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La tolleranza di Turati ed il presunto radicalismo rivoluzionario di Gramsci

Gianfranco Sabattini

 

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Da tempo, frugando tra i miei libri, mi veniva sempre tra le mani “Gramsci e Turati. Le due sinistre”; scritto alcuni anni addietro da Alessandro Orsini, docente di Sociologia politica nell’Università di Roma “Tor Vergata” e nell’Università LUISS “Guido Carli”. Originariamente, dopo averlo letto con l’intento di recensirlo, l’avevo messo da parte, perché la sua lettura mi aveva procurato tante perplessità, da indurmi a desistere dal proposito.
L’autore, sulla base del metodo da lui denominato dell’“analisi culturale comparata”, confronta il pensiero e il comportamento che hanno caratterizzato, nel corso della loro militanza partitica, due personalità della sinistra italiana, Filippo Turati e Antonio Gramsci, elogiando, come sicuramente meritano, sia il pensiero che il comportamento del primo (leader riformista del Partito Socialista Italiano e, successivamente, del Partito Socialista Unitario) e demonizzando senza appello il pensiero e il comportamento del secondo. Le perplessità hanno continuato a “rimuginarmi” nella mente, al punto che l’ultima volta che il libro mi è giunto all’attenzione ho deciso di tentare di formulare una riflessione critica sulla tesi di Orsini.
Almeno sino alla metà degli anni Venti, il pensiero e il comportamento di Gramsci non sono stati al di sopra di ogni possibile critica. In particolare, il suo comportamento nei confronti degli avversari politici non è stato impeccabili e “politicamente corretto”, com’era d’uso ai suoi tempi da parte dei militanti all’interno del Partito Comunista Italiano; non tener conto, però, della sua esperienza complessiva (quindi, non solo di quella limitata ed espressa sino alla vigilia del suo arresto nel 1926), rende parziale e fuorviante la valutazione della sua personalità.
Con ciò non si vuole certo non riconoscere l’importanza del pensiero e del comportamento politicamente corretto di Turati nei confronti dei suoi avversari politici; la condivisione del pluralismo, del relativismo valoriale, del diritto a sbagliare e del rispetto dell’altro nella pratica dell’attività politica hanno fatto di Turati un modello ideale di politico professionale; soprattutto, sul piano delle relazioni personali, il modo di comportarsi del politico Turati è stato un modello comportamentale corretto, non solo rispetto ai modi di comportarsi prevalenti durante i tragici avvenimenti che hanno caratterizzato la vita politica italiana nel primo quarto del secolo scorso cui si riferisce la ricerca documentale di Orsini, ma anche rispetto a quelli prevalenti ai nostri giorni, da parte dei militanti dei singoli partiti, nei cui atteggiamenti nei confronti degli avversari prevalgono l’intolleranza, gli insulti e l’uso di falsi “dossier” per screditare l’avversario.
In altri termini, si vuole solo rilevare che il metodo seguito dall’autore, per fare un “tipo di sociologia” fondato su materiali storici (i discorsi congressuali di Turati dal 1898 fino all’ascesa del fascismo e la “produzione” di Gramsci esclusa quella riferibile al periodo della sua prigionia) idonei a consentire “di portare alla luce le caratteristiche di due “modelli pedagogici”, che concepivano in maniera opposta il rapporto con la diversità culturale e gli avversari politici, ha condotto Orsini a conclusioni sul conto di Gramsci arbitrarie, perché, come si dirà in seguito, “minate” intrinsecamente da pregiudizi ideologici.
Filippo Turati – afferma Orsini – “ha avuto un ruolo importante nella storia del secolo passato, anche sotto il profilo della teoria politica”; per troppo tempo, però, tale ruolo è stato oscurato, in quanto “ha pesato a lungo il giudizio negativo di Palmiro Togliatti, secondo cui Turati fu ‘uno zero’ in fatto di teoria politica […]. Queste parole – scritte in occasione della sua morte e pubblicate nell’aprile del 1932 sulla rinata ‘Lo Stato Operaio” – si sono tramandate per generazioni, screditando la figura di Turati in Italia e all’estero”.
