Questo post si congiunge idealmente a quello che chiudeva il 2018 (post del 31/12/18[1]), dedicato ad una gemma preziosa e rara come la Mahonia; il post terminava con un auspicio per una più ampia ricognizione alle importanti piante di questo giardino, e siamo qui per soddisfare quell'auspicio.
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Ecco il foliage degli Olmi, forse l'unica specie spogliante presente nel parco; sappiamo quanto possa essere bello questo albero, Ulmus minor, e mi riferisco in particolare all'esemplare di Monte Urpinu (post del 8/4/14[2] ed altri).

Non mi ricordo se questi del Vannelli siano altrettanto belli in versione "vestita", e per questo li controlleremo fra qualche mese; intanto ci godiamo il tappeto di foglie nelle varie sfumature di marrone.

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E queste le riconoscete? sono le buffe ramificazioni a salsiccia della Dracena draco (post 11/11/14[3] ed altri) che vive nel parco.

Non è grandissima, dovrebbe avere una trentina d'anni se è vero che ramifica ogni 10, ma essendo ad altezza d'uomo può essere apprezzata in tutte le sue parti.

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Ed ecco una grande Yucca gloriosa (o forse Yucca elephantipes) , che avevo già fotografato (post del 1/2/16[4]) in occasione dell'apertura del giardino.

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E, per concludere in bellezza, il primo piano di uno splendido fiore di Metrosideros excelsa  (post del 4/12/14[5] ed altri).

A questa specie arborea abbiamo dedicato diverso spazio nel blog perché è un arbusto/albero veramente interessante, robustissimo e con una fioritura strepitosa.

In realtà, l'arbusto fotografato non risiede nel giardino Vannelli ma appena all'esterno, in via Capula; mi scuserete questa piccola forzatura, ma penso che sia ampiamente giustificata dalla bellezza  di questo bouquet di stami rossi.

References

  1. ^ 31/12/18 (www.cagliarinverde.com)
  2. ^ 8/4/14 (www.cagliarinverde.com)
  3. ^ 11/11/14 (www.cagliarinverde.com)
  4. ^ 1/2/16 (www.cagliarinverde.com)
  5. ^ 4/12/14 (www.cagliarinverde.com)

Fonte: Cagliari in Verde

Emanuele Trevi

L’Huffingtonpost 15 gennaio 2019. Intervista allo scrittore, autore di “Sogni e Favole”: “La malattia è un posto in cui nessuno ti può accompagnare” … “Fernando Aiuti? Ha fatto la sua scelta e la condivido”. Per Emanuele Trevi, noto scrittore e critico letterario, tutto o quasi ha avuto inizio in un cineclub romano agli inizi degli anni Ottanta, tra la fine del liceo e i primi tempi dell’università.

In quei “luoghi di culto di una religione arrivata al capolinea” per colpa dell’arrivo dei vhs, aveva trovato un lavoretto, ma di interesse per i classici del cinema manco a parlarne perché – come scrive in “Sogni e Favole”, il suo nuovo libro appena pubblicato da Ponte alle Grazie – “nessuno mi aveva iniziato a quel culto esigente e minuzioso” e di quel posto a suo modo magico e dal nome strano finiva col percepirne “la natura separata e del tutto estranea al movimento della città”, dotata di “un tempo speciale che scorreva in maniera tutta sua”.

Era quello “il tempo degli artisti”, di esseri umani investiti da una vocazione, autori quasi sempre di libri che restavano dentro a lungo e “che passavano di mano in mano lasciando ustioni come carboni ardenti”.

In quel preciso momento storico di grande fermento culturale e non solo, Trevi c’era, cercava di prenderne il più possibile, ma al cineclub preferiva restare nel bugigattolo del bar che si affacciava sull’atrio senza (quasi) mai entrare a vedere un film.

“Pulivo, lavoravo e nei tempi morti leggevo o scribacchiavo, se non dovevo vedermela con dei teppistelli del quartiere”, ci spiega quando lo incontriamo a Roma nella sua casa ai Parioli, un appartamento luminoso pieno di libri, quadri, foto, cartoline, oggetti e tanti altri segni di vita vissuta, su tutti le numerose mappe che riempiono le pareti del salone/studio, colorate immagini di isole o di città di ogni genere tra cui spicca quella della Guida Monaci dedicata alla Capitale, l’unica ad avere una sua cornice.

