Il “franco CFA” anacronistico ma utile alla Francia neocoloniale

Gianfranco Sabattini


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Il “franco CFA” è una moneta in circolazione dal 1945; esso ha consentito alla Francia di conservare il controllo delle economie della maggior parte dei Paesi africani che facevano parte del suo impero coloniale; un controllo che ha consentito all’economia transalpina di disporre di un accesso privilegiato ai mercati africani e di disporre di fonti importanti di approvvigionamento di materie prime a basso costo.

Per la conservazione di questa situazione è stata creata nel tempo un’impalcatura istituzionale complessa, con il coinvolgimento delle élite africane succedutesi al potere sotto l’ala protettrice dell’Eliseo. Questa impalcatura anacronistica, fondata sul “franco CFA”, ha potuto quindi conservarsi sino ai nostri giorni, perché rispondeva sia agli interessi francesi, sia a quelli delle classi dirigenti locali, non certo legate disinteressatamente alle sorti economiche e sociali dei propri popoli.
Nel 1945, la valuta è stata introdotta al momento della ratifica, da parte della Francia, degli accordi di Bretton Woods. A quei tempi, l’acronimo “CFA” indicava il “franco delle colonie francesi in Africa” (Colonies françaises d’Afrique). L’acronimo, senza la necessità di modificarlo, nel 1958 ha assunto il significato di “franco della Comunità Francese dell’Africa”, raggruppando un totale di quattordici Paesi, divisi in due “zone monetarie: l’Unione Economica e Monetaria Ovest-Africana (UEMOA) e la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale (CEMAC).
Le due zone, ciascuna dotata di una propria banca centrale, hanno potuto disporre di un proprio “franco CFA”, ma le rispettive valute non potevano essere convertite tra loro, se la conversione non fosse stata autorizzata e garantita dal Ministero del Tesoro del governo di Parigi. Nel 2015, secondo dati dell’ONU, più di centosessandue milioni di persone usavano i “franchi CFA”, circolanti in Stati africani gran parte dei quali francofoni e inquadrati nella “sfera d’influenza francese”.
Sul piano storico, il “franco CFA” è stato creato nel 1939, dopo la costituzione da parte della Francia di una “zona del franco”, un’unione monetaria con la quale il Paese transalpino ha inteso trasformare il suo impero coloniale in una difesa della propria economia dalle turbolenze economiche, monetarie e politiche che hanno caratterizzato la scena internazionale nell’epoca precedente lo scoppio del secondo conflitto mondiale. La difesa degli interessi nazionali era basata su un sistema di cambi che consentiva alla Francia di controllare l’acquisto e la vendita delle varie valute circolanti all’interno del proprio impero, allo scopo di difendere il valore del franco nei confronti delle valute del resto del mando.
Il funzionamento della zona del franco si è consolidato dopo la fine del conflitto e, in seguito all’indipendenza dei Paesi africani, è stato riformato nel 1967, allorché Parigi ha ripristinato la piena convertibilità della propria moneta (e con essa, indirettamente, anche quella del “franco CFA”). Da allora, la zona del franco ha cessato di esistere come zona di difesa monetaria comune, per divenire una “zona di cooperazione monetaria”. Malgrado tale riforma, però, il governo del “franco CFA” ha continuato ad essere “dominato” dalla politica monetaria della Francia; la sua circolazione, infatti, è stata assoggettata a quattro principi correlati tra loro: cambio fisso, libertà dei movimenti dei capitali, convertibilità illimitata e centralizzazione delle riserve valutarie.
In base al primo principio (parità fissa del cambio), il “franco CFA” è stato legato in maniera fissa alla valuta francese (detta, per questo, valuta di ancoraggio); il suo valore, in termini del franco francese, poteva cambiare solo se lo decidevano le autorità monetarie francesi. Nel 1999, dopo l’entrata in circolazione delle moneta comune europea, l’euro è diventato la nuova valuta di ancoraggio, al posto della vecchia valuta francese.
Il secondo principio (libertà di movimento dei capitali) ha comportato che i movimenti correnti di capitali (dovuti, ad esempio, al regolamento delle importazioni e delle esportazioni, al rimpatrio dei profitti e dei dividendi, alle rimesse dei lavoratori emigrati) e quelli dovuti a investimenti finanziari fossero liberi all’interno della “zona di cooperazione monetaria”, cioè nelle relazioni tra i Paesi africani che ne facevano parte e l’area metropolitana.
