Andrea Mugia

ww.sardegnasoprattutto.com pubblicherà i Programmi dei candidati Presidenti al governo della Regione Sardegna che li vorranno inviare. Naturalmente nella versione sintetica curata dagli stessi candidati senza alcun intervento da parte nostra. Li ringraziamo tutti anticipatamente nella convinzione di dare un positivo contributo alla alla democrazia partecipativa e alla nostra terra (NdR).

Autogoverno. La Sardegna dovrà esercitare tutte le funzioni e utilizzare le prerogative previste nello Statuto sardo. Le entrate che lo Statuto assegna alla Sardegna dovranno essere corrisposte in toto e le somme indebitamente “accantonate” dallo Stato restituite. Il centralismo degli enti e delle strutture regionali dovrà essere ridimensionato e reso funzionale al raggiungimento degli obiettivi del programma di governo.

La nuova macchina amministrativa regionale avrà il compito di coordinare e sostenere l’autogoverno delle comunità locali secondo principi di sussidiarietà e democrazia di prossimità. Va attuata una riforma che ridisegni l’impianto istituzionale dell’Isola attribuendo ai Comuni la gestione delle politiche di sviluppo e delle relative risorse secondo uno schema di federalismo interno che assegni alle istituzioni regionali unicamente il ruolo legislativo, strategico e di indirizzo.

È necessaria una riforma degli Enti Locali che consenta ai comuni e agli altri enti locali di rispondere alla nuova dimensione federale con efficienza e trasparenza. Il reclutamento di eventuali posti vacanti nell’amministrazione regionale si farà attraverso concorsi pubblici. Il fondo unico per gli Enti Locali sarà commisurato alle risorse che lo Statuto assegna alla Sardegna.

Società. Autodeterminatzione si impegna per sostenere i diritti civili che riguardano le persone, la loro libertà, le loro uguali possibilità di accesso alle istituzioni. Dovrà essere contrastata la discriminazione. Andranno realizzate e supportate tutte le azioni possibili per contrastare la povertà e per alleviarne gli effetti privilegiando il criterio di prossimità delle misure impiegate. La tutela delle persone e delle famiglie, in tutte le forme presenti nella società, deve esser al centro delle politiche sociali, culturali e di sviluppo dell’intero territorio sardo. Sarà rivolta una particolare energia a contrastare il fenomeno dello spopolamento.

Le risorse ambientali, faunistiche, della flora, i boschi, la montagna e l’insieme dei beni ambientali, storici e architettonici saranno la leva economica che la Regione insieme con i Comuni metterà a disposizione in un moderno quadro di valorizzazione e produttivià per attirare i sardi nuovamente nei paesi e nelle comunità più piccole e più preziose della Sardegna. Saranno promosse e sostenute politiche che garantiscano la costruzione di una comunità capace di reagire attivamente a situazioni sfavorevoli e promuovere forme alternative di coesione e riattivazione di pratiche di scambio e sostegno reciproco.

Ambiente. Autodeterminatzione si impegna affinché venga rispettata la volontà dei sardi sulla indisponibilità del territorio sardo ad installazione di centrali nucleari, depositi di scorie nucleari, depositi inquinanti. Si dovrà prevedere il superamento delle servitù militari nell’Isola. Secondo il principio “chi inquina paga”, lo Stato dovrà risarcire i costi per la bonifica dei territori inquinati dalle esercitazioni militari. Sarà prevista la riconversione e il reinserimento di tutti i lavoratori interessati direttamente o indirettamente dal settore militare affinché il progressivo smantellamento non crei disagio nei territori interessati.

La Sardegna ha oltre 1.250.000 ettari occupati da boschi. Molti di essi sono “boschi poveri”, macchia mediterranea derivata da coltivi e pascoli abbandonati. Attraverso tecniche di silvicoltura preventiva si dovrà governare questa grande infrastruttura verde che copre metà dell’Isola, migliorarla, proteggerla e farla diventare un formidabile regolatore del territorio, delle acque e del clima. Intendiamo Adottare un solido progetto di “Prevenzione civile”, utilizzando il metodo della pianificazione partecipata e identificando i fattori dove intervenire in funzione preventiva. Bisognerà definire norme di autoprotezione riguardo al dissesto idraulico e idrogeologico e rispetto al rischio incendi, finora demandati alla mera risposta emergenziale del soccorso urgente.

Estenderemo il Piano Paesaggistico Regionale alle aree interne dell’isola con la definizione di norme di compatibilità condivisa. Saranno siglati “accordi di paese” coi comuni dove la superficie forestale è prevalente per creare modelli di gestione partecipata del territorio e favorire la nascita di un’economia di tipo silvo-colturale. Attraverso fondi europei e regionali, si metterà in sicurezza definitivamente gli insediamenti urbani, quelli residenziali stabili e quelli estivi.  Saranno incentivati programmi per la produzione di energia da fonti rinnovabili e per il risparmio energetico attraverso la ristrutturazione delle abitazioni private e privilegiando coloro che si trovano in condizioni di povertà energetica. Autodeterminatzione considera la fascia costiera inviolabile e gestibile unicamente attraverso i Piani Urbanistici Comunali dei comuni costieri.

Salute e sociale. Autodeterminatzione sostiene lo sviluppo, la crescita e la valorizzazione del Sistema Sanitario pubblico, improntato a garantire il principio universalistico di equità di accesso alle cure in tutto il territorio regionale a difesa del diritto alla salute del cittadino sardo. Salute intesa non solo come assenza di malattia, ma nel suo più ampio significato di pieno godimento di uno stato di benessere psico-fisico della persona.  Con tale presupposto ci impegneremo affinché tutte le politiche, ogni atto legislativo e di programmazione, ogni tipo di investimento e infrastruttura debbano contenere a monte una Valutazione di Impatto Sanitario, sempre prevista ma mai implementata.

Si attuerà una profonda, sostanziale, revisione della recente riforma sanitaria e del piano di riordino della rete ospedaliera. Non ci appartiene la visione tecno-burocratica di tagli lineari, che ha caratterizzato le ultime legislature e che ha portato a un impoverimento e depotenziamento dell’offerta di prestazioni sanitarie al cittadino e ha determinato nel contempo un progressivo svilimento del ruolo e delle competenze del personale medico e infermieristico nella nostra regione.

La salute del cittadino non deve essere più considerata un costo da comprimere, ma un bene individuale e comune inalienabile e da difendere e tutelare con ogni mezzo. Saremo capaci di attuare una autonoma programmazione sanitaria svincolata dai parametri dimensionali imposti dallo Stato, ma tarata unicamente sulle reali condizioni demografiche e epidemiologiche della nostra Regione, dalle quali conseguirà un coerente piano di soddisfacimento del fabbisogno dei territori. Sarà prioritario il rilancio della campagna di prevenzione e di screening gratuiti delle patologie di maggior impatto.

Il potenziamento dei servizi pubblici ospedalieri e territoriali anche con l’obiettivo imprescindibile di mettere fine al vergognoso fenomeno delle liste d’attesa insostenibili, spesso gestite in maniera tale da favorire l’offerta di servizi della sanità privata. Il nostro fine sono presidi ospedalieri validi, ben collegati con le altre strutture sanitarie, ragionevolmente raggiungibili da qualsiasi località del territorio per qualsiasi patologia acuta che richieda tempi di accesso veloci. Una reale territorializzazione dei servizi e dell’assistenza sanitaria di base. Il potenziamento delle attività ambulatoriali specialistiche, e la conseguente garanzia di servizi, spazi e tecnologie, per cicli di almeno 12 ore giornaliere.

Trasporti. La Sardegna è isolata a causa dei monopoli italiani sulle vie marittime e aeree. Va ridefinito un sistema di collegamento esterno che metta in primo piano il diritto alla mobilità dei sardi. Per quanto riguarda le linee marittime, faremo valere la competenza prevista dall’articolo 4 e dall’articolo 53 dello Statuto Sardo. In base a quella competenza si dovranno disconoscere gli accordi fra lo Stato Italiano e la CIN-Tirrenia chiedendo che le somme destinate siano devolute al bilancio regionale. Si dovrà negoziare con tutti gli operatori presenti sul mercato, secondo forme che garantiscano la concorrenza nelle rotte e nella frequenza. Si dovràdefinire una tariffa massima, comparata alla Tariffa Ferroviaria Sovraregionale di Trenitalia, applicabile tutto l’anno per tutti i cittadini nati o residenti in Sardegna.