“Andavo a vedere solo i film che mi consigliava Enrico Magrelli o gente come lui, tutta di sinistra, che avendo un pischello come me attorno, voleva anche educarlo”, aggiunge. In quella sala, una sera come tante, conobbe Arthur Nathalien Patten, uno dei più grandi fotografi ritrattisti che solo lui, come pochi altri, poteva chiamare “Arturo”. Lo trovò in lacrime dopo aver visto “Stalker” di Andrej Tarkovskij, seduto in una poltrona dell’ultima fila sotto la finestrella della cabina di proiezione, “il rettangolo magico, la bocca della menzogna”.

Per il giovane Trevi fu quello un momento imprevedibile a cui ne seguirono altri di cui ci rende partecipi in questo libro – forte, potente e delicato allo stesso tempo – come quello con la poetessa Amelia Rosselli e quello con lo scrittore e saggista Cesare Garboli, incontri fortuiti e tutti collegati tra loro, “momenti imprevedibili in cui riusciamo a intravedere l’essenziale”, senza dimenticare Metastasio e la sua poesia i cui versi sono citati anche nel titolo.

 Quando consideriamo il passato, come lei stesso ricorda, l’estinzione di tante cose che ci apparivano ovvie e necessarie al nostro esistere non ci stupisce affatto, ma leggendo questo libro si avverte, anche se minima, una nostalgia dell’autore per quei momenti: è così?

“Ho nostalgia di quando ero giovane, era davvero bella la vita. Adesso che ho 55 anni, fronteggio delle cose, so che sto andando verso il buio. Non bisogna però mai confondere questo con una nostalgia culturale: io dico che non tornerà più quel tempo, ma è inutile lagnarsi. Non mi piace l’idea di ripristinare quel tipo di creatività in astratto, come si farebbe del resto? In realtà non vorrei esprimere nostalgia, ma uno stupore per quello che è stato, anche se nelle arti a me interessa sempre quello che sarà”.

 In ogni caso, lei scrive che quel tempo aveva una “qualità speciale” che la faceva sentire un uomo protetto come chi ha trovato riparo nell’indecifrabile ostilità del mondo.

“Certo. Pensi che uscivano per Les éditions de Minuit le ultime operette di Beckett… Sono stato testimone di tutto questo ed è stata una cosa bellissima, ma bisogna assumere una posizione intermedia per valutarla. Era il Novecento, sembrava infinito, sembrava che non finisse mai. È un discorso che affronto anche in un altro mio libro “Qualcosa di scritto”, poi è cominciata una restrizione non della qualità, ma del rapporto che era fondante tra l’opera e l’esistenza. È seguito un periodo di libri che possono anche essere bellissimi, ma che può averli scritti anche un altro, questa mi sembra la vera differenza. Ognuno ha delle date soggettive, io vi ho messo come ricordo di un tempo nuovo che stava iniziando, la fortuna dell’opera di Raymond Carver, la fortuna del minimalismo… Però non riesco mai a far capire che non è un atteggiamento di nostalgia culturale. Non vivrei se non pensassi che il libro più bello della mia vita deve essere ancora scritto, che magari lo scriverà un pischello di venti anni… Se così non fosse, non avrebbe energia il mio amore per grandi scrittori e resterebbe confinato nel mondo di ieri”.

 Quella “trasognata ebetudine” di cui parla e che descrive come la condizione d’esistenza più naturale e gratificante, la accompagna ancora oggi?

“Ho meno energie, ho ristretto il campo delle cose. Ho fatto sempre i conti con quel male un po’ misterioso che è la depressione, i farmaci possono aiutare, nei picchi è molto doloroso, lo aveva anche mio padre, credo sia una forma ereditaria. La depressione dà una tonalità. Il lavoro è stata una maniera per non soccombere, poi però “arrivano gli alieni”, come diceva una persona con cui ho vissuto per molti anni. Mi diceva che i miei occhi non guardavano più nulla in particolare. Mi ripeteva: certe volte passano delle ore e non sai cosa hai fatto, ti assenti”.

 Oggi come va?

