Tonino Dessì

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Proseguiamo la riflessione sull’Afghanistan già avviata da Tonino Dessì[1] e arricchita dall’intervento di Fernando Codonesu[2].

Il Ferragosto 2021 verrà ricordato nella Storia contemporanea come la data della riconquista talebana di Kabul e conclusivamente di tutto l’Afghanistan.
“L’Occidente esce a pezzi dall’Afghanistan”, convengono i media occidentali, anche i più istituzionali.
Vent’anni di guerra degli USA e della NATO, migliaia di vite umane civili e militari sacrificate, immense risorse spese per mettere in piedi un Governo, uno Stato, un esercito: tutto questo si è rivelato inutile, tutto si è sciolto come neve al sole in pochi giorni.
Mentre scorronevano su tutte le televisioni, in serata, le immagini degli elicotteri del ponte aereo fra l’ambasciata statunitense e l’aeroporto della capitale afghana, che rinviano la memoria all’ingloriosa fuga da Saigon del 1975, il Segretario di Stato Blinken ha rilasciato una surreale dichiarazione.
“Noi andiamo via da qui perché il nostro compito è finito: dovevamo punire i responsabili dell’attentato alle Twin Towers del 2001, tutti gli obiettivi sono stati raggiunti, gli USA non hanno interesse a restare in Afghanistan”.
L’Amministrazione Biden si accolla in realtà, senza volerne prendere le distanze, le responsabilità di una guerra intrapresa da Bush junior, dalla quale Obama non è riuscito a tirarsi fuori, dopo che Trump ormai aveva trattato una fragile tregua con i Talebani, preannunciando unilateralmente il ritiro statunitense senza nemmeno concordarlo politicamente e militarmente con gli alleati dell’ISAF.
La verità è che tutte le potenze che contano nel mondo e in quell’area, USA, Cina, Pakistan, Russia, Turchia, ormai avevano deciso a favore del ritorno dei Telebani al potere, in Afghanistan.
È vero, gli USA lì non ci stanno a far nulla e ora scaricano ad altri Paesi, confinanti con l’Afghanistan la patata bollente del caos che hanno causato, in una concatenazione di eventi che cominciò già nel corso dell’invasione sovietica e dopo la ritirata dell’Armata rossa, sconfitta anch’essa in una guerra che non poco concorse al crollo dell’URSS.
Comprensibilmente, quando l’offensiva finale dei Talebani è scattata, nessun afghano legato a un Governo e a uno Stato abbandonati a loro stessi ha voluto resistere e combattere rischiando un nuovo bagno di sangue.
La notte stessa, dal Palazzo presidenziale di Kabul, insieme a dichiarazioni di tolleranza e alle assicurazioni che non vi saranno vendette, i portavoce talebani hanno preannunciato la ricostituzione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan”.
Quello che l’ISIS non era riuscita a fare in Iraq, Siria e Nordafrica, ossia dar vita a un’entità statuale e territoriale per l’integralismo islamico di matrice sunnita, prende piede in Afghanistan.
Ma rischia di non finire qui, anzi, è sicuro che non finisce qui.
Le preoccupazioni per la sorte del popolo afghano, a partire dalle donne, sono condivise da tutti gli analisti politivi e dalle organizzazioni per i diritti umani: l’Emirato sarà retto dalla Sharija, il verbo dell’integralismo musulmano.
Le guerre in realtà, sono sempre combattute contro i popoli.
Si sarebbero dovute ascoltare, in Italia, le poche voci che si erano levate anche contro questa guerra, fra le quali quella del compianto Gino Strada, fondatore di Emergency, i cui presidi sanitari hanno comunicato che non lasceranno l’Afghanistan nemmeno adesso.
“Si vis pacem, para pacem”, c’è poco da fare e quell’articolo 11 della Costituzione, che dalla guerra nell’ex Jugoslavia, all’Iraq, alla Libia, all’Afghanistan, i governi italiani di tutti i colori hanno violato, sarebbe stato meglio invece assumerlo come un totem assoluto, genetico, non solo impeditivo di avventure, ma impegnativo in tutte le relazioni internazionali del Paese, anzitutto con i propri alleati.
“Chi rompe paga”, recita un detto popolare.
Come minimo dovremmo cominciare a pagare i danni preparandoci a fronteggiare una nuova ondata migratoria, questa volta con corridoi umanitari adeguati e ciascuno facendosi carico della sua parte di accoglienza.
Questo vale nei confronti delle afghane e degli afghani che hanno collaborato con gli occidentali, ma più in generale per quella prevedibile massa di persone che sotto il regime talebano non potranno o non vorranno starci.
Oggi si rievoca il Vietnam: bene, ricordiamocela tutta, quella storia, compreso lo strascico umanitario del soccorso e dell’accoglienza dei boat people sudvietnamiti.
Infine, parliamoci chiaro: la partita dei flussi migratori da oggi si riapre tutta, su tutti i fronti, perché le conseguenze della crisi afghana avranno certamente un effetto-domino.
Ma su questo da ieri nuovamente l’Europa si divide e in Italia ricomincia la campagna xenofoba della destra di maggioranza e di opposizione.

References

  1. ^avviata da Tonino Dessì (www.democraziaoggi.it)
  2. ^Fernando Codonesu (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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