Amsicora

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Compagni  di tante battaglie, cosa pensate del reddito di cittadinanza, del Tav e del Venezuela? Che ne dite della posizione del M5S? Questioni calde, sul tappeto, dirimenti, non quisquiglie. Qui si decide non tutto, ma molto  dello sviluppo della politica nazionale. Compagni! Sono stupefatto. Mi aspettavo una posizione di questo genere: d’accordo sul reddito di cittadinanza, è una conquista importante, difendiamola dagli attacchi delle destre e di lor signori. E’ imperfetto, certo, ma lavoriamo a migliorarlo cammin facendo. E invece no, ahinoi, botte da orbi da destra, centro, centrosinistra e sedicente sinistra.
Ne volete la prova? Eccola, Ieri guardavo una trasmissione TV dove un sinistro estremo di Potere al popolo faceva le pulci al reddito e ne declamava i difetti: è una misura assistenziale, non crea sviluppo, ci vuole benaltro (ecco il benaltrismo!), ci vuole il lavoro. D’accordo, compagni di mille battaglie, ci vuole l’occupazione. Ma, nelle more, umilmente vi chiedo: è meglio che il povero dioccupato o pensionato non abbia il minimo per vivere o è preferibile che ce l’abbia? Lo so, benaltrisiti di benaltro intelletto, la mia è una considerazione semplicistica, banale, ma non mi vergogno di confessarlo io in queste cose sono terra terra. Per esempio, penso a quella vecchietta che al mio paese mi diceva di vivere con 400 euro al mese e penso che sarà felice di averne quasi il doppio. Non solo sono così semplicione da pensare che se a lor signori (e anche quelli come me) viene tolto qualcosa per darlo alla mia cara vecchina o a un disoccupato, questa sia cosa giusta e buona; lor signori neanche si accorgono del taglio, mentre lei, la vecchia, o lui, il discoccupato, dell’aumento si accorge e come!
Poi, sempre in TV, una giornalista con lavagna spiega del lavoro che il beneficiario in età lavorativa non può rifiutare. “Alla terza chiamata - dice - non c’è limite di distanza, un campano, cui viene offerto un lavoro a Udine, deve accettarlo“. Mai l’avesse detto! Ecco irrompere il compagno collegato da Milano: “questa è una deportazione!”, dice agitato. “I lavoratori vanno rispettati! Va rispettata la loro dignità!“, incalza. Ammetto, son rimasto basito. In un lampo ho pensato a cosa avrebbe detto mio padre, persona mite, dignitosa e ottimo lavoratore. Mio padre avrebbe detto che quel lavoratore avrebbe dovuto accettare.
Mentre nella mia testa frullavano questi pensieri, ecco che un altro intelocutore, non so di quale parrocchia, ha detto la stessa cosa che penso io. Ne è nato un acceso contrasto verbale. Benaltristi!, a capo chino e cosparso di cenere, vi confido che io ero d’accordo con quest’ultimo e in disaccordo col compagno, veterano di mille battaglie. Sono rimasto scosso e per tutta la notte non ho dormito, cercando di capire se per caso la mia convergenza sulla posizione dello sconosciuto filogovernativo, non fosse frutto di naturale rincoglionimento senile. E, mentre mi rivoltavo nel letto senza pace, sono pervenuto alla conclusione meditata che il lavoratore campano avrebbe dovuto accettare il lavoro stabile a Udine. Naturalmmente con uno stipendio dignitoso come comanda l’art. 36 Cost., non come dice Calenda d’accordo con la Confindustria, che lo stipendio a 780 euro va bene e semmai ciò che va ridotto è il Reddito di cittadinanza. A lor singori va bene tutto al ribasso per lavoratori e poveri, e tutto al rialzo per chi già ha molto!
Poi, nel cuore della notte, ho avuto questa bella pensata: la sinistra e la CGIL dovrebbero intorno al Reddito di cittadinanza creare un movimento contro l’attacco di tutte le destre e della Confindustria, battendosi per l’aumento dei salari da lavoro e spingendo affinché il Ministro Di Maio faccia bene ciò che ha promesso, e cioé di creare anzitutto lavoro e insieme una struttura di supporto efficace per accompagnare i disoccupati ad un lavoro stabile, curando anche la formazione. Forse non c’entra nulla, ma ricordo che intorno alla legge 275 in Sardegna gli stessi lavoratori interessati si organizzarono per ottenere la stabilizzazione, misero in campo una battaglia che, alla fine, risultò vincente. Benaltristi di tutte le bandiere!, scusate la mia ingenuità, ma non si potrebbe far così anche col reddito di cittadinanza?
E con il TAV? Come la mettiamo , compagni, col TAV? C’è un assalto concentrico contro Di Maio, Toninelli e Conte. Tutto il mondo affaristico preme sulla Lega per cacciare il M5S dalla stanza dei bottoni e far cadere il governo. Hanno fatto prove di nuova coalizione dalla Lega a FI e PD nelle manifestazioni di Torino e Roma. Quando ci sono affari evidentemente Salvini non è più così inguardabile! Non è fascista, anzi è upmo assennato e dabbene. E voi, compagni di benaltra sinistra, che fate? Tacete? Non sia mai detto che vi esca di bocca non dico un plauso al M5S, ma neppure un misero appoggio critico! Compagni, attenti!, guardate  che è scesa in campo anche la mitica Europa, con la minaccia di chiederci somme indietro. C’è il rischio di perdere la battaglia, bisogna fare massa, resistere. Non sarà il caso di fare qualche sit-in sul tema? O anche qui ci vuole benaltro?
Ohè, gente della sinistra che fu! E sul Venezuela? Lasciamo che le ingerenze prevalgano? Che come in Irak, in Libia e in Cile le risorse del sottosuolo diventino preda di lor signori o ci battiamo perché sia il popolo venezuelano a decidere con procedure concordate e accettabili secondo la Costituzione di quel Paese? Vi sembra che il presidente della Camera possa autoproclamarsi presidente della Repubblica? Vi sembra che sia legittimo far questo è chiedere l’intervento di Trump e di altri stati contro il presidente legittimamente eletto? Si dirà: la questione è complessa, c’è una situazione economica grave e uno scontro durissimo in atto. D’accordo, ma un intervento serio è quello che favorisce un percorso democratico di fuoriuscita dalla crisi, una via di riconciliazione democartica, mantenendo una posizione di equilibrio fra i contendenti. Anche il Papa ha fatto così, proponendosi,se richiesto da ambo le parti, come mediatore. Perché non lo può fare il governo italiano? Questa è una posizione che lo legittima a svolgere un ruolo che scongiuri un bagno di sangue. Bene, dunque, la posizione del governo, anzi della parte pentastellata dell’esecutivo, posto che Salvini è volato nell’altra sponda, insieme alla tanto vituperata UE e alla barba del sovranismo e della non ingerenza! Anche per questo il M5S è sotto attacco di tutte le destre e del PD (porca miseria! chissà perché dove c’è destra c’è PD!). E voi, anche qui cosa dite? Che ci vuole benaltro?