“Le persone depresse hanno un problema nel ciclo delle serotonine, i farmaci sono tutti ricaptatori. Mi viene in mente il nuovo libro di Houellebecq in cui si parla anche di questo e di un farmaco che allunga un ciclo della serotonina. Noi depressi l’abbiamo corto e lo avvertiamo soprattutto d’inverno”.

 Dalla depressione si può guarire?

“Penso che siano dei cicli. Dopo il Prozac la vita è diventata diversa. Ho fatto uso di antidepressivi dove questo mi rendeva impossibile vivere. Vivere per me è lavorare. In questo libro c’è molto di tutto questo, perché l’ho cominciato a scrivere in un momento molto duro”.

 Quando?

“Il 2 dicembre del 2017, anche se la passeggiata romana, che è una somma di molte passeggiate, l’ho messa il 30 dicembre. Era un momento nero”.

 Patten, Rosselli e Garboli: perché loro tre?

“Erano persone autentiche. Una persona autentica è una che non teme di manifestare la sua natura senza il diaframma sociale. Al di là del fatto che erano un grande fotografo, una grande poetessa e un grande critico, che sono cose astratte, hanno tutti e tre ispirato la mia timidezza e ad esprimermi come sono”.

 Un incontro è collegato all’altro…

“Sì, nella passeggiata per Roma come nella vita. Arturo era legato ad Amelia e Garboli l’ho conosciuto con Arturo. Tutte queste memorie avevano un luogo. La passeggiata che faccio è molto breve, ma tutto è molto collegato. La statua di Metastasio sta davanti alla chiesa del funerale di Arturo, lui e Amelia abitavano nella stessa via, a sua volta a pochi passi dal caffè della Pace dove ho conosciuto Garboli”.

 Che tipo era Patten, “un insieme tra grillo parlante e Lucignolo”?

“Era una persona anche violenta. Avevo a quel tempo la vocazione di fare il professore, andavo all’università, ma lui mi disse che non era quella la mia vera vocazione, mi chiamava desperado. Diceva che la mia era una cosa rassicurante che volevo fare, ma che a sua volta nascondeva una vocazione artistica. In realtà io non ho mai pensato di averla. Sono rimasto con l’uno che boicottava l’altro. Non trovare una strada precisa è stata una sofferenza. Il non sapere chi si è”.

 Adesso lo ha capito?

“Oggi ho capito che può essere anche un pregio e che c’è tanta gente come me nel mondo. Arturo ha avuto su di me un’influenza non del tutto positiva. Ha distrutto quello che volevo edificare e su di me ha influito più la sua pars destruens che quella construens“.

 Nel libro si parla dell’Aids, una malattia che possiede “una riserva di singolarità”: in che senso?

“Quel virus arrivò in un momento particolare, in un momento di grande libertà sessuale, tra disco music, nuovi vestiti, altre forme di vita e un certo sdoganamento collettivo della pornografia. Arrivò e divenne un qualcosa che lo faceva assomigliare ai racconti antichi sulla peste. Ha cambiato la vita, ma senza cambiare quell’epidemia di libertinaggio che, come l’altra epidemia, non si poteva fermare. Appartengo a una generazione miracolata: non mi è mai capitato di usare il preservativo. Cominci così e poi vai avanti con la vita con pensieri scemi in testa. La comunità omosessuale si è invece giustamente regolata nei costumi. Non esiste una malattia che abbia una forma di prevenzione più semplice. Bisogna usare il preservativo: usalo e fai quello che vu=0.9,*/*;q=0.8
Accept-Language:2L’impatto che ebbe poi anche sulle arti fu evidente.

“Sì, ma non dal punto di vista tematico – con i libri che parlano di Aids – ma diversamente. Ha drammatizzato la percezione del desiderio. Le opere più interessanti non sono quelle che riguardano l’hiv e le sue conseguenze, ma il riflesso immaginario di quello che è stato l’incontro con l’altro come rischio”.

 Per tutta la vita, Fernando Aiuti si è occupato per primo di Hiv quando essere infettati da quel virus significava andare incontro ad una morte certa e terribile entro pochi anni. La settimana scorsa è morto per una caduta dalle scale, ma c’è chi pensa che si sia suicidato: lei che idea si è fatta in merito?

