sardanews

poveri

Left. L’unico giornale di sinistra 13 novembre 2018.  Sono 1,2 milioni i bambini e gli adolescenti che vivono in povertà assoluta ne nostro Paese. Ma non sono solo le condizioni economiche del nucleo familiare a pesare sul loro futuro. L’ambiente in cui vivono ha un enorme impatto nel condizionare le loro opportunità di crescita e di futuro.

Pochi chilometri di distanza, tra una zona e l’altra, possono significare riscatto sociale o impossibilità di uscire dal circolo vizioso della povertà: la segregazione educativa allarga sempre di più la forbice delle disuguaglianze, in particolare nelle grandi città, dove vivono tantissimi bambini, ed è lì che bisogna intervenire con politiche coraggiose e risorse adeguate.

È uno dei dati più significativi che emerge dal IX Atlante dell’infanzia a rischio “Le periferie dei bambini” di Save the Children, pubblicato da Treccani, che sarà disponibile a breve nelle librerie italiane. Un viaggio senza precedenti attraverso le periferie delle grandi città e del Paese, che sono per i bambini vere e proprie “periferie educative”, in termini di mancato accesso all’istruzione, agli spazi ricreativi e culturali.

All’interno di una stessa città, l’acquisizione delle competenze scolastiche da parte dei minori segna un divario sconcertante sottolineano gli autori della ricerca. A Napoli, i 15-52enni senza diploma di scuola secondaria di primo grado sono il 2% al Vomero e quasi il 20% a Scampia, a Palermo il 2,3% a Malaspina-Palagonia e il 23% a Palazzo Reale-Monte di Pietà, mentre nei quartieri benestanti a nord di Roma i laureati (più del 42%) sono 4 volte quelli delle periferie esterne o prossime al GRA nelle aree orientali della città (meno del 10%). Ancora più forte la forbice a Milano, dove a Pagano e Magenta-San Vittore (51,2%) i laureati sono 7 volte quelli di Quarto Oggiaro (7,6%).

Differenze sostanziali tra una zona e l’altra riguardano anche i NEET, ovvero i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano più, sono senza lavoro e non sono inseriti in alcun circuito di formazione: nel capoluogo lombardo, in zona Tortona, sono il 3,6%, meno di un terzo di quelli di Triulzo Superiore (14,1%), mentre a Genova sono 3,4% a Carignano e 15,9% a Ca Nuova, e a Roma 7,5% Palocco e 13,8% a Ostia Nord.

Anche i dati tratti dai test INVALSI testimoniano il divario nell’apprendimento scolastico. A Napoli, ad esempio, una distanza siderale di 25 punti INVALSI divide i bambini dei quartieri più svantaggiati da quelli che abitano a Posillipo, a Palermo sono 21 quelli tra Pallavicino e Libertà, a Roma 17 tra Casal de’ Pazzi e Medaglie d’Oro, e a Milano 15 punti dividono Quarto Oggiaro da Magenta-San Vittore.

Allargando lo sguardo alle altre risorse educative essenziali per lo sviluppo dei bambini, scopriamo, ad esempio, che i minori che non hanno l’opportunità di navigare su Internet nel Mezzogiorno si concentrano nei capoluoghi delle grandi aree metropolitane (36,6%), e vivono spesso nelle famiglie con maggiori difficoltà economiche (38,8%), così come, nelle stesse zone, i bambini e adolescenti che non svolgono attività ricreative e culturali raggiungono il 77,1%.

Questi alcuni tra i dati messi in luce dal IX Atlante dell’infanzia a rischio “Le periferie dei bambini” di Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita ai bambini e garantire loro un futuro, dedicato alle periferie educative in Italia, e pubblicato per il terzo anno consecutivo Treccani.

«È assurdo – dice Valerio Neri, dg di Save the Children – che due bambini che vivono a un solo isolato di distanza possano trovarsi a crescere in due universi paralleli. Rimettere i bambini al centro significa andare a vedere realmente dove e come vivono e investire sulla ricchezza dei territori e sulle loro diversità, combattere gli squilibri sociali e le diseguaglianze, valorizzare le tante realtà positive che ogni giorno si impegnano per creare opportunità educative che suppliscono alla mancanza di servizi».

