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La cavalleria miliziana

Andrea Pubusa

 

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Nel respingimento dei francesi un ruolo decisivo hanno giocato le milizie sarde, guidate di fatto (senza incarico formale) da Vincenzo Sulis, che dà conto della presenza di questo corpo nella sua autobiografia. Emerge un quadro desolante. Le autorità sabaude e i comandanti delle truppe regie non organizzano la resistenza e non si oppongono allo sbarco nel Margine Rosso. Così il 13 febbraio 1793, 500 soldati francesi mettono piede nell’Isola “senza opposizione alcuna“. Anzi il generale Baron Sant’Amor Savoiardo, comandante dei dragoni leggeri si oppose alla difesa, che il Sulis voleva invece apprestare con pericolo per la sua stessa vita. D’altronde sul fronte, insieme al generale Casabianca, comandava le truppe francesi un fratello del generale Sant’Amor. C’era aria di intelligenze col nemico. Cosicché, gli Stamenti, “avvedutisi quasi del tradimento - per intelligenza che quasi ocularmente si vedea passare con l’armata di mare francese, per la trascuraggine che si usava il Governo nel non dare nessuna provvidenza -  si congregarono le Prime Voci ed a loro istanza si aprirono gli Stamenti Ecclesiastico, Militare e Reale e risolvettero di fare venire le Cavallerie e le infanterie dell’interno della Sardegna per sovvenire con le poche truppe che a quell’epoca erano a Cagliari per gli urgenti e pressanti bisogni del Regno“. Gli Stamenti pensarono anche alle spese.
La mobilitazione fu possibile perché, accanto ai volontari, furono chiamati a Cagliari i corpi armati locali. Infatti, nelle campagne sarde esistevano delle milizie stabili formate dalle guardie barracellari. Si trattava di milizie armate, inizialmente al servizio dei feudatari.  Il banditismo e la criminalità rurale erano molto diffusi in tutto il regno, così fin dai primi del 1600 furono create le compagnie barracellari, i “Baracheles de campaña”. Tuttavia si trattava di squadre spesso formate da persone poco raccomandabili, e poteva anche accadere che i barracelli di un villaggio rubassero nel territorio del villaggio confinante. Il marchese di Castel Rodrigo, viceré di Sardegna (dal 1657 al 1662), per far fronte alla situazione, decise di sciogliere i barracelli di villaggio sostituendoli con i “soldatos de campaña”, pagati dalle stesse comunità, ma tenuti a render conto del loro operato direttamente all’autorità viceregia. Questa decisione, presa in accordo con la Reale udienza, comprimeva incisivamente le prerogative feudali e perciò diede origine a forti proteste dei baroni dei vari feudi, i quali chiedevano l’intervento regio per ripristinare le loro milizie private. Insomma, i baroni volevano scegliere direttamente “personas para la guardia de sus haciendas”, invocando a sostegno le disposizioni della Carta de Logu.

Al momento dell’attacco francese a Cagliari la riorganizzazione delle compagnie barracellari era recente, della seconda metà del settecento (1750-1770) nell’ambito di importanti riforme agricole. La competenza sulle compagnie viene riconosciuta ai villaggi, ed infatti ai consigli comunitativi fu attribuito il potere di individuare le milizie a cavallo secondo rigidi criteri militari.

Queste milizie territoriali gravitavano fra due poli: consigli comunitativi e feudatari, dando luogo a forti contrasti. Ne è prova la relazione che il nobile Antonio Ignazio Paliaccio, conte di Sindia, nel 1793 indirizzava agli Stamenti. In essa proponeva di far rifluire queste milizie sotto il potere baronale, mediante il superamento delle compagnie barracellari con i “luoghitenenti saltuarj” ovvero ufficiali baronali, majores e juratos de logu, che erano preposti al controllo dei salti e dei confini del feudo. A giustificazione delle sue ragioni accampava ovviamente l’interesse generale: “…..è doglianza comune di tutto il Regno che le stesse compagnie di barracelli sono per lo più composte dalle stesse persone sospette del luogo, anzi molte volte vengono pregate ad arruolarsi nelle compagnie per essere interessate e recare minori danni alle comunità…”.
Peraltro, secondo uno studioso della materia, Carta Deidda autore del  “Trattato de barracellis”, era spiccata la propensione dei feudatari a nominare soggetti di pessima fama, che col pretesto di reprimere gli sconfinamenti di pascolo spadroneggiavano indisturbati su vasti territori pressoché spopolati appropriandosi impunemente del bestiame altrui.