Il trasporto delle merci da e per il continente non deve penalizzare i produttori e i consumatori sardi. La valutazione della tariffa sopra definita dovrà garantire neutralità per le merci sarde rispetto ai costi di trasporto delle merci prodotte nel continente.Per quanto riguarda le rotte aeree si dovranno potenziare i collegamenti verso gli aeroporti minori e quelli serviti dalle compagnie low-cost superando l’attuale sistema agevolato che costringe i sardi a recarsi obbligatoriamente verso gli aeroporti di Linate e Fiumicino.

Il grande deficit infrastrutturale della Sardegna va colmato e i servizi di collegamento pubblici interni vanno garantiti anche in funzione di compensazione rispetto alla mancanza di investimenti per alta velocita e alta capacità che lo Stato italiano sta invece attuando nella penisola. Lo sviluppo di una rete ferroviaria adeguata che colleghi le principali città, i porti e gli aeroporti dell’Isola deve essere obiettivo primario dell’azione di governo della regione e di confronto con lo Stato italiano.

Investimenti. Autodeterminazione considera fondamentale una politica di investimenti basata sui fondi europei e adeguata ad un progetto di sviluppo che garantisca i lavoratori e gli imprenditori sardi.

Si stabilisce come obiettivo la spesa di risorse aggiuntive pari a un miliardo di euro per ciascuno dei prossimi cinque anni. Attraverso l’abbattimento dei tempi di erogazione degli investimenti e con l’utilizzo di schemi automatici di finanziamento si incentiveranno le imprese sarde che investiranno e creeranno occupazione. A legislazione vigente, in questo modo si realizzerà una zona franca degli investimenti dove le imprese beneficiarie potranno compensare con credito d’imposta o altre forme di sovvenzione le tasse e i contributi da versare.

Anche le politiche attive del lavoro e le politiche di formazione continua dei lavoratori saranno incentivate con schemi automatici di finanziamento.Gli investimenti di questo tipo riguarderanno tutti i settori produttivi con particolare attenzione a quelli usciti deboli dalla recente crisi economica e in particolare, oltre l’industria, all’artigianato, al commercio.

Agricoltura. Nel complessivo progetto di riforma dell’Amministrazione regionale si dovrà ridurre il peso della burocrazia che riguarda l’agricoltura allo stato attuale esageratamente onerosa e inefficace.

La gestione del Piano di Sviluppo Rurale sarà realizzata col concorso dei territori rurali e degli Enti Locali. Le richieste di premi comunitari dovranno essere valutate entro lo stesso anno di presentazione della domanda. Sarà attuata una seria politica di promozione sui mercati che accompagni la diversificazione dei prodotti. Saranno valorizzate le produzioni di qualità degli allevamenti al pascolo anche con riferimento al metodo biologico e al benessere degli animali. Attraverso l’Organizzazione Interprofessionale del settore, con un sistema di incentivi e disincentivi, si lavorerà per stabilizzare il prezzo del latte su base triennale. Le aziende agricole e pastorali saranno il fulcro della politica agraria nelle aree rurali.

Scuola e formazione. La priorità alla scuola pubblica non deve essere in discussione, nell’insieme deve assicurare la qualità e il buon livello dell’istruzione, e garantire gli operatori scolastici.

Le scuole devono diventare nuovamente centri pulsanti per la cultura delle comunità e non essere sommerse da pratiche burocratiche e formalismi eccessivi. La scuola deve consentire agli studenti di esprimere le proprie potenzialità e, in particolare, deve garantire la trasmissione, lo studio e lo sviluppo della lingua sarda e delle altre lingue proprie dell’Isola. La scuola deve promuovere il lavoro dei docenti e vedere in loro i primi costruttori di comunità e di opportunità  di crescita personale.

Deve essere garantito il diritto allo studio, e quindi l’accesso a un sistema scolastico che risponda anche alle esigenze specifiche espresse dai territori. La Regione dovrà essere libera di adottare, già nel quadro dello Statuto speciale vigente e in una sua più spiccata applicazione, una Legge sulla scuola che riporti in Sardegna il cuore della politica scolastica e che ci consenta di guidare il sistema delle autonomie scolastiche verso il miglioramento e l’accoglienza nelle scuole, e non solo verso tagli e gravami burocratici che poco hanno a che fare con il lavoro didattico e la crescita culturale degli studenti.

La dispersione scolastica e l’altissimo tasso di ripetenti ci pone ai vertici delle classifiche statali ed europee. Secondo l’OCSE i ragazzi sardi sono tra i meno preparati d’Europa in matematica, scienze e letteratura. Quindi, al tasso di abbandono va aggiunto il livello di preparazione dei ragazzi che permangono all’interno dei circuiti scolastici, che risulta disallineato non solo all’Italia, ma al resto dell’Europa. Per tali motivi occorre un piano organico e di sistema con obiettivo dispersione zero, finalizzato ad aggredire le ragioni di questo “disagio” scolastico con piani di intervento di rete con tutti gli attori sociali.

È necessario potenziare una serie di misure rivolte alle famiglie per promuovere la “scolarizzazione” come valore aggiunto per tutto il territorio. Tra le misure sono indicate quelle di sostegno alle famiglie monoreddito o in situazioni di difficoltà anche temporanee, gli incentivi allo studio e i bonus libri, i contributi alloggio ove necessari, il potenziamento dei servizi di viaggio in zone a carente offerta formativa.

Beni Culturali. L’immenso patrimonio dei Beni Culturali in Sardegna sarà uno dei punti di forza per la rinascita dell’economia sarda. Oggi un piano per lo sviluppo dei beni culturali e paesaggistici non può prescindere dall’interazione con la cultura locale. La tutela dei beni storici, artistici, archeologici e antropologici, deve essere inserita in un programma di sviluppo integrato del territorio, con la sua cultura, con la sua identità e con i suoi servizi. Anche in funzione di una valorizzazione per scopi turistici si realizzerà una biglietteria regionale unica (SardignaPass) per mettere a sistema ogni singolo sito archeologico.

Multilinguismo. La Sardegna è una terra con un patrimonio linguistico enorme, che è una ricchezza per tutti. Si tratta di un bene comune. Occorre restituire al sardo lo status pieno di lingua attraverso il suo uso. Si deve difendere e migliorare il processo di standardizzazione di una lingua sarda scritta comune, nel rispetto pieno della lingua parlata. Bisogna applicare in Sardegna, così come in altre parti civili d’Europa, la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, che l’Italia non ha ancora ratificato.

E’ fondamentale l’adozione di uno standard linguistico ufficiale condiviso, che non cancelli o mortifichi le parlate locali e anzi le rafforzi e le tuteli. Lo Statuto Speciale deve contenere una norma che garantisca il riconoscimento del sardo come lingua co-ufficiale alla pari dell’italiano ad ogni livello e in ogni ambito. Pari trattamento devono avere le altre lingue di Sardegna nei territori dove si parlano. Si applicherà il bilinguismo perfetto in tutti gli uffici pubblici, nelle scuole e nelle università della Sardegna, nei media e in ogni altro ambito. Si riconosceranno dei crediti formativi, dei contributi e delle indennità ai sardi bilingue. Il sardo sarà portato fuori dalla clandestinità e dentro una società multilingue

