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Salvatore Cadeddu e Raimondo Sorgia: l’intellettuale e l’artigiano, simboli di Palabanda

Andrea Pubusa

 

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Tra Salvatore Cadeddu e Raimondo Sorgia a prima vista c’è poco in comune. Grande intellettuale il primo, modesto artigiano il secondo. Eppure sono accomunati da tante cose. Anzitutto dalla morte: entrambi impiccati nel 1813 per la c.d. congiura di Palabanda. E quando gli uomini sono accomunati nella morte, vuol dire che anche le loro vite erano intrecciate, e non per questioni secondarie. E così fu anche per l’avvocato Cadeddu e il mastro conciatore Sorgia. Furono i moti popolari della Sarda Rivoluzione ad unirli e fu il comune impegno per la democrazia a perderli.

Entrambi fra i partecipanti con funzioni dirigenti ai sommovimenti del 1794 che portarono allo scommiato e a quelli dell’anno successivo contro il carovita. Entrambi sostenitori di Giomaria Angioy nel 1796. Entrambi dirigenti del popolo cagliaritano.

Cadeddu è “Contadore” della città di Cagliari dal marzo del 1773, procuratore della città di Alghero, membro dello Stamento reale. E’ nominato nel 1795 primo consigliere civico, carica che dà diritto ad essere prima voce dello Stamento reale, in sostituzione del dottor Raimondo Lepori, sospeso dall’incarico per aver fatto mancare il pane nei quartieri della Marina e di Villanova.

Sorgia svolge un ruolo di primo piano già nel respingimento dei francesi nel 1793 come “Ajutante di Campo del Corpo delle tre Cavallerie Mìlizìane” dei sobborghi della Marina, di Stampace e di Villanova, e merita “il gradimento di chi presiedeva al governo, ed all’ispezione sugli affari di guerra”. E’ in prima fila anche nell’emozione popolare del 28 aprile 1794 per l’espulsione i piemontesi dalla Sardegna. Mostra anche in quelle circostante molta applicazione; infatti, esegue “con vero patriotico zelo, non disgiunto dall’attaccamento all’augusta persona del Sovrano, ed al suo maggior servizio” tutte le incombenze che gli sono affidate all’oggetto di conseguire la tranquillità già turbata in questa Capitale, avendo anche servito di V. Comandante nelle milizie urbane della Marina senza stipendio alcuno”. Guida il popolo nelle richieste autonomistiche e diventa suo portavoce nello Stamento reale, e qui si incrocia con Salvatore Cadeddu che dello stesso Stamento diviene prima voce. Milita nel partito patriotico-democratico e il I° maggio 1794, con l’avvocato Efisio Luigi Pintor, propone l’adozione di un pregone con l’indulto a tutti i partecipanti all’emozione; la possibilità per alcuni rappresentanti del popolo di assistere alle riunioni stamentarie “acciocché sia consapevole di tutto quello che si tratta e si risolve, e si ordina”; la comunicazione agli Stamenti di quanto deliberato dalla Reale Udienza “onde concordare ne’ termini che dovrebbero essere i più onorevoli alla Sarda nazione e i più espressivi della fedeltà della medesima verso l’Augusto Regnante, e sua reale Famiglia”, ed infine la compilazione da parte della R U. di un registro ” di tutte le provvidenze che si danno”.

Sorgia, come esponente del partito patriottico, ha dalla Reale Udienza incarichi delicati e di fiducia, espressione della sua autorevolezza presso i ceti popolari.

Nello stesso mese di maggio del 1794 la Reale Udienza, su richiesta dello Stamento militare, gli affida l’incarico di provvedere nel quartiere della Marina al ritiro delle armi sottratte il 28 aprile ai soldati del reggimento Schmid, mentre il Pintor avrà la stessa incombenza per Stampace, l’avvocato Pala ed il figlio per Villanova, ed il visconte di Flumini per il Castello. E sempre lo Stamento militare propone, per non lasciar disarmati i popolani che dovranno costituire le milizie urbane, che vengano loro distribuiti i fucili che si trovano nei regi magazzini. Sempre in quel maggio vengono consegnate “al Sig. Tenente Colonnello Sorgia … la quantità di duemila cartuccie per i paesani, un cartoccio di polvere fina, ed un pane di piombo per formar palle di varia qualità, come dall’unita richiesta segnata dal riferito Sig. Sorgia, visata dal Generale” marchese di Neoneli. In giugno è “incombenzato della formazione del nuovo fortino di Sant’Elia” e gli si consegnano scudi 603 per pagare il materiale e gli operai.

