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Reddito, infrastrutture e reti di servizi di base universali per una “vita buona” della comunità

Gianfranco Sabattini

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Il “Collettivo per l’”Economia fondamentale”, composto da economisti di vari Paesi e facente capo all’Università di Manchester, ha dato alle stampe, per i tipi dell’”Einaudi”, un volume dal titolo “Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana”. Diversi autori hanno collaborato alla stesura del testo, coordinati da Mick Moran e Karel Williams: il primo (morto nel 2018) era professore emerito di Economia pubblica presso la Manchester Business School, mentre il secondo è professore di Economia contabile e politica presso la stessa Manchester Business School. Entrambi facevano parte del “Gruppo di ricerca di Manchester Capitalism” operante presso la Università di Manchester.
Mick Moran e Karel Williams sono stati “assistiti e stimolati” nel loro lavoro da Julie Froud (professoressa di Financial innovation, anch’essa presso la Business School dell’Università di Manchester), Sukhdev Johal (professore di Contabilità e strategia presso la Queen Mary University di Londra) e Angelo Falerno (docente di Sociologia economica e del lavoro presso l’Università del Salento).
Per esplicita dichiarazione degli autori, il libro è stato scritto per sviluppare “l’idea – decisamente trascurata negli approcci consolidati all’economia, alla società e alla politica – che il benessere dei cittadini […] dipenda non tanto dai consumi individuali, quanto dal consumo sociale di beni e servizi essenziali, ovvero dallo stato di salute di quella che chiamiamo economia fondamentale: l’acqua, i sevizi bancari di prossimità, le scuole, gli istituti di cura e via dicendo”. L’oggetto di studio dell’economia fondamentale è, dunque, tanto vasto da includere, non solo i cosiddetti beni pubblici “puri” (il cui consumo è indivisibile e non-escludibile), ma anche i cosiddetti beni comuni (di proprietà collettiva e di uso civico da parte dii una specifica comunità); per l’inquadramento unitario dei problemi riguardanti quest’ampia categoria di beni sociali (intesi come beni il cui consumo, anche se effettuato individualmente, arreca un beneficio indistintamente a tutti i membri del sistema sociale), conviene partire dalla sistematizzazione che dei beni sociali fornisce la teoria economica del settore pubblico, nonché quella della finanza pubblica.
Secondo questa sistematizzazione, i beni sociali sono quei beni (e servizi) il cui consumo si riferisce al totale consumato da un’intera comunità di individui secondo una condizione di “parità” e non di “somma”, come avverrebbe in quest’ultimo caso, coi beni privati (il cui consumo è individuale ed escludibile). In altri termini, il consumo dei beni sociali avviene sulla base della percezione di “uno stato di bisogno indivisibile”, presunto comune a una “collettività di soggetti”, nel senso che il consumo dei beni sociali da parte di un singolo soggetto avviene sulla base dell’assunto che il suo stato di bisogno sia avvertito congiuntamente da tutti i componenti la comunità. Questo assunto implica, perciò, che la percezione dello stato di bisogno di ogni singolo individuo origini da una “comunione di stati di bisogno della stessa natura”, che viene soddisfatta sulla base della presunta esistenza di rapporti diretti e di reciprocità tra i diversi soggetti che costituiscono la società.
Le modalità di consumo dei beni sociali rispetto a quelli privati comportano – come affermano Mick Moran e Karel Williams – che, mentre i consumi privati dipendono dal reddito di ciascuno, i consumi sociali dipendono anche “dall’esistenza (e dalla qualità) di infrastrutture e di sistemi di distribuzione; apparati che non si creano e non si rinnovano in maniera automatica”. Ciò comporta che il ruolo primario e distintivo delle politiche pubbliche debba essere sempre finalizzato ad assicurare l’accesso ai beni sociali disponibili per tutti i cittadini, attraverso la realizzazione di appropriate infrastrutture e reti di distribuzione. Se lo scopo delle politiche pubbliche è quello di creare le condizioni necessarie per il benessere dei cittadini – affermano Mick Moran e Karel Williams - allora esse (le politiche pubbliche), a tutti i livelli territoriali (locale, regionale, nazionale, europeo), “devono essere riorientate sul consumo di beni e servizi fondamentali e su garanzie universali di accesso e di qualità”.