“Aiuti era una persona di 83 anni dotata di un meraviglioso caratteraccio che di fronte a un rischio di una malattia non di carattere invalidante, ma di sofferenza, ha fatto la sua scelta. La sua malattia lo faceva vivere in un continuo annegare, può darsi che abbia preso una decisione come Monicelli. Più che idea la mia è una sicurezza”.

 La condivide?

“Ha fatto bene. Purtroppo noi non siamo arrivati ad un livello di civiltà in cui qualcuno ti possa aiutare a farlo in Italia. Sono favorevole che come in Svizzera, in Olanda e in Belgio qualcuno ti aiuti ad affrontare la cosa nella maniera più serena e meno rischiosa per sé e gli altri. Il suicidio è sempre un atto di violenza verso se stessi”.

 Per alcuni è anche un atto di egoismo misto a coraggio, o no?

“La malattia è un posto in cui nessuno ti può accompagnare. Ognuno dovrebbe essere messo nella condizione di mollare nella maniera più adeguata a quello che vuole lui. Il farlo da soli significa sempre fare una cosa violenta, è un omicidio verso se stessi che può avere le sue conseguenze”.

 Anche la Rosselli si uccise.

“Sì, nella maniera più antica come il suo amico e vicino di casa Patten”.

 Com’era?

“Amelia era una persona molto difficile. La paranoia la portava a imprevedibilità, a scatti contro persone che le volevano bene, ma era soprattutto una persona dolce. Non si ha idea di quanti giovani bussassero alla sua porta per parlare con lei perché avevano voglia di scrivere e di imparare. Lei aveva una grande dolcezza e una profonda civiltà, ma purtroppo era una persona scassata”.

 E Garboli?

“Tra tutti e tre, era il più mondano. Il suo era un problema di ira che lo portava a pentirsi a volte di quello che diceva. Litigare con lui era una cosa violenta, a volte urlava a telefono – c’era ancora la civiltà del telefono fisso – pensavo che morisse”.

 All’epoca, senza social e cellulari, era – scrive – normalissimo assentarsi, non dare notizie di sé per giorni o settimane. Le persone si pensavano con un’intensità maggiore?

“Sì, e questo discorso lo penso legato ai rapporti sentimentali che vi erano meno vincolati. Oggi il gesto d’amore maggiore è essere reperibili. A me si sono guastati i rapporti sentimentali…l’amore è reperibilità nel mondo contemporaneo”.

 L’amore è importante nella sua vita?

“Ha molto a che fare con l’insicurezza. Io sono stato una persona molto amata e ho sempre pensato di non meritarmi questa cosa. C’era un pezzo di leso dentro di me, di non romantico, di autodifesa. Ho sempre amato e sono sempre stato attratto da persone capaci per carattere a buttarcisi interamente in questa cosa. Ho sofferto poco per amore, ma non mi sento un mostro, sono una persona molto gentile, ho divorziato due volte, continuo ad avere ottimi rapporti con le mie ex, sono l’ex ideale. Non penso che le persone debbano nutrire dei rancori. Il mio grande problema è quello di avere deluso e ferito in certi momenti, perché non ce l’ho fatta a fare diversamente. Lo psicologo dice che se percepisci questo, ci sarà sotto qualcos’altro” (sorride, ndr).

 Le piace comunque stare anche da solo?La solitudine è qualcosa di irrimediabile?

“Certo. Quando ho un legame, lo faccio entrare molto nella mia vita, ma tutto sommato non sono una persona fusionale, questo no”.

 Nel libro c’è molta Roma, descritta nella sua passeggiata che è una vera e propria arte acrobatica…

“Questo perché a Roma stai sempre con un piede nella realtà e con un piede in un prodigioso meccanismo di de-realizzazione di questa città che è terribile”.

 Roma è bella ma non è per tutti: luogo comune o realtà?

“Guardi, la sua condizione è terribile. Vado molto a Milano: l’idea di fare tre cose in un giorno e di arrivare in orario è magnifico. Il milanese però ha qualcosa in più”.

 Ce lo dica, potrebbe aiutarci molto.

