sardanews

Abbiamo parlato diverse volte del giardino verticale, avendo un importante riferimento cittadino nelle pareti attrezzate di piazza Maxia, realizzate ormai quasi dieci anni fa per rimarginare la ferita del rifacimento di quella piazza e delle conseguenti polemiche.

Abbiamo vissuto assieme le sue stagioni, i momenti di crisi e le fasi di "rimpolpamento" (post del 28/5/15[1]); una realizzazione che, fra alti e bassi, possiamo comunque ritenere positiva, e che speravamo prendesse piede anche nell'edilizia privata.

In realtà non ho visto realizzazioni, complice il nostro clima, una giusta dose di diffidenza, i costi di impianto, la crisi finanziaria; fino a qualche tempo fa, quando ho visto e fotografato questo.

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Siamo nella centralissima piazza Repubblica, e questo a sinistra è l'ingresso della farmacia: qui, nella parete, in occasione della ristrutturazione dei locali, è stata realizzata una aiuola verticale, ricca di piantine tipiche degli ambienti umidi, come Felci e Capelvenere.

Una realizzazione molto gradevole, che può usufruire di una buona esposizione solare: complimenti ai proprietari, che invece che sfruttare lo spazio per una vetrina pubblicitaria, hanno preferito abbellire in questo modo l'ingresso della loro farmacia.

References

  1. ^ 28/5/15 (www.cagliarinverde.com)