Fonte: Sardegna Soprattutto

Fernando Codonesu

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Lo scenario
Le scuole di formazione politica sono sempre state diretta emanazione dei partiti e, fatto salvo il periodo dei grandi partiti di massa del ‘900, hanno cessato da tempo di svolgere la loro funzione di formazione preminente dei quadri di partito e di approfondimento tematico dei vari problemi politici che venivano poi affrontati in sede istituzionale e negli altri organi di conoscenza, organizzazione, dibattito ed elaborazione svolti nelle sedi di partito, a livello di base e via via  di vertici provinciali, regionali, direzioni nazionali e, in ultima istanza, le segreterie nazionali.
Ad oggi non sembra esistere in campo nazionale e tanto meno in Sardegna una scuola di formazione politica di ispirazione laica, fondata al di fuori dei partiti e con finalità e target di riferimento dedicati a tutta la cittadinanza, giovani, donne, adulti, anziani e immigrati compresi.
Che ci sia l’esigenza di una formazione politica mirata, se non altro, almeno all’acquisizione dei principi di base del funzionamento del nostro ordinamento democratico e delle leggi costitutive, in primis della Costituzione e del nostro Statuto, è un dato assodato, anche a partire dalla semplice constatazione che una larga fetta della cittadinanza non esercita più neanche il proprio diritto di voto. L’astensione elettorale non è dovuta solo al sentire come “inutile” il proprio voto perché si è verificato nel tempo che i partiti che raggiungono posizioni di potere e di governo non rispondono più alle esigenze degli elettori. Spesso ci si astiene anche per la scarsa “qualità” dell’offerta politica, il suo essere un prodotto “indifferenziato” con qualità decrescente proporzionalmente al diminuire della partecipazione politica della cittadinanza. Siamo convinti che ora più che mai, in questo periodo storico dominato dalla globalizzazione economico finanziaria con tutto ciò che ha portato nel bene e nel male in questi ultimi 25 anni, ad incominciare dall’aumento della povertà a tutte le latitudini del pianeta, ci sia bisogno di maggiore politica, maggiore partecipazione consapevole: abbiamo bisogno di persone formate, preparate che possano scegliere consapevolmente i propri rappresentanti ai quali chiedere conto non solo alla fine del mandato, ma prima, durante lo svolgimento della propria funzione e dopo, a valutazione del consuntivo per eventualmente riconfermarne la fiducia.
Poter scegliere consapevolmente i propri rappresentanti avendo competenze di discernimento e giudizio è per noi sinonimo di libertà.
Una maggiore conoscenza e preparazione della cittadinanza permette di contribuire a qualificare in meglio le istituzioni rappresentative a partire da quelle locali fino a quelle nazionali.
E’ a partire da questo quadro di riferimento a dagli ultimi due anni di attività politica e culturale svolta qui a Cagliari che come Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria abbiamo deciso di promuovere la nascita di una scuola di formazione politica per coprire un vuoto evidente e con l’obiettivo di diventare interlocutori affidabili del bisogno diffuso di partecipazione politica cosciente, documentata, critica, informata e finalizzata in ultima istanza allo sviluppo del benessere individuale, sociale e collettivo.

L’Organizzazione

La scuola di formazione politica che nasce per iniziativa del CoStat viene strutturata come Associazione culturale e formativa autonoma con un proprio Statuto, Presidente, Direttore, Comitato scientifico e Segreteria organizzativa.
Questa organizzazione di tipo laico e apartitica, senza finalità di lucro, è finalizzata a creare un’organizzazione stabile e duratura nel tempo che possa utilmente interloquire con altre istituzioni culturali e formative presenti nel territorio regionale e nazionale, così come con associazioni professionali e di categorie produttive, sindacati ed enti locali. E’ nostra intenzione proporre iniziative, progetti e programmi formativi anche in collaborazione con altre istituzioni pubbliche e private, partiti e movimenti politici, altre organizzazioni e movimenti politici e culturali presenti in Sardegna, nel resto del paese e in Europa, che con tale veste qualificativa, possano avere ampio riconoscimento sociale e usufruire anche di finanziamenti pubblici e privati dedicati.

La scuola ispirata ai principi della nostra Costituzione è aperta a tutti, senza alcuna discriminazione.

Finalità

In sintesi la scuola di formazione politica intende:
Contribuire alla formazione politica e culturale dei cittadini migliorandone le conoscenze di base, la capacità critica e argomentativa, la capacità di orientamento e di selezione delle informazioni significative e vere da quelle secondarie e false nel mare magnum del bombardamento informativo quotidiano che tutti viviamo, immersi come siamo nel sistema totalizzante dei media tradizionali e dei social basati sul web.
Favorire la partecipazione al voto.
Concorrere ad ampliare significativamente la partecipazione attiva alla politica da parte della cittadinanza ad incominciare dalla città di Cagliari.
Creare un luogo di dibattito ampio, plurale e alto sulle problematiche e i diversi aspetti della vita.
Sviluppare le capacità di soluzione collettiva dei problemi dello sviluppo locale e regionale.
Fornire strumenti di conoscenza e approfondimento tematico con il ricorso a testimonianze di riconosciuti protagonisti ed esponenti della cultura, dell’economia, della solidarietà, delle lotte sociali ed ambientali presenti nel territorio regionale, nazionale e internazionale.
Sviluppare conoscenza e consapevolezza che lo sviluppo a cui tendere deve essere sostenibile, in grado perciò di coniugare il lavoro con l’ambiente e la salute.
Sviluppare competenze di natura quasi professionale dei futuri rappresentanti negli organi elettivi locali e regionali, con specifico riferimento all’organizzazione e funzionamento degli enti locali e della Regione.

Contenuti, docenti e metodologia didattica

I contenuti formativi saranno organizzati per argomenti tematici che saranno strutturati per moduli didattici con un monte ore definito per ciascuno come modulo-base, ai quali potranno seguire opportuni approfondimenti.
Alcuni degli argomenti che tratteremo riguardano la Costituzione, i diritti individuali e collettivi, le organizzazioni sovranazionali come l’ONU e la sua organizzazione, le carte dei diritti riconosciute ancorché disapplicate, l’Europa e le sue organizzazioni, il funzionamento degli Enti locali, la formazione continua della cittadinanza, i partiti politici e sindacati, lo Statuto della Sardegna, programmi e progetti di sviluppo locale, l’ambiente in cui viviamo e gli ecosistemi, la crescita e il benessere, la partecipazione democratica al tempo del web, l’etica di fronte alla robotica e all’intelligenza artificiale, ecc.
I nostri docenti provengono dalla scuola, dall’università, dai settori delle professioni, da personalità della società civile impegnate nel dibattito politico, culturale, economico e sociale cagliaritano e regionale.
Ciascun tema e relativo modulo formativo afferirà ad un docente che svilupperà l’argomento anche con il ricorso ad altre autonome collaborazioni.
Non si faranno solo lezioni ex cathedra, ma si ricorrerà largamente ad attività seminariali e in certi campi all’analisi e studio di “casi” progettuali replicabili in organizzazioni e contesti diversi.
Per alcuni temi di particolare rilevanza prevediamo la possibilità di disporre di “crediti formativi” spendibili in corsi universitari di riferimento.
Le iniziative pubbliche che verranno organizzate dal Comitato, anche in collaborazione con altri gruppi, verranno inquadrate all’interno di programmi aperti alla cittadinanza, da tenere come di consueto in luoghi pubblici.
Il progetto della nostra Scuola di Formazione Politica è in dirittura di arrivo e contiamo a breve di farne una presentazione durante un’iniziativa pubblica alla presenza degli organi di informazione in cui verrà anticipato il calendario delle prossime conferenze dibattito con alcuni dei maggiori protagonisti del dibattito politico, economico e culturale regionale, nazionale ed internazionale.

Fonte: Democrazia Oggi

Questo è un post di riparazione nei confronti dei Ficus retusa, e dei trattamenti a volte brutali ai quali vengono sottoposti, anche se per esigenze giustificate, come nell'ultimo post del 28 gennaio; in quel post vi ho mostrato alcuni esemplari, chioma azzerata e radici all'aria, pronti per essere  portati via.
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E questa è la riparazione: una immagine del Ficus retusa  enorme che vive nei giardini fra via Oslo e via Stoccolma, nella zona già definita Boulevard dei Bagolari (post 3/9/15[1] ed altri).

Un albero fin qui lasciato libero di crescere come gli aggrada, e che finora non ha dato fastidio a nessuno; non è una cosa facile da vedere in città, data la stranota invadenza di questi alberi ed i correlati interventi di contenimento.

Non è la prima volta che compio azioni di riparazione, dopo aver biasimato operazioni brutali (p.es. post del 15/3/18[2]); mi sembra corretto, soprattutto nei confronti degli alberi, e del modo in cui vengono spesso maltrattati.

E a proposito del boulevard e del post citato, segnalo con piacere che sembrano attecchire i nuovi alberelli che in parte integrano questa zona di verde, ed in parte sostituiscono i Bagolari persi per malattia. Non so identificare di che alberi si tratti, data la loro giovane età, ma so per certo che ci sono esemplari di Davidia involucrata, a leggere le etichette.

