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I sanculotti nella Sarda Rivoluzione

Andrea Pubusa

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Il corso dei rivolgimenti sardi dal 1793 in poi in Sardegna e a Cagliari non furono l’esito dell’iniziativa dei soli ceti privilegiati e dell’intellettualità professionale. Erano in campo anche i ceti popolari, gli artigiani, i piccoli bottegai, gli impiegati, in una parola quella componente sociale dei sommovimenti di quegli anni, che è passata alla storia come sanculotteria. I sanculotti sardi compaiono in molti episodi di lotta urbana, anzitutto contro il carovita e costituirono l’ala più radicale del movimento. A Cagliari come a Parigi i sanculotti erano capillarmente organizzati nei quartieri e costituivano in certo senso la base e la forza dirompente della spinta democratica. In Francia furono loro i protagonisti delle “giornate rivoluzionarie” del 5 ottobre 1789, che impose il trasferimento del re e del parlamento a Parigi, e del 10 agosto 1792, che determinò l’arresto di Luigi XVI e la fine della monarchia. Furono i più convinti sostenitori della politica del Terrore condotta da Robespierre. Com’è noto, la parola sanculotto significa “senza coulotte” (dal francese sans-coulottes), ed aveva una senso dispregiativo, perché riferito componenti delle classi più umili che indossavano i pantaloni lunghi (portati dai popolani) anziché i pantaloni al ginocchio (culottes), usati da nobili e borghesi.

In Sardegna, sul modello delle corporazioni di mestiere spagnole, le associazioni di mestiere erano chiamate gremi e riunivano contadini, sarti, falegnami, carreggiatori, scarpai, muratori, ferrai, vasai, bottai, fabbri e armaioli. Il nome gremio, ancora oggi in uso, deriva dall’espressione “in gremio” ed indica il mettersi “in grembo”, ossia sotto la protezione di uno o più Santi patroni. Non a caso le assemblee degli associati si tenevano nella chiesa del Santo patrono. Lo statuto dettava norme per la costituzione, l’amministrazione, i doveri religiosi, la disciplina professionale, gli esami per i nuovi soci, le controversie di lavoro, le norme per la conservazione dei libri amministrativi e contabili e la cura delle cose necessarie alle cappelle. Ogni associato era vincolato al rispetto di molteplici doveri religiosi, morali e sociali, poiché il principio di mutualità tra i soci era alla base del gremio. Dunque si trattava di associazioni ben strutturate e munite di un patrimonio, frutto anche di donazioni e lasciti, con dirigenti stabili, aduse alle assemblee e dunque facilmente mobilitabili in caso di necessità. I componenti, in ragione dell’esercizio dei rispettivi mestieri, avevano ampie relazioni sociali e radicamento popolare nei quartieri. Erano dunque uno strumento potente di mobilitazione popolare in caso di rivendicazioni economiche e facili alla radicalizzazione politica. Ecco perché anche a Cagliari fu decisivo il ruolo degli artigiani sopratutto nel periodo che va dal vittorioso scommiato dei piemontesi del 28 aprile 1794 alle sommosse del 6 e del 22 luglio 1795. In queste ultime furono trucidati l’intendente generale di finanza Girolamo Pitzolo ed il generale delle armi, il marchese Gavino Paliaccio, capi dello schieramento controrivoluzionario. In quelle vicende “i gruppi membri delle antiche corporazioni” espressero una forte soggettività politica e “non furono subalterni ad altre componenti sociali e segnatamente al ceto professionale cagliaritano, pur egemone in quella fase” (Francioni).

L’epicentro dell’insurrezione cagliaritana fu il quartiere di Stampace, da cui partirono i maestri artigiani, lavoratori di bottega e disoccupati per dar vita all’emozione cagliaritana del 28 aprile 1794, che si concluse con lo scommiato dei piemontesi. L’insurrezione ha come protagonista un personaggio di rilievo in tutti i sommovimenti cagliaritani fino al 1812, il conciatore mastro Raimondo Sorgia, che guidò i popolani per le strade, chiamandoli alle armi e incitandoli nell’assalto al Castello. Furono insomma gli artigiani dei gremi l’asse portante del sommovimento. C’era anche Giannangelo Floris, vasellaio, che aveva raccolto dai negozianti 1400 scudi per sostenere 30 uomini per l’attacco a Porta Stampace. Sorgia, Floris e Putzolu, sarto, sono i tipici dirigenti popolari, che acquistano attitudine alla direzione e al comando prima come dirigenti dei gremi e poi nella partecipazione ad eventi in cui rappresentano o dirigono masse popolari. Non è un caso che Sorgia, conciatore, viene nominato da Vincenzo Sulis comandante di un battaglione di miliziani. Quindi la partecipazione degli artigiani all’emozione del 28 aprile non fu frutto di un’aggregazione spontanea (la fila davanti ai forni per il pane e simili), ma di organizzazione stabile e risalente.