Fonte: Cagliari in Verde

Amsicora

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Caro Paolo,

scusa se io le chiamo “is” e non “sas” Primarias, ma mi son sulcitano e di lingua madre, e da noi “le” (articolo) suona “is” e non “sas“. Varianti, niente più, come “acqua” suona “aqua” e non “abba”, mentre qualcuno arrogantemente ha chiamato Abbanoa “Abbanoa” e non “Aquanoa“. Eppure noi campidanesi siamo di più, e poi anch’io so che in latino si dice “aqua” (da akːwa/, ˈakkwa) e non “abba”. Noi campidanesi siamo più vicini al latino. Ma che faccio? Mi metto a fare lezione di queste cose a te che sei filologo? Che presuntuoso! Meglio lasciar perdere, e poi: bando alle divisioni fra sardi! Siamo Natzione o no? Non possiamo perderci in queste banalità.
Caro Paolo, non so perché sto - stupidamente lo ammetto - divagando. Veniamo a noi e ai miei dubbi, ai miei quesiti su Is Primarias. Questa consultazione popolare - come tu e Franciscu dite - è rivoluzionaria, che dico? è essa stessa una rivoluzione, preordinata com’è ad affermare l’esistenza di una nazione, non di una qualsiasi, nientemeno della Natzione sarda. Ma - ecco il punto - per questa rivoluzione da tastiera avete stabilito un quorum di validità? Poniamo che alla conquista del Palazzo d’inverno online partecipino in 50 mila e dicano sì in 49 mila, la Natzione c’è o non c’è? Bel problema! Ammetterai che il quesito è legittimo, e le altre centinaia di migliaia che non hanno partecipato? Per loro applichi il silenzio-assenso? Una rivoluzione sui generis della maggioranza silenziosa? Li consideri dei sì? Li unisci ai favorevoli e dici che quasi tutti i sardi hanno detto sì alla Natzione, che questa c’è per acclamazione? Oppure non li consideri? Non li conti e hai sempre vinto tu?
Caro Paolo, in un referendum di questa portata “istituzionale”, di più “istitutivo”, costituzionale e costituente della Natzione, una rivoluzione in senso giuridico, un quorum ci vuole. Non vorrai fare come Puigedemont & C che hanno fatto un referendum e hanno proclamato l’indipendenza della Catalogna “a minoranza“, e poi si è visto come è andata. E’ scappato a gambe levate e gli altri son finiti in galera. Bah, a voi non verrà riservato neanche quell’onore; se tu e Franciscu non volete essere seppelliti da una risata, dammi retta,  un quorum di validità fissatelo.
Poi che fate - se vincete fra voi e voi - con balli e canti sardi, vi recate in costume al Nuraghe Losa e proclamate la “Natzione sarda”? E da lì, come un novello Giomaria, parti e marci su Cagliari e proclami la Natzione? Fai oggi quel che all’Alternos non riuscì in quell’esaltate ma tragico 1796?  Se vuoi far così, accomodati, ma sei sicuro di non rischiare, non l’esilio, ma il ridicolo? E noi, che non ci arruoliamo fra i miliziani sardi al seguito tuo e di Franciscu, contiamo o no? O siamo i soliti antinatzionali, di cui è piena la storia della Sardegna? Chi siamo? I servi dello Stato italiota, come i Villamarina e i Vallermosa lo furono dei Savoia? E se il Consiglio regionale non ti segue? E’ traditore come gli Stamenti in quel maggio del 1796, quando destituì Angioy ed emise una taglia sul suo capo?
Caro Paolo, non dirmi che ti sto importunando. Credimi, lo dico perché la cosa riesca bene, sia credibile, questi sono problemi seri. Vuoi passare alla storia come un padre fondatore o come un saltimbanco? Guarda che non sto esagerando. Questa è la posta in gioco.
Infine, caro Paolo, non tacciarmi da leguleio o, peggio, da barocco azzeccagarbugli se ti chiedo: chi è legittimato a partecipare a is Primarias, o - più semplicemente - chi ha il diritto di voto?  Tutti quelli che vogliono? Anche i non sardi e i burloni? Non succederà, ma se qualcuno ti organizza un massiccio voto contrario? E votano solo i sardi o anche i continentali, comunitari o anche extra? Lo dico sommessamente: a me pare che per la “Sarda Rivoluzione” devono votare solo i sardi. Dobbiamo creare la sarda Natzione o no? Del resto nel vostro manifesto non avete scritto “Primarias. La Sardegna decide”? Sardi, dunque, solo sardi. Solo i residenti o anche gli emigrati? Non so se posso permettermi o se ci hai già pensato, io credo che la legittimazione debba essere accertata in modo rigoroso, sicuro, con criterio conforme alla decisione da assumere col voto. Dobbiamo stabilire se esiste la Natzione sarda, ossia se noi siamo un popolo stanziato in un territorio con comunione di lingua, religione e storia. Bene, lasciando da parte la storia che non è e non può essere messa ai voti, e la religione, che ormai (grazie alla Costituzione italiana, pardon! italiota) è la religione laica che ammette la libertà di credo e non, mi concentrerei sulla lingua (anche qui il campidanese “lingua” è più simile al latino di “limba“, che non si sa donde venga). Bel rompicapo! Fare un esame di sardo? Ci vorrebbero i prossimi 50 anni! E tu e Franciscu dovete arrivare alle prossime regionali con la pratica chiusa, la Rivoluzione fatta. E allora che fare? Io un’idea modestamente ce l’avrei, ed è asserverata dalla storia sarda, anzi da un momento alto e glorioso di essa. Sai quale è il criterio più sicuro? Chiedere all’aspirante rivoluzionario “Nara cixiri”! La pronuncia della x sarda vale quanto un’analisi del Dna per stabilire la sardità degli individui. Nara cixiri, dì cece, ecco la domanda. Non è questa la mitica richiesta che urlavano i popolani di Villanova, Stampace e Marina, in faccia ad ogni persona in sospetto d’essere piemontese, nell’acropoli di Castello messa fund’a susu in su trumbullu del 28 aprile del 1794? Chi rispondeva con la pronucia corretta era dei nostri, chi, invece, diceva “cicsiri” o simili o peggio non capiva, era sicuramente piemontese e veniva caricato sulle navi e spedito (”scommiatato“) a Torino. Che te ne pare? Un esame semplice per stabilire chi partecipa a is Primarias e chi no, veloce e infallibile! Collaudato!
Ma, a proposito, caro Paolo, nara cixiri

Fonte: Democrazia Oggi

Convitto via manno - Copia

Seminario Cagliaritano. Regio Collegio dei Nobili. Collegio Convitto d’educazione. Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II sono i diversi nomi che abbracciano i 400 anni di storia di un’istituzione educativa e formativa, ben radicata nella città di Cagliari.