Sono quasi 3,6 milioni i bambini e adolescenti che vivono nelle 14 principali aree metropolitane del Paese (2 su 5 del totale in Italia), e crescono spesso in zone o quartieri sensibili che possiamo definire “periferie” da tanti punti di vista differenti, non solo rispetto alle distanza dal centro città, ma in base ai diversi deficit urbanistici, funzionali o sociali dei territori. Sono ad esempio “periferie funzionali” i quartieri dormitorio, “svuotati” di giorno per effetto dei grandi flussi pendolari verso i luoghi di lavoro, privi di opportunità e povere di relazioni sociali.

Secondo questo criterio, a Roma e Genova vivono in aree ‘periferiche’ il 70% dei bambini al di sotto dei 15 anni, e a Napoli e Palermo il 60%, un numero che scende al 43% a Milano e al 35% a Cagliari. Più in generale, quando bambini e adolescenti delle città più densamente popolate si guardano intorno, 259.000 (l’11,8%) vedono strade scarsamente illuminate e piene di sporcizia, non respirano aria pulita e percepiscono un elevato rischio di criminalità.

Il IX Atlante dell’infanzia a rischio “Le periferie dei bambini” traccia una mappa dei divari che in termini di risorse economiche e culturali, accessibilità dell’istruzione e dei servizi, qualità degli spazi urbani, verdi, ricreativi espongono maggiormente bambini e adolescenti al rischio di vulnerabilità, ma dimostra, al tempo stesso, come essi siano la risorsa più vitale e il potenziale più alto su cui puntare per innescare una indispensabile rigenerazione di questi luoghi.

Un’introduzione aggiornata al grande dibattito sulle periferie, che articola insieme un’analisi geografica, sociale e educativa. Il primo tentativo di cartografare le periferie italiane dal punto di vista dell’infanzia che attinge all’esperienza di Save the Children e di tante altre associazioni impegnate sul campo, alle più recenti ricerche scientifiche e ad una collaborazione straordinaria con ISTAT, uffici statistici di MIUR e INVALSI e ufficio studi della Caritas Italiana.

Il volume di 290 pagine, presentato oggi in anteprima e disponibile a breve in libreria, è curato da Giulio Cederna e corredato dagli scatti del fotografo Riccardo Venturi, da 32 tavole, 120 mappe, 20 tra grafici e infografiche, da 6 parole chiave, interpretate con contributi originali da esperti di periferie in campi diversi, come Cristina Alga, Carlo Cellamare, Walter Nanni, Marco Picone, Enrico Puccini e Sabrina Lucatelli. Una versione multimediale e interattiva è disponibile online (www.atlante.savethechildren.it).

«La retorica della “centralità” dei bambini e delle famiglie racconta un Paese che non c’è» aggiunge Valerio Neri. «Basta scorrere le pagine dell’Atlante per leggere una storia diversa: l’infanzia è la vera “periferia” dell’Italia».

I bambini e gli adolescenti sono infatti sempre più ai margini della popolazione in termini demografici: nel 1987 erano il 23,2% del totale e oggi superano di poco il 16%, a fronte degli over65 che sono cresciuti dal 12,6% al 21,2%[8]. Minori che si ritrovano anche ai margini dello spazio pubblico, se è vero che 94 bambini su 100 tra i 3 e i 10 anni non hanno modo di giocare in strada, solo 1 su 4 trova ospitalità nei cortili, e poco più di 1 su 3 ha la fortuna di avere un parco o un giardino vicino a casa dove poter giocare.

Ai margini della politica, per effetto di una spesa pubblica che negli anni della crisi economica, pur crescendo in termini assoluti, ha tagliato la voce istruzione e università dal 4,6% sul PIL del 2009 al 3,9% del 2015-16, mentre altri paesi europei rispondevano alle difficolta di budget in maniera diametralmente opposta aumentando questa voce di investimento fino al 5% del PIL.

Una forbice in negativo con l’Europa che si riscontra anche sui fondi per ‘famiglia e minori’ fermi in Italia ad un esiguo 5,4% della spesa sociale, contro l’11% di Germania, Regno Unito e Svezia e ben al di sotto della media UE attestata all’8,5%.

