Palabanda: congiura, rivolta o repressione preventiva?

 Andrea Pubusa

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Palabanda: fu congiura o rivolta rivoluzionaria o altro ancora? In campo ci sono due tesi. Anzitutto è stata avanzata l’ipotesi che a guidare la cospirazione fossero stati uomini di corte molto vicini a Carlo Felice allo scopo di eliminare definitivamente i cortigiani piemontesi e di destituire il re Vittorio Emanuele I, affidando al Principe la corona con un passaggio dei poteri militari dal Villamarina ad altro ufficiale, forse il capitano di reggimento sardo Giuseppe Asquer. Chi poteva incoraggiare e proteggere l’azione in tal senso era Stefano Manca di Villahermosa, per l’ascendenza di cui godeva sia presso il popolo che presso Carlo Felice.E’ questa l’ipotesi di Giovanni Siotto Pintor che scrive: ”La corte poi di Carlo Felice accresceva il fuoco contro quella di Vittorio Emanuele: fra ambedue era grande rivalità, l’una per sistema discreditava l’altra. Villahermosa era avverso a Roburent, e tanto più dispettoso, che gli stava fitta in cuore la spina di essergli stato anteposto Villamarina nella carica di capitano delle guardie del corpo del re. Destava invero maraviglia che i cortigiani e gli aderenti a Carlo Felice osassero rimproverare i loro rivali degli stessi errori, intrighi ed arbitrij degli ultimi tempi viceragli. Pure i loro biasimi trovavano favore nelle illuse moltitudini, che giunsero a desiderare il passaggio della corona di Vittorio Emanuele a Carlo Felice, e la nuova esaltazione dei cortigiani sardi, poco prima abborriti” .

Identica è l’opinione di un altro storico sardo, Pietro Martini che scrive: ”Poiché era rivalità tra le corti del re e del principe, signoreggiata l’ultima dal marchese di Villahermosa, l’altra dal conte di Roburent il quale aveva fatto nominare capitano della guardia il Villamarina, di tale discordia si giovassero per intronizzare Carlo Felice” .

Secondo altri, non di congiura si è trattato ma dell’ultima sfortunata rivolta, che conclude un lungo ciclo di moti e di ribellioni, che assume tratti insieme antifeudali, popolari e nazionali.

A sostegno di questa considerazione si richiama “la gravissima crisi economica e finanziaria che la Sardegna vive sulla propria pelle: conseguenza di una politica e di un’amministrazione forsennata da parte dei Savoia oltre che delle calamità naturali e delle pestilenze di quegli anni: già nel 1811 forte siccità e un rigido inverno causarono nell‘Isola una sensibile contrazione della produzione di grano, ma è soprattutto nella primavera del 1812 che la carestia e dunque la crisi alimentare si manifestò in tutta la sua drammaticità”. Su famini de s’annu dox, ebbe risvolti drammatici come attestato da Pietro Martini, con molti particolari: ”L’animo mi rifugge ora pensando alla desolazione di quell’anno di paurosa ricordanza, il dodicesimo del secolo in cui mancati al tutto i frumenti, con scarsi o niuni mezzi di comunicazione, l’isola fu a tale condotta che peggio non poteva”. Le conseguenze furono micidiali: “strage di fanciulli pel vaiuolo, scarsità d’acqua da bere (ché niente era piovuto), difficoltà di provvisioni per la guerra marittima aggrandivano il male già di per se stesso miserando7.

La crisi fu profonda e non risparmiò alcuno, istituzioni, agricoltori o allevatori, come, con crudo verismo, scrive Giovanni Siotto Pintor: ”Durarono lungamente le tracce dell’orribile carestia; crebbe il debito pubblico dello stato; ruinarono le amministrazioni frumentarie dei municipj e specialmente di Cagliari; cadde nell’inopia gran novero di agricoltori; in pochi si concentrarono sterminate proprietà; alcuni villaggi meschini soggiacquero alla padronanza d’uno o più notabili; i piccoli proprietari notevolmente scemarono; si assottigliarono i monti granatici; e perciò decadde l’agricoltura. Ed a tacer d’altro, il sistema tributario vieppiù viziossi, trapassati essendo i beni dalla classi inferiori a preti e a nobili esenti da molti pesi pubblici”.