Nel luglio del 1795 sottoscrive, con altri esponenti della Marina, la Rappresentanza inviata dagli Stamenti al re sull’occorso in Cagliari del 6 luglio, ed il Ragionamento giustificativo sugli avvenimenti dello stesso mese. E’ incluso per l’anno 1796 nella terna per la scelta del secondo sindaco della Marina. In ricompensa dei servizi prestati “in diverse occasioni, ed in critiche circostanze” il I° febbraio dello stesso anno gli viene conferita la nomina di “Direttore ed Ispettore provvisionale dei fortini eretti in questa città, non meno che nei suoi contorni col titolo di V. Comandante delle Milizie della Marina, coll’annesso salario di scudi cento cinquanta sardi…”. Tale incarico gli è confermato, con lo stesso stipendio, il 27 maggio 1799 “fino ad altra N.ra provv.za … durante la di lui servitù, ed a nostro beneplacito”.

Con questi trascorsi Sorgia condivide con Cadeddu i sospetti e l’ostilità del partito dei reazionari. Cadeddu è incluso negli elenchi dei “giacobini” trovati in casa del marchese della Planargia il 6 luglio 1795, tra i capi dell’emozione del 1794 e tra i membri dello Stamento reale che sostengono i capi rivoluzionari nel “promuovere l’Anarchia”; in un altro elenco di soggetti pericolosi l’avvocato è indicato, con “tutta la Giunta dello Stamento reale, come appartenente al partito del dottor Cabras”. Sottoscrive il 31 dello stesso mese per lo Stamento cui appartiene, insieme al marchese di San Filippo che firma per lo Stamento militare, una lista di 29 persone sassaresi pericolose che vengono proposte per l’arresto. E’ contrario alla richiesta presentata al viceré 1’8 giugno 1796 dagli ex democratici per la destituzione di Angioy e non firma l’elenco di sospetti di giacobinismo inviato al Vivalda il 13 giugno.

Anche Sorgia è tenuto d’occhio dal generale della Planargia e dall’intendente Pitzolo, e il suo nome compare più volte nelle carte sequestrate in casa del generale il 6 luglio 1795, nelle quali è annoverato tra i soggetti pericolosi e fra i capi dell’emozione del 1794, con un’attenuante: la sua partecipazione alla sommossa non aveva lo scopo di introdurre i francesi, pensiero che ossessionava il generale devotissimo al sovrano, “ma solo per dominare”, per sete di potere. In un altro appunto dell’ottobre 1794 si parla di un parere su una sua supplica e, annota il notaio Todde che classifica i documenti, che il parere, “benché sia favorevole è però alquanto velenoso, poiché lo caratterizza per uno dei principali autori dell’emozione del 1794″; un altro parere del mese successivo è a lui contrario. Ed ancora è registrata una “parlata” contro il generale, la nobiltà e il governo, “che supponesi da lui fatta nel caffè di Carboni”, il caffettiere che dopo il 15 aprile 1793 aveva offerto lire 2 e soldi 16 per opere di difesa contro i francesi. Insomma Sorgia e Cadeddu sono nelle liste nere dei democratici da controllare e possibilmente reprimere.

Era naturale che Cadeddu e Sorgia, con questi trascorsi, dovessero ritrovarsi nel podere di Palabanda a riflettere sul che fare in quel fatidico annu doxi, s’annu de su famini, insieme a tanti altri democratici dei quali è rimasta memoria nelle carte: gli avvocati Gerolamo Boi, Efisio Luigi Carrus, Stanislao Deplano, Francesco Garau, Antonio Massa Murroni, Giuseppe Ortu; i tre figli di Salvatore Cadeddu ed il fratello di questi Giovanni; il sacerdote Gavino Muroni; il professore Giuseppe Zedda; il padre Paolo Melis delle Scuole Pie; Antonio Cilocco, fratello del notaio Francesco, ed Efisio Frau; i fratelli Giuseppe, Ignazio e Pasquale Fanni di Sant’Avendrace; lo scultore Paolo Frassetto; gli artigiani e gli operai Giacomo Floris, Potito Marcialis, Salvatore Marras, il sarto Giovanni Putzolu, e molti altri sconosciuti. Anche le vite di costoro sono intrecciate da tante azioni e pensieri comuni nella mobilitazione di quegli anni per lo sviluppo della democrazia in Sardegna. Riunendosi nell’orto di Palabanda pensavano di dover riprendere l’iniziativa dal basso e dare vita a un moto insurrezionale, rimettendo in campo le forze popolari, come nel 1794. E questa loro coerenza democratica li accomunò nelle condanne a morte e nella forca, nelle condanne all’ergastolo e alla galera, vittime illustri, di parte intellettuale e di parte popolare, della repressione sanguinaria dei Savoia.
Di Raimondo Sorgia sappiamo che dignitosamente affrontò il patibolo con Giovanni Putzolu. Di Salvatore Cadeddu ci è rimasto un ricordo dello storico Martini, che ci dice di quale tempra fosse il padrone di casa di Palabanda: “Amato come egli era e riverito dai concittadini, per la gravezza degli anni, per le cariche onoratamente coperte nel liceo e nel municipio, per la gentilezza dei modi, per le pratiche divote e per la fama costante di buon cittadino, non fuvvi uomo d’animo sensitivo che non ne compiangesse l’infortunio, in quel giorno sopratutto che perdette miseramente la vita”.

 

Fonte: Democrazia Oggi



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