Al contrario, sulla base dei risultati dell’analisi dei documenti congressuali del Partito Socialista Italiano, Orsini dimostra che il riformista Turati “è stato il protagonista di una tenacissima battaglia culturale consapevolmente intesa a porre un argine pedagogico all’ascesa dei totalitarismi di destra e di sinistra. L’azione educativa di Turati mirò a conciliare la cultura socialista con quella liberale nel tentativo di educare le nasse al rispetto del gioco democratico”. Sotto il profilo pedagogico, perciò, Turati è stato – sostiene Orsini – “il difensore dei principi che sono oggi a fondamento della cultura politica dei socialisti liberali”.
Diversamente dai valori pedagogici di Turati, quelli di Gramsci sono stati di segno diametralmente opposto. Per sostenere la fondatezza di questo assunto, Orsini fa riferimento in modo particolare agli scritti del “Prigioniero di Turi” riguardanti il periodo che va dal 1916 sino al suo arresto nel 1926, trascurando quelli contenuti nei “Quaderni del carcere”; questa esclusione viene giustificata affermando che, a partire dal suo arresto, lo “spazio di vita” di Gramsci è stato tanto limitato da giustificare l’assunto secondo cui le sue riflessioni sarebbero prive di valore, essendo state sviluppate “al chiuso di una cella in uno spirito di totale sottomissione alle regole dell’istituzione carceraria”. Tutto ciò varrebbe a dimostrare, secondo Orsini, che il contenuto dei “Quaderni” non è appropriato per valutare il pensiero ed il potenziale modo di comportarsi nei confronti degli altri di Gramsci, in considerazione del fatto che, dopo essere stato privato della libertà, egli ha smesso di “menar fendenti”. Strano questo modo di ragionare, che ricorda quanto si sosteneva, non disinteressatamente, da parte di alcuni a proposito delle lettere di Moro, dopo il suo sequestro; lettere giudicate non veritiere in quanto scritte in condizioni di cattività.
Per queste ragioni, Orsini ritiene che la sola valutazione obiettiva della personalità di Gramsci possa essere effettuata solo sulla base di quanto egli ha scritto negli anni anteriori al suo arresto; solo questi scritti, perciò, costituirebbero la base dalla quale ricavare la dimostrazione come il politico Gramsci sia sempre stato ossessionato dall’idea che la libertà fosse una condizione conseguibile soltanto attraverso la disciplina e la sottomissione dei militanti al partito; a quest’ultimo spettava, infatti, il compito di educarli a rifiutare “ogni confronto con le idee degli avversari politici”. I principi della pedagogia politica di Gramsci nei confronti dei militanti, a differenza di quella di Turati, consistevano perciò nell’assoluta accettazione e pratica “dell’indottrinamento ideologico”, “della chiusura preventiva rispetto alle idee degli avversari”, “della protezione e dell’incoraggiamento di chi offendeva e insultava gli avversari”, “della promozione del ricorso alla violenza”, “dell’esaltazione del culto della gerarchia” e infine, ma non ultimo, “del rifiuto del relativismo culturale”.
Le ricostruzioni filologiche, per quanto siano valse a sottrarre gli scritti di Gramsci alle “manipolazioni” di Togliatti, consentono ad Orsini di affermare che, finché è stato un uomo libero, Gramsci ha condiviso gli stessi convincimenti pedagogici del Migliore, il cui pensiero riguardo al modo di comportarsi nell’agone politico viene ricondotto dallo stesso Orsini alla seguente “catechesi”: “Chiunque critichi il modello bolscevico è un nemico e, pertanto, appartiene alla classe degli sfruttatori che deve essere soppressa ‘con la forza’. Bisogna essere intolleranti e antidemocratici con tutti coloro che non aderiscono al partito. […] I compagni di partito meritano di essere ascoltati. I giornalisti, gli studiosi, gli uomini politici che militano dall’altra parte fanno schifo, sono ‘porci’, sono ‘stracci mestruati’. […] Tutti gli avversari saranno un giorno costretti ad inginocchiarsi davanti al partito, fonte di verità assoluta”.
A parere di Orsini, la condivisione di queste regole non poteva che fare apparire a Gramsci il messaggio di Turati come una forma di misfatto pedagogico, che legittimava l’esistenza di opinioni in contrasto con la realtà. Turati, che è stato “soprattutto un educatore”, ha lottato – afferma Orsini - contro il progetto pedagogico di Gramsci, consistito nella creazione di un modello di uomo politico totalmente controllato dal partito e condizionato da un’ideologia che negava rispetto a qualunque libera interpretazione di ogni aspetto della vita. Il messaggio pedagogico di Gramsci, perciò, altro non è stato che una pretesa totalitaria e totalizzante fatta pesare sulla vita politica e sociale dell’uomo, negatrice di ogni dimensione della libertà. E’ così?. Non pare proprio.
