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Miasmi a Mansangionis: “Ricerca non precisa. Ora però è tempo di agire”

Miasmi a Mansangionis: “Ricerca non precisa. Ora però è tempo di agire”
L’intervento del Comitato civico. Polemico il sindaco di Marrubiu

Il “Comitato per la qualità della vita di Sant’Anna, Is Bangius, Masongiu” interviene sui dati presentati dal Consorzio Industriale Provinciale dell’Oristanese, relativi alla campagna rilevamento odori dall’impianto di trattamento dei rifiuti di Masangionis, condotta dall’Istituto E. Mach di Trento. Lo pubblichiamo di seguito.

“In data 26 novembre u.s. sono stati presentati dal CIPOR (Consorzio Industriale Provinciale Oristanese) i risultati della campagna rilevamento odori condotta dall’Istituto E. Mach di Trento nel mese di agosto, dai quali risulta evidente che i cattivi odori percepiti – e più volte segnalati dagli abitanti dei centri abitati limitrofi – provengono, senza alcun dubbio, dall’impianto di trattamento RSU gestito dall’Ente Oristanese.

Come già più volte segnalato sulle pagine della cronaca, il disagio delle popolazioni circostanti causato dai miasmi era giunto ad un livello insopportabile. Il Cipor, dopo sette anni di smentite sulla sussistenza e responsabilità delle emissioni odorigene fuoriuscenti dall’impianto di Is Masangionis, si deve arrendere all’evidenza dei dati. Eppure sin dal 2013 in un clima collaborativo il Comitato per la qualità della vita di S’Anna, Is Bangius e Masongiu, aveva suggerito alcune strategie per limitare l’impatto odorigeno, completamente ignorate dal Cipor che aveva continuato a sostenere l’assenza di emissioni da parte della struttura.

L’istituto Mach di Trento, nel suo rapporto, identifica il fronte della discarica del SNR (secco non riciclabile) come responsabile per il 29% delle emissioni, il biogas che ne fuoriesce per il 41% ed il compost che viene abbancato all’esterno e ricavato dai rifiuti umidi per il 24%. La metodologia utilizzata per rilevare gli odori desta perplessità ai fini delle determinazioni statistiche e della valutazione dell’inquinamento nel suo complesso. Ad esempio non è stato considerato l’effetto del vento sulle rilevazioni, in quanto – sostiene il rapporto – debole e ininfluente sulla raccolta dati e con eventi odorigeni anche in discordanza con la direzione impianto-centro abitato. Risulta invece che su un totale di 824 ore, per 249 ore (30% del tempo) il vento abbia soffiato da Nordovest con intensità media di 9 km orari, e per 158 ore (19 % del tempo) da ovest mediamente a 11, 2 km/ora, con la conseguenza che il “naso elettronico” è risultato sopravvento rispetto all’impianto per quasi la metà del tempo. Secondo il comitato se tali effetti fossero stati considerati, avrebbero probabilmente portato a una lettura diversa dei risultati.

E’ appena il caso di evidenziare che il Consorzio, invece di spendere 57.000 euro per l’affitto di un solo mese del naso Pen3 Airsense, avrebbe potuto acquistarne uno (costo 10.000 euro in internet) e monitorare diacronicamente ed estensivamente un fenomeno per sua natura di intensità variabile, che perdura 365 giorni l’anno, investendo un’area di svariati chilometri quadrati. Si sarebbe speso di meno e ottenuto risultati più attendibili ai fini statistici!

E’ comunque palese che, se anche solo il 6,3 % dei miasmi dovesse costituire l’aliquota che investe l’abitato e l’intero territorio circostante per l’intero corso dell’anno (non si comprende come possa sostenere tale tesi il rapporto sulla base di un referto mensile!), si rientrerebbe comunque nell’ambito della violazione della normativa vigente in materia di inquinamento ambientale. Le molecole odorigene infatti, possono veicolare sostanze chimiche indesiderate, virus e patogeni, a seconda della matrice di provenienza. Il rischio sanitario è quindi sempre presente ed elevato quando si parla di cattivi odori. Non è infatti solo una questione di quantità o di percentuali, ma un sintomo della presenza di sostanze che potenzialmente anche in quantità minime sono in grado di creare rilevanti problemi per la salute pubblica.

I consulenti dell’Istituto Mach evidenziano nell’analisi, come alcune banali strategie potrebbero drasticamente ridurre le emissioni, ponendo in tal modo interrogativi sulla corretta gestione aziendale. A titolo di esempio: un telo impermeabile sulla discarica per limitare le esalazioni di biogas, qualche pozzetto in più per captarli, il trattamento del fronte discarica con sostanze deodoranti. Ci si interroga sulla effettiva efficacia degli stessi, considerato che alcuni di essi erano già stati suggeriti dal Comitato 6 anni fa. Il rapporto sostiene che con poche migliaia di euro e in pochi giorni si risolverebbe il 70% dei problemi! Appare stupefacente che in un’ottica aziendale di adozione delle migliori tecnologie disponibili sul mercato e imposte dalle limitazioni normative, non si sia provveduto negli anni ad eseguire interventi banali come qualche tubo disseminato e un telo copertura.

Al contrario oggi l’interesse maggiore del CIPOR sembra focalizzarsi sul problema compost, che peraltro incide solo per il 24% sul quantitativo delle emissioni. Si ha il sospetto che i dati della campagna di rilevazione vengano utilizzati strumentalmente per proporre come soluzione parziale della criticità odorigena, il ricorso all’installazione di un digestore anaerobico. E’ probabile che tale tecnologia sia in grado di contrastare solo una delle cause delle emissioni odorigene (il compost appunto), ma è d’uopo rammentare che le direttive europee vigenti in materia di riciclaggio e recupero rifiuti impongono che la digestione anaerobica debba essere considerata una “seconda scelta”, da adottarsi quando non sia possibile ricorrere alle buone pratiche di compostaggio.

Quello che si può intuire è che il digestore anaerobico venga poi utilizzato per la produzione di energia elettrica, creando nel contempo ulteriori disagi per la presenza di liquami (a tutti gli effetti rifiuti speciali) e immettendo nell’aria C02 ed altri inquinanti pericolosi conseguenti alla combustione di biogas. Per tale ragione il Comitato si schiera per un no preventivo a tale soluzione tecnica, valutati i potenziali rischi per la salute segnalati a più riprese da altre comunità e dalle associazioni ambientaliste tra le quali l’ISDE (Medici per l’ambiente).

Abbiamo scritto, 10 giorni fa, una PEC a Legambiente – ente proposto unilateralmente dal Cipor come coordinatore del processo partecipato per la decisione di installare un digestore – dando la disponibilità ad un confronto attivo lungo l’iter autorizzativo che l’impianto dovrà seguire. Abbiamo chiesto che nella prima riunione vengano indicati obiettivi, tecnologie e tempistiche. Finora nessuna risposta!”

Andrea Santucciu

All’intervento del Comitato si è aggiunto anche quello del sindaco di Marrubiu Andrea Santucciu: “Il Consorzio non avrebbe dovuto spendere 57 mila euro per utilizzare il naso elettronico, che ha confermato quello che il naso dei cittadini, che funziona anche meglio, hanno sempre sostenuto. Quei soldi sarebbe stato meglio utilizzarli per risolvere il problema, cercare delle soluzioni”.

Lunedì, 2 dicembre 2019

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Fonte: Link Oristano



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