I minori in Italia sono soprattutto, e sempre di più, ai margini della ricchezza, se si considera che la povertà assoluta riguarda il 12,1% di loro, non fa distinzioni tra bambini e adolescenti (12,4% fino a 3 anni, 11,4% da 4 a 6 anni, 12,3% 7-13 e 11,8%14-17) e pesa sul quotidiano di 702.000 famiglie con minori (10,9%). La povertà relativa riguarda 1 minore su 5 e, a conferma di un trend negativo, chi ha oggi meno di 17 anni ha una probabilità di diventare povero cinque volte più alta rispetto ai propri nonni.

Fonte: Sardegna Soprattutto

Atzara-il-paesaggio-circostante-Fonte-www.sardegnaturismo.it_-770x480

Oggi mercoledì 14 alle ore 18, nella sala della Fondazione di Sardegna, in via S. Salvatore da Horta, 2, a Cagliari, sarà presentato un volume di poesie di Gianni Loy, dal titolo “Movimenti”, edito dalla Cuec.

Si tratta dell’ultimo tassello dell’opera letteraria dell’autore. Dopo alcune sceneggiature, tra cui “Dimmi che Destino avrò” e, più recentemente, “La prima volta che ho visto il mare”, messa in scena da Cristina Maccioni l’autore presenta una silloge di poesie.

La poesia sebbene sopraffatta da altre incombenze, o da altre apparenze, sebbene a lungo confinata dietro le quinte, è, in realtà preesistente e persistente, e non è solo scrittura. Nella postfazione al volume, Roberto Serra, scrive che in quest’opera “le relazioni e gli amori, le cose stesse si definiscono nella logica di un apparire situato in un qui ed ora, in un luogo e in un tempo che dà senso e significato all’esistere”.

L’iniziativa, coordinata dal giornalista Sergio Nuvoli, prevede gli interventi di Duilio Caocci, docente di letteratura italiana nell’Università di Cagliari, di Roberto Serra, autore della postfazione, e di Gianni Maxia, poeta, direttore della rivista Coloris de Limba. Le letture dei testi saranno curate da Cristina Maccioni e da Marco Bisi.

Fonte: Sardegna Soprattutto

Louis_ix_sacre

L’Unione Sarda 13 novembre 2018. La città in pillole. A cento anni dalla Grande guerra, mette conto ricordare un’opera, da questa ispirata, per l’apporto  di conoscenze e per il sottotesto di ogni riga: demolire le «false notizie» che, nate in trincea, divennero luoghi comuni e, persino, stigmi.

E’ “La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915)” di Marc Bloch, fondatore con Lucien Febvre della Rivista «Annales d’histoire économique et sociale» che cambiò l’approccio alla storia.

Qualche lustro dopo Emilio Lussu, altro interventista pentito, avrebbe mutato la narrativa bellica con “Un anno sull’Altipiano”, in cui i combattenti, fino ad allora danni collaterali delle guerre, divennero protagonisti. Bloch scavò nei territori oscuri della percezione collettiva, sdoganando, nella ricostruzione storica, come fondamentali, discipline pionieristiche quali psicologia sociale, sociologia, antropologia.

Rovistò nei comportamenti emotivi e nel disagio delle masse, abbandonate nel fango delle trincee, e disvelò in quale humus attecchiscano pregiudizi e ingannevoli punti di vista.

Subito dopo in “I re taumaturghi” raccontò come, nel medioevo, in Francia la manipolazione della percezione fu la via maestra al potere regio di un ”unto del Signore. Modalità assurta a paradigma della complice interdipendenza tra masse, le angosce delle stesse , e il potere autocratico. Coincidenza fatale in tutte le latitudini.

La lezione di Bloch è assai attuale giacché i gesti che annunciano la manipolazione sono, pure oggi, già falsificazione della storia e impongono di non sottovalutarne le ragioni e i pericoli che vi si occultano.

Urge qualche legittima domanda. Quali le ragioni dell’assenza  di un Museo della città a Cagliari? Perché la Storia della Sardegna non è inserita come parte integrante del curricolo? Forse perché decifrare la storia e i luoghi è la condizione ostativa alle «false notizie» del presente e alle falsificazioni sul passato.

