Il Movimento antifeudale passa alla lotta armata e prende Sassari. Ma la reazione isola Angioy

 AndreaPubusa

Si passa alla lotta armata. Il 28-31 dicembre 1795 un esercito antifeudale di tremila contadini e braccianti (ma vi erano anche possidenti, sacerdoti, donne) guidato da Cilocco e Mundula assedia e prende Sassari. Il 31 Cilocco e Mundula, scortati da molti armati, lasciano Sassari alla volta di Cagliari conducendo come prigionieri il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre. I fatti sassaresi – l’irrompere sulla scena urbana dei contadini e dei vassalli organizzati e armati – inducono i moderati e i conservatori di Cagliari e lo stesso viceré Vivalda ad iniziative comuni che blocchino quella che considerano una deriva rivoluzionaria, contraria ai loro interessi e ai loro progetti. Inizia così l’avventura angioyana. Il 13 febbraio 1796 Giovanni Maria Angioy parte per Sassari.. Su indicazione degli Stamenti è stato nominato dal viceré alternos (rappresentante, sostituto) per il Capo di sopra, con l’incarico di affrontare il nodo delle rivolte antifeudali. Il 28 febbraio 1796 entra trionfalmente a Sassari, e gli insorti vedono in lui la guida del movimento antifeudale. E quando lo scontro si fa duro e Angioy decide di rimanere con fermezza nel fronte antifeudale, a Cagliari si consuma la rottura. I rinnovatori moderati – Sisternes, Cabras, Pintor, Sulis – abbandonano il campo riformatore e si alleano con le forze feudali più conservatrici e con l’alto clero. Questo è il fatto determinante dell’insuccesso dei moti angioyani, su cui ovviamente incide in modo assorbente la fulminea vittoria di Napoleone col conseguente armistizio di Cherasco.

La permanenza del dominio dei Savoia sulla Sardegna sposta gli equilibri e così gli Stamenti decidono per una stretta antigiacobina e ordinano l’espulsione da Cagliari dei seguaci più radicali di Angioy come Mundula e Fadda.

Mentre l’armistizio mette fine alle ostilità tra il Piemonte e la Repubblica Francese, il  2 giugno 1796 Angioy inizia la marcia verso Cagliari alla testa di contadini e prinzipales decisi ad imporre con la forza l’abolizione del feudalesimo. Ma il vento, in ragione della pace di Gherasco, è mutato. Già il 6 giugno 1796 a Macomer l’alternos incontra una forte opposizione di nobili e pastori. Due giorni dopo Angioy raggiunge Oristano, dove l’iniziale buona accoglienza si muta in aperta opposizione quando le bande angioiane si danno alle violenze e al saccheggio, per poi disperdersi e lasciare isolato il loro capo.

L’8 giugno 1796 Vittorio Amedeo III pone in essere un colpo da maestro: accoglie integralmente le Cinque Domande; revoca le concessioni secessioniste ai sassaresi; concede un’amnistia ai coinvolti nei tumulti; autorizza il viceré e gli Stamenti a reclutare una milizia sarda, ormai fidelizzata a mezzo dei suoi capi, primo fra tutti Vincenzo Sulis.

Con quella mossa il re frantuma il movimento sardo e isola Angioy. La vecchia ala riformatrice fa fronte con quella reazionaria. Il 10 giugno, col consenso degli Stamenti e della Reale Udienza, il viceré destituisce Angioy dalla carica di alternos. Gli Stamenti, che lo avevano nominato, decidono di porre una taglia sulla sua testa. Aiutato dal Sulis, il Pintor esce da Cagliari alla testa della cavalleria di Sestu, Serramanna, Guasila, Samassi, Sanluri, Selargius, Serdiana, Villamar, Uras, con cannoni e milizie, deciso a stroncare definitivamente il moto angioiano. L’avventura di Angioy finisce qui. Il 15 giugno rientra a Sassari accompagnato da pochi fedelissimi. 17 giugno si imbarca a Porto Torres per un viaggio senza ritorno. Attraverso Aiaccio, Livorno, Genova, Milano, Torino, giunge a Parigi dove morì esule nel 1808.

In Sardegna si scatena la reazione. L’estate è insanguinata da feroci campagne repressive delle forze stamentarie contro i villaggi di Thiesi, Bono, Ossi, Usini, Tissi, Suni, Bessude. Ma il movimento antifeudale tenta una risposta. A fine agosto - metà settembre la rivolta antifeudale riprende sotto l’impulso di Cosimo Auleri e dei fratelli Muroni rientrati dalla Corsica. Da Bonorva e dai villaggi vicini partono schiere di contadini col proposito di attaccare Sassari. Ma la sorte di questo tentativo, questo sì rivoluzionario, s’infrange nella seconda metà del 1796. Gli Stamenti domano la rivolta antifeudale con processi sommari e condanne a morte, forti pressioni nei confronti dei consigli comunitativi perché annullino gli “strumenti di unione”, l’invito al sovrano ad inviare truppe di repressione. Le forze feudali e i conservatori a Cagliari e a Sassari riprendono il controllo politico e sociale.

Fonte: Democrazia Oggi

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