P.S. E delle proteste di Macron cosa pensate? Salvini è andato più volte in Francia a incontrare la signora Le Pen e nessuno ha avuto da ridire. La signora Le Pen è venuta in Italia a incontrare Salvini, e tutti muti. Chi li ha criticato lo ha fatto non per la visita in sé, ma per le loro posizioni politiche. E’ stato proposto da qualcuno del PD un asse europeo con Macron, anzi un partito unico, e tutti zitti. Giustamente. Va Di Maio con Di Battista in Francia a confrontarsi con qualcuno dei Gilet Gialli e apriti cielo! Macron addirittura richiama l’ambasciatore, come quando l’Italia dichiarò guerra alla Francia! Smanato! Non si ha il senso delle proporzioni. Di Maio può incontrare chi vuole, dove vuole, lo Stato italiano non c’entra e non è coinvolto. Si può o non si può sondare il movimento d’oltralpe in vista delle elezioni europee e dei futuri gruppi parlamentari a Strasburgo? Nella correttezza, sì. Ci vuole ben altro per richiamare l’ambasciatore. Noi non lo abbiamo richiamto neanche quando Macron violava il confine per rimpatriarci i migranti o quando ha bombardato la Libia per toglierci i contratti sul petrolio. A riprova che ci vuole ben altro per fare come fa la Francia e per avere una reazione indignata contro i pentastellati, come quella della maggior parte della stampa e della politica italiana. Chissà perché questi del M5S sono così urticanti!?