“È lui che rende un pochino le condizioni di vivibilità. Qui a Roma la gente parcheggia sulle rotaie. Sai che lì ci passerà qualcosa, come fai a parcheggiarci? Per dieci minuti chi lo fa pensa di no, che il treno non vi passerà. Il milanese ha invece interiorizzato le regole e le mette in pratica. C’è anche una buona organizzazione, questo sì, e aiuta. Da grande conoscitore di Napoli penso che, tutto sommato, la gente lì sia più civile perché non ha questo tremendo rancore che si ha qui da cocainomani aggressivi”.

 Roma è da lei descritta come “una balena spiaggiata”…

“Sì, che si decompone ora dopo ora. Roma è un problema, non c’è dubbio. Qui uno scrittore è considerato, ma per il resto la città è sommersa da problemi di ogni tipo. Non ci sono mostre significative, sono poche le attività culturali, e quelle poche persone che fanno cose buone, poi spariscono. Trovo tutto questo assurdo, visto quello è e che ha la città. Questo è un degrado che riguarda la mentalità collettiva e le istituzioni, uno peggiora l’altro. Non è un discorso che c’è una sindaca grillina. Anche il Vaticano a mio parere è preso da questa decadenza”.

 Ne è comunque innamorato?

“Il mio è un amore metafisico, estetico, quello pratico è molto difficile. Chi ha figli si sente minacciato da queste parti, non riesce a a organizzarsi. Poi manca il tempo, oltre che il denaro. Denaro e tempo vengono erosi”.

 Camminando per la città si imbatte nello spettro di Metastasio, da lei scoperto proprio grazie a Garboli, anche lui descritto come uno spettro, che prima di morire gli affidò il compito di scrivere un commento ad una poesia del celebre poeta, “Sogni, e favole io fingo”.

“Uno spettro è dotato di una sua volontà. Il ricordo invece è tuo e gli fai fare quello che vuole. Lo spettro è quasi una personificazione del ricordo che ti può stupire, provocare, ma mai spaventare. In quel sonetto di cui parla, Metastasio – che mi fece scoprire Cesare mentre mi distraevo guardando due gatti che si rincorrevano – si meraviglia di essersi commosso per una scena che ha appena finito di scrivere, una scena finta, come una favola, come un sogno. Dice che in fondo è un pazzo perché si commuove di quello che lui stesso ha inventato. La versione più moderna di questo lo dà Pessoa, un poeta, un fingitore. Questo è il mio mestiere, ma tutto il mondo è così. Siamo degli illusi, ce la prendiamo per cose che non sono reali”.

 Lo avverte anche su se stesso?

“Sento molto l’idea induista della Maja di cui parla Schopenauer, un’idea molto importante nella storia del genere umano. Schopenauer leggeva testi induisti da una versione persiana tradotta in latino, è facile dire che ha sbagliato. C’è il velo di Maja ma non è facile andare al di là dello stesso. Lui sosteneva che la vita è un sogno sebbene questo sognare sia innato e obbedisca a regole precise. Un’illusione è il fondamento della realtà. La realtà non ce l’ho io, ma un mago che in quel momento è come un dio. Al singolo individuo non è dato di lacerare il velo di Maja. Quando ci risvegliamo nel vero è quando siamo morti”.

Fonte: Sardegna Soprattutto

Andrea Pubusa

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(Guido Rossa, sindacalista comunista, assassinato dalle BR) 