La Davidia involucrata è un albero molto bello e molto raro in città (post del 5/7/13[3]); se sarà assicurata la necessaria irrigazione estiva potrà darci grandi soddisfazioni, vedremo!

References

  1. ^ 3/9/15 (www.cagliarinverde.com)
  2. ^ 15/3/18 (www.cagliarinverde.com)
  3. ^ 5/7/13 (www.cagliarinverde.com)

Fonte: Cagliari in Verde

Maninchedda

ww.sardegnasoprattutto.com pubblicherà i Programmi dei candidati Presidenti al governo della Regione Sardegna che li vorranno inviare. Naturalmente nella versione sintetica curata dagli stessi candidati senza alcun intervento da parte nostra. Li ringraziamo tutti anticipatamente nella convinzione di dare un positivo contributo alla alla democrazia partecipativa e alla nostra terra. (NdR).

Statuto. La Sardegna deve dotarsi di un nuovo Statuto speciale che interpreti la sua nuova consapevolezza di essere una Nazione, che aumenti nettamente i poteri di cui dispone, che adegui il potere esercitato ed esercitabile a una nuova coscienza dei diritti e degli interessi dei sardi. Al di là della procedura di legge per la definizione del nuovo Statuto, la sua approvazione deve essere accompagnata da un’iniziativa politica di elevato significato pubblico e collettivo, cioè da un momento di grande partecipazione dei sardi, contestuale a un negoziato tra la Nazione Sarda e il Governo italiano.

In questo modo il varo del nuovo Statuto potrà essere inteso come l’accordo tra due parti di pari dignità e non come concessione dell’una verso l’altra. Il nuovo Statuto è obiettivo strategico del primo semestre della legislatura. Tra il candidato Presidente e i candidati nelle liste deve essere consolidato e formalizzato un patto per cui, nei primi sei mesi del mandato, il Consiglio regionale e la Giunta non conoscono festivi e determinano un cambiamento stabile e profondo dell’attuale quadro normativo, non solo con riferimento agli assetti istituzionali, ma anche ai settori strategici: bilancio, scuola, cultura e ricerca, trasporti, urbanistica, sanità e infrastrutture.

 Rapporti con lo Stato italiano. Consapevoli del contrasto naturale tra molti interessi dei sardi e gli interessi e gli equilibri della Repubblica italiana, i rapporti con lo Stato e con i Governi italiani devono essere interpretati all’interno di un perimetro di competizione regolata. Il miglior atteggiamento psicologico, politico e culturale del Presidente della Sardegna è quello di chi sa di rappresentare un Paese con interessi propri che, per ragioni storiche, vive in un ordinamento che lo subordina ai poteri di un altro Paese con interessi concorrenti e a volte divergenti.

Con presupposti siffatti, sarà possibile utilizzare a proprio vantaggio tutti gli spazi legalmente esercitabili per tutelare costantemente gli interessi, rendere efficaci i diritti e aumentare dialetticamente i poteri esercitabili.Competizione non è il contrario di collaborazione, ma solo una forma più esigente, più prudente ed acuta di cooperazione istituzionale. Resta definitivamente tramontata la dipendenza psicologica e culturale dei governi amici: nessun governo italiano è amico della Sardegna, tutti possono essere interlocutori più o meno credibili.Nel frattempo, grazie all’azione politica del Partito dei Sardi, è finalmente attiva una politica estera della Sardegna con la Corsica e con le Baleari. Oggi essa rappresenta l’unica vera novità della politica europea. Per la prima volta, tre realtà insulari promuovono un’azione comune di stimolo verso tre stati europei che fino ad oggi hanno ignorato l’evidente connessione tra le isole del Mediterraneo occidentale.

 Riforma amministrativa della Regione. La legge statutaria elettorale, la legge statutaria sulla forma di governo, le riforme delle leggi 1/1977 e 31/1998 e successive modificazioni, costituiscono un corpus organico di leggi che deve essere predisposto secondo un unico disegno strategico e organicamente e simultaneamente sottoposto all’approvazione del Consiglio regionale nel primo anno della legislatura. L’obiettivo della riforma deve essere in generale la costruzione di un ordinamento semplice, comprensibile, accessibile e verificabile.In particolare si dovrà realizzare la semplificazione dei processi amministrativi, l’aumento della trasparenza dell’azione amministrativa, la certezza dell’azione amministrativa in tempi dati e non valicabili, la creazione di processi alternativi al contenzioso, l’organizzazione della Regione per direzioni generali e non per assessorati, la libertà di composizione delle deleghe assessoriali in ragione dei mutamenti della realtà, il bilanciamento dei poteri del presidente, il rafforzamento dei processi di partecipazione referendaria, l’abbattimento di ingiusti sbarramenti elettorali, la tutela più ampia della partecipazione e dei diritti politici.

Riequilibrio dei poteri e delle risorse tra Comuni e Regione. L’attuale struttura della Regione riflette, rispetto ai paesi dell’interno, quella centralistica dello Stato italiano verso le Regioni.

Invece, la Regione deve essere ricondotta alla funzione che le è propria: la regolazione normativa e le funzioni di controllo, le politiche di coesione sociale (sanità e lavoro), le politiche di connessione territoriale (grandi infrastrutture), le politiche energetiche, la tutela e valorizzazione del patrimonio storico, e tutto ciò che tuteli l’uniformità delle opportunità e dei diritti per i cittadini sardi.

La Regione deve agire con una propria amministrazione nei soli settori ove non siano disponibili le amministrazioni comunali. Si eviterebbe in questo modo la sovrapposizione delle amministrazioni rispetto al moltiplicarsi delle funzioni. In ogni comune la Regione esercita le sue funzioni attraverso i Comuni.

Il bilancio regionale deve riflettere la distinzione e la sussidiarietà tra Regione e Comuni. Deve essere netta e percepibile la quota destinata ad alimentare le funzioni di coesione nazionale e la quota affidata ai Comuni per le loro necessità.

Riequilibrio dei poteri e delle risorse tra le città e i paesi. L’antica subordinazione dell’interno della Sardegna alle aree urbane costiere e, in primo luogo, al capoluogo di Regione, non è stata intaccata dai cinquant’anni di Autonomia; anzi, la concentrazione della macchina burocratica statale e regionale negli stessi centri nei quali aveva esercitato le sue funzioni l’amministrazione regia, prima spagnola e poi italiana, ha rafforzato secolari forme di dipendenza.

Il privilegio urbano è incardinato sui trasporti e sui servizi, cioè sulle connessioni e sulla vigenza dei diritti.

L’assenza di connessioni interne o la loro endemica difficoltà e la rarefazione dei servizi sono all’origine dell’atteggiamento di sfiducia verso il futuro che è determinante, insieme alla diminuzione dell’offerta di lavoro, per lo spopolamento. La scelta dunque prioritaria è riequilibrare servizi e connessioni, restituendo ai Comuni poteri veri rispetto alle scelte e alle risorse su questi due temi.

Sanità. Il primo atto della nuova Giunta sarà smontare completamente l’Ats, l’Azienda per la Tutela della Salute, passare a un sistema a tre Aziende, più il Brotzu e le aziende universitarie, rivedere la struttura e il perimetro dei distretti sanitari, ribandire tutti i ruoli dirigenziali, aprire una vera stagione meritocratica, procedere a definire la rete sanitaria territoriale, ridare l’appropriata funzione agli ospedali di periferia, restituire funzionalità agli hub e ai centri di eccellenza. La riforma sarà fatta a partire dai pazienti e non dalle strutture o dai poteri sanitari.

Lavoro e industria. L’industria da attrarre e produrre è quella legata al sapere, all’ informatica applicata ad ogni forma di tecnologia, alla meccanica di precisione, alle produzioni agro-alimentari, alla ricerca medica. Se la chimica fu un errore, non lo fu il CRS4 e la trasformazione della Sardegna nel primo incubatore italiano di tecnologie web che ancora oggi fanno della nostra terra un luogo di innovazione e di produzione di lavoro.

