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Quello che le donne dicono e che gli uomini non ascoltano - Cronaca

Ammetto di aver provato sincero imbarazzo nel leggere i micro racconti di moltissime donne pubblicati su Twitter, piccoli quadri davvero sgradevoli dove i protagonisti (gli uomini) non si rendono minimamente conto di quanto possano fare male le parole ed i gesti (e, quindi, non solo le violenze carnali e le botte). Tutto è nato da alcune dichiarazioni di attrici che hanno confessato di aver subito molestie e violenze sessuali sul luogo del lavoro. Ne è nato un lunghissimo dibattito che, soprattutto sui social, ha avuto anche delle code velenose e delle accuse terribili nei confronti di chi ha denunciato il disagio e la violenza subita. Il popolo dei polpastrelli si è subito diviso in chi difendeva a spada tratta il coraggio di riferire certi terribili momenti e chi, invece, anche se con soffusi giri di parole diceva: “te la sei cercata”. Vecchia e pelosissima storia: la donna, da sempre, deve difendersi. Quello che stupisce è che deve farlo da altre donne che non accettano certi discorsi. Oltre ad alcune attrici famose, sono finite nel tritacarne tutte quelle che hanno denunciato molestie. Le argomentazioni, piuttosto astruse a dire il vero, partono dal presupposto che, grazie a quelle attenzioni da parte degli uomini, molte donne hanno fatto carriera, son diventate grandi attrici, splendide giornaliste, vincitrici di premi internazionali di letteratura, esimie scienziate, ottime ragioniere. Chi condanna porta sul tavolo delle imputate l’onere di una prova oggettivamente impossibile da mostrare: il successo. In un paese dove “l’aiutino” è la norma quotidiana ci sta che accettare certe attenzioni è utile per far carriera. Mi sgomenta e mi addolora che moltissime a pensarla in questo modo siano donne. Mi rattrista questo modo molto generalista di ragionare e di non comprendere cosa ci sia dietro le parole di chi, molte volte, è stata costretta a subire in silenzio e portarne le ferite per tutta la vita. Lola che accusa di essere stata palpeggiata a sei anni, molestata da un parente, toccata sugli autobus, oggetto di gesti e insulti osceni; Ilaria è due giorni che prova a scriverlo e poi lo cancella perché le risuonano ancora in testa i commenti delle persone a cui lo raccontò allora; Karin racconta di quando a 13 anni le dissero «questo dev’essere il nostro segreto», oppure Nadia che chiese aiuto ad un amico per stalking, minacce e botte e lui rispose: «È normale. È innamorato e tu lo stai lasciando». Stiamo parlando di questo, stiamo parlando di quell’universo di silenzio dove chi fa finta di non capire o sviare il discorso è colpevole, sia esso uomo o donna. Non è solo all’interno del mondo patinato del cinema che succedono queste cose ma sugli autobus, per le strade delle nostre città, all’interno delle nostre famiglie. Il più delle volte a subire queste terribili attenzioni sono i minorenni, gli innocenti a cui viene raccontato di non raccontare niente perché quello è un “gioco segreto”. Una ragazza scrive: «Quella volta che non hai detto niente perché avevi 11 anni e il tizio era un tuo parente stretto. E continui a tacere anche a 28»; Elis che ricorda il vicepreside delle medie che ti chiedeva di prendere una caramella dalla sua tasca di pantaloni. Stiamo parlando di questo mondo, di un mondo terribilmente reale e molto vicino alle nostre storie. Stiamo parlando di cose schifose e anormali che accadono nel perimetro della nostra normalità. Dire «te la sei cercata» ad una bambina di 11 anni, o ad una ragazza su un tram o in ascensore, significa non aver capito la gravità del problema. Asia Argento o le altre attrici hanno solo raccontato le loro esperienze, quello che è accaduto sui loro luoghi di lavoro che sono molto simili ai nostri. Quando si raccontano storielle di un certo tipo, quando si apostrofano le donne in un certo modo, quando si fanno apprezzamenti anche verbali e ci ostiniamo a dire: «ma questo che c’entra? Stavamo solo scherzando», stiamo commettendo una molestia. Dovremmo cominciare ad impararlo. Può capitarci quello che è accaduto a Linda che ad una cena “elegante” uomini stimati raccontavano le loro vacanze da turisti sessuali con le bambine nell’ilarità generale o quello che ci ricorda Giulia quando afferma che «le battute sessiste al lavoro sono rivolte a tutte, tranne alle presenti». Stiamo parlando non di Hollywood, non di Las Vegas, non di lustrini e paillettes, stiamo parlando delle nostre vite, della nostra quotidianità. Far finta di non credere, continuare a dire: «la violenza carnale è un’altra cosa», significa non aver capito nulla di quello che le donne hanno cominciato a dire.

vedi su La Nuova Sardegna