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Legge elettorale regionale: il Tar sbarra ai sardi la porta della Consulta

Andrea Pubusa

 

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Dunque il Tar per la seconda volta chiude ai sardi l’accesso alla Consulta. Con la sentenza, pubblicata sabato, ha detto che la legge elettorale sarda non presenta neanche un minimo dubbio di scostamento dalla Costituzione. Le sentenze, come suol dirsi, si rispettano, ma possono non condividersi, e questa, lo diciamo convintamente, non ci convince per nulla. Per una semplice ragione, perché ci pare che il Tar si sia sostituito alla Corte costituzionale nell’esprimere un giudizio che non gli compete. Noi del CoStat e dei Comitati per la democrazia costituzionale non abbiamo chiesto al Tar sardo di dirci se pensa cheil Sardellum sia in linea col dettato della Carta, gli abbiamo chiesto di trasmettere gli atti alla Corte costituzionale per sentircelo dire dal giudice delle leggi, ed avevamo tratto spunto proprio dalla sentenza della Consulta sull’Italicum per giustificare la nostra richiesta.
Quali gli spunti dalla pronuncia della Consulta sull’Italicum (sentenza n. 35/2017) in relazione al Sardellum? La Corte Costituzionale - come si ricorderà - aveva bocciato il ballottaggio, ma salvato il premio. La Consulta (arditamente!) aveva ritenuto conforme alla Carta e all’uguaglianza del voto (art. 48 Cost.: il voto è uguale) una disciplina che richiama la mitica legge-truffa del 1954. La lista che ha il 40% dei voti prende il 54% dei seggi. Ora, già questa prnuncia, secondo molti costituzionalisti, interpreta in modo disinvolto il principio della eguaglianza del voto. L’art. 48 Cost., nel sancire che il voto è uguale, vuol dire che ha pari peso (una testa un voto) in entrata e in uscita, ossia nel momento della trasformazione in seggi. Correttivi minimi esistono sempre, anche nei sistemi proporzionali. Ma qui si va oltre: assegnare il 54% dei seggi a chi ha solo il 40% dei voti non è un correttivo, è la trasformazione di una minoranza per quanto corposa in maggioranza assoluta. E’ un cambiare le carte in tavola, una forzatura. Chi ha il 40% dei voti per fare maggioranza dovrebbe cercarsi uno o più alleati. Si dirà il 40% è una percentuale alta. Certo, ma si ricordi che in Italia c’è un’astensione di circa il 50% e quindi il 40% è pari al 20-25% del corpo elettorale. Dare a una forza che ha il consenso del 20-25% degli italiani il 54% dei seggi è troppo.
Ma nell’Italicum anzitutto è la lista, non la coalizione ad essere premiata. In Sardegna è la coalizione ad avere il premio. E poi questo è del 60% non del 54%. Ora ben cinque Tribunali, d Torino a Messini, avevano  rinviato alla Consulta l’Italicum che dava il 54% dei seggi a ci aveva il 40% dei voti, era ragionevole dunque aspettarsi che il Tar Sardegna spedisse alla Consulta una legge che dà un premio addirittura del 60% a chi supera il 40%. Chi deve stabilire se c’è ragionevolezza in questa distorsione della rappresentanza? E’ la Corte costituzionale non il Tar, che non è giudice delle leggi, ma solo degli atti amministrativi.
Avevamo, poi, intravisto nella sentenza della Consulta sull’Italicum, un’indicazione ostile al sistema di sbarramento sardo (10% coalizioni, 5% liste), che serve non alla c.d. governabilità, ma a far fuori i piccoli partiti non allineati e coperti. Il senso del doppio sbarramento è di determinare una posizione di partenza deteriore per le piccole liste, inducendole a presentarsi da sole per non incappare nel proibitivo sbarramento del 10%. E così Solinas e Zedda hanno avuto al loro seguito circa 600 candidati per ciascuno, mentre Maninchedda, Pili e Murgia solo 60. Bella differenza! Non c’è violazione del principio di uguaglianza, delle pari opportunità, in tutto questo? O quantomeno il dubbio.
Insomma, con tutte le prudenze del caso, abbiamo pensato  che, se il Tar avesse rimesso gli atti alla Corte, avremmo avuto più di una chance di avere una legge sarda diversa e un Consiglio regionale con composizione differente.
Ora valuteremo se ricorrere al Consiglio di Stato. Intanto prendiamo atto amaramente della preclusione per noi sardi di avere un giudizio della Consulta sulla nostra pessima legge elettorale. Il Tar ha assunto impropriamente le vesti di giudice della legge. Doveva limitarsi a giudicare sul dubbio di costituzionalità, tenendo conto che la stessa Consulta ha detto che bisogna favorire il sindacato di costituzinalità delle leggi, perché questo vaglio in Italia può essere attivato solo attraverso un giudizio e non - come in altri ordinamenti - con ricorso diretto alla Corte costituzionale.

 

Fonte: Democrazia Oggi


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