Appunti sulla crisi politica (note a margine dell’ultimo domenicale di Eugenio Scalfari)

Tonino Dessì

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Per una volta mi son preso il tempo di leggere su La Repubblica l’editoriale della domenica di Eugenio Scalfari, cosa che faccio davvero raramente.
Mi ha infatti incuriosito il titolo “L’onda della sinistra contro un leader azzoppato”.
Incuriosito e persino in qualche modo, come spiegherò, allarmato.
Allarmato perché ogni volta che vedo un tentativo di “metter cappello politico” sugli esiti -peraltro incerti- di un vasto e articolato movimento di opinione democratica, temo il contraccolpo su quanti non intendono affatto essere appiattiti sotto quel cappello.
Men che meno se come me, di sicura matrice ideale di sinistra, non si riconoscono affatto in nessuna delle componenti della sinistra e del centrosinistra italiani di questa contemporaneità, PD in primo luogo.
Peraltro non è affatto vero che la reazione al tentativo di colpo di mano di Salvini abbia visto la sinistra e il centrosinistra politici assumere alcuna guida consapevole del sentimento sociale e di opinione che ha incrinato quel tentativo di colpo di mano.
Nel sistema politico quel tentativo al momento si è infranto anzitutto sullo scoglio dei rapporti di forza parlamentari.
Lega e centrodestra non avevano vinto le elezioni del 4 marzo 2018 e in Parlamento i numeri per imporre soluzioni non ce li hanno.
Se è vero che i sondaggi contingenti in vista di possibili elezioni sembrano assicurare loro un successo, avrebbe dovuto esser del tutto prevedibile che il partito che ha la maggioranza relativa in entrambe le Camere, cioè il M5S, non sarebbe stato disponibile alla liquidazione del proprio 33 per cento da parte di un partito che ha una consistenza parlamentare del 17 per cento.
Nel contempo, la spregiudicata, imprevedibile, ma abilissima apertura di Matteo Renzi a un accordo col M5S per una maggioranza alternativa in questo Parlamento ha sparigliato tutti i giochi, in fondo levando a uno Zingaretti inerte e quasi rassegnato non poche castagne dal fuoco.
Segnamo quindi un punto, intanto, a favore dell’istituzione parlamentare nei confronti di tutte le finora prevalenti tendenze alla sua liquidazione.
C’è da dire che questa ripresa di importanza del Parlamento nel gioco politico-istituzionale ha anche rafforzato un’altra istituzione finora dimostratasi debole, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, tant’è che Conte ha potuto svolgere una funzione politica anche nel laborioso e faticoso -non ancora completato- sblocco della vicenda Open Arms.
Questo aspetto conferma che un Parlamento nella pienezza della sua funzione non contrasterebbe affatto con una funzione forte del Capo del Governo e che forse si potrebbe lavorare, in prospettiva di una riforma, sul superamento del mero ruolo di “primus inter pares” del Presidente del Consiglio dei Ministri, che addirittura è stato ulteriormente indebolito dal trasferimento di poteri a favore del Ministro dell’Interno nel “decreto-sicurezza bis”.
Un rafforzamento della Presidenza del Consiglio che andrebbe ricavato non sottraendo poteri alle Camere a favore del Governo e del suo Capo politico, bensì, in virtù del rapporto fiduciario con le stesse, sottraendoli ai lacci dei vincoli partitici e correntizi interni ai governi di coalizione e tramandati pressoché immutati dalla Prima alla Seconda (e Terza?) Repubblica.
Ma anche questo sarebbe in controtendenza con tutte le elaborazioni istituzionali finora correnti, comprese quelle prevalenti nel centrosinistra. Talchè finora l’unica proposta avente un milieu comune fra M5S, Lega e parte del PD resterebbe invece proprio e solo il taglio tout court del numero dei parlamentari, che dei problemi sopraddetti non ne risolverebbe alcuno, ma ne creerebbe di molti altri sul piano della riduzione oligarchica e partitica della democrazia rappresentativa italiana.
Infine, tornando al nucleo del ragionamento critico dal quale siamo partiti, la reazione antisalviniana sul fronte esterno al Palazzo ha anche alcuni aspetti (fortunatamente) ricorrenti nelle vicende italiane.
Come accadde per Craxi, poi per Renzi, anche nei confronti di Salvini sembra esser scattato un rigetto diffuso verso la figura di Capo aspirante all’esercizio di pieni poteri.
Queste figure godono spesso più di un’immagine enfatizzata dai media, loro favorevoli o loro ostili, che di un impatto realmente accattivante per la gran parte dei cittadini.
Tanto più che la loro esorbitante esposizione quotidiana ne rivela anche i proponimenti ondivaghi, le umoralità, i narcisismi personalistici e le pretese di status privilegiato per se, per famigliari e per famigli che disturbano profondamente le persone comuni, contrastano con l’evocazione del princeps quale antidoto agli oligarchi, non garantiscono neppure quella stabilità di indirizzo, soprattutto economico, cui fondamentalmente la massa mediamente aspira se non aizzata continuamente allo scontro, cosa che tuttavia non si può fare in eterno, pena reazioni in senso contrario.
Al momento perciò è l’articolato e complesso sistema italiano, irriducibile tuttora alla semplificazione volontaristica di qualsiasi matrice ideologico-propagandistica, a reagire alle modalità di apertura della crisi, in fondo chiedendo un riequilibrio, un nuovo provvisorio assestamento.
La sinistra c’entra non in quanto Araba Fenice risorgente, ma in quanto sedimento culturale all’interno di un più vasto sedimento democratico, che, seppur senza rappresentanza, può giovarsi ancora di una Costituzione acciaccata, si, da riforme poco meditate, tuttavia ancora baluardo e garanzia, negli stessi meccanismi istituzionali e nella sacrosanta ripartizione dei poteri fra ordini e soggetti della Repubblica, della stabilità fondamentale del Paese.
Scalfari indica nel suo editoriale (bisogna dargliene atto) alcuni punti programmatici utili anche per una “sinistra”, specie sotto il profilo economico-sociale: taglio del cuneo fiscale, ossia della tassazione sul lavoro e redistribuzione del reddito a favore dei soggetti più esposti alle difficoltà del ciclo economico, misure entrambe da finanziare attraverso il perfezionamento del criterio costituzionale di progressività fiscale.
Concordo: se fossero posti al centro di un possibile accordo fra CSX e M5S per un Governo onesto che gestisca una nuova fase politica ne sarei contento.
Per parlare tuttavia di rilancio di una sinistra ci vorrà più tempo, comunque, anche perché non è che le nostre idee sul tema siano poi così chiare e condivise.
Perciò non mettiamo cappello: facciamo piuttosto tutti il nostro costante dovere di cittadini democratici, rispettandoci fra noi e recuperando il rispetto del Paese verso se stesso e verso la democrazia.
Sarà già tanto.

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Fonte: Democrazia Oggi

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