Dopo l’arresto di Cesare Battisti, si parla molto di terrorismo degli anni ‘70 e spesso si accomuna la sinistra di allora, in particolare quella comunista, a questo fenomeno con molti lati oscuri  e dall’evidente carattere delinquenziale. Per di più quel terrorismo era fuori da ogni tradizione storica, giacché l’anarchismo colpiva re e principi, ma non la gente normale come sono invece le vittime attribuite al gruppo di Battisti e ad altri simili bande in circolazione in quegli anni.
Molti giovani sanno poco o nulla di quella terribile stagione e vengono mal informati da giornalisti ignoranti, disinvolti o propagandisti. Vale la pena spendere due parole, senza pretesa di approfondimento.
Il fenomeno raggiunse una forte virulenza nella seconda metà degli anni ‘70. Non c’era giorno che non venisse colpito qualcuno, magistrati, giornalisti, politici, docenti. L’obiettivo di queste frange era di nuotare come pesci nelle fabbriche, nelle scuole e nei quartieri popolari. E fu proprio lì che il PCI, il sindacato e altre piccole organizzazioni della sinistra come il PDUP-Manifesto li affrontarono per togliere loro l’acqua su cui intendevano muoversi. Ricordo, ad esempio, le assemblee organizzate nelle Facoltà e nei luoghi di lavoro. Nel contesto di quella mobilitazione dal basso il sindacalista comunista Guido Rossa di Genova non esitò a denunciare attivisti delle Brigate rosse nella sua fabbrica e per questo pagò con la vita. E fu quell’assassinio infame a decretare l’inizio della fine per le Brigate rosse e il terrorismo. Scesero in campo compatti i consigli di fabbrica, la CGIL e il PCI e con la rete organizzativa capillare che avevano nei luoghi di lavoro neutralizzarono i piani e la propaganda terroristica. Il PCI poi lanciò la “linea della fermezza“, che si traduceva in una lotta inflessibile e senza patteggiamenti coi terroristi. Fu quell’azione, che provocò una mobilitazione democratica straordinaria, a chiudere  nell’arco di breve tempo ogni spazio ai gruppi armati.
Ora, spesso si lascia intendere che l’area comunista fosse in qualche modo corresponsabile del fenomeno. La verità è l’opposto. Furono i comunisti a sconfiggerlo, anche se, ovviamente, non vanno negati i meriti del gruppo dirigente DC, che non diede spago alla “linea della trattativa” esistente al suo interno e sopratutto professata dal PSI di Craxi. L’atto più eclatante, il rapimemto di Moro e l’assassinio della sua scorta, seguito dall’assassinio dello stesso Moro, suscitarono una tale indignazione nel Paese da travolgere le BR e le altre formazioni armate. Fra l’altro, il rapimento e l’uccisione di Moro fecero fuori la personalità della DC che stava lavorando con più convinzione ad un governo col PCI e questo lascia intuire chi ci fosse dietro questo assassinio.
La sconfitta del terrorismo fu dunque l’esito di una vastissima mobilitazione democratica, di cui il PCI e la CGIL furono l’anima e gli organizzatori più conseguenti.
Queste notazioni, molto sommarie, fanno giustizia delle tante imprecisioni ora diffuse per ignoranza o artatamente.
Cesare Battisti e gli altri si rifuggiarono all’estero perché in Italia non avevano più alcuno spazio per muoversi o nascondersi. Iniziò anche a diffondersi la dissociazione, che ovviamente sconquassò dall’interno quel mondo che, per resistere, aveva necessità della più rigorosa clandestinità.
Ma torniamo alla mobilitazione democratica, per dire che è in essa che sta l’antidoto ai fenomeni involutivi, al terrorismo, agli attacchi alla Costituzione, alla svalutazione dei valori civili ch’essa avanza: uguaglianza, solidarietà, rispetto del lavoro, pace, antirazzismo. Allora c’era un grande catalizzatore di queste spinte dal basso, il Partito comunista, oggi bisognerebbe reinventarselo, anche se, come è accaduto nella difesa della Costituzione dallo scasso renziano, esiste un’area democratica ampia, sempre pronta a battersi quando viene superato il limite.

Fonte: Democrazia Oggi

Daniela Porcelli

L’Unione Sarda 13 gennaio 2019. Polvere di stelle. Daniela Porcelli ha partecipato alle Olimpiadi di Mosca. «Lo sport? Una parentesi della mia vita». Non ci voleva andare. «Digli di no». La maturità classica era la priorità, il resto veniva dopo. Pure le Olimpiadi.

Daniela Porcelli aveva 19 anni e un caratterino di quelli. «Aresti, mi chiamavano così». Selvaggia. E testarda. Aveva ottenuto il minimo per andare a Mosca 1980, i Giochi del boicottaggio. «A Palermo avevo corso gli 800 in due minuti, due secondi e nove centesimi».

