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Sardegna Catalogna d'Italia? Forse è bene rileggere la storia - Cronaca

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È lungo l’elenco delle popolazioni che come i catalani - buona parte di loro, almeno - rivendicano la fuoruscita da uno Stato al quale, magari per secoli, sono appartenute. Nazioni che, prive di una struttura politico-istituzionale, si fondano su caratteri etnici e culturali e che vogliono ora farsi Stato. Anche la Sardegna ha un suo posto nella geografia dell’indipendentismo europeo, accanto alla Corsica, ai Paesi Baschi, alla parte fiamminga del Belgio, alla Scozia, alle lontane Fær Øer che vorrebbero staccarsi dalla Danimarca.

Che la Sardegna sia a suo modo la Catalogna d’Italia è quanto hanno voluto sostenere quegli indipendentisti sardi che, giunti a Barcellona nei giorni più caldi della rivolta catalana, hanno ribadito, oltre alla fratellanza tra i due movimenti, la condivisione dei metodi pacifici dei catalani. Ognuno dei movimenti indipendentisti ha sue ovvie specificità e, sopratutto, sue forme di radicamento nella realtà sociale da cui emerge. Tutti però hanno in comune una retorica che afferma in modo perentorio, e in sostanza non negoziabile, non solo l’esistenza della nazione ma il suo diritto a farsi Stato.

Il ricorso alla storia come fonte di legittimazione non sempre è ritenuto necessario e, quando c’è, porta a conclusioni sommarie. Può infatti capitare che esplorando la propria storia si facciano scoperte imbarazzanti. Che la nazione in questione non ha radici millenarie, come forse si immaginava, e che la sua storia è alla fine troppo complessa e non sono tutto trasparenti i suoi significati simbolici. Prendiamo la storia sarda: può anche lasciare perplessi la scoperta, che Amsicora fosse un nobile di origine punica, lontanissimo per cultura dalle bellicose tribù della Barbagia “resistente”. Che dire poi di Eleonora d’Arborea che, nata in Catalogna, si batté per i diritti e i privilegi della sua casata, in un quadro culturale e istituzionale in cui viene difficile ambientare una lotta a sfondo nazionale. Non si vuol dire con questo che nazioni senza Stato non possano legittimamente elaborare l’idea di una separazione. In altre parole, che la Scozia voglia la sua indipendenza dal Regno Unito, la Catalogna dalla Spagna, la Sardegna dall’Italia.

Su un punto tuttavia occorre essere chiari: che l’indipendenza non può essere fatta passare per la romantica indifferenziata aspirazione di tutto un popolo, come si è sentito nelle grandi manifestazioni di Barcellona, ma costituisce un preciso progetto politico espresso da soggetti individuabili, partiti, associazioni, singole personalità. E, per quanto il progetto goda di un favore ampio tra i cittadini, questo favore non sarà illimitato né necessariamente maggioritario.

Emerge in queste situazioni la propensione del blocco politico indipendentista a presentare gli “unionisti” come figli di un dio minore, impuri sotto profilo nazionale, culturalmente dei colonizzati. Non sono pochissimi i sardi - ed è anche da dimostrare siano una minoranza - che d’indipendenza non vogliono neppure sentire parlare e che se proprio devono sentirsi qualcosa si sentono sopratutto italiani. Si commuovono a sentire ‘Va Pensiero’, fanno il tifo per la nazionale di calcio, pensano all’italiano con l’affetto che si deve alla propria lingua madre: tutto questo senza smettere di essere e sentirsi sardi.

In realtà tutte le ideologie nazionali si nutrono di materiali, se non sempre truffaldini, certo da maneggiare con diffidenza. Continuiamo a cantare “Fratelli d’ Italia, l’Italia se desta” sapendo benissimo che si tratta dei brutti versi di un inno lontano mille miglia dal sentimento d’appartenenza che ci fa sentire, oggi, italiani. Continuiamo a cantarlo per il semplice fatto che inni e bandiere non si cambiano se sopravvive, anche in una forma totalmente diversa, l’emozione che li ha generati. Riconoscere la natura per così dire artificiale delle ideologie nazionali, prima di tutto di quella nell’orbita della quale siamo cresciuti, conoscerne la storia con le sue complicazioni e i suoi passi falsi, rappresenta non solo un salutare momento di autocoscienza ma anche un antidoto contro l’intolleranza. Un modo inoltre per ricordarci che ciò che ci rende comunità nazionale sono certo gli inni e le bandiere ma ancora di più le leggi. E che sono le leggi, in primis quella fondamentale, la Costituzione, che danno un senso e una direzione al nostro stare insieme.

 

vedi su La Nuova Sardegna