Fonte: Democrazia Oggi

maurizio-landini-nuovo-segretario-cgil

Left. L’unico giornale di sinistra. 7 Febbraio 2019. L’Italia non è un Paese per lavoratori. Specie se giovani. I giovani italiani costretti ad emigrare ogni anno per cercare un lavoro all’estero sono molti più degli immigrati che approdano nella penisola dove sono costretti ad accettare lavori massacranti, senza diritti, per pochi spicci.

Nonostante il tanto sbandierato reddito di cittadinanza che ancora nei fatti non c’è (per adesso abbiamo solo il portale) la realtà che le nuove generazioni si trovano ad affrontare, specie al Sud, è fatta di disoccupazione, lavoretti, lavoro povero, precario, a chiamata, senza alcuna possibilità di organizzare il poco tempo libero, dovendo sacrificare gli affetti, le relazioni, le esigenze di realizzazione di sé. All’epoca della gig economy, che comprime il costo del lavoro e le tutele, lavorare è tornato ad essere un inferno.

Nel medioevo cristiano era imposto dalla condanna biblica: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane», e tu donna «partorirai con dolore». Nella attuale società secolarizzata a renderlo un inferno è il dogma del neoliberismo, è la religione del profitto a tutti i costi e a vantaggio di pochi (come documenta anche il rapporto Oxfam). È la legge del capitalismo a cui la religione protestante ha offerto supporto ideologico come ha scritto Max Weber.

Dalla Cgil guidata da Maurizio Landini, che il 9 febbraio scende in piazza insieme a Cisl e Uil, certo non ci aspettiamo una rivoluzione anti capitalista, ma di sicuro ci aspettiamo che lotti concretamente contro le disuguaglianze, per l’affermazione dei diritti dei lavoratori, per chi il lavoro non ce l’ha.

La speranza in questa situazione di afasia dell’opposizione è che il sindacato non si impegni solo sul piano della contrattazione ma che dia un serio contributo per ripensare il mondo del lavoro e il modello di sviluppo, mettendo al centro donne e uomini in carne ed ossa, nella loro complessità di esseri umani e non solo come forza lavoro.

Dalla sua relazione al congresso di Bari e da tutte le interviste che il neo segretario generale Cgil ha rilasciato fin qui, come dall’intervista alla sua vice Gianna Fracassi in questo sfoglio, traspare l’idea di un sindacato soggetto attivo sulla scena politica, sganciato dai partiti, ma in cerca di una interlocuzione critica; balena l’immagine di una Cgil che non accetta più di essere messa in un angolo dalla disintermediazione imposta da Renzi come da Salvini.

In tutte queste occasioni pubbliche Landini ha scandito le stesse parole chiave. Fra queste, alcune particolarmente importanti: democrazia partecipata, antifascismo, antirazzismo, lotta alle disuguaglianze, inclusione.

«“Prima gli italiani” è uno slogan che distoglie dai problemi. Gli asili nido in Italia sono pochi, non perché ci sono gli stranieri, la precarietà nel lavoro non è colpa degli stranieri, l’evasione non è colpa degli stranieri, nemmeno la corruzione o la mancanza di lavoro sono colpa degli stranieri; la colpa è di scelte politiche sbagliate in questi anni, la colpa è di politiche che hanno messo al centro il mercato, il profitto, non le persone», ha detto Landini in tv intervistato da Formigli. Parole semplici, chiare, dirette.

Tralasciando, per ora, la questione dell’unità sindacale che poco ci convince (meglio la dialettica fra prospettive culturali e politiche molto diverse fra loro che l’unitarismo a tutto i costi) riconosciamo a Landini il coraggio di prospettare un’idea di sindacato non più ancella dei partiti, adattato ai sacrifici e alle compatibilità, ma che lavora per trasformare la società. Landini cita spesso Di Vittorio, figura carismatica che tenne testa a Togliatti con una netta presa di posizione della Cgil contro i carri armati sovietici in Ungheria.

Figlio di braccianti, impegnò il sindacato nella lotta contro rapporti primitivi di dominio nel sud pre-industriale ma anche per il sapere e la conoscenza, pensando che la cultura fosse un potente strumento di riscatto.

Landini parla oggi di formazione continua dei lavoratori. Fondamentale anche come strumento di prevenzione per gli infortuni. I dati Istat ci dicono che le morti sul lavoro sono in aumento, specie fra gli under 20 senza una adeguata formazione e fra gli over 60, come leggerete nella nostra storia di copertina.