Istituita il 27 novembre 1618 per iniziativa dell’arcivescovo Francisco Desquivel (già impegnato nella ricerca dei “corpi santi”) e con il concorso del Comune, la scuola fu riservata inizialmente ai giovani nobili di Cagliari con una successiva estensione ai sardi grazie anche al sistema delle “piazze” gratuite o semigratuite offerte da sovrani e benefattori.

Dapprima retto dai Gesuiti poi dal clero secolare e infine da laici, il Convitto Nazionale continua ad attraversare la storia cittadina anche mediante le diverse sedi occupate durante le sue vicende.

Inizialmente in una casa privata nella “piazza di Stampaci”, dal 1625 fu trasferito nell’edificio di piazza Indipendenza, poi occupato dal Conservatorio della Divina Provvidenza (più noto come le “Orfanelle”). Nel 1835 acquisì il palazzo ducale di S. Giovanni nella via Manno dove un sobrio edificio accoglie ancora oggi una parte della scuola, sopravvivendo anche ai bombardamenti del 13 maggio 1943 che invece distrussero la contigua chiesa di S. Caterina dei Genovesi.

In seguito alla crescita della richiesta di posti, il Convitto fu ripetutamente alla ricerca di una sede più capace che comprese l’ex Noviziato di S. Michele dei Gesuiti, la villa Pernis sopra l’Annunziata, e, più recentemente, aree libere in via Milano o nel viale Colombo.

Finalmente, dagli anni Settanta del secolo scorso il Convitto ha un ampio spazio nella località di Terramaini dove accanto ai locali scolastici, ai servizi per i semiconvittori, agli impianti sportivi è il moderno e funzionale auditorium che accoglie convegni, concerti e manifestazioni di vario genere.

I numerosissimi documenti d’archivio rivelano anche la vita quotidiana del Convitto in relazione a regolamenti, modalità, corredo e divisa dei convittori tanto da mostrarci uno spaccato efficace e talvolta gustoso di altre epoche. Oggi, naturalmente, la scuola si è adeguata ai tempi e tra le varie offerte formative propone anche il liceo classico in convenzione con il Conservatorio di musica e il liceo scientifico internazionale con l’opzione della lingua cinese.

Rimane comunque la storia che rende “giovani, da quattro secoli” come recita lo slogan dei festeggiamenti.

Di tutto questo e di altro si parlerà nel convegno organizzato per sabato 1 dicembre, alle ore 9, nell’Auditorium del Convitto Nazionale di Cagliari, sito in via Cesare Pintus, dove sarà visibile anche la mostra storico-documentaria celebrativa.

Convegno Sabato 1 dicembre, ore 9 Auditorium del Convitto Nazionale Via Cesare Pintus Cagliari:  Convitto Nazionale 1618-2018.Quattro secoli di educazione, istruzione e formazione in Sardegna

Mostra: Convitto Nazionale 1618 – 2018, Giovani da quattro secoli

 

 

 

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Per il 10 dicembre  il Costat indice a Cagliari un incontro sul decreto sicurezza con Mauro Mura, ex procuratore della Repubblica di Cagliari, Luisa Sassu, Andrea Pubusa ed altri, al fine di avviare una riflessione e una mobilitazione contro il decreto Salvini.
In vista di quell’evento ecco un approfondimento sul tema con questa intervista al Manifesto di Imma D’Amico dello sprar nell’Ex Canapificio di Caserta.
[1]

 

incontroSprarCentroSociale

 

Adriana Pollice Il Manifesto del 28.11.2018

«Che ci siano dei quattrini pubblici gestiti da chi occupò dei locali è una cosa bizzarra»: si tratta di uno dei tanti attacchi che il ministro Matteo Salvini ha rivolto ai ragazzi dell’Ex Canapificio di Caserta. Il titolare del Viminale non si è preso la briga di verificare che l’associazione ha un regolare contratto di comodato d’uso stipulato con la regione Campania. «I quattrini» derivano dall’aver vinto un bando pubblico per la gestione dello Sprar da 200 persone che è un modello in Italia. L’Ex Canapificio realizza «percorsi di inclusione sociale bilaterale»: i ragazzi prendono la licenza media e chi vuole prosegue gli studi, fanno tirocini formativi (il 20% ottiene un contratto a tempo indeterminato, la media italiana è del 6), gestiscono il Pedibus cioè accompagnano a piedi i bambini a scuola facendo lezioni di educazione civica. Il pomeriggio tengono corsi di inglese e francese gratuiti per le famiglie che non possono pagare il doposcuola, si occupano degli spazi pubblici abbandonati. Mimma D’Amico, a nome dell’Ex Canapificio, aveva chiesto a Salvini di non cancellare il permesso di soggiorno per motivi umanitari: «Sarà il caos in molte città».