Le riforme sabaude, nonostante l’aperta ostilità dell’aristocrazia locale, riconoscevano il potere di nomina delle compagnie barracellari al consiglio comunitativo organo di gestione politico amministrativa del villaggio (Regio Editto di S.M. 24 settembre 1771 re Carlo Emanuele III). I componenti rimanevano in carica un anno e dovevano avere requisiti adeguati alla funzione, ossia doti di equilibrio e onestà, in particolare al capitano era anche richiesto di avere un consistente patrimonio.

Ma che funzioni aveva questo corpo? Aveva competenze di polizia rurale e pubblica sicurezza, i componenti disponevano di divise ed armamenti propri, ma non erano abituati e addestrati per il combattimento. Benché fossero inquadrati nelle file dell’esercito, erano privi di disciplina e poco inclini alla resistenza. Ancora Sulis è testimone di una situazione a dir poco bizzarra. Mentre egli correva “da un bastione all’altro incoraggiando i nostri a sostenere le piazze loro“, vide “tutti li uomini stazionati nella Torre dei Signali spaventati che se ne venivano fuggendo verso l’alloggio del Generale Pitzolu. Avendogli io domandato cosa vi era stato di nuovo e perché essi fuggivano, mi risposero tutti tremanti che essendo entrata una balla da 48 nel portello della Torre, aveva ammazzato il Capitano miliziano che guardava la detta Torre, che ra un tal Sotgiu, figlio di don Sotgiu, che i Francesi si erano impossessati della detta Torre e che così loro avevano abbandonato il posto perché non avevano più comandante“. Sulis si mise alla loro testa, tornati nella Torre, accertarono che Sotgiu non era morto, ma solo ferito e che i francesi non l’avevano conquistata.

Stessa indisciplina nei miliziani posti a difesa di Quartu. Anche in ragione della condotta passiva del Generale Baron Sant’Amor, si erano dati alla fuga “tutti dispersi e sperrumati nelle Vigne e nei campi”. E solo il Sulis poté “riunire le Cavallerie e le Infanterie e far rientare tutti in Quartu”. “Erano pieni di spavento e timore e tutti erano determinati di ritornarsene ai loro Villaggi senza di essere licenziati“.

