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Partiti di sinistra: le ragioni della crisi

Gianfranco Sabattini

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In un volume snello, dal titolo “Le ingannevoli sirene. La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi”, lo storico Massimo Salvadori racconta la lunga parabola che ha condotto i partiti della sinistra socialdemocratica alla perdita di ogni contatto con la realtà del mondo attuale. Riferendosi all’Italia, egli afferma che la crisi è imputabile alla responsabilità delle forze della sinistra che, sconfitte, hanno aperto la strada ai partiti populisti, sovranisti e xenofobi. La narrazione di Salvadori, oltre a cogliere i punti salienti in corrispondenza dei quali i partiti socialdemocratici hanno perso il “passo” rispetto al ritmo della dinamica sociale, non manca di indicare la via da percorrere per assicurare al Paese un futuro migliore di quello prospettato dagli attuali leader populisti e sovranisti al governo.
Dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, l’implosione dell’Unione Sovietica e la crescente integrazione nel mercato internazionale dell’economia Cinese, alle due globalizzazioni parziali (quella capitalista e quella comunista) ne è seguita una mondiale, “posta sotto il segno del neoliberismo”. La libertà di circolazione dei capitali e delle imprese (seguita dagli esiti della rivoluzione informatica) ha presentato presto “il rovescio della medaglia”, nel senso che ha avuto ripercussioni profonde soprattutto sui Paesi di più antica industrializzazione; questi, infatti, hanno dovuto affrontare le conseguenze della perdita di una parte considerevole delle attività manifatturiere, della crescita di una disoccupazione strutturale irreversibile e della diffusione del fenomeno della povertà.
I ceti sociali impoveriti dalle condizioni di disagio economico diffusesi nei Paesi di più antica industrializzazione, non hanno trovato, come nel passato, i loro “portavoce più efficaci nei partiti di sinistra e nei sindacati, ma in movimenti populisti”, ispirati dai valori propri delle forze della destra neoliberista e da quelli di “un sinistrismo demagogico”. Inoltre, la globalizzzione economica, se inizialmente aveva avuto l’effetto di migliorare le condizioni economiche di molti Paesi arretrati, ha fatto successivamente emergere emerse le sue implicazioni negative. Dai Paesi arretrati che la globalizzazione mondiale non aveva coinvolto nel processo della Grande Convergenza verso il miglioramento delle condizioni di vita, del quale invece altri Paesi avevano beneficiato, hanno avuto origine crescenti flussi migratori. E’ stato a questo punto, sostiene Salvadori, che i movimenti populisti “hanno fatto irruzione” sulla scena politica di più antica industrializzazione, raccogliendo il consenso elettorale di tutti coloro che si sentivano vittime, per un verso, delle modalità con cui la globalizzazione aveva potuto espandersi e approfondirsi, e per un altro verso, del disagio seguito al mancato governo del crescente fenomeno immigratorio.
La situazione venutasi a creare è risultata caratterizzata dal fatto che “le persone, non più orientate da solidi partiti organizzati in grado di offrire culture politiche durevoli”, hanno maturato la propensione a “rapidi spostamenti di opinione e di posizione”; la persistente crisi economica, determinando un affievolimento del senso di solidarietà, è valsa a rendere tali persone “facile prede dell’irrazionalismo e delle lusinghe demagogiche”. Esiste, si chiede Salvadori, un rimedio alla attuale situazione di crisi politica, sociale ed economica? E soprattutto, esiste la possibilità che le forze della sinistra si identifichino in un nuovo partito organizzato?
Alla prima domanda, Salvadori risponde rifacendosi all’eredità intellettuale dello storico anglo-americano Tony Judt, auspicando che l’anarchia del mercato globale, seguita all’affermazione dell’ideologia neoliberista, sia superata attraverso la riproposizione dell’intervento dello Stato nella regolazione del mercato, riaffermando i principi “sul rispetto dei diritti di ciascuno, sul pluralismo politico” e sulla libertà della collettività. Deve trattarsi di un intervento pubblico, afferma Salvatori, in grado di contrastare quella presunta superiorità del libero mercato, tanto propagandato dall’ideologia neoliberista, ma rivelatosi politicamente e socialmente pericoloso quanto il suo fallimento economico. Inoltre, deve trattarsi di un intervento pubblico che deve muoversi lungo il solco delle conquiste che la socialdemocrazia è riuscita a conseguire nel corso del XX secolo; ma perché ciò possa accadere, le forze della sinistra devono potersi organizzare in un partito socialdemocratico moderno, i cui leader sappiano pensare al di là dei confini nazionali, tenendo conto delle “lezioni” impartite dalla crisi che ha contraddistinto i partiti di sinistra degli ultimi decenni.
La prima “lezione” della quale il nuovo partito della sinistra dovrà tener conto è che i vecchi partiti socialisti, ispiratisi all’ideologia neoliberista, hanno dovuto sperimentare la smentita di ciò che tale ideologia prometteva. La seconda “lezione” è che il nuovo partito non potrà svolgere “alcuna azione efficace sui processi politici ed economici”, se non sarà in grado di “stabilire adeguati rapporti a livello sovrannazionale e di elaborare programmi e strategie comuni” che vadano ben al di là della capacità di incidere sulle istituzioni nazionali.
In conclusione, secondo Salvadori, lo stato di debolezza che caratterizza oggi i partiti della sinistra in Italia è simile a quello che caratterizza i partiti della sinistra dei restanti Paesi europei; la capacità di contrastare gli esiti dell’egemonia acquisita a livello mondiale dall’ideologia neoliberista dipende unicamente da loro. Coloro che li compongono dovranno dimostrare d’essere capaci di partecipare all’elaborazione di un pensiero alternativo a quello neoliberista, per rispondere alla necessità, sempre più urgente, di prefigurare valide soluzioni ai problemi del mondo attuale e per progettare un futuro meno iniquo e più giusto sul piano distributivo, rispetto a quanto il presente ci riserva.
 

Fonte: Democrazia Oggi



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