D’Amico, come giudicate il dl Sicurezza?

Siamo abituati all’equazione immigrazione uguale problema di pubblica sicurezza, un’impostazione che il decreto voluto da Salvini cristallizza nella legge più razzista degli ultimi quindici anni. Ad esempio, prevedere l’espulsione per chi non ha il permesso di soggiorno come un automatismo, è un principio che c’era già nella Bossi-Fini che prevedeva l’espulsione con la cessazione del contratto di lavoro. Abbiamo già visto i centri di detenzione, a cui di volta in volta viene cambiato solo il nome, il trattenimento per l’identificazione fino a 180 giorni. Insomma nel dl Sicurezza ci sono principi vecchi, ma peggiorati. L’esperienza ci ha insegnato che questi strumenti creano solo disagio e paura tra i migranti accanto a un crescente senso di insicurezza nella popolazione.

Quali sono gli elementi che vi preoccupano di più?

Fino a oggi prefetture, comuni, Asl operavano sulla parte straordinaria dell’accoglienza avendo come orizzonte di riferimento gli Sprar. Adesso il sistema si scinde in due, quello che era straordinario, il Cas, prende il sopravvento offrendo per altro un’accoglienza ridotta al minimo. Così persino chi è vulnerabile finirà negli hotspot per mesi e poi nei Cas. L’Anci ha stimato che sui comuni ricadranno più di 200milioni di costi: i migranti, infatti, non spariscono ma verranno catapultati sui servizi sociali, senza alcun rimborso da parte dello stato per le amministrazioni locali.

Cosa succederà in Campania?

Tra Caserta, Castel Volturno e Napoli le comunità migranti sono già adesso disorientate. Gli sforzi fatti per la loro emersione verranno vanificati, aumenterà la sfruttamento lavorativo, tempo un paio di mesi e avremo una bomba sociale da gestire. Chi aveva il permesso umanitario aveva il tempo per cercare di regolarizzare la propria posizione, passare da un lavoro in nero al contratto. Adesso ricadrà quasi certamente in circuiti illegali. Per Castel Volturno (dove vivono 15mila migranti irregolari, ndr) avevamo chiesto fondi per l’integrazione: 4 milioni per borse lavoro, corsi di italiano e accompagnamento all’affitto. Il governo va in direzione opposta. Siccome i rimpatri nei fatti non avvengono, neppure quelli volontari, la conseguenza sarà che le forze dell’ordine dovranno fare controlli amministrativi persona per persona, un grande dispendio di uomini e mezzi economici sottratti al contrasto alla camorra, al traffico di droga e alla tratta di esseri umani. Anche questa è una cosa già vista.

Salvini vi ha definito «estremisti di sinistra che fanno business con gli stranieri».

Abbiamo invitato il ministro a Caserta a verificare di persona ma non è mai venuto. Invece di fare accuse senza fondamento, dovrebbe darci un premio per aver pensato prima agli italiani, come piace alla Lega. Grazie a come abbiamo condotto il nostro progetto Sprar, il comune di Caserta ha ricevuto dal Viminale la premialità prevista dalle norme (ma che il governo gialloverde ha cancellato) di 165mila euro. Due settimane fa i migranti hanno scritto una lettera aperta proponendo che il premio venisse utilizzato per coprire i costi dei buoni libro che gli studenti di Caserta non avevano avuto per mancanza di fondi (due anni arretrati) da parte del comune, che è in dissesto. Così 1.300 alunni hanno ottenuto il contributo.

Cosa avrebbe dovuto fare il governo?

È stata già depositata in parlamento la legge di iniziativa popolare «Ero straniero», 90mila firme raccolte, per superare la Bossi-Fini e istituire l’accoglienza diffusa, sul modello Sprar, con canali di ingresso regolari. Quello che hanno approvato, invece, produrrà solo insicurezza.