 

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Andrea Pubusa

image

Lunedì si è tenuto a Cagliari un interessante convegno sullo “Stato sociale”, indetto da ANPI, Costat e Cidi, nell’ambito del “Mese dei diritti”.
La discussione ha investito ovviamente il rapporto fra diritti fondamentali, come il diritto alla salute, il diritto allo studio, il diritto all’assistenza (art. 32, 34 e 38 Cost.), e  pareggio di bilancio (art. 81 e 97 novellati).
I governi statali e regionali fino a un po’ di tempo fa si sono attenuti ad una lettura rigida delle norme sulla contabilità pubblica, dando prevalenza alle esigenze di bilancio sui diritti fondamentali. E ciò anche sulla base di una radicata giurisprudenza della Corte costituzionale che condizionava la soddisfazione effettiva dei diritti fondamentali alla sostenibilità finanziaria. In questo convincimento ha inciso, ulterioremente e negativamente, l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione.
Infatti, la modifica degli artt. 81 e 97 Cost. ha inteso ispirare il nostro ordinamento costituzionale ad una precisa concezione economica, quella neoliberista in versione tedesca, secondo cui la crescita consegue a tre fattori fondamentali: libertà dei mercati, politiche monetarie unicamente rivolte al controllo dell’inflazione e divieto per lo Stato di qualsivoglia intervento in deficit spending sull’economia. Di fatto, viene reso illegale il keynesismo e viene costituzionalizzata l’elaborazione della  Mont Saint Pelerin Society[2] di Frederich Hayek, Milton Fridman e di altri importanti economisti, evocatori di una sorta di “leggenda nera”, secondo la quale nel corso del secolo scorso, le istituzioni della socialdemocrazia hanno addomesticato il capitalismo, facendone un “agnello”, da tosare senza essere ucciso: al mercato era assegnato il compito di produrre ricchezza, alla politica la sua distribuzione. Di qui la necessità di liberare il mercato da lacci e laccioli, ivi compresi i diritti sociali.
L’incidenza di questo cambio radicale di teoria economica sui diritti fondamentali è evidente. Anch’essi non devono essere soddisfatti qualora si debba ricorrere al deficit di bilancio. Questo ovviamante riguarda anzitutto, ad esempio, la tutela della salute, quale fondamentale diritto dell’individuo, e le garanzie di cure gratuite agli indigenti, previste dall’art. 32 della Costituzione. Cade sotto la scure anche il diritto alla gratuità dell’istruzione per gli otto anni della scuola dell’obbligo, o il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, garantito ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi (art. 34). Vanifica ancora quanto previsto dall’art. 38: “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”. Si fonda su questa disposizione, fra l’altro, il reddito di cittadinanza.
Di più e peggio, secondo una lettura iperliberista, l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio dovrebbe impedire allo Stato l’indebitamento per effettuare gli investimenti necessari a migliorare le condizioni generali di produzione (si pensi alle infrastrutture fisiche, a quelle immateriali che consistono nella promozione della ricerca e della conoscenza, e a quelle giuridiche, ossia a un sistema giudiziario ben funzionante), la produttività o la domanda dei ceti più deboli e la crescita economica. Questo è molto grave, perché introduce un ulteriore vincolo in un periodo delicatissimo della vita economica del Paese. Sta qui del resto il senso dello scontro fra governo italiano e UE.
Tuttavia questa impostazione ha subito un duro colpo negli anni scorsi a seguito di una vicenda giudiziaria in tema di insegnanti di sostegno ai bambini disabili, della quale in origine sono stato un coprotagonista. Il Tar, a fronte di un nostro ricorso per il mancato sostengo ad un bambino disabile, aveva abbracciato la posizione tradizionale, sostenendo che la ristrettezza dei fondi stanziati giustificava la mancata assegnazione del sostegno. Il Consiglio di Stato, invece, ha ribaltato questo indirizzo, accogliendo la nostra prospettazione e affermando per la prima volta che il diritto fondamentale allo studio è certo finanziariamente condizionato, ma l’amministrazione non può semplicemente accampare l’incapienza nel capitolo di spesa per negare il sostegno, deve semmai ridurre le spese in altri settori prima di incidere sui diritti fondamentali. Un principio di buon senso, poi fatto proprio anche dalla Corte costituzionale.
La svolta nella giurisprudenza della Consulta è avvenuta con la  la sentenza della Corte Costituzionale n. 275/2016.
La Corte si è pronunciata in merito ad una controversia tra Regione Abruzzo e Provincia di Pescara, relativamente al servizio di trasporto scolastico dei disabili, riconoscendo come esso sia un diritto inviolabile e da garantire senza condizionamenti finanziari. Non solo il bilancio è in equilibrio anche senza pareggio. Per esempio, mantiene l’equilibrio quella famiglia che acquista la casa accendendo un mutuo che può estinguere a rate negli anni, pur avendo nel proprio bilancio un debito notevole e quindi in assenza di pareggio.
La Corte ha sostenuto che nella materia finanziaria non esiste “un limite assoluto alla cognizione del giudice di costituzionalità delle leggi”. Al contrario, “non si può ipotizzare che la legge di approvazione del bilancio o qualsiasi altra legge incidente sulla stessa costituiscano una zona franca sfuggente a qualsiasi sindacato del giudice di costituzionalità, dal momento che non vi può essere alcun valore costituzionale la cui attuazione possa essere ritenuta esente dalla inviolabile garanzia rappresentata dal giudizio di legittimità costituzionale” (sentenza n. 260 del 1990). Insomma, secondo la Corte anche le scelte di bilancio sono sindacabili al fine di stabilire se i tagli devono riguardare altri settori prima di incidere sui diritti fondamentali. Ad esempio, si devono ridurre la spese militari o comprimere il diritto alla salute o allo studio o il sostegno agli indigenti? Tema attuale anche nella lotta alle povertà e nel dibattito sul reddito di cittadinaza, non vi pare?
In sintesi - secondo il giudice dell leggi - è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione per soddisfare quei diritti. Il nucleo invalicabile di garanzie minime per rendere effettivo il diritto allo studio e all’educazione degli alunni disabili così come il sostegno agli indigenti non può essere finanziariamente condizionato in termini assoluti e generali all’equilibrio di bilancio. E’ di tutta evidenza che la pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, che è differente dal pareggio di bilancio. La Corte, dunque, relativamente al servizio di trasporto scolastico dei disabili, ha riconosciuto “come esso sia un diritto inviolabile e da garantire senza condizionamenti finanziari”. Il principio, ovviamente, ha carattere generale e si estende a tutti i diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione. Del resto, diritti “inviolabili” o “fondamentali” significa esattamente che si tratta di diritti la cui soddisfazione non è soggetta alle regole del mercato e, ragionevolmente, della contabilità pubblica. La Costituzione - come si vede - è sempre la via maestra, anche per riprendere la battaglia a sostegno dei diritti sociali e del Welfare.[1]