Come sempre nella gravi crisi c’è chi si va in miseria e chi si arricchisce: ”Oltreché – osserva il Martini - v’erano i baroni e i doviziosi proprietari i quali s’erano del sangue de’ poveri ingrassati e grande parte della ricchezza territoriale avevano in sé concentrato. I quali anziché venire in aiuto delle classi piccole, rincararono la merce e con pochi ettolitri di frumento quello che rimaneva a’ miseri incalzati dalla fame s’appropriavano. Così venne uno spostamento di sostanze rincrescevole: i negozianti fortunati straricchivano, i mediocri proprietari scesero all’ultimo gradino, gli altri d’inedia e di stenti morivano” .

Insomma esistevano tutti gli ingredienti per progettare un rivolgimento politico. Ancora il Martini mette in luce come la cattiva sorte si accanisca sull‘isola dopo l‘arrivo dei Savoia: “La Sardegna è stata la terra delle disavventure negli anni che vi stanziarono i Reali di Savoia. Non mai la natura le fu avara dei suoi doni come nel tempo corso dal 1799 al 1812. Intrecciatisi gli scarsi ai cattivi o pessimi raccolti,impoverì grandemente il popolo ed il tesoro dello stato. A questi disastri, sommi per un paese agricolo, si aggiunsero la lunga guerra marittima che fece ristagnare lo scarso commercio; le invasioni dei Barbareschi, produttrici di ingenti spese per lo riscatto degli schiavi e pel mantenimento del navile; le fazioni e i misfatti del capo settentrionale dell’isola, rovinosi per le troncate vite e le proprietà devastate e per le necessità derivatane di una imponente forza pubblica, e quindi di enormi stipendj straordinari, di nuove gravezze, e quindi dell’impiego a favore della truppa dei denari, consacrati agli stipendi dei pubblici officiali…In questa infelicità di tempi declamavano gli impiegati: i maggiori perché ambivano le poche cariche tenute dagli oltremarini; i minori perché sospesi gli stipendj, difettavano di mezzi d’onesto vivere…i commercianti maledivano il governo e gli inglesi, ai quali più che ai tempi attribuivano il ristagno del traffico…Ondechè, scadutu dall’antica agiatezza antica, schiamazzavano, calunniavano, maledivano…Superfluo è il discorrere della plebe…Questa popolare irritazione pigliava speciale alimento dalla presenza degli oltremarini primeggianti nella corte e negli impieghi, e che apertamente o in segreto reggevano le cose dello stato sotto re Vittorio Emanuele. Doleva il vederli nelle alte cariche, ad onta della carta reale del 1799, che ammetteva in esse l’elemento oltremarino, purché il sardo contemporaneamente s’introducesse negli stati continentali. Doleva che il re, limitato alla signoria dell’isola, non di regnicoli ma di uomini di quegli stati si giovasse precipuamente nel pubblico reggimento, come se quelli infidi fossero verso di lui, e non capaci di bene consigliarlo. Soprattutto inacerbiva gli animi quel loro fare altero e oltrecotato, quel mostrarsi incresciosi e malcontenti del paese ove tenevano ospizio e donde molto protraevano, indettati con certi Sardi che turpemente gli adulavano, quel loro contegno insomma da padroni” .

E a tutto questo occorre aggiungere le spese esorbitanti della Corte, anzi di due Corti (quella del re e quella del vice re) ambedue fameliche, che, giunte letteralmente in camicia, portarono il deficit di bilancio alla cifra esorbitante di 3 milioni, quasi tre volte l’importo delle entrate ordinarie. Mentre il Re impingua il suo tesoro personale mediante sottrazione di denaro pubblico che investirà nelle banche londinesi.

Di qui il peso delle nuove imposizioni fiscali, che colpivano non soltanto le masse contadine ma anche gli strati intermedi delle città. A tal punto – scrive  Girolamo Sotgiu –  che “i villaggi dovevano pagare più del clero e dei feudatari: ben 87.500 lire sarde (75 mila il clero e appena 62 mila i feudatari) mentre sui proprietari delle città, sui creditori di censi, sui titolari d’impieghi civili gravava un onere di ben 125.000 lire sarde e sui commercianti di 37 mila” .