Esiste anche un’altra ragione per cui il consumo di beni e servizi fondamentali (cioè il consumo dei beni sociali) deve essere garantito da un’efficiente rete infrastrutturale di distribuzione. Il benessere delle persone non dipende solo dal reddito individuale, né può dipendere dall‘attuazione di politiche ridistributive finalizzate a migliorare le condizioni reddituali di ognuno; ciò perché, secondo i teorici dell’economia fondamentale, “neanche il più alto reddito individuale può assicurare l’accesso a beni e servizi fondamentali che non siano fruibili collettivamente”, nel senso di un loro possibile potenziale e universale consumo.
L’economia fondamentale, perciò, secondo il Collettivo di Manchester, si sta sviluppando come ricerca delle soluzioni migliori per soddisfare la potenziale domanda dei beni sociali ritenuti di particolare importanza per la vita delle persone, proprio in considerazione del fatto che essi (i beni sociali) si caratterizzano per la loro “indivisibilità”, la “non-esclusione dall’uso generale” e la “non-assoggettabilità ad un prezzo quale corrispettivo del loro consumo”.
Tuttavia, vi sono molte incertezze sulle politiche pubbliche necessarie ad assicurare l’accesso al consumo dei beni sociali; fatto, questo, che rende problematico il rapporto fra economia fondamentale e studio delle modalità di accesso al consumo dei beni sociali da parte dei cittadini. Si tratta di incertezze che devono essere risolte quanto prima possibile, al fine di evitare che i beni sociali abbiano a “subire le pene” della cosiddetta “tragedia dei commons”, per essere essi, a causa delle incertezze che gravano sui contenuti delle politiche pubbliche da attuare, costantemente esposti al pericolo di un sovraconsuno o di una sottoutilizzazione.
A tal fine, il “Collettivo” sostiene la necessità che la definizione della “cittadinanza”, intesa come comunità fruitrice dei beni sociali, non possa essere formulata in “termini di diritti”; ciò perché occorre considerare che i diritti, non solo cambiano da contesto a contesto, ma anche all’interno di ogni singolo contesto, nel senso che, una volta concessi, non è detto che essi (i diritti) siano destinati a valere per sempre. L’esperienza insegna, sostengono i teorici dell’economia fondamentale, che non è più possibile “dare per scontato, come faceva Thomas Hunphrey Marshall [autore di “Cittadinanza e classe sociale], che i cittadini godranno di diritti sempre più ampi, secondo un processo di evoluzione storica naturale”. Secondo il Collettivo di Manchester, Marshall considerava la comunità come esito dello “sviluppo della cittadinanza” tramite progressiva espansione dei diritti, a partire dai “diritti civili” del XVIII secolo, passando per i “diritti politici” del XIX, per arrivare poi ai “diritti sociali” del XX secolo.
Al contrario, per i teorici del “Collettivo”, la cittadinanza-comunità non consiste nell’insieme dei diritti esistenti in un dato momento e legati a un determinato territorio, ma nell’insieme delle politiche idonee a garantire, innanzitutto la soddisfazione degli stati di bisogno essenziali per la vita delle persone e per lo sviluppo delle loro “capacità” (nel senso in cui le ha definite Amartya Sen, come insieme di opportunità e di abilità che consentono ad ogni individuo un appropriato accesso alle risorse delle quali necessita per il compimento del proprio progetto di vita); in secondo luogo, l’accesso universale al consumo dei beni sociali; infine, l’assicurazione, non solo dell’accesso all’uso e consumo dei beni sociali, ma anche di una regolamentazione delle modalità con cui i beni sociali possono essere razionalmente gestiti e distribuiti.
A parere dei teorici dell’economia fondamentale, quindi, solo intendendo la cittadinanza-comunità in termini di politiche pubbliche (e non di diritti) diventa possibile prefigurare una strategia dell’azione pubblica idonea a consentire l’attuazione di una “concezione di ‘vita buona’”, anche se raramente questo obiettivo viene specificamente dichiarato dagli establishment prevalenti nell’attuale fase storica dell’evoluzione dei sistemi economici capitalisticamente avanzati.