Occorre promuovere l’industria legata alla connessione tra digitale e meccanico che oggi caratterizza tutti i meccanismi automatici alimentati da qualsiasi forma di energia. Il nostro nemico in questo orizzonte è l’ignoranza. Dobbiamo formare rapidamente e intensamente una nuova classe di tecnici specializzati. Un’industria sostenibile che, nel rispetto dell’articolo 37 della carta dei diritti fondamentali dell’Europa, garantisca «un livello elevato di tutela dell’ambiente e il miglioramento della sua qualità». La Sardegna deve partecipare in modo attivo e responsabile alla lotta al cambiamento climatico, alla transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili.

L’industria sostenibile segue e si localizza laddove vi sia una buona qualità della vita, sicurezza, buone scuole, buona formazione, flessibilità, credito efficiente, burocrazia trasparente e veloce. L’industria più di ogni altra attività svela le debolezze sistemiche ed esige riforme sistemiche. Senza abbandonare le persone a un destino di disoccupazione o di precariato eterno.

Occorre un piano straordinario del lavoro che ridia speranza alle generazioni di mezzo mentre si prepara un cambiamento epocale della formazione e della produzione in Sardegna.

È possibile generare lavoro e remunerarlo con le risorse europee allungando gli orari di fruizione dei servizi pubblici, finanziando i programmi di digitalizzazione delle aziende regionali, digitalizzando gli archivi pubblici della Sardegna, manutenendo l’immenso e straordinario patrimonio ambientale e archeologico della nostra terra, bonificando il territorio compromesso. Per sceglierci l’industria che ci piace dobbiamo cambiare il nostro sistema burocratico, il nostro sistema formativo, il nostro sistema creditizio, il nostro sistema finanziario. Facciamolo con convinzione e determinazione, ma, nel frattempo, restituiamo futuro alle generazioni di questo presente.

 Agricoltura e allevamento. L’economia della Sardegna è governata per legge da poteri esterni alla Sardegna e questo non è un fattore marginale, anzi è il problema principale. È l’assenza di questi poteri che ha concorso a trasformare i Sardi in un popolo totalmente dipendente dall’esterno anche per il suo fabbisogno alimentare.La scelta di lungo periodo della politica agricola comunitaria di incentivare la non coltivazione delle terre per far apprezzare le produzioni ha determinato in Sardegna l’abbandono di intere aree prima coltivate e l’invasione delle case sarde di prodotti alimentari non certo di ottima qualità. Non solo. Le politiche intorno al latte oscillano troppo tra ottime pratiche di efficienza e sostenibilità e pessime pratiche di dissipazione delle risorse pubbliche.

Nel frattempo, l’aggressività sui mercati delle aziende neozelandesi sta lambendo anche le coste sarde. Il mondo del latte ha bisogno d’innovazione, coesione, sostegno, modernizzazione e fortissima spinta all’apertura ai mercati esteri, in particolare orientali. Dobbiamo associare avanzati prodotti creditizi e finanziari al mondo agro-alimentare. Dobbiamo modernizzare rapidamente le imprese, cioè prima di ogni altra cosa gli stessi imprenditori agricoli.Dobbiamo riprendere a produrre grano, fave, miele, orzo. Vogliamo finanziare non solo la presenza delle imprese sul territorio, ma anche e soprattutto la loro attività. Tutta l’agricoltura del mondo è assistita, ma assistere per non fare è un errore di civiltà. Dobbiamo seriamente avere una politica della carne.

È paradossale che esportiamo vitelli vivi quando valgono poco e importiamo vitelli macellati quando valgono molto. È paradossale che, per l’incapacità di gestire e risolvere la peste suina, importiamo i maiali per fare i prosciutti in Sardegna. È paradossale che produciamo sempre più latte in modo da farlo valere sempre di meno. È paradossale che produciamo una marea di latte e non riusciamo a venderlo nel mondo in tutte le forme possibili.Dobbiamo dotarci di una vera politica della pesca. Non solo non deve essere più possibile che il tonno della Sardegna sia pescato da altri ma non dai Sardi, ma deve essere visibile che la Sardegna crede in una sua marineria che peschi e allevi in modo sostenibile

 Trasporti interni e continuità territoriale aerea e marittima. Sul versante dei poteri disponibili per generare sviluppo e non inseguirlo con le mani legate dietro la schiena, è indispensabile conquistare poteri sul e nel mercato dei trasporti e non essere costretti nella strettoia creata da un lato da una Commissione europea spesso prona ai desiderata di grandi gruppi privati e dall’altro dalle complessità centralistiche dell’amministra­zione pubblica italiana. I poteri poco più che consultivi riconosciuti ai Sardi dall’art.53 dello Statuto e dalla legge 144/1999 alla Sardegna sono ridicoli rispetto all’incidenza che la mobilità ha sugli interessi, sui diritti e sullo sviluppo della Sardegna.

Quanto la mobilità sia un diritto e quanto invece sia un servizio non è argomento che possa essere deciso da un organo politico quale la Commissione europea. Quanta ricchezza prodotta dai Sardi sia giusto investire per rendere facili ed economici i movimenti da e per la Sardegna non è argomento che possa essere deciso da un organo politico quale la Commissione europea.Il diritto alla mobilità è uno dei diritti fondamentali dei Sardi, è legato alla loro libertà ed è legato alla loro libera espressione politica.

Non è possibile che la libertà dei sardi inizi solo da Roma e da Milano per i collegamenti aerei e sia in ostaggio di un meccanismo perverso per i collegamenti marittimi per cui le rotte sono contributate nel periodo invernale e libere di innalzarsi nel periodo estivo. Non c’è bisogno per le compagnie navali di predisporre un accordo di cartello per trovare conveniente per tutte, senza stipulare accordi tra loro, di attestare le tariffe sempre verso la soglia più alta.Come l’Italia, quando si entrò nel mercato libero per l’energia, ritenne di proteggere il consumatore, cioè il cittadino, dalla posizione di forza del produttore, istituendo una specifica Authority che determinasse le modalità di formazione della tariffa elettrica e energetica, così la Sardegna deve dotarsi di un’Authority delle tariffe dei trasporti che difenda i cittadini, regoli e controlli il mercato.

Fisco. Non è possibile alcuno sviluppo stabile in Sardegna se i Sardi non dispongono completamente e a propria discrezione della leva fiscale.

Poter calibrare liberamente il prelievo fiscale e poter decidere liberamente delle politiche redistributive è stato a lungo identificato da studiosi e analisti come indispensabile obiettivo strategico per lo sviluppo della Sardegna; solo nel dopoguerra esso è stato accantonato e condannato all’oblio perché ritenuto incidente sull’unità della Repubblica Italiana, che risulta così unita sull’ingiusta uniformità delle sue politiche fiscali.

Dietro l’oblio della questione fiscale sarda sta anche l’opacità di alcune aree del prelievo fiscale italiano su cui si apriranno nuovi terreni di confronto: in particolare sulle accise e sul canone Rai. Va inserita in questa cornice la speciosa costruzione ideologica fondata sul “residuo fiscale”. È inaccettabile che come paradigma dell’efficienza della produzione e del consumo della ricchezza in una determinata area si assumano le modalità, criticabilissime, con cui i Conti Pubblici Territoriali computano l’Entrata e l’Uscita di una Regione.

Il vero scopo delle proposte politiche fondate sull’ideologia del “residuo fiscale” è imporre la tirannia del presente. Non contano infatti, per esempio, le modalità storiche con cui l’indice di infrastrutturazione si è formato per valutare l’efficienza di un territorio, nonostante tale indice sia determinante per trattenere e valorizzare la ricchezza prodotta. In sostanza, non si considera se una Regione ha avuto le stesse opportunità garantite a un’altra o se è stata impoverita o arricchita dalle politiche a lei imposte; si valutano solo le performance dell’una e dell’altra per iscrivere l’una nell’efficienza e l’altra nell’assistenza.

Non solo: alcuni prelievi fiscali non vengono computati (si pensi per esempio al canone Rai o agli Oneri di Sistema che incidono per l’80% sulla bolletta dell’energia elettrica). Si pensi all’imbroglio delle accise maturate in Sardegna sugli idrocarburi e incassate dalle Regioni nelle quali vengono immessi in commercio.