Eppure non bastava. «La Nazionale mi chiedeva di confermare il tempo». E lo aveva fatto, ai campionati italiani, seconda dietro Gabriella Dorio. Ma era successo qualcosa, perché volevano un’altra conferma. Allora si era arrabbiata. «Digli che non ci vado». Pompilio Bargone, il suo allenatore, era distrutto: in meno di quattro anni l’aveva portata ai vertici dell’atletica nazionale e ora… In qualche modo l’aveva però convinta. «Dopo lo scritto di Greco la commissione mi ha anticipato l’orale». Ha preso il suo 56 su 60 ed è partita. «Ho corso malissimo, ero scarica, al traguardo avevo perfino le scarpe slacciate».

L’altra vita.  Nel salotto della casa che divide col marito Angelo conosciuto, manco a dirlo, in pista, i ricordi riemergono al centesimo di secondo: città, date, gare, record, medaglie, vittorie, sconfitte, infortuni. Niente è cancellato, anche se «lo sport non è più la mia vita». Medica di famiglia con 1.500 pazienti, non si allena neppure per sbaglio. E se conserva lo stesso fisico dei 15 anni è «solo costituzione o forse perché lavoro tanto, mattina e sera, visite a domicilio e ambulatorio, cinque giorni alla settimana. E non dicano bugie, i medici ci sono ma la Assl non li assume».

La neve. Le corse? Un ricordo. Lontano eppure vivo, vivissimo. La prima volta con la Nazionale in Canada coincide con il freddo della neve mai vista: «Mi ero lanciata con lo slittino ed ero finita in un bel buco. Ero la più giovane, avevo 17 anni ed ero stata presa in consegna dai marciatori. I pesisti, invece, sedevano vicino a me a tavola: mangiavo poco e quel che lasciavo era tutto per loro».

I cinque cerchi. Mosca, poi. «Ho visto quasi nulla, giusto la piazza Rossa, non ci potevamo muovere dal villaggio olimpico se non con i pullman. In compenso scambiavamo dollari con rubli a condizioni vantaggiosissime e c’era pure una borsa nera dove ho venduto i jeans di Malinverni, campione dei 400, a sua insaputa: l’ho costretto a levarseli». Olimpiadi strane, l’Italia c’era ma non c’era: aveva aderito a suo modo al boicottaggio Usa contro l’Urss. E allora con tutta la squadra Daniela Porcelli ha cantato a squarciagola l’inno di Mameli sopra quello del Comitato olimpico quando Pietro Mennea e Sara Simeoni hanno vinto l’oro, e per lei come per tutti è stata una delusione indossare la maglia del Coni invece di quella azzurra e non sfilare alla cerimonia d’inaugurazione. «Non ci hanno fatto partecipare a niente».

Il muro. Di quell’Olimpiade non dimentica le atlete dopate: «Hanno avuto gravi problemi di salute, vite spezzate da infarti e tumori per una medaglia. Per le ragazze dell’Est lo sport era il modo per scavalcare il muro, forse per loro è valsa la pena, per gli altri proprio no».

Il liceo. Ha iniziato per caso: una sua compagna al Dettori, Annina Demontis, l’ha vista correre e ne ha parlato con la sorella Rita, affermata velocista fidanzata con il coach del Cus Cagliari. «Mi sarebbe piaciuto il nuoto ma mia madre aveva detto no». Invece al campo Coni la aveva accompagnata, e dopo aveva detto sì. Ed è nata una stella. «Non ero troppo convinta ma era un modo per uscire.

Mio padre ripeteva: se prendi un brutto voto stai a casa». Ma se in pista volava a scuola era la più brava. «Stavo cominciando a divertirmi». Ha girato il mondo e dopo i Giochi ha detto basta. «Gradualmente, il ritiro definitivo è stato nel1988 quando mi sono laureata in Medicina». Il filo che la legava al mondo dello sport si è allentato ma non spezzato visto che i primati italiani juniores nei 400 e negli 800 sono ancora suoi. Quarant’anni dopo.

La Medicina. Sorride la dottoressa ex campionessa, e un filo di emozione supera la montatura degli occhiali per spandersi sul volto. «L’atletica è divertimento altrimenti diventa lavoro e va retribuito». Ma i suoi progetti erano altri: «Avevo i miei sogni, la Medicina, contro il parere di mia madre che mi voleva insegnante e di mio padre che vedeva in me una chimica». E la vittoria, il filo di lana, il podio, le braccia che non ha mai sollevato al cielo?