References

  1. ^ Mont Saint Pelerin (www.democraziaoggi.it)
  2. ^ Society (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

assistenza-malati-245086.660x368

Oramai non c’é da stupirsi più di niente. In una società in cui a primeggiare è la furbizia, il trasformismo, l’incoerenza, rimane poco spazio per la verità, la lealtà, la coerenza, il merito. Virtù, queste ultime, che sembrano appartenere solo agli stupidi. Quegli inguaribili romantici, un po’ patetici, testimoni di un tempo passato, che continuano a credere in valori desueti. Però c’è un limite a tutto.

Prendiamo ad esempio la cosiddetta “riforma” della sanità sarda. Sono in molti coloro che oggi criticano con durezza le sciagurate scelte del governo regionale. Paradossalmente anche chi quelle opzioni le ha elaborate e perorate, come ad esempio i Riformatori – chi non ricorda la esaltazione delle magnifiche sorti e progressive della ASL unica – o ancora peggio, chi quelle scelte le ha votate stando comodamente seduto sugli scranni della giunta, come il Partito dei sardi.

Oggi tutti a stracciarsi le vesti: “smonteremo la sanità”, “spazzeremo via la sciagurata riforma”. Un plastico esempio di trasformismo. La verità è che allora furono veramente pochi coloro che fecero sentire la loro voce per mettere in guardia dalle drammatiche conseguenze della cosiddetta “riforma”.

Ha un senso oggi attardarsi a riflettere sui guasti provocati da quelle scelte? Può servire a qualcosa provare ad immaginare un’organizzazione sanitaria diversa, capace di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini? E soprattutto, ha un senso farlo a pochi mesi dalle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale? Io credo proprio di sì, e comunque bisogna almeno provarci.

