Andrea Pubusa

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La festa della Repubblica non può essere un rito vuoto. Nè oggi nè mai. Intanto perché la cacciata dei Savoia ha rappresentato un atto di rottura rispetto ad un passato il cui filo conduttore è sempre stato la compressione delle forze popolari e dei suoi leaders a garanzia dei ceti privilegiati. Su di essi la corona ha fondato, via via, i blocchi sociali dominanti. Già ne sa qualcosa la Sardegna che ai Savoia deve la decapitazione a fine Settecento del movimento antifeudale. Fu quello un tentativo di un passaggio dall’antico regime alla modernità con una transizione legale dal feudalesimo e dalle rappresentanze cetuali ad una economia basata sull’impresa e ad istituzioni ispirate ai venti di democrazia borghese che venivano d’oltralpe e d’oltreoceano. Il progetto di Giommaria Angioy fu soffocato con la repressione sregolata e terroristica, il blocco sociale su cui fu imposta la restaurazione fu incentrato sulle forze feudali e i ceti professionali servili. Alle rivendicazioni di autonomia fu posta una cappa fatta del più oscuro accentramento. In Sardegna, dal fatidico giugno 1796 quando Angioy fu messo fuorilegge a Oristano, fino alla fusione perfetta fu sperimentato quanto poi i Savoia fecero, in condizioni mutate, a livello nazionale dopo l’Unità d’Italia. Se si vuole trovare una antecedente quasi in fotocopia alla repressione delle masse del Meridione d’Italia dopo l’Unità, lo troviamo in Sardegna da fine Settecento ai primi decenni dell’Ottocneto. E sempre nella propensione reazionaria degli ambienti della corte sabauda troviamo le origini dell’avversione ai movimenti nascenti a fine Ottocento, da quello socialista a quello popolare, e poi al federalismo sardista dopo la Grande Guerra. Il fascismo è in quell’humus che affonda le sue radici.

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La Repubblica è la risposta vincente a tutto questo. Rappresenta, insieme alla Costituzione repubblicana, il risultato più alto delle lotte popolari dai moti antifeudali sardi di fine Settecento, ai movimenti democratici per l’unità d’italia, alle lotte del nascente movimento operaio e dei cattolici-popolari, agli altri movimenti progressisti.
Questo è un elemento rivoluzionario che il 2 giugno evoca nel modo più limpido e indiscutibile insieme all’approvazione della Carta costituzionale come espressione dei valori più alti di democrazia della storia del Paese, fatti propri dalle forze che hanno dato testa, gambe  e sangue alla Resistenza al nazifascismo.
Questa onda lunga della storia, che si proietta sul 2 giugno del 1946, ci detta anche i compiti per l’oggi e per il futuro. Non semplice e giusta celebrazione di una storica vittoria delle forze popolari, ma punto di partenza per fare della Repubblica e della sua Costituzione vita effettiva, esercizio quotidiano di democrazia praticata. Dopo la stasi costituzionale nella prima legislatura repubblicana, la Costituzione pian piano dalla carta è passata alla realtà. E’ istituita la Corte costituzionale, iniziano a radicarsi le libertà, sorgono, a seguito di grandi lotte sindacali, i diritti dei lavoratori, la Costituzione entra nelle scuole con la scuola dell’obbligo che porta il diritto allo studio fin nei più piccoli paesi, e penetra nei luoghi di lavoro con lo Statuto dei lavoratori, e nelle relazioni personali con la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto. Vengono istituite le regioni come proiezione nell’ordinamento delle comunità territoriali. Niente è donato, tutto è frutto di grandi mobilitazioni, ma ciò che fino a qualche decennio prima era sogno diventa realtà. Si attenuano anche le diseguaglianze, irrompono in postazioni decisionali masse di uomini e donne provenienti dai ceti subalterni. Le donne entrano in magistratura e, come nelle scuole, diventano prevalenti.  Tuttavia rimane da completare l’opera. La parità è in cammino, ma incontra ostacoli e non è raggiunta neanche negli organi rappresentativi.
C’è poi la svolta liberista degli anni ‘80-’90, che rende egemone un pensiero volto alla restaurazione delle divisioni sociali, alle diseguaglianze e all’azzeramento dei diritti del lavoro. Ecco noi ora siamo in questo punto preciso della storia. Il 2 giugno ci dice che dobbiamo riprendere il cammino. Un compito più difficile per la scomparsa delle grandi forze organizzate che diedero vita alla Repubblica e alla Costituzione. Ma necessario, se non si vuole stabilizzare un passo indietro epocale. Se non si vuole sancire una sconfitta duratura del movimento democratico. Ecco, di fronte a questo compito, la Costituzione rappresenta ancora il programma più chiaro e più unitario per le forze del cambiamento. Ecco perché il 2 giugno, come il 25 aprile non possono  essere solo giorni di festa, perché ricordano delle vittorie importanti, devono essere anche giorni in cui le forze democratiche rinnovano il loro impegno e il loro patto di lotta per un nuovo balzo in avanti. Non domani, adesso, subito. Oggi 2  giugno 2021.

Fonte: Democrazia Oggi

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