C’è da far di conto bene sulla ricchezza prodotta in Sardegna. Ma c’è soprattutto da conquistare poteri per conoscerla, regolarla al meglio, aumentarla. La questione fiscale è una questione politica che necessita di un forte supporto di sapere e di controllo.

L’aver varato in questa legislatura l’Agenzia Sarda delle Entrate è stato un passo decisivo per disporre dei flussi informativi e per soccorrere i Comuni nella loro attività di riscossione.  Adesso dobbiamo invertire il flusso: noi riscuotiamo le imposte, tratteniamo le nostre quote e versiamo allo Stato quanto oggi previsto dalle leggi.

Tuttavia, aver creato questo buon presupposto alla conduzione della grande battaglia sul fisco in Sardegna, non deve farci dimenticare che essa è eminentemente una questione di poteri risolvibile solo con una sicura visione e una grande mobilitazione popolare.

 Accantonamenti. Lo scontro sugli accantonamenti non è uno scontro amministrativo, è la principale dimostrazione della slealtà dello Stato italiano verso la Sardegna. Sugli accantonamenti occorre accompagnare le iniziative dinanzi alla Corte costituzionale con una mobilitazione rivoluzionaria, diffusa, pacifica, che riveli e denunci la sostanziale illegalità del prelievo ammantata da adeguatezza giuridica.

Sugli accantonamenti bisogna uscire dal contenzioso e entrare nella lotta politica pacifica, nella mobilitazione popolare. Gli accantonamenti stanno alla Sardegna come il tè alla Rivoluzione americana. O si entra in questo ordine di idee o non solo non verranno mai recuperati, ma la Sardegna ci rinuncerà definitivamente. Il grande errore di alcuni governi regionali è stato non cogliere la portata prevaricatrice, antide­mocratica, culturalmente coloniale e aggressiva dell’azione dei Governi italiani. Si è trattato di un tradimento istituzionale passato sotto silenzio cui occorre reagire moralmente e politicamente.

La recente sentenza della Corte Costituzionale 6/2019  sanziona duramente il comportamento del Governo italiano e sembra aprire un notevole spazio di recupero delle somme dovute dall’Italia alla Sardegna.

Educazione e istruzione. La motivazione dei Sardi a credere nuovamente in se stessi e nel futuro è un grandissimo problema politico che deve e può essere risolto con una grande e articolata strategia educativa, la stessa che non è mai stata centrale nelle politiche cosiddette della Rinascita. Se è vero come è vero che occorre seriamente attrarre persone e imprese in Sardegna, è altrettanto vero che si deve partire da una nuova cultura ed educazione dei Sardi che sappia restituire fiducia, che sappia ricostituire anche biologicamente la gioventù, che renda agevole la residenza nel centro montano, che tuteli l’infanzia, che rafforzi l’istruzione.

Occorre partire da una nuova scuola, una nuova formazione professionale, una nuova università, una nuova e più avanzata istruzione tecnico-professionale, un nuovo sguardo sulla persona, sulla famiglia e sulle cose. La crisi demografica della Sardegna è una crisi di fiducia, ma la fiducia e la motivazione, fino ad oggi, non sono stati obiettivi politici di alcun partito perché la società sarda non era assunta come protagonista delle politiche di sviluppo, ma come destinataria passiva di politiche pensate da altri e per altri.

 Turismo, Urbanistica, Ambiente. Sono necessarie una nuova legge paesaggistica e una nuova legge urbanistica per la Sardegna. Non si tratta delle leggi per le sole coste della Sardegna, o di vincolo del paesaggio: sono le leggi che disciplinano ogni aspetto dell’abitare in Sardegna, secondo principi di valorizzazione delle risorse ai fini dello sviluppo socioeconomico della società sarda, nel rispetto dei valori e dei beni paesaggistici e identitari.

È sbagliato, dinanzi ai dibattiti, anche accesi, su questi temi, fermarsi e non decidere. I dibattiti vanno interpretati e risolti, non portati all’infinito. La Sardegna oggi è sotto una morsa di immobilismo burocratico e vincolistico che sta bloccando le istanze e attività più semplici e legittime; un immobilismo che ha distrutto il tessuto delle piccole imprese dell’edilizia, che rende troppo difficoltoso un contatto sereno e diretto tra i cittadini e le amministrazioni pubbliche; un rapporto che troppo spesso prende la strada del contenzioso.

Il primo obiettivo è, dunque, legiferare con intenti di semplificazione e di libertà. In questo quadro, rispondendo ai dibattiti più accesi sul tema, occorre ribadire la contrarietà a nuove costruzioni nella fascia dei 300 metri, ma ribadire il favore alle manutenzioni straordinarie con moderato incremento di cubatura degli edifici siti dentro la fascia che non abbiano già goduto di tale possibilità, perché l’adeguamento delle strutture è funzionale e necessario a intercettare un nuovo tipo di domanda turistica. È ragionevole che l’incremento di cubatura di tali edifici non sia generalizzato nelle percentuali concesse, ma proporzionato alla dimensione degli edifici con una limitazione progressiva man mano che la dimensione stessa cresce.

È ragionevole e giusto l’insediamento umano nell’agro sardo, perché è un tratto antropologico e identitario della Sardegna. Esige che tale insediamento sia normato in modo da tutelare l’ambiente, da non aggravare le spese infrastrutturali pubbliche, ma dimensionato su lotti minimi stabiliti dai comuni, in base alla dimensione media della proprietà fondiaria presente nell’areale di riferimento (media che cambia evidentemente nelle varie regioni della Sardegna) applicando l’indice edificatorio in base al fondo.

Solo una nuova legislazione del territorio, con una specifica normativa dedicata al grande patrimonio degli usi civici, ben coordinata con le politiche di sviluppo locale, consapevole dei propri giacimenti e delle proprie risorse territoriali e localmente matura nella concezione del rapporto tra ragioni di tutela e promozione e valorizzazione delle stesse, può generare quell’incremento della quota della ricchezza che può derivare dalle risorse di tutto il territorio isolano, dall’entroterra e dalla costa, e quindi dal turismo.

Una nuova legislazione sul territorio deve necessariamente proporre una nuova visione del rapporto tra terra e Beni culturali materiali e immateriali identitari, con tutti gli aspetti connessi alla cultura sarda: questo rapporto è vitale per tutti, ma per la Sardegna in particolare. La parola con cui accompagnare il tema del turismo è ‘accessibilità’. Senza una nuova politica dei trasporti esterni (di cui si è già detto) non è possibile una reale politica dello sviluppo turistico. Ma serve sviluppare potentemente anche l’accessibilità interna, cambiare la logica del Trasporto pubblico locale, ancora oggi orientato a trasportare operai e studenti piuttosto che a soddisfare bisogni culturali, commerciali e educativi delle persone.

Accessibilità significa anche ecosostenibilità dei trasporti interni, promozione, come è avvenuto col Primo piano regionale delle ciclovie, di mobilità diverse da quelle tradizionali su ferro e su gomma.

Turismo significa qualità e identità. Non è possibile offrire un turismo esperienziale senza una legge organica che configuri la Sardegna come un’isola della qualità dell vita, del cibo, del sapere, dei servizi.

 Territorio, lingua e cultura. Una nuova legislazione urbanistica e paesaggistica, deve, allora, urgentemente accompagnarsi a una Legge sui Beni culturali, istituti e luoghi della cultura. L’ultima legge sarda in materia risale al 2006 (L.R. 14 2006) la quale, mostrando già allora numerose criticità, oggi si rivela inadeguata e da superare con una nuova proposta e una nuova visione dei beni culturali quali vera risorsa dinamica e strategica di sviluppo.

Oggi chi fa turismo non cerca solo la conoscenza di un luogo, ma anche un implemento di conoscenza e di emozione, esattamente ciò che l’interno dell’Isola può offrire connettendosi anche con le strutture alberghiere meglio governate. Il grande intervento infrastrutturale fatto in questa legislatura, che maturerà nei prossimi dieci anni, ha avuto lo scopo di connettere meglio i Sardi tra loro e di rendere raggiungibili tutti i luoghi anche con mezzi sostenibili e culturalmente impegnativi come la bicicletta.

Godere e rendere produttivo lo straordinario ambiente della Sardegna richiede cultura, competenze e buone pratiche di sviluppo locale, attualmente molto rade per il mancato coordinamento tra le politiche della cultura, dell’ambiente, del turismo e del territorio.