Poi avvenne che i francesi si sparassero fra loro e che una tempesta riducesse a mal partito la flotta. I francesi, che speravano di essere ricevuti come liberatori, sopravalutando la resistenza, levarono le ancore e tornarono a casa.
I miliziani e i sanculotti cagliaritani parteciparono anche allo “scommiato” e solo per l’intervento di Sulis i piemontesi poterono portar via le loro robe, che il popolino voleva saccheggiare sui carri diretti al porto. Sulis viene così nominato dal Magistrato e dagli Stamenti Comandante delle Milizie per il suo “ascendente sul popolo basso“, che lui solo “poteva tenere a freno“. Dopo un primo rifiuto, la nomina viene reiterata e così Sulis si trova per quasi sette anni al comando dei miliziani a Cagliari. Ma la descrizione del suo esercito è impietosa: “una brigata di gente armata, potente, sregolata, disubbidiente, incurreggibile, senza disciplina, senza educazione, senza costumi, senza ragione, disubbidienti a tutte le leggi Divine e umane“. Gente, per di più, “scostumata e baldanzosa per aver vinto, dicevano essi, nella guerra i Francesi e nella rivoluzione i Piemontesi“. “Sembrava che nissuno li potesse frenare e metter in regola ed in sistema di disciplina ed ubbidienza“. Sulis ci riuscì. “Lo sguardo di Vincenzo Sulis – scrive Baccaredda – era più che un comando per quella bruzzaglia [marmaglia, n.d.r.], che abbandonata a sé non d’altro sarebbe stata capace che di atti facinorosi e scellerati, ed era strano e insieme curioso vedere come egli di una accozzaglia di cinquecento mariuoli d’ogni risma, ne avesse fatto un corpo disciplinato…”. Conquistò la fiducia dapprima pagandoli personalmente e poi trovando le risorse grazie alla contribuzione dei negozianti. Sulis descrive anche la consistenza di questo esercito a Cagliari: tre legioni, una in Stampace di 500 uomini, l’altra a Marina e l’altra ancora a Villanova. Per gli interventi fuori città fu formata “una compagnia di 40 cacciatori volanti per occorrere ai bisogni del regno e della giustizia, oltre a una compagnia di cannonieri destinati ai forti perché si temeva una nuova invasione dei francesi…“. Sulis ci dice anche quale era il soldo perché inizialmente pagava di tasca propria. “Sette soldi e mezzo il giorno ad ogni soldato, 12 soldi al caporale e 4 reali al sergente; quattro reali ad ogni cacciatore e mezzo scudo al sergente e ai cannonieri“. In tutto mille lire al giorno. Sulis provvide con mano ferma anche all’organizzazione. “In poco più di due mesi furono organizzati e montavano le loro guardie in tutti li luoghi soliti, sorvegliando il Castello, Stampace, la Marina e Villanova di notte e di giorno con le guardie alle rispettive porte e con pattuglie ogni notte in ciaschedun sobborgo  per il buon’ordine e per mantenere la tranquillità e la quiete” nella “popolazione della Città di Cagliari, Capitale del Regno“.

Dato il consistente esborso finanziario per un esercito di circa mille persone, “determinarono allora il Magistrato e gli Stamenti di far pagare gli arruolati dal Regio Erario“.
Come capo carismatico di questo esercito, Sulis costituiva nel regno un vero e proprio contropotere. Decisivo fu il suo peso sia nella resistenza ai francesi sia nello “scommiato“, cui era favorevole, sia ancora nell’attacco a Giomaria Angioy. Questi, non a caso, incontrò la prima resistenza nella discesa verso Cagliari ad opera della cavalleria miliziana a Macomer. L’Alternos intimò ai miliziani di mettersi ai suoi ordini e di concentrare le forze a Santu Lussurgiu, ma quelli rimasero fedeli agli Stamenti e al vicerè e non diedero esecuzione al comando. E furono ancora queste milizie, guidate dal Pintor, genero dell’Avv. Cabras, a muovere dalla capitale per affrontare Giomaria Angioy determinando la fine della sua avventura.

Un contropotere così forte non poteva essere tollerato dai Savoia, i quali si sbarazzarono di Vincenzo Sulis, nonostante dovessero principalmente a lui la difesa del Regno nel 1793 e il loro arrivo a Cagliari nel 1799. Il capopolo cagliaritano fu arrestato proditoriamente, nonostante incontrasse il principe d’Aosta quasi ogni giorno e fosse in stretto rapporto con lui e fu barbaramente rinchiuso nella Torre d’Alghero per venti anni, prima d’essere inviato, dal suo “amico” nel frattempo divenuto re Vittorio Emanuele I, all’ergastolo nell’isola di La Maddalena. Fu applicata la tecnica della repressione preventiva, una specialità dei Savoia. Carlo Felice, l’anima nera, fu ispiratore anche di questa nefandezza, al fine di avere il controllo di questa milizia; dopo l’arresto di Vincenzo Sulis, stabilì criteri di maggior severità nella scelta dei componenti e impose al delegato di giustizia, al sindaco e al censore locale un rapporto mensile. Carlo Emanuele IV, per comprimere la relativa autonomia di queste milizie, si propose di fidelizzarle alla Corona, mettendovi a capo persone di fiducia e sicura fedeltà al sovrano.

Fonte: Democrazia Oggi



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