In un Paese civile chi ha più di 60 anni ha il diritto di non dover andare a rischiare la vita nei cantieri. Ma tutti i recenti provvedimenti che hanno ridotto le tutele, Jobs act compreso, hanno reso il lavoro meno sicuro. E come raccontano le nostre inchieste anche il governo giallonero, lungi dall’introdurre politiche d’investimento, ha “risparmiato” sulla prevenzione.

Ci aspettiamo che anche su questo la Cgil di Landini dia battaglia, ci auguriamo che non si accontenti di Quota 100 e di inefficaci e inconsistenti politiche assistenziali come il reddito di cittadinanza che su questo numero Giuseppe Allegri torna a criticare puntualmente, da sinistra. Ci aspettiamo che la Cgil di Landini non si dimentichi di lottare per l’abolizione della Fornero e per il ripristino dell’articolo 18 di cui non sentiamo più parlare.

Fonte: Sardegna Soprattutto

Amsicora

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Compagni  di tante battaglie, cosa pensate del reddito di cittadinanza, del Tav e del Venezuela? Che ne dite della posizione del M5S? Questioni calde, sul tappeto, dirimenti, non quisquiglie. Qui si decide non tutto, ma molto  dello sviluppo della politica nazionale. Compagni! Sono stupefatto. Mi aspettavo una posizione di questo genere: d’accordo sul reddito di cittadinanza, è una conquista importante, difendiamola dagli attacchi delle destre e di lor signori. E’ imperfetto, certo, ma lavoriamo a migliorarlo cammin facendo. E invece no, ahinoi, botte da orbi da destra, centro, centrosinistra e sedicente sinistra. 
Ne volete la prova? Eccola, Ieri guardavo una trasmissione TV dove un sinistro estremo di Potere al popolo faceva le pulci al reddito e ne declamava i difetti: è una misura assistenziale, non crea sviluppo, ci vuole benaltro (ecco il benaltrismo!), ci vuole il lavoro. D’accordo, compagni di mille battaglie, ci vuole l’occupazione. Ma, nelle more, umilmente vi chiedo: è meglio che il povero dioccupato o pensionato non abbia il minimo per vivere o è preferibile che ce l’abbia? Lo so, benaltrisiti di benaltro intelletto, la mia è una considerazione semplicistica, banale, ma non mi vergogno di confessarlo io in queste cose sono terra terra. Per esempio, penso a quella vecchietta che al mio paese mi diceva di vivere con 400 euro al mese e penso che sarà felice di averne quasi il doppio. Non solo sono così semplicione da pensare che se a lor signori (e anche quelli come me) viene tolto qualcosa per darlo alla mia cara vecchina o a un disoccupato, questa sia cosa giusta e buona; lor signori neanche si accorgono del taglio, mentre lei, la vecchia, o lui, il discoccupato, dell’aumento si accorge e come!
Poi, sempre in TV, una giornalista con lavagna spiega del lavoro che il beneficiario in età lavorativa non può rifiutare. “Alla terza chiamata - dice - non c’è limite di distanza, un campano, cui viene offerto un lavoro a Udine, deve accettarlo“. Mai l’avesse detto! Ecco irrompere il compagno collegato da Milano: “questa è una deportazione!”, dice agitato. “I lavoratori vanno rispettati! Va rispettata la loro dignità!“, incalza. Ammetto, son rimasto basito. In un lampo ho pensato a cosa avrebbe detto mio padre, persona mite, dignitosa e ottimo lavoratore. Mio padre avrebbe detto che quel lavoratore avrebbe dovuto accettare.
Mentre nella mia testa frullavano questi pensieri, ecco che un altro intelocutore, non so di quale parrocchia, ha detto la stessa cosa che penso io. Ne è nato un acceso contrasto verbale. Benaltristi!, a capo chino e cosparso di cenere, vi confido che io ero d’accordo con quest’ultimo e in disaccordo col compagno, veterano di mille battaglie. Sono rimasto scosso e per tutta la notte non ho dormito, cercando di capire se per caso la mia convergenza sulla posizione dello sconosciuto filogovernativo, non fosse frutto di naturale rincoglionimento senile. E, mentre mi rivoltavo nel letto senza pace, sono pervenuto alla conclusione meditata che il lavoratore campano avrebbe dovuto accettare il lavoro stabile a Udine. Naturalmmente con uno stipendio dignitoso come comanda l’art. 36 Cost., non come dice Calenda d’accordo con la Confindustria, che lo stipendio a 780 euro va bene e semmai ciò che va ridotto è il Reddito di cittadinanza. A lor singori va bene tutto al ribasso per lavoratori e poveri, e tutto al rialzo per chi già ha molto!