Così succedeva che “spesso gli impiegati rimanevano senza stipendio, i soldati senza il soldo, mentre ai padroni di casa veniva imposto il blocco degli affitti e ai commercianti veniva fatto pagare il diritto di tratta più di una volta” .

Stan qui – secondo questa tesi - le ragioni della Rivolta di Palabanda: “corposi motivi economici, sociali, politici, insieme popolari, antifeudali e nazionali”, “che in qualche modo univano, in quel momento di generale malessere intellettuali, borghesia e popolo, segnatamente la borghesia più aperta alle idee liberali e giacobine, rappresentate esemplarmente dall’esempio di Giovanni Maria Angioy”. Commercianti e piccoli imprenditori si lamentavano perché “gli incassi erano pochi, la merce non arrivava regolarmente o stava ferma in porto per mesi. Intanto dovevano pagare le tasse e lo spillatico alla regina” .

Se la piccola borghesia era in difficoltà il popolo era in miseria, con “contadini e pastori che fuggivano dai loro paesi e si dirigevano verso le città come verso la terra promessa”, che in realtà era alla fame nei quartieri popolari. E così “cresceva l’odio popolare contro il governo e si riponeva fiducia in coloro che animavano la speranza di un rinnovamento” .

Di qui – secondo Salvatore Cubeddu - la rivolta: che non a caso vedrà come organizzatori e protagonisti avvocati (in primis Salvatore Cadeddu, il capo della rivolta. Insieme a lui Efisio, un figlio, Francesco Garau e Antonio Massa Murroni); docenti universitari (come Giuseppe Zedda, professore alla Facoltà di Giurisprudenza di Cagliari); sacerdoti (come Gavino Murroni, fratello di Francesco, il parroco di Semestene, coinvolto nei moti angioyani); ma anche artigiani, operai, e piccoli imprenditori (come il fornaciaio Giacomo Floris, il conciatore Raimondo Sorgia, l’orefice Pasquale Fanni, il sarto Giovanni Putzolo, il pescatore Ignazio Fanni). Insieme a borghesi e popolani alla rivolta è confermata la partecipazione di molti  studenti e militari”. Inoltre: “Tutto il battaglione detto di «Real Marina», formato di poco di gran numero di soldati esteri…dipartita colli suddetti insurressori per aver dedicato il loro spirito” .

Orbene, secondo questa opinione, “ridurre questo variegato movimento a una semplice congiura e a intrighi di corte pare una sciocchezza sesquipedale. Una negazione della storia” (Salvatore Cubeddu).