Il terzo principio (convertibilità illimitata) ha avuto l’effetto che i “franchi CFA” potessero essere scambiati con la valuta francese (prima il franco, poi l’euro) in assenza di restrizioni, solo però all’interno della zona di cooperazione. Questo principio ha palesemente connotato le relazioni monetarie tra i Paesi africani e la Francia in termini di un maggior sfruttamento economico, a danno dei primi e a vantaggio della seconda; la convertibilità, infatti, poteva concretizzarsi solo con l’intermediazione e la supervisione del Tesoro francese.
Poiché i “franchi CFA” circolanti all’interno dell’UEMOA e della CEMAC non possono essere convertiti tra loro (e, a maggior ragione, con una valuta esterna alla zona di cooperazione), la conseguenza di questo particolare modo in cui si concretizza il “principio della convertibilità illimitata” ha del surreale: ciò perché, se un operatore africano appartenente ad una delle due Comunità, deve recarsi nell’altra per ragioni d’affari, non potendo trovare all’interno dell’intera zona di cooperazione alcun ufficio di cambio dove convertire liberamente i propri “franchi CFA” in euro o in altra valuta, non gli resta che cambiare i propri “franchi CFA” in euro presso la banca centrale operante all’interno della propria Comunità e, a sua volta, giunto nell’altra Comunità, cambiare gli euro in “franchi CFA” presso la banca centrale in essa operante. Qual è il fine di tutto ciò? Creare una domanda supplementare di euro, per cui la Francia, fungendo da intermediario privilegiato nei rapporti economici tra i Paesi africani appartenenti alle due Comunità, possa lucrare sui servizi di intermediazione.
Infine il quarto principio (centralizzazione delle riserve valutarie), in base al quale le banche centrali delle due Comunità africane hanno dovuto depositare presso il Tesoro francese il 50% delle attività finanziarie vantate sull’estero, costituisce una garanzia posta a presidio della convertibilità illimitata assicurata e controllata dal Tesoro francese; l’onere della garanzia, però, è distribuito in modo del tutto asimmetrico, a danno dei Paesi africani. Ciò perché, sebbene la Francia sia il membro più importante della “zona di cooperazione monetaria”, è però esente dall’obbligo di depositare il 50% delle sue riserve valutarie nel “vaso comune”.
L’operatività nella zona di cooperazione del complesso sistema monetario fondato sui principi indicati è stata imperniata su uno strumento-chiave, denominato “conto operativo”, gestito dal Tesoro francese e progettato unicamente per consentire agli operatori economici francesi di effettuare pagamenti dai Paesi africani verso il territorio metropolitano e viceversa, in un contesto monetario reso stabile dall’istituzionalizzazione di un tasso di cambio fisso e senza restrizioni alla piena libertà di movimento dei capitali.
Il sistema monetario risulta animato da un gruppo specifico di attori costituito dal governo francese, dalla Banca di Francia, dalle banche centrali delle Comunità africane, dalle banche commerciali e dai governi dei Paesi africani facenti parte della “zona di cooperazione monetaria”. Questi attori agiscono ed operano, sia pure da posizioni asimmetriche in fatto di potere decisionale, al fine di mantenere la parità fissa dei “franchi CFA” rispetto all’euro e di consentire al governo francese di esercitare il controllo sull’uso delle attività valutarie delle tre banche centrali (quella francese e quelle delle due Comunità africane), oltre che sulla loro politica monetaria.
Il funzionamento nella zona di cooperazione del complesso sistema monetario (fondato sui principi precedentemente illustrati e sul conto operativo gestito dal Tesoro francese) ha prodotto effetti del tutto asimmetrici a danno dei Paesi africani; mentre la Francia poteva disporre della propria sovranità monetaria, decidendo liberamente sulle politiche monetarie più conformi alla tutela dei propri interessi nazionali, le massime istituzioni monetarie africane non potevano prendere alcuna decisone a tutela degli interessi dei propri Paesi senza il consenso francese.