Oggi le politiche dell’ambiente sono prevalentemente politiche di protezione civile e di autorizzazione amministrativa. Manca totalmente una pianificazione territoriale strategica nella quale il paesaggio e i beni ambientali coi beni culturali diventano offerta matura per un turismo destagionalizzato.

Sul piano dei grandi temi ambientali su scala internazionale, in tutto il mondo acqua, rifiuti e energia vengono gestiti da società multiutility che generano, se ben gestite, lavoro, sostenibilità e ricchezza. In Sardegna le politiche di tutela sono intese come politiche di divieto, le politiche di gestione dei rifiuti sono intese come funzioni pubbliche programmaticamente prive di redditività, le politiche di valorizzazione delle foreste e delle risorse naturali come politiche di sportello pubblico.

Bisogna invertire il segno e la direzione di tutto questo. Bisogna riconoscere di nuovo il nesso tra terra, cultura e ricchezza sostenibile. A questo scopo è quanto mai urgente puntare allo sviluppo locale che si genera nei più giovani insegnando la lingua nelle scuole elementari, insegnando nelle scuole di ogni ordine e grado come materia curricolare storia e cultura della Sardegna.

Non si può fare turismo e sviluppo se non si rendono i Sardi rapidamente poliglotti, a loro volta capaci di viaggiare, di spiegarsi e di spiegare.

Occorre realizzare:

  • il lavoro per distinguere fin dentro le pieghe del linguaggio quotidiano il livello “nazionale”, ovvero ciò che pertiene alla Sardegna, da ciò che è “italiano”;
  • il lavoro per la diffusione della conoscenza della propria storia nazionale, dal punto di vista culturale, sociale, economico, antropologico;
  • il lavoro per l’utilizzo del sardo, del sardo-corso, del tabarchino e del catalano algherese come lingue nazionali, dentro un quadro plurilinguistico che comprenda la lingua italiana e la lingua inglese;
  • la capacità di tradurre l’appartenenza alla Nazione Sarda in politiche concrete volte a creare soluzioni, risposte, coesione, solidarietà, prosperità, apertura, innovazione.

Non ci sono e non ci potranno mai essere sardi meno sardi degli altri. Lavoreremo per costruire una nazione plurilingue in cui a ogni cittadino siano forniti gli strumenti necessari per avere competenza attiva in almeno tre lingue, tra cui almeno una lingua sarda, l’inglese e, provvisoriamente e fin quando si rivelasse necessario, l’italiano.

 Servitù militari. Consideriamo l’Accordo sulle servitù militari tra la Giunta Sarda e il Governo italiano un pessimo episodio di subordinazione politica da cui prendiamo con serenità le distanze: prevalentemente per concessioni già concesse nei precedenti accordi, e comunque attualmente solo promesse e molto condizionate, si è dimenticata la storia, la salute dei sardi, l’autorevolezza delle istituzioni.

La conseguenza di una trattativa solitaria e segreta è stata la perdita di memoria: si è trattato avendo a disposizione la sola memoria politica e amministrativa dei partecipanti, non quella ben più ricca di un popolo e della società politica e intellettuale di questo popolo. Non a caso l’obiettivo primario ribadito in tutti gli atti, e cioè la dismissione graduale dei poligoni, è letteralmente scomparso dall’Accordo.

Non solo: non vi è alcuna traccia della proposta del presidente della Regione, avanzata nel corso dell’audizione alla Camera del giugno 2014 e connessa con l’obiettivo principale, con la quale propose una “valutazione internazionale indipendente” che valutasse il costo delle servitù militari e che ridefinisse i parametri di utilizzo del territorio rispetto ai mutati scenari tecnologici della guerra. Non vi è alcuna traccia delle conseguenze attese da affermazioni importanti quali quelle, pronunciate sempre dal Presidente, che sottolineavano come i poligoni sardi siano i più grandi d’Europa.

Una cosa è certa: il mancato rispetto dell’accordo è di tutto vantaggio per la Difesa, la quale, tirandola per le lunghe, non ha alcuna sanzione e tutti i vantaggi. Non sono mai stati rispettati i tempi dei precedenti accordi; se entro due anni (tempo di validità previsto) non viene realizzato nulla, decade tutto quanto concordato anche nei precedenti accordi. Inoltre, è previsto che la proroga deve essere accettata dalla controparte. E se i militari non dovessero accettare una eventuale richiesta di proroga?

Decade tutto anche in questo caso? Queste clausole sono forme di subordinazione istituzionale che noi non possiamo accettare, ma derivano da un difetto di consapevolezza nazionale sarda, di conoscenza storica, di coscienza politica. È necessario che la coscienza nazionale animi la cultura di governo. La vicenda dell’Accordo sulle servitù militari dimostra ancora una volta che è indispensabile per governare bene la Sardegna, anche in questo tempo nel quale non è uno stato indipendente, possedere una coscienza nazionale dei sardi.

Senza la consapevolezza di essere un popolo con una sovranità originaria e non delegata, quando ci si trova a trattare col Governo italiano, ci si colloca in una dimensione psicologica e culturale subordinata e arrendevole, quale quella di chi vuole concorrere più a ritagliarsi le attenzioni dello Stato italiano che a costruire e affermare i suoi diritti.

L’obiettivo finale deve essere l’eliminazione dei poligoni dal territorio sardo. Le basi militari della Sardegna sono anche basi, oltre che di difesa, di sapere, di intervento e soccorso civile, di sorveglianza. Le basi militari, non le servitù militari, hanno soglie di integrabilità con il sapere, l’istruzione, il soccorso, la protezione civile, che sono tutti temi strategici per la Sardegna. Anche la Difesa può e deve essere pensata in termini di sviluppo e di integrazione.

 Ambiente, rifiuti, energia. Occorre una norma generale sulla Sardegna come sistema ambientale di qualità che regoli le produzioni, i trasporti, il ciclo alimentare e produttivo e della sostenibilità in generale, le strategie culturali e le strategie turistiche di destinazione, i trasporti interni e l’utilizzo e la salvaguardia del patrimonio culturale e ambientale. Serve insomma una connessione strategica tra cultura, ambiente, infrastrutture, turismo sostenibile, produzione e qualità della vita.

In questo quadro, il primo obiettivo deve essere la riduzione della quantità dei rifiuti prodotti, una seria strategia del riuso e del riciclo, un piano decennale di progressiva e totale emancipazione dall’incenerimento, un piano della riduzione progressiva delle emissioni.

Il ciclo dei rifiuti va pensato dentro una visione della Sardegna dove il ciclo dell’acqua sia ispirato alla tutela e alla qualità, all’equilibrio di utilizzo e alla sostenibilità economica, tariffaria e industriale del processo che conduce dall’acqua grezza all’acqua potabile, fino a poter costituire una multiutility regionale che stabilizzi le tariffe, ottimizzi i processi e riduca i costi e si avvantaggi di una gestione integrata del sistema tariffario per garantire qualità dei servizi, sostenibilità delle tariffe, politica degli investimenti e delle manutenzioni.

È possibile l’avvio di un processo di produzione e utilizzo dell’energia sostenibile, rinnovabile e adeguata ai bisogni civili e industriali della Sardegna, non al rendimento delle azioni di Terna né ai flussi di cassa di Enel. È possibile perché grazie all’azione del Partito dei Sardi nell’ultima Giunta sarda, per la prima volta nella storia della Sardegna, due dighe sono diventate di proprietà della Regione. Non è assolutamente vero che lo sviluppo della Sardegna richieda i grandi gruppi dello Stato italiano impegnati ad agire da monopolisti.

Semmai è vero il contrario: è iniziata una nuova storia fatta di dighe regionali, di energia rinnovabile e sostenibile, di una rete di pile solari quanti sono gli edifici pubblici, di microreti, di energia ad alto valore e a zero emissioni.  Prima nasce l’Agenzia dell’Energia Sarda meglio è; prima ci riprendiamo il potere di regolare noi il mercato dell’energia sarda, prima finiranno le grandi espropriazioni di libertà e di territorio come la concessione dei terreni di San Quirico, cui siamo nettamente e radicalmente contrari.