Questa posizione è ripresa e sviluppata da Francesco Casula (“Carlo felice e i tiranni sabaudi“), con dovizia di argomenti e buon senso nella parte in cui mette in dubbio la vulgata della congiura. Egli smonta l’ipotesi secondo cui l’Avv. Salvatore Cadeddu e gli altri del club di Palabanda agissero nel contesto di intrighi e scontri di palazzo, all’interno della Corte sabauda. Insomma nega che fossero a favore di Carlo Felice contro il re Vittorio Emanule I. Su questo punto ha ragione Lorenzo Del Piano: se dopo due secoli questa tesi non è stata avvalorata da alcun documento, questo basta a dire che è infondata. E’ più probabile che qualcuno dell’entourage del re abbia voluto utilizzare ex post l’episodio strumentalmente per un regolamento di conti interno al palazzo: Villamarina, più vicino al re, contro Villahermosa, legatissimo a Carlo felice, per capirci. Di questo tentativo di utilizzo postumo della vicenda c’è un riscontro nella relazione che sui fatti fece a metà dell’800 Antioco Pabis, precettore nella casa del fratello di Salvatore Cadeddu, Giovanni, condannato all’ergastolo per i fatti di Palabanda. Lo scritto, ritrovato da Francioni nell’archivio di Sassari fra le carte del deputato Francesco Sulis, è riportato nell’appendice della sua Per una storia segreta della Sardegna fra Settecento e Ottocento ). In esso Pabis narra delle pressioni subite negli interrogatori cui fu sottoposto durante la carcerazione, mentre era in corso la repressione contro Cadeddu e compagni. Gli si voleva far dire, evidentemente per conto del Villamarina, che Villahermosa era coinvolto nella “emozione”.Niente congiura, dunque. Casula e Cubeddu in questo senso indicano elementi difficilmente contrastabili: il gruppo, che si riuniva in casa Cadeddu nell’orto di Palabanda, non era formato da intellettuali interni alle dinamiche della corte; erano personalità di primo piano, protagonisti nei moti angioyani e ancor prima nello “scommiato” dei piemontesi del 28 aprile 1794. Non erano però isolati, autoreferenziali. Al contrario, avevano solidi legami col popolo cagliaritano dei quartieri per il tramite di alcuni validi e sperimentati capipopolo che facevano parte del loro club: Raimondo Sorgia (conciatore), Giovanni Putzolu (sarto), il pescatore Ignazio Fanni e il panettiere Giacomo Floris, per citare i più noti I primi due impiccati gli altri condannati duramente per i fatti di Palabanda. Insomma - come già documentato da Francioni - emerge un fronte democratcio organizzato e ramificato tramite i sanculotti locali, incompatibili con intrighi di palazzo, e invece meglio comprensibili in una prospettiva insurrezionale. E’ noto, d’altronde, che nel 1812 esistevano almeno tre fattori di grande rilievo a spingere verso una sollevazione: su famini de s’annu doxi, la costituzione di Cadice, la costituzione siciliana concessa dai Borbone trasferitisi a Palermo per l’occupazione dei napolenici del regno di terraferma.

Insomma, era tempo di fermenti e molte ragioni, interne ed esterne, inducevano a credere maturo il momento del passaggio all’azione. Secondo la versione popolare, tramandata dagli storici, nella tarda serata del 30 ottobre un centinaio di uomini erano adunati nei campi, nei dintorni dell’attuale Piazza del Carmine. Prima di passare all’azione, si racconta che Giacomo Floris avrebbe deciso di andare in avanscoperta, ma sarebbe stato fermato da un drappello di dragoni. Tornato indietro, avrebbe riferito che la porta di Sant’Agostino, da dove i rivoltosi dovevano penetrare in Castello con la complicità delle guardie, era sotto stretta sorveglianza e pertanto era opportuno ritirarsi e non farsi scoprire.

Qui sorge il secondo quesito: non fu congiura, ma fu rivolta? Chi opta per questa tesi, lo fa fondandosi sulla gravità della sutuazione economico-sociale, come abbiamo visto. Ma una crisi per quanto profonda non prova l’esistenza di una rivolta. Perché l’insurrezione ci sia occorre ch’essa si svolga. Qui invece, secondo la stessa vulgata, ci sarebbe stato il più classico dei “rompete le righe, tutti a casa“. Ma non pare ci sia stata neanche questa ritirata di uomini pronti a passare all’azione. Non ci sono prove in tal senso. Del resto, non sembra credibile che quella notte, vicino alla porta di Castello, fossero stati radunati uomini decisi a combattere. Sembra troppo esile la ragione della desistenza da un’azione accuratamente preparata. Se veramente a Marina, Stampace e Villanova il popolo era pronto a passare all’azione quella notte del 30 ottobre, come mai non si mosse? Possibile che il semplice incontro da parte del Floris di una pattuglia in perlustrazione abbia indotto a rimandare a casa i convenuti? Fra l’altro, c’era anche un contingente di marina pronto a sostenere l’insurrezione. Inoltre, sul modello siciliano, gli inglesi (che facevano il blocco navale ai francesi) volevano quantomeno imporre una costituzione capace di temperare il feroce assolutismo sabaudo e parare così l’avanzata anche solo ideologica di Napoleone. Insomma, come è poco credibile la tesi dell’intrigo, lo è altrettanto quello della rivolta. Ciò non esclude che sia vera la notizia di una soffiata al re ed al colonnello Villamarina ad opera dell’avvocato del fisco Raimondo Garau, ma forse si trattò solo di informazioni sulle discussioni in casa Cadeddu a Palabanda. Il Villamarina, d’altra parte, la mattina del 31 ottobre non mostra alcuna preoccupazione a farsi vedere in pubblico senza particolari cautele se è vero che giunse a tiro del Putzolu, che manifestò l’intenzione di sparargli, suscitando la contrarietà dei suoi compagni. Un atteggiamento questo del Villamarina, capo delle regie milizie, poco compatibile con uno stato d’assedio. Analogamente Gaetano Cadeddu - secondo quanto si legge nella biografia scritta da Brundo - pochi giorni dopo il 30 ottobre lascia Quartu e si reca in Castello in pieno giorno e senza cautele. Non proprio il comportamento di chi sa di aver partecipato ad un tentativo di insurrezione armata. Insomma, stando ai fatti, è forse improprio parlare perfino di tentativo di rivolta, che presuppone l’esistenza di una fase almeno iniziale dell’azione, che invece non ci fu. Una conferma di questa ipotesi proviene ancora dal primo memoriale di Antioco Pabis, che, nel raccontare i suoi interrogatori a partire dalla notte del 15 gennaio 1813, dice che “l’oggetto principale” di essi “era quello di far risultare la tentata insurrezione“. In altri termini a due mesi e mezzo dal fatidico 30 ottobre gli inquirenti non avevano nemmeno la prova del tentativo della sollevazione.