Recentemente, alcuni esponenti delle forze politiche che governano l’Italia hanno accusato la Francia di neocolonialismo, individuando nel “franco CFA” una delle cause principali dell’ondata migratoria dall’Africa verso l’Europa; un’accusa che alcuni opinionisti, a parte le reazioni scomposte della Francia, hanno ritenuto infondata, sia sul piano teorico, che su quello politico. Mentre sul piano teorico non è stata avanzata alcuna dimostrazione dell’infondatezza dell’accusa, su quello politico gli opinionisti schierati a difesa del “franco CFA” hanno osservato che, in realtà, i numeri esprimerebbero una situazione molto diversa da quella di un presunto neocolonialismo.
In proposito, è stato rilevato che i Paesi legati al “franco CFA” sono una minoranza rispetto al numero complessivo degli Stati africani; dovendo escludersi che i cittadini dei Paesi stranei all’area del “franco CFA” dispongano del livello di benessere di un Paese economicamente avanzato, si deve presumere che siano essi ad alimentare i flussi migratori, per cui la presunta esistenza di un nesso tra la circolazione dei “franchi CFA” e le migrazioni è del tutto infondata.
Può darsi che sia così; vale la pena, però, osservare che i Paesi africani integrati nel complesso sistema monetario controllato dalla Francia, non disponendo di sovranità monetaria, sono conservati nella condizione di non poter attuare politiche monetarie interne idnee a supportare il loro processo di crescita; processo che potrebbe avere esiti positivi anche per i Paesi africani estranei all’area del “franco CFA” e scoraggiare, almeno in parte, i nativi ad abbandonare il loro Pese natio.
Non è casuale che le critiche alla logica sottostante al sistema monetario fondato sul “franco CFA” provengano da più parti; tutte, indistintamente, considerano tale valuta un ostacolo anacronistico alle potenzialità di crescita degli Stati nei quali essa circola: lo pensa una buona parte del mondo intellettuale africano e lo pensano anche molti analisti delle dinamiche politiche in atto nel continente africano. E’, infatti, convincimento diffuso che il “franco FCA” sia uno strumento di controllo che la Francia esercita sui destini degli Stati in cui esso circola e la cui conservazione sul piano politico sia per lo più garantita dai privilegi che essa assicura alle élite locali.
Secondo molti economisti critici del “franco CFA” (come riportano Fanny Pigeaud e Ndongo Samba Sylla in “L’arma segreta della Francia in Africa. Una storia del franco CFA”, giornalista, la prima, ed economista senegalese, il secondo) si rendono necessari alcuni cambiamenti essenziali, per consentire ai Paesi africani di “procedere verso un regime di cambio che dia maggiore flessibilità ai Paesi della zona del franco; avere un nuovo tipo di banche centrali che, oltre alla stabilità dei prezzi, tengano conto anche della crescita e dello sviluppo e coordino concretamente la propria politica monetaria con le politiche fiscali nazionali; riformare i sistemi monetari e bancari per facilitare il finanziamento delle economie; rafforzare la solidarietà fiscale tra gli Stati”. Tali cambiamenti non sarebbero altro che l’attuazione di quanto sottendeva una dichiarazione resa a un summit dei Paesi africani nel 1963, da un famoso Presidente del Ghana, Kwame Nkrumah: “Un sistema monetario supportato dalle risorse di uno Stato straniero è ipso facto subordinato agli accori commerciali e finanziari di quel Paese straniero”.
E’recente l’annuncio, per iniziativa di alcuni Paesi africani dell’area del “franco FCA”, di un progressivo allontanamento dall’ex colonizzatore europeo, da concretizzarsi oltre che sul piano economico, anche su quello politico. L’annuncio, tuttavia, appare più un atto simbolico che un vero e proprio affrancamento da una situazione di subalternità, ormai non più sostenibile; l’allontanamento richiederà, infatti, risorse ingenti, materiali ed umane. Ciò dovrebbe indurre il mondo economicamente più avanzato (e, in primis, l’Unione europea) ad assecondare l’aspirazione del Paesi africani, anche perché, nel lungo periodo, l’eliminazione di un residuo del passato coloniale costituirebbe realmente un valido contributo alla soluzione del problema migratorio, rispetto al quale la Francia non brilla certo per essere portatrice di iniziative lungimiranti.

Fonte: Democrazia Oggi

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