La disparità dei cittadini di fronte al diritto alla salute è una delle disuguaglianze più insopportabili. Non è un caso se la mancata lotta alle disuguaglianze sia una delle motivazioni più importanti della sconfitta della sinistra il 4 marzo. Tutto questo è ancora più bruciante visto che quest’anno il SSN (Servizio Sanitario Nazionale) compie quarant’anni, ma il suo stato di salute non è per niente buono.

Anzi. I tagli lineari operati sulla spesa sanitaria stanno vanificando il principio universalistico, e con esso l’accesso gratuito ai servizi sanitari. Sono 11 milioni i cittadini (sopratutto giovani ed anziani) che rinunciano alle cure mediche perché non possono pagare i ticket. Ed allora perché stupirsi se nel meridione l’aspettativa di vita è più bassa di quattro anni rispetto al resto del Paese? In Sardegna, poi, tutto questo ha degli effetti dirompenti.

Una regione segnata da un tasso di invecchiamento tra i più alti in Italia e in Europa, da un’alta prevalenza di patologie croniche e degenerative – tra tutte il Diabete e la Sclerosi multipla –  un’alta incidenza di patologie tumorali legate all’inquinamento industriale.

Non è un caso che in Sardegna la principale causa di morte siano i tumori (29,1%) e non le malattie cardio-vascolari (28,6%), come avviene nelle altre regioni. A fronte di questi dati epidemiologici è sconcertante che non sia ancora operativo il Registro regionale dei tumori e non siano assicurati adeguati Percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali per i pazienti affetti da Sclerosi multipla.

Infatti, secondo il rapporto CREA, la tutela della salute nell’isola è la peggiore in Italia. Una organizzazione sanitaria tanto costosa quanto inefficiente: la spesa farmaceutica tra le più alte tra le regioni italiane; liste d’attesa inaccettabili per un paese civile (192 giorni per una mammografia, 208 per una colonscopia, 111 per una visita urologica). Un sistema ospedaliero inadeguato: oltre il 70% degli accessi in pronto soccorso è inappropriato; il tasso di ospedalizzazione, a causa dei ricoveri ingiustificati, è tra i più elevati.

I presidi ospedalieri sono così impossibilitati a svolgere la loro funzione primaria – la diagnosi e la cura più fine e sofisticata – perché appesantiti dalla routine e dalla mancanza di servizi territoriali che facciano da filtro, dalla assenza di una adeguata continuità terapeutica ed assistenziale. Oltretutto, uno sperpero di risorse visto che un ricovero ospedaliero costa tra i 700 e gli 800 euro al giorno. Solo l’inadeguatezza del governo regionale poteva non accorgersi che il nodo cruciale è il territorio: l’assenza di una efficace rete di servizi territoriali.

Una “riforma” della sanità regionale irrazionale, figlia di un paradigma inaccettabile: tagliare ed accentrare. Da qui la scelta di creare una macrostruttura (ATS) che genera sprechi ed inefficienze, come stanno sperimentando sulla loro pelle gli operatori sanitari.

Una “riforma” che viene percepita dai cittadini, dagli operatori sanitari, dagli amministratori locali, come penalizzante perché finalizzata ad una mera riduzione della spesa sanitaria: si svuotano i piccoli ospedali, si chiudono i servizi, si spostano gli operatori sanitari.

Nel contempo, i grandi ospedali, quelli di alta specializzazione, vedi ad esempio il Brotzu, lamentano una pericolosa perdita di efficienza e della qualità delle prestazioni. In compenso la cosiddetta “riforma” riesce a dare un contributo decisivo all’accentuarsi degli squilibri territoriali: si svuota il territorio di servizi essenziali; si aggrava il processo di spopolamento delle aree più deboli; si favorisce la “desertificazione” sociale, economica e culturale di ampi territori della Sardegna.

La tutela del diritto alla salute, il superamento delle diseguaglianze, saranno il banco di prova per misurare capacità della sinistra, delle forze progressiste, dei movimenti che si richiamano all’autodeterminazione, di rappresentare un’alternativa di governo, concreta e praticabile, all’avanzare della destra populista, xenofoba e razzista.

 

Fonte: Sardegna Soprattutto





Sarda News

Offerte di Lavoro in Sardegna

Sinnai Notizie