Un’analisi che comprenda, senza pregiudizi, l’intera evoluzione del pensiero gramsciano esclude che esso (il pensiero) possa essere confinato e immiserito entro il “quadro violento” dipinto da Orsini. Gramsci, malgrado la sua condizione di prigioniero politico, non è mai stato isolato dal mondo; egli veniva messo continuamente al corrente di quanto accadeva fuori dalle mura carcerarie dall’”amico” Piero Sraffa, che provvedeva a “rifornirlo” di pubblicazioni su materie che erano d’interesse comune. Le vedute dei due “amici” erano convergenti sull’interpretazione del materialismo storico; si trattava di una convergenza maturata negli ultimi anni di libertà di Gramsci. Essi, i due “amici”, non condividevano l’interpretazione meccanicistica del “rapporto struttura-sovrastruttura”, ovvero l’idea che ci fosse “una totale e assoluta subordinazione della seconda alla prima” e che elementi sovrastrutturali (come la cultura e le ideologie) non potessero “reagire sulla struttura”.
L’innovativa interpretazione del materialismo storico ha rappresentato per Gramsci una svolta radicale nella maturazione del suo pensiero, che gli ha consentito di considerare la conduzione dell’attività politica secondo modalità del tutto estranee alla prospettiva del marxismo ortodosso, che tutto riconduceva all’egemonia di un solo partito politico, portatore degli interessi di una sola classe sociale.
L’interpretazione eterodossa del marxismo che Gramsci ha operato gli ha consentito di rappresentare in termini più pluralistici lo svolgimento dell’attività politica e l’antagonismo tra i vari partiti. Nella nuova prospettiva del marxismo reinterpretato da Gramsci, l’attività politica ha cessato di implicare la trasformazione del concetto di “egemonia di un determinato partito o di una determinata classe” (quella, ad esempio, del proletariato), come garanzia di una democrazia sostanziale. Se così fosse stato, l’acquisizione dell’egemonia da parte di un solo partito o di una sola classe sociale non avrebbe comportato un’”alternanza” dei partiti e dei gruppi sociali nell’esercizio dell’egemonia, ma il suo assolutizzarsi in un unico partito, o in uno solo dei gruppi sociali antagonisti.
L’idea di un’egemonia, intesa come “dominio” di un partito o di una classe sociale, ancora attribuita a Gramsci senza considerare l’evoluzione del suo pensiero durante la costrizione carceraria, esprime una lettura forzata dei testi dei “Quaderni” e riflette, da parte di coloro che rifiutano il marxismo ortodosso, il tentativo di negare, muovendo da posizioni ideologiche, che Gramsci possa essersi distaccato dall’ortodossia.
In conclusione, sulla base delle riflessioni gramsciane contenute nei “Quaderni”, si può affermare che per lui il metodo democratico nel governo della realtà storico-sociale è necessariamente reso impossibile, se l’egemonia è esercitata in termini esclusivi da parte di uno qualsiasi dei partiti concorrenti (o di una qualsiasi classe sociale) presenti all’interno della società. Ciò significa che, secondo Gramsci, l’esercizio dell’egemonia in un’organizzazione democratica della società implica sempre una contrapposizione dialettica tra il gruppo egemone e i gruppi diretti, in considerazione del fatto che la democrazia è il metodo che consente uno “scambio equilibrato” tra tutti i gruppi presenti all’interno della società civile; fatto quest’ultimo che lega la democrazia stessa al pluralismo politico della società, trasformando l’esercizio dell’egemonia in un “governo delle differenze” e non in una omologazione o dissoluzione delle differenze, secondo la presunta superiore visione filosofica di un solo partito o di una sola classe sociale.
Turati ha sicuramente preceduto Gramsci nel riconoscere il ruolo e l’importanza del pluralismo politico, che Orsini considera giustamente essere stato il suo più importante lascito per il funzionamento di una democrazia; ma aver scelto Gramsci, per rappresentare una sinistra del tutto alternativa a quella espressa da Turati, ha condotto Orsini a mancare il bersaglio giusto.

Fonte: Democrazia Oggi


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