Nella attuale fase di sviluppo del pensiero economico, l’economia fondamentale sta rivelando una natura fortemente innovativa delle proprie finalità, in considerazione del fatto che la ricerca nel campo degli studi economici risulta “prigioniera” di molte contraddizioni, la principale delle quali è quella di nutrire la costante preoccupazione di stabilire come rilanciare la crescita del prodotto lordo nazionale (PIL), malgrado tale obbiettivo risulti difficile da perseguire, per via delle particolari condizioni di funzionamento dei moderni sistemi economici integrati nell’economia mondiale.
In termini macroeconomici, secondo i teorici del Collettivo di Manchester, le difficoltà che stanno rendendo difficile il rilancio della crescita dei singoli sistemi economici vanno ricondotte alla riduzione che negli ultimi decenni ha subito la quota del PIL assegnata alla forza lavoro; una riduzione alla quale si è associata la crescente contrazione dei posti di lavoro, a causa soprattutto dei processi di approfondimento capitalistico cui sono costrette le attività produttive per reggere la concorrenza sui mercati internazionali.
La formazione di crescenti sacche di disoccupazione strutturale irreversibile ha contribuito a diffondere, nell’ambito degli studi economici, l’idea che fosse di maggiore efficacia, sul piano delle politiche pubbliche, sostituire l’assistenza alla disoccupazione con l’erogazione di un reddito di base universale (o reddito di cittadinanza), cui si è aggiunta anche l’idea di rafforzarne gli effetti con l’inaugurazione di politiche volte alla realizzazione di “infrastrutture di base universali per la distribuzione di servizi di base universali”.
L’approfondimento delle procedure con cui procedere alla realizzazione di infrastrutture di base universali è giudicato positivamente dai teorici dell’economia fondamentale, in considerazione del fatto che, secondo essi, il solo reddito di cittadinanza di per sé non è sufficiente a rimuovere le cause (povertà, disoccupazione e disuguaglianze distributive) che deprimono il livello di benessere delle comunità dei Paesi ad economia di mercato più sviluppati. Ciò accade, a parere dei teorici dell’economia fondamentale, anche perché il modo in cui è stato regolato il reddito di cittadinanza, là dove è stato adottato, non sempre è stato accompagnato da politiche per l’introduzione di salari minimi; di conseguenza, senza provvedimenti di questa natura, il reddito universale è diventato,  per le imprese, un incentivo a pagare salari inferiori allo standard minimo che sarebbe stato necessario introdurre, trasferendo sullo Stato l’onere di integrarne il livello con il reddito di cittadinanza universale.
L’esperimento italiano in fatto di reddito di cittadinanza riflette tutti questi limiti; il sussidio non è universale ed è stato subordinato a condizioni e a controlli rigidi, senza che preventivamente siano stati introdotti livelli minimi salariali; esso quindi è destinato a tradursi in un limite alla dignità delle persone povere piuttosto che a promuoverne le capacità nel senso di Amartya Sen. Inoltre, non avendo natura ridistribuiva, il sussidio incide sulla povertà, senza diminuire le disuguaglianza che ne sono la causa, Infine, l’esperimento italiano è stato avviato in un momento in cui la politica economica del Paese è ancora caratterizzata dalla scarsa disponibilità di risorse, per via del fatto che l’economia nazionale non si è ancora ripresa dalla contrazione del PIL causata dalla Grande Recessione del 2007/2008. In un quadro siffatto, è del tutto irrealistico pensare di liberare risorse che sarebbero necessarie per una “riqualificazione” del reddito di cittadinanza attraverso il potenziamento delle infrastrutture idonee a rendere effettivo l’accesso universale al consumo dei beni sociali.
In linea di principio, ciò non priva di fondamento l’affermazione dei teorici dell’economia fondamentale, secondo cui il reddito universale di per sé non è sufficiente a garantire un giusto ed equo livello di benessere all’intera comunità; essi sottolineano che un reddito monetario erogato a tutti, per quanto alto esso possa essere, può risultare inadeguato ad assicurare l’accesso all’uso o al consumo del beni sociali. Per il superamento di tale inadeguatezza, le infrastrutture e le reti di base sono lo strumento richiesto perché il reddito di cittadinanza possa rendere possibile, attraverso il consumo universale dei beni sociali, la realizzazione delle condizioni a supporto di un equo e universale benessere della cittadinanza-comunità.

Fonte: Democrazia Oggi



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