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Nel Sulcis la prima repubblica italiana: S. Pietro, l’Isola della libertà

Andrea Pubusa

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L’attacco della Francia rivoluzionaria a Cagliari nel 1793 è andato male per l’improvvisazione e la disorganizzazione dell’Armée. Per la resistenza organizzata dai feudatari e dal clero sardi. Ma poteva andare diversamente. Forse i francesi si aspettavano una diversa accoglienza, quella che si riserva ai liberatori. Come è accaduto a Carloforte, nell’Isola di S. Pietro e a S. Antioco. Quando il primo di gennaio la flotta francese compare nel golfo di Palmas, i carlofortini non mostrano segni di resistenza. Sono gente di mare, e per mare le idee corrono veloci quanto le merci. A differenza che per i feudatari e il clero isolani, per loro i francesi non sono violentatori di donne e distruttori di chiese. Per esperienza diretta non credono alla truculenta propaganda piemontese e dei reazionari sardi. Non sono per nulla intenzionati a imbracciare le armi per difendere i privilegi dei feudatari e del clero e tantomeno sono disposti a farsi ammazzare per i Savoia. D’altra parte, le coste erano battute dai pirati tunisini e il pericolo di queste scorrerie rendeva desiderabile la presenza di un contingente stabile francese. Quanto fosse reale quella paura è comprovato dall’incursione barbaresca del  settembre 1798. Il bey di Tunisi portò via circa ottocento prigionieri, riscattati solo nel 1803.

E così quando la fregata “Leopard” con il tricolore della Rivoluzione sbarca nell’isola cento uomini, sedici cannoni e il console francese di Cagliari Guys, la popolazione esulta. Qui non ci sono feudatari e chierici a organizzare la lotta armata nonostante i tentennamenti del vicerè Balbiano. Per paura di rimanere in balia del popolo e dei francesi, prudentemente il 7 gennaio il comandante, il cavalier De Nobili, sloggia dalla piazzaforte. Esegue l’ordine del delegato del viceré Balbiano, Raffaele Valentino, e lascia l’isola libera dalla truppa e dall’artiglieria, Naturalmente porta in salvo la statua del re Carlo Emanuele per non esporla ai maltrattementi del popolo, finalmente libero. I francesi non sarebbero stati riaspettosi del simulacro del re, ma lo sono della popolazione, a cui inviano messaggi liberatori: “La nazione francese rinuncia a intraprendere guerra con obiettivi di conquista, e non userà mai la forza contro la libertà di alcun popolo…“.

La convinzione è che S. Pietro sia il primo passo della liberazione della Sardegna. Si spiega così l’adesione delle massime autorità cittadine civili e religiose. Nella chiesa di San Carlo Borromeo la popolazione si riunisce e col sindaco Antonio Granara e il parroco don Pietro Pintus giura fedeltà ai principi della Grande Rivoluzione e, in particolare, a quello della uguaglianza. Carloforte diventa la prima repubblica moderna d’Italia, l’Isola della Libertà. Filippo Buonarotti mette le basi del proprio progetto. Il 10 gennaio la popolazione erige tra canti e danze l’albero della libertà, con la prospettiva di piantarne tanti quante siano le città e le ville della Sardegna. Ecco perché sono della partita le personalità del vecchio regime, come Serafina Romby, sorella del console francese Luigi Romby e moglie del giudice della Reale Udienza sabauda Raffaele Valentino. E’ lei la madrina della cerimonia.

La ”esportazione della democrazia”, però, in questo come in altri casi, non ha fortuna. L’invasione francese del contrammiraglio Truguet a Cagliari non trova porte aperte. I piemontesi tentennano e fuggono, ma non i sardi. Si organizzano, i feudatari radunano le loro milizie dall’interno e il tentativo di sbarco a Cagliari è respinto. A fine febbraio, la flotta francese, formata dalle navi “Apollo”, “Generoso” e “Vestale”,,,, si rifugia a San Pietro. L’isola è difesa da settecento uomini al comando del tenente colonello Sailly. Nella rada restano le fregate “Richemond” e “Helène”, il resto della squadra torna a Tolone. L’unico a non arrendersi è Filippo Buonarroti che continua la sua febbrile attività e a marzo, mentre l’attacco a Cagliari è fallito, detta la Costituzione, riassunta nel “Code de la nature”, purtroppo andata perduta, ma certo d’ispirazione egualitaria e comunista, come era il suo ispiratore, futuro protagonista della “Congiura degli uguali” con Babeuf.
Senza altri appoggi militari il rivoluzionario toscano ad aprile torna in Francia e presenta alla Convenzione nazionale di Parigi il testo della Costituzione dell’isola di San Pietro, chiedendo sostegno alla Repubblica : “Ho avuto la soddisfazione di spiegare a queste brave persone i principi del popolo francese. I loro cuori inaccessibili all’avarizia, all’ambizione, alla doppiezza e al tradimento ci sono venuti incontro: ci hanno trattato come fratelli, hanno pianto alla nostra partenza e hanno adottato una forma di governo provvisorio che per la sua semplicità fornisce prova della virtù degli uomini che l’hanno creata e in virtù della quale quello dell’Isola della libertà, debole e poco istruito, chiede al popolo francese la sua protezione“. Ma la richiesta di forze cade nel nulla. La Francia rivoluzionaria ha ben altri problemi da affrontare. La Spagna corre in soccorso ai Savoia e, per ristabilire la monarchia, manda una flotta di decine di vascelli, “libera” l’isola e cattura la guarnigione francese.