References

  1. ^   (static.ilmanifesto.it)

Fonte: Democrazia Oggi

Prove di nuova politica: tutti maschi

Tutto come previsto: adesso non succede niente. E se rischia di accadere, non accadrà.

Il copione di ogni campagna elettorale d’altronde, si ripete stancamente. I giornali stanno dietro alle liturgie della politica ma non alla sostanza, e menano i loro lettori dietro i soliti stanchi quesiti. “Zedda è pronto a fare le primarie, anzi no: contrordine”. Perché, qualcuno ci aveva veramente creduto?

Piuttosto, per il sindaco di Cagliari rischiano di essere molto più insidiose le suppletive che non le regionali stesse dove, in caso di batosta salviniana, il candidato del centrosinistra potrebbe sempre difendersi affermando che “nulla si poteva contro questa Lega”. Ma le suppletive cagliaritane un mese prima delle elezioni di febbraio potrebbero evidenziare proprio il peso specifico di Zedda (a mio avviso sopravvalutato) e quindi fargli saltare il gioco ormai chiaro (perché a lungo praticato dalla sinistra) che vuole il candidato perdente successivamente premiato per il suo “sacrificio”. Ecco perché ora la stampa amica inizia a bombardare l’opinione pubblica con la necessità di accorpare suppletive e regionali: per evitare al suo campione l’impietoso giudizio ad personam che lo affosserebbe definitivamente.

Intanto però non possiamo non registrare i segnali di un vistoso cambiamento di rotta tra i progressisti sardi, evidentemente consapevoli che il momento richiede strategie coraggiose: l’attuale sindaco di Sassari Nicola Sanna (una amministrazione allo sbando la sua) potrebbe candidarsi alle regionali, mentre l’ex senatore ex deputato ex consigliere regionale ex segretario regionale del Pd Silvio Lai (strabattuto alle ultime politiche) dovrebbe prenderne il posto. Il centrosinistra sardo sta cambiando e non vuole più commettere gli errori del passato. E quando la nuova politica avanza, nulla la può fermare.

E il Partito dei Sardi troverà alla fine l’accordo con Zedda o andrà da solo? Questo è ormai l’unico vero quesito in attesa di risposta, anche se a mio avviso da questa scelta non discenderà niente in grado di cambiare l’esito sostanziale delle consultazioni.

Nel centrodestra Christian Solinas è candidato a giorni alterni, in attesa di una ufficialità che ci sarà solo quando l’accordo di potere si chiuderà definitivamente (c’è da spartirsi di tutto, dagli assessorati agli ambitissimi posti da commesso nei piani alti, passando per capi di gabinetto, segretari particolari, consulenti, consiglieri di amministrazione, equamente divisi per partiti ma anche per correnti, territori e logge).

Autodeterminatzione sembra avere le ruote sgonfie, ma c’è anche da capirli: la scelta di presentarsi alle politiche è stata tanto sbagliata quanto esiziale e il prezzo di quell’errore lo stanno pagando a carissimo prezzo.

Quindi è tutto come cinque anni fa: con un centrodestra che è sempre quello ma riverniciato a nuovo grazie al brand Lega, un centrosinistra che si scopre insufficiente e come nel 2014 cerca l’alleanza con gli indipendentisti, altri indipendentisti che vanno per i fatti loro a fare testionianza, e i 5 Stelle sempre al punto di partenza.

Perché partiti per primi, i grillini (si offendono se li chiamiamo così?) ora arrivano per ultimi alla definizione del loro candidato. Se Mario Puddu poteva essere portatore di una esperienza minimamente consolidata e riconosciuta anche al di fuori del Movimento, ora gli aspiranti presidenti parlano soprattutto agli attivisti ma poco alla società isolana. Ma allora a questo punto perché non operare una scelta di genere? Sarebbe una novità vera in questo stagno immobile della politica sarda, proprio quando i segnali che arrivano sono sempre gli stessi.

L’avete vista la foto di Salvini con i sardisti? Tutti maschi. Basta, non se ne può più di questa testosteronica rappresentazione della realtà.

Purtroppo però tutto procede come da copione: non succede niente. E temo che se qualcosa di nuovo rischia di accadere, non accadrà.

 

Fonte: Vito Biolchini





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