E allora? Allora sembra più plausibile l’ipotesi che la rivolta fosse in discussione, ma non ancora in fase di esecuzione. E più probabile che invece il re e Villamarina giocarono d’anticipo. Avendo notizia o sospetto di preparativi. O forse più semplicemente, convinti che la carestia e il malcontento popolare avessero raggiumto livelli di rottura, che le notizie dalla Spagna e dalla Sicilia rendessero possibile una sommossa, intervennero preventivamente a tagliarne la testa, arrestando, giustiziando e mandando in galera i possibili capi, ossia i ben noti democratici cagliaritani, intellettuali e sanculotti. Non una congiura, certamente, ma neppure una rivolta. Una repressione preventiva, brutale e sanguinaria: l’eliminazione con le forche e la galera della testa intellettuale e delle gambe popolari della possibile e imminente rivolta. In questa direzione spingono tutti i comportamenti dei Savoia, ben documentati nel libro di Casula: la macelleria sabauda entrava in azione preventivamente, a prescindere da prove e da processi. Un caso esemplare è quello di Vincenzo Sulis, il capo-popolo molto legato al re e alla corte. Fu lui, organizzando una milizia popolare, a battere sostanzialmente i francesi quando tentarono lo sbarco a Cagliari e fu lui a far venire i Savoia in Sardegna fornendo loro una difesa con le sue milizie e perfino piatti e posate quando sbarcarono a Cagliari. Eppure furono i Savoia a imprigionarlo senza processo nella torre di Alghero e dopo vent’anni, benignamente, a mandarlo all’ergastolo a La Maddalena, dove morì. E sapete quale fu la sua colpa? Fidarsi dell’amicizia e della confidenza accordatagli dal duca d’Aosta, il futuro Vittorio Emanuele I. A lui Sulis - come già detto - mostrò una lettera di Napoleone che gli prometteva onori e ricompense se gli avesse aperto le porte dell’Isola. Pensando di comprovare al principe sabaudo l’assoluta e disinteressata fedeltà, già mostrata sul campo nel respingere i francesi, si scavò invece la fossa. Solo la paura che un capopolo come Sulis potesse mutare opinione nei confronti dei francesi, senza che peraltro ce ne fosse neppure il più lontano indizio, indusse i Savoia a farlo fuori condannandolo alla sua infelice e barbara carcerazione perpetua.

Probabilmente la tesi qui avanzata toglie a Palabanda quel carattere romantico, che sempre i fatti rivoluzionari hanno. Ma non sminuisce il valore di quei combattenti, il cui martirio testimonia della loro grande determinazione nella lotta per un’evoluzione democratica della Sardegna. Se ancora oggi parliamo di Palabanda e traiamo da quei fatti stimolo per l’azione democratica, paradossalmente possiamo dire che quella rivolta, mai iniziata, in realtà non si è neppure mai interrotta.

 

Fonte: Democrazia Oggi

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