Fonte: Sardegna Soprattutto

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La Giunta Regionale con Delibera 3/26 del 15.1.19 ha deciso di non assoggettare a valutazione di compatibilità ambientale (VIA) la realizzazione di un nuovo campo (R140) per prove di scoppio di munizioni ed esplosivi in loc. S. Marco (Iglesias), ampliamento dell’adiacente stabilimento RWM (Domusnovas), che produce armi e munizioni.

Nel comunicato che ne dà notizia l’Assessore invoca l’intervento dello Stato per bloccare  la produzione di armi sul territorio sardo e la riconversione della fabbrica. Occorre scindere i due distinti livelli, quello tecnico-amministrativo della verifica ambientale da quello politico della produzione di materiale bellico. La vicenda della fabbrica sulcitana è abbastanza nota.

La S.E.I che negli anni 70 aveva realizzato a Domusnovas uno stabilimento per la produzione di esplosivi per uso civile, riceve nei primi anni 2000, a seguito della crisi mineraria, un finanziamento pubblico di 6 miliardi di lire per la riconversione in produzione di armamenti bellici. Nel 2010 la proprietà passa alla RWM Italia, società controllata dalla tedesca Rheinmetal, una multinazionale con un fatturato da 6 milioni di euro di cui il 50% in armamenti.

Poco dopo (2012) la RWM riconverte la linea produttiva, dedicandola esclusivamente alla realizzazione di materiale bellico ed ampliando poi a più riprese lo stabilimento, fino ad incrementare il fatturato nell’ultimo biennio del 200%. Beneficia nel frattempo di una serie di interventi pubblici per la sistemazione di viabilità ed aree al contorno. Benché il ciclo produttivo e commerciale sia coperto da segreto militare, è certo che gli ordinativi  provengano dall’Arabia Saudita e che il materiale bellico venga impiegato nel conflitto della coalizione araba contro lo Yemen.

Il trasferimento degli ordigni avviene attraverso i porti di Cagliari, Olbia e Sant’Antioco, nonché per via aerea da Elmas. E’ dunque acclarato che l’esplosivo proveniente dalla Sardegna venga utilizzato in un conflitto con fini offensivi ed in palese violazione dei diritti umani e che sia la produzione che la commercializzazione si svolga con la connivenza  di Governo e Regione.

Giova ricordare che sia la riconversione produttiva da civile a bellica, sia l’ampliamento complessivo è avvenuto frazionando gli interventi a più riprese, in modo da non consentire una visione d’insieme delle attività produttive e aggirare la procedura di VIA, limitando gli adempimenti amministrativi a semplici comunicazioni al SUAPE dei Comuni interessati.

Fa eccezione l’ampliamento in corso del campo R140, ma, come detto, la Regione ha escluso “a priori” ogni ipotesi di impatto sull’ambiente nelle attività di prova degli esplosivi. Sussistono ampie riserve sui presupposti tecnici a fondamento di tale apodittica conclusione, visto che non si conoscono i processi produttivi e le caratteristiche tecniche dei materiali testati, coperti dagli “omissis” nella documentazione tecnica.

Sarebbe stato inoltre opportuno divulgare i risultati delle prove e dei campionamenti eseguiti dall’ARPAS sulle matrici ambientali, le modalità di esecuzione, il perimetro e le profondità dei prelievi al fine di comprendere su quali dati reali si sia giunti ad escludere l’eventualità di una presenza di fattori inquinanti, posto che l’intera area (circa ha.193) risulta interdetta.

Anche sotto l’aspetto della compatibilità con la pianificazione territoriale sussistono ampie riserve, visto che il campo prove R140 ricade in una “Zona Bianca”, ovvero non disciplinata da strumenti urbanistici, nonché a 800 mt. dal SIC Marganai-Monte Linas ed all’interno di un Parco Geominerario  e del Parco regionale del Linas.

Gli interventi e le attività ammessi nelle Zone Bianche ai sensi dell’art.9 del DPR 380/01 dovrebbero considerarsi di “default” ovvero di carattere prettamente conservativo e non può dirsi che il sorgere di un campo prove per esplosivi e di una nuova linea produttiva per ordigni bellici possano farsi ricomprendere tra quelli non “innovativi” per un’area ubicata in agro.

Inoltre tutti i Parchi godono al contorno di aree buffer per le quali deve procedersi almeno alla VINCA. La propensione a seguire procedure eterodosse ha avuto un’ulteriore conferma nel corso dei lavori di bonifica da amianto in un capannone industriale, sempre di proprietà RWM, sito nella zona industriale di Iglesias (loc. Sa Stoia).

Non risultano chiare le procedure di decontaminazione e di smaltimento delle circa 250 tn di rifiuti contaminati., come pure è a tutt’oggi ignoto il materiale stoccato nel capannone, la sua destinazione d’uso futura e il ruolo che il deposito dovrà svolgere nell’ambito del ciclo produttivo della fabbrica di Domusnovas.

Non è dunque frutto di mera casualità il riferimento dell’Assessore all’ “autonomia degli uffici competenti”, un richiamo che è da interpretarsi come un’esplicita “excusatio non petita”. Nel contempo è sconcertante il contenuto “politico” del comunicato se solo si riflette sui vincoli imposti dalla Costituzione.

Val la pena solo rievocare l’art.11 “l’Italia ripudia la guerra….” e gli artt.41 e 2, secondo i quali l’attività privata non può svolgersi in danno della dignità, della libertà e della solidarietà umana. Non sussistono dubbi sulle violazioni costituzionali delle produzioni belliche in questione, che dovrebbero indurre a bloccare l’attività della RWM.

Se non bastasse, una legge del 1990 (la l.185) detta vincoli sulla riconversione di tali impianti da civili al settore difesa, tra cui il divieto di esportazione verso Paesi che non rispettano i diritti umani ed in assenza di garanzie sulla destinazione delle armi (art.1).

Si aggiungano  le Risoluzioni del Parlamento Europeo (2016, 2017 e 4/10/18) con cui, oltre alla condanna delle ripetute violazioni dei diritti umani nella guerra in Yemen, si formula l’esplicito embargo delle armi nei confronti dell’Arabia Saudita. Non mancherebbe dunque al distratto Governo sardo un sostegno normativo per mettere in angolo un riluttante Governo nazionale, prodigo di parole, avaro nei fatti!

Stupisce peraltro la tardiva presa di posizione nei confronti dell’attuale Governo, se raffrontata al prolungato silenzio verso i precedenti. Nicodemismo sotto la spinta di un fine mandato, perché non si può in patria “sgombrare la VIA” e imputare ad altri l’esclusiva responsabilità della fabbrica di morte! Sarebbe stato etico interrogarsi sull’assenso alla trascorsa riconversione da civile in bellica, sull’inazione nei confronti dell’arroganza ampliativa, sull’avallo all’utilizzo di porti ed aeroporti.

A fronte di tale latenza gnomica la richiesta di riconversione della fabbrica, oltre che problematica, si palesa come la foglia di fico con cui celare le vergogna di un fallimento politico. Si continua a non voler prendere coscienza di ciò che è sotto gli occhi di tutti. Un territorio, il Sulcis, devastato dagli inquinamenti frutto di disastri industriali, condannato a nutrirsi di cieche speranze ereditate dal nascere distretto minerario, ostinato nella perseverante erosione delle risorse.

Un territorio dotato di uno sconfinato patrimonio ambientale e culturale, ma che, oppresso dal calcagno del ricatto elettorale, è in endemica crisi occupazionale. Inutile piatire una riconversione sotto l’incubo della perdita di posti di lavoro destinati a svanire su pressioni internazionali. Occorre ripensare un’economia del territorio che assuma a principio la triplice sostenibilità col fine di una virtuosa circolarità. Assiomi evocati negli atti della Giunta, ma non tradotti in azioni concrete.

E’ in tale prospettiva e non per vano contendere, che si colloca il ricorso al TAR avverso all’autorizzazione del Campo 140 e proposto da Italia Nostra insieme ai Comitati territoriali uniti. Se il TAR dovesse accoglierne le motivazioni, le forze civiche vedrebbero legittimata la loro opposizione ad una nefasta politica che rende l’Isola complice di un crimine contro l’umanità.

*Italia Nostra Sardegna

Fonte: Sardegna Soprattutto




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