L’acutizzarsi dei conflitti sociali e politici vedeva i capi artigiani e popolari partecipare spesso in delegazione alla Reale Udienza (il massimo organo giudiziario sardo) o agli Stamenti (l’antico parlamento dei tre ordini, rivitalizzatosi dopo l’attacco francese a Cagliari). Avevano rivendicazioni ed erano organizzati per chiederne la soddisfazione. Ricorda Sulis nella sua autobiografia che gli affittuari di case da tanto tempo ne rivendicavano la proprietà, perché cumulando i canoni d’affitto risultava che avevano corrisposto ai proprietari il valore del bene. Ma non mancavano obiettivi più generali. Dice sempre Sulis: “comparivano di mano in mano tutte le arti dicendo che la Sardegna poteva da sé stessa sussistere, e così che non si dasse commercio nella Sardegna a nissuna nazione estera“. Quindi tutti i piccoli produttori, dall’agricoltore all’allevatore ai filatori, ipotizzavano uno sviluppo con l’incremento della produzione e del mercato interno. Nasceva un progetto ingenuamente autarchico e vagamente autonomista: “la Sardegna non aveva bisogno degli altri paesi per vivere e sussistere; poteva sussistere senza il commercio coi forastieri che ogni anno la spogliavano di grano, formaggio e di tutto quanto …“. Queste rivendicazioni sono confermate dal Manno, il quale vedeva in esse “l’irraggiare di qualche principio sociale buono ad intendersi le menti dei sansimoniani nostri di quel tempo“. Ma ciò che lo storico stigmatizzava era “quella furia popolare, non mai governata da autorità vigorose, trapassava perfino qualche volta ad insania”. E’ la classica violenza popolare, che a Cagliari per esempio conduce all’uccisione di Girolamo Pitzolo e Gavino Paliaccio, e a Parigi portò all’assalto alla Bastiglia.

Una conferma dell’organizzazione di queste masse viene offerta dalle assemblee parrocchiali del 1794 a Cagliari, secondo la tradizione dei gremi di riunirsi, ciascuno, nella chiesa del proprio santo patrono. Il 7 luglio nella Chiesa di S. Giorgio a Stampace sono presenti 110 persone, fra le quali figurano il Floris e Potito Marcialis, non a caso protagonisti nel 1812 di Palabanda. Nello stesso giorno nella Chiesa di S. Eulalia a Marina i presenti sono 188, con molti artigiani, negozianti, bottegai. A S. Giacomo in Villanova si incontrarono 158 persone. Se è vero - come nota Francioni - che in queste assemblee l’egemonia fu dei ceti professionali è anche vero ch’esse “funzionarono, per gli appartenenti ai gremi, anche come palestra di educazione politica“, benché occorra precisare che i gremi si riunivano abitualmente nelle chiese dei patroni e perciò avevano una dimestichezza con le assemblee e gli incontri di massa. E benché, in quell’occasione, l’argomento centrale fosse la questione degli impieghi, è anche vero che la discussione investì pure temi d’interesse popolare. Ciò che è rilevante è che tale modalità di organizzazione popolare delle rivendicazioni è di per sé un moltiplicatore, perché insegna che insieme si può esprimere un antagonismo vincente  verso potere centrale.

E’ in questa ginnastica assembleare che troviamo le basi dei fatti del 1812. A Palabanda c’era la miglior intellettualità democratica cagliaritana, ma anche le avanguardie popolari, Sorgia, Putzolu e Floris, non semplici artigiani, ma veri e propri dirigenti del movimento popolare, radicati nella città e nei propri quartieri, autorevoli e prestigiosi per la loro presenza da protagonisti alle battaglie del ventennio trascorso. Non è un caso ch’essi vengano colpiti ed eliminati e non è un caso che i primi a finire sulla forca furono proprio Sorgia e Putzolu: la repressione doveva colpire chi organizzava il popolo e lo guidava con consapevolezza politica a sapienza pratica. 

 

 

 

 

 

Fonte: Democrazia Oggi



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