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La disperazione del pastore che ha ucciso 135 pecore: "Le pecore le ho uccise io per non farle morire di fame, non avevo più soldi per sfamarle"

 
SASSARI. Quando ha visto i medici del Centro di Salute Mentale di Sassari e gli agenti della polizia locale di Ploaghe ha confessato tutto: «Le pecore le ho uccise io per non farle morire di fame, non avevo più soldi per sfamarle». Subito dopo, l’allevatore 62enne ricercato da una settimana per aver sgozzato un intero gregge di 135 pecore e quattro cani pastore nel suo terreno ai piedi del colle di Santa Giusta, nelle campagne di Ploaghe, ha consegnato il coltello con cui aveva compiuto la mattanza. Poi senza protestare ha seguito medici e agenti nel reparto di Psichiatria dell’ospedale civile di Sassari dove è stato ricoverato per accertamenti. Sono stati gli uomini del comando della polizia locale del paese ieri mattina a bussare alla sua porta dopo che per una settimana l’uomo aveva fatto perdere le sue tracce. Il comandante Giorgio Sini insieme al medico del paese e ai colleghi dell’azienda sanitaria lo hanno invitato a seguirli e l’allevatore non ha opposto alcuna resistenza. «Non avevo più un soldo - ha ammesso - perché non riuscivo più a vendere il latte, così ho ucciso i cani e le pecore per non vederli morire di stenti. Avevo provato anche a vendere il terreno - ha aggiunto l’allevatore - ma non ho trovato nessuno che fosse interessato». Una settimana fa in un raptus di follia l’uomo aveva radunato il gregge in una parte impervia del suo terreno e aveva sgozzato 135 pecore con una crudeltà che aveva lasciato senza parole gli uomini della Forestale e della polizia locale di Ploaghe che le avevano rinvenute in un lago di sangue in località “Pala ’e Chercu”, dopo la richiesta di intervento di alcuni allevatori del paese che avevano sentito il fetore insopportabile degli animali in decomposizione. Poi l’uomo, con un passato burrascoso e una vita ai margini della società, era sparito. L’allevatore era esasperato perché la cooperativa di Thiesi aveva da tempo smesso di ritirare il latte delle sue pecore ritenuto con un contenuto microbico troppo alto. Sulla vicenda sono intervenute diverse associazioni animaliste che hanno annunciato di costituirsi parte civile nel processo a carico dell’uomo. «Il latte delle sue pecore non era più adatto al consumo a causa dell’alto contenuto microbico - spiega Gian Marco Prampolini, presidente della Lega Antivivisezionista - ma l’alto contenuto di batteri è riconducibile alla negligenza del pastore nella gestione degli animali e delle norme di produzione».

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