopo che mi aveano incalzato da ogni parte, mi fecero eccitamento dicendomi: Prima è Dio dopo il re ed io risposi troncatamente: Prima è Dio, dopo io, dopo il re. E come, mi dissero subito. Cosa vuol dir questo? Ed io in spiegazione soggiunsi: Prima è Dio, dopo la mia coscienza e dopo il re.  Venni interrogato se sapevo. che il Cadeddu era sortito armato di notte tempo, e che era andato verso i Cappuccini e verso il Carmine: risposi che avevo inteso che alcuni lo videro di notte tempo o verso i Cappuccini, o verso il Carmine, ma che io non credevo nulla. L’attuaro in vece di o scrisse e come se lo avessero visto in uno ed altro luogo, quando io parlai disgiuntivamente, e non eongiuntivamente, e in questo punto abbiamo fatto na disputa non indifferente. Finalmente dopo che risposi negativamente, ed alle risposte affermative aggiungevo il mezzo conciliativo, mi mandarono in San Pancrazio. Mi fu ancora soggiunto, che io avevo visto tutto, e che andavo a perdermi: risposi, che coi miei occhi vedevo io solo, non però gli altri. Il marchese di Villahermosa non vi ebbe parte alcuna è tutto fu una impostura. I dissidi erano se riuscendo l’affare si dovevano dare agl’inglesi ed ai francesi, ed il marchese di Villahermosa non era sciocco da intromettersi in questi partiti: altri  volevano mandar via i piemontesi, né anche per questo partito potrebbe egli ingerirsi in tal’affare. A tutti i partiti era opposto il reverendo Muroni: diceva, che per l’insurrezione vi volevano danari, e loro non ne avevano, e sempre era una cosa pericolosa. Egli propose di far venire sicari dal Capo di Sopra, e togliere di vita per esempio il Roburent, il Botta, ed altri, e così se ne sarebbero andati soli, ed il governo avrebbe processato alcuno dei signori di Castello. Questo era veramente pensare da teologo. Ed aveva egli ragione perchè, diceva, in noi non ci pensano, o credendo che sia tutt’altra persona dei grandi, si procederà contro qualcheduno dei grandi signori… Stando le cose in questi termini, vede bene, che nulla vi aveva da fare il marchese di Villahermosa. Di questo signore non occorre fame menzione alcuna, perchè la famiglia tiene la Carta Reale, colla quale fin da quell’epoca il marchese predetto fu dichiarato innocente. Se desidera qualche altra nozione. di cui possa ricordarmi me ne faccia eccitamento. Sono per anco indisposto: sono oppresso da una fortissima flussione di denti ultimo sfogo, come io credo, della malattia. Mi comandi, e mi creda. Di vostra signoria illustrissima.

Cagliari 30 marzo 1857 Divotissimo servitore ed amico Antioco Pabis

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 Il secondo memoriale domani

 

Fonte: Democrazia Oggi

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