Poi, nel cuore della notte, ho avuto questa bella pensata: la sinistra e la CGIL dovrebbero intorno al Reddito di cittadinanza creare un movimento contro l’attacco di tutte le destre e della Confindustria, battendosi per l’aumento dei salari da lavoro e spingendo affinché il Ministro Di Maio faccia bene ciò che ha promesso, e cioé di creare anzitutto lavoro e insieme una struttura di supporto efficace per accompagnare i disoccupati ad un lavoro stabile, curando anche la formazione. Forse non c’entra nulla, ma ricordo che intorno alla legge 275 in Sardegna gli stessi lavoratori interessati si organizzarono per ottenere la stabilizzazione, misero in campo una battaglia che, alla fine, risultò vincente. Benaltristi di tutte le bandiere!, scusate la mia ingenuità, ma non si potrebbe far così anche col reddito di cittadinanza?
E con il TAV? Come la mettiamo , compagni, col TAV? C’è un assalto concentrico contro Di Maio, Toninelli e Conte. Tutto il mondo affaristico preme sulla Lega per cacciare il M5S dalla stanza dei bottoni e far cadere il governo. Hanno fatto prove di nuova coalizione dalla Lega a FI e PD nelle manifestazioni di Torino e Roma. Quando ci sono affari evidentemente Salvini non è più così inguardabile! Non è fascista, anzi è upmo assennato e dabbene. E voi, compagni di benaltra sinistra, che fate? Tacete? Non sia mai detto che vi esca di bocca non dico un plauso al M5S, ma neppure un misero appoggio critico! Compagni, attenti!, guardate  che è scesa in campo anche la mitica Europa, con la minaccia di chiederci somme indietro. C’è il rischio di perdere la battaglia, bisogna fare massa, resistere. Non sarà il caso di fare qualche sit-in sul tema? O anche qui ci vuole benaltro?
Ohè, gente della sinistra che fu! E sul Venezuela? Lasciamo che le ingerenze prevalgano? Che come in Irak, in Libia e in Cile le risorse del sottosuolo diventino preda di lor signori o ci battiamo perché sia il popolo venezuelano a decidere con procedure concordate e accettabili secondo la Costituzione di quel Paese? Vi sembra che il presidente della Camera possa autoproclamarsi presidente della Repubblica? Vi sembra che sia legittimo far questo è chiedere l’intervento di Trump e di altri stati contro il presidente legittimamente eletto? Si dirà: la questione è complessa, c’è una situazione economica grave e uno scontro durissimo in atto. D’accordo, ma un intervento serio è quello che favorisce un percorso democratico di fuoriuscita dalla crisi, una via di riconciliazione democartica, mantenendo una posizione di equilibrio fra i contendenti. Anche il Papa ha fatto così, proponendosi,se richiesto da ambo le parti, come mediatore. Perché non lo può fare il governo italiano? Questa è una posizione che lo legittima a svolgere un ruolo che scongiuri un bagno di sangue. Bene, dunque, la posizione del governo, anzi della parte pentastellata dell’esecutivo, posto che Salvini è volato nell’altra sponda, insieme alla tanto vituperata UE e alla barba del sovranismo e della non ingerenza! Anche per questo il M5S è sotto attacco di tutte le destre e del PD (porca miseria! chissà perché dove c’è destra c’è PD!). E voi, anche qui cosa dite? Che ci vuole benaltro?

Fonte: Democrazia Oggi

Macron

L’Huffpost Italia 7 Febbraio 2019. La crisi Italia-Francia si consuma per vie extraistituzionali, come se fosse lo scontro tra partiti. Al netto delle intemperanze sovraniste, un appannato capo dell’Eliseo non si comporta da leader europeo.  Improvvisamente, in un primo pomeriggio qualunque di febbraio, siamo entrati in “guerra” con la Francia.