Un attimo e il pensiero è di nuovo sulla pista: «È vero, mettevo le mani sui fianchi, Pompilio mi diceva: “non hai dato tutto sennò ti saresti buttata a terra stremata”». Era solo timidezza. Oggi, invece? «Lo sport è una parte della mia vita». In altre parole: più dottoressa che campionessa. Anche se segue ancora tutte le discipline «tranne il calcio e il ciclismo». I suoi pazienti non sanno dei suoi trascorsi e quando lo scoprono la sua risposta è sempre quella: «Ma che devo fare? Mica ho un cartello con scritto, scusate, sono andata alle Olimpiadi».

L’impegno. Ride di cuore, sotto lo sguardo del marito Angelo, docente universitario di Geologia, al suo fianco da 29 anni. «Il matrimonio è come una gara, devi arrivare fino in  fondo». E lei fino in fondo è arrivata pure quando un’avversaria le ha piantato i chiodi delle scarpette sulla gamba. «Il talento non basta, devi metterci la testa. Ci vuole sacrificio, nulla ti viene regalato, ogni cosa devi sudartela e non solo fisicamente. Bisogna impegnarsi, niente è facile».

L’atletica le ha fatto almeno due regali: «Mi ha insegnato ad aprirmi verso gli altri, atteggiamento fondamentale nella mia professione». E a gestire il tempo: «Lo sport educa al rigore, insegna a far bene le cose». Tutte. Anche quelle divertenti.

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Droga: blitz carabinieri cagliari

L’Unione Sarda 15 gennaio 2019. La città in pillole. “Voglio dare un’immagine di Dublino talmente completa ed esatta, che se la città dovesse improvvisamente scomparire dalla faccia della terra, potrebbe essere ricostruita esattamente uguale grazie al mio libro” , così James Joyce presentando l’ Ulysses come carta d’identità della città da cui fuggì nel 1904.

Come per tanti, ogni altrove sarebbe stato meglio del borgo natio che si trasformò, anche per lui, in insistita ossessione. La frase illumina sul fatto che occuparsi della città è roba complessa e, se la si vuole descrivere, qualche precauzione joyciana è d’obbligo.

Come nell’ars rethorica la premessa è l’inventio:  reperire/ritrovare idee e argomenti per dirne. Lo scavo nella frase/mantra  di Joyce, nei giorni dell’anniversario della morte (13 gennaio 1941), indirizza all’ossessione del dettaglio nella ricostruzione dei luoghi e alla precisione delle parole usate nel reinventare geografie.

Se Dublino della sua biografia andava scomparendo la geografia di Dublino, da quella materica alla immaterialità di fiumi, vento gelido, mutevole cielo, e odori così diversi dai nostri, andava a coincidere, sorprendentemente, con quella dei suoi personaggi. L’imago urbis dal 1904 è infatti diventata carta d’identità delle narrazioni joyciane e sempre più luogo dell’immaginario. Talmente potente da condizionare la narrativa del Novecento e diventare, per li rami, immaginario di massa.

Per stare a noi, potremo prospettare l’odissea  di Don Sebastiano e di Donna Vincenza Sanna Carboni e dei loro comprimari, immersi nella “demoniaca tristezza” di  quel ”nido di corvi”, narrata  da Salvatore Satta nel Giorno del giudizio, senza Joyce?

L’epica con lui smise di abitare il mare e le terre incognite dell’originale omerico per farsi materia urbana, dove ogni tessera è strumento per portare allo stato di coscienza un indicibile sottosuolo occultato. Dalle  invisibili alle numinose, mille tessere formano e spiegano la città che nessuno può escludere.

Is Mirrionis allora non è solo l’insieme di stratificazioni archeologiche e architettoniche di Tuvu Mannu, di Monte Claro, di San Michele o la dignità, oggi disattesa, della città-giardino del secondo dopoguerra ma è il fitto dialogo pieno di speranza e di futuro di Luna e di Caterina che attraversano la città, immortaslaste da Sergio Atzeni in Bellas mariposas.

Abbiamo ancora la stessa speranza di città non dimidiata che troppe volte è stata disattesa.

Fonte: Sardegna Soprattutto




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