La popolazione mantiene un buon ricordo dei francesi anche dopo la loro partenza. Ne è testimone Vincenzo Sulis che, nella sua instancabile attività in difesa del Regno, giunge con alcuni suoi uomini a Carloforte subito dopo la caduta della Repubblica. “Vidimo – ricorda nella sua autobiografia – coi propri occhi i pianti che facevano particolarmente le Donne Isolane di Carloforte per la perdita dei francesi e vidimo anche le scorrerie, le disonestà e le prepotenze che usavano gli Spagnioli, vincitori in Carloforte senza un colpo di Cannone”. Il Sulis coi suoi si trattiene tre giorni nell’isola “informandoci della condotta degli uni e degli altri, ma non basta lingua a ridire il bene della Nazione francese ed il male della spagniola, che in parte noi ne eravamo testimoni”. E, secondo il racconto degli abitanti, i francesi “erano gente buona assai, pagavano bene ogni cosa […] e trattavano bene con tutti perché erano genti buone e di buona coscienza”.

Tornati i Savoia, De Nobili vorrebbe una dura repressione, ma Vittorio Amedeo III lascia cadere l’accusa di tradimento, imputando il comportamento dei carlofortini alla propaganda dei rivoluzionari: “L’esperienza, che ha già fatto conoscere quanto siano le lusinghe dei francesi per allontanare i popoli dalla loro antica devozione, ha pure già bastamente dimostrato quanto l’esito ne sia infelice e pregiudizievole al vero interesse degli stessi popoli. Ond’è a sperare che l’infedeltà la quale può ora con qualche fondamento sospettarsi negli isolani di Carloforte sia piuttosto effetto di timore e di riconosciuta convenienza di piegare a scanso di più gravi danni al loro destino, ma che allontanato il pericolo, al quale non potevano essere atti ad opporsi, sapranno conoscere tutto il vantaggio della loro prima obbedienza e ne darà prove convincentissime“.

Purtroppo la Costituzione dell’Isola della libertà è andata perduta. Ma se ne può intuire il contenuto pensando a quanto Filippo Buonarroti fa nel 1794 a Oneglia, come commissario del Direttorio. Nella città ligure abolisce i privilegi e istituisce la scuola pubblica. Ma sono idee destinate a soccombere anche in Francia. Contro Robespierre e i giacobini si abbatte la reazione degli ambienti borghesi moderati. Se l’incorrutibile cade sulla ghigliottina, il giacobino Buonarroti non avrà vita facile, perseguitato e incarcerato per la “Congiura degli Eguali”. Ma la Repubblica nell’Isola della Libertà sarà sempre nel suo cuore, il periodo più felice della sua vita. Davanti ai giudici, durante il processo intentatogli dalla Convenzione per aver partecipato alla “Congiura degli Eguali” dichiarerà: “La costituzione democratica che essi [i carlofortini, n.d.r.] si diedero, della quale li aiutai a redigere le disposizioni, è un monumento eterno della loro saggezza“. E certo nel testo, in forma giuridica, dovevano essere trasfusi gli ideali per cui il rivoluzionario toscano si era battuto, con coerenze e rigore, per tutta la vita:  “Si strappino i confini delle proprietà, si riconducano tutti i beni in un unico patrimonio comune, e la patria - unica signora, madre dolcissima per tutti - somministri in misura eguale ai diletti e liberi suoi figli il vitto, l’educazione e il lavoro“. L’Isola di S. Pietro detiene dunque un duplice primato: è stata la prima repubblica italiana e la prima repubblica comunista dell’era moderna.

Del resto il Golfo di Palmas e il Sulcis sono sempre stati luogo d’ingresso di popoli e idee, dai punici ai romani e via via fino allo sbarco dell’esercito dell’Infante Alfonso di Aragona il 13 giugno del 1323. Cent’anni dopo la prima repubblica, all’insegna di liberté, égualité, fraternité, da Carloforte è penetrato nella Sardegna il socialismo. A Carloforte Giuseppe Cavallera svolse la sua attività sociale e politico-sindacale, e a partire dal 1897 organizzò la Lega dei Battellieri. Da lì propagandò gli ideali del socialismo e dell’organizzazione sindacale tra i minatori del bacino minerario del Sulcis-Iglesiente-Guspinese, dove ebbe un ruolo determinante nella costituzione delle Leghe dei minatori, associazioni operaie che fondevano gli obiettivi politici dei circoli socialisti con quelli sindacali.  Per due volte, dunque, le idee egualitarie trovarono fra i Carlofortini accoglienza e radicamento.

 

 

 

Fonte: Democrazia Oggi



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