Ma il conflitto arriva in un precipitare di dichiarazioni, risposte, e ragioni esposte e negate, che si susseguono in un percorso affrettato, imprevisto, caotico: nessun passo formale fra i governi delle due nazioni, nessun passaggio istituzionale o telefonata fra i vertici dei due paesi. Precipitiamo nel faccia a faccia Italia-Francia in via extraistituzionale, come se si trattasse di uno scontro fra due partiti. Che, alla fine, è esattamente quello di cui si tratta: due campagne elettorali che si incrociano e che esplodono nello spazio comune europeo.

Il primo colpo arriva da Parigi, ma nemmeno ufficialmente. Arriva in verità da un alert del Financial Times (è la globalizzazione bellezza) che ci annuncia che la Francia ritira “per consultazioni” il suo ambasciatore in Italia. Arriva poi, stilato in due lingue, dal Ministero degli Esteri di Parigi un comunicato stampa, in cui si accusa l’Italia di ingerenze nella politica francese.

Un’accusa molto seria annunciata come si trattasse di un convegno. E non esageriamo nel dire questo: da quel che si apprende in quei primi minuti, la Farnesina ha saputo della notizia dalle agenzie, esattamente come noi comuni mortali. Nessun contatto ufficiale. I minuti cominciano a quel punto ad accumularsi, e nessun voce italiana per un bel po’ si sente. Forse è stupore, o forse è imbarazzo. Ma è anche un po’ di sfortunato caso.

Il Ministro degli Esteri Moavero è in viaggio con il presidente Mattarella, il Premier Conte è in Libano in una visita mediorientale che si conclude con l’ispezione delle forze italiane che guardano come Unifil la frontiera fra Libano e Israele. Parla allora il Viceministro degli Esteri, e parla anche Bannon, il sovranista Usa prestatosi all’Europa.

Ma le alte cariche istituzionali sia italiane che francesi restano mute, e fino a quando non parla Salvini non si capisce in che universo ci stiamo muovendo: propaganda, chiacchiere, addirittura uno scherzo? E se è vero che Salvini ufficializza la crisi e mette sul tavolo le posizioni italiane il silenzio delle istituzioni non è per questo rotto. Salvini è dopotutto il vicepremier e il ministro dell’Interno. All’appello mancano ancora il presidente del Consiglio Conte, e il Ministro degli Esteri, e anche il Quirinale, nonostante il Presidente riatterri a Roma.

Una crisi insomma in cui l’ordine istituzionale è saltato. Per scelta o per incapacità non importa: che la crisi con il nostro vicino e fino a pochi minuti fa miglior alleato sia precipitata come una crisi fuori dalle istituzioni, non è dettaglio da poco.

Quella che dovrebbe essere uno scontro fra stati, si sviluppa come una lite fra partiti politici. Ed è questo davvero l’essenza di quello che sta succedendo sull’asse Parigi-Roma.

E’ evidente infatti, proprio in questa extraistituzionalità, la natura di scontro tutto fatto ad uso interno, tutto mirato alla campagna politica delle Europee. Il segno di questa operazione si è venuta costruendo negli ultimi tempi nei toni e nelle scelte tipiche dei climi elettorali.

Fanno testo la campagna di Salvini contro Macron sul respingimento dei migranti, sulla restituzione dei terroristi italiani, le incursioni del vicepremier Di Maio su suolo francese per prendere contatto con i gilet gialli. Ma lo stesso Macron ha da tempo alzato i toni, lasciando l’algido e forbito empireo del linguaggio presidenziale per le parole sprezzanti di uno scontro fra partiti e di cui “gli italiani meritano di meglio” è solo il più educato.

Naturalmente, il ritiro dell’ambasciatore “per consultazioni” da parte dell’Eliseo fa fare un salto a questi scontri. E a questo punto, diventata una questione nazionale, il rapporto con la Francia non può essere relegato – come del resto gli stessi due governi sembrano volere – nello spazio astratto delle relazioni internazionali.

E’ divenuto e lo sarà sempre più una questione cui dovremo prendere posizioni chiare su torti e ragioni. Ponendoci la domanda che non si pone mai in diplomazia: in questa disputa ha più ragioni la Francia o l’Italia?

Per quel che mi riguarda, la risposta non è molto difficile: al netto dei modi frontali e rudi con cui i nostri attuali governanti si sono confrontati con l’attuale Presidente Francese, al netto della inusitata scelta del vicepremier Di Maio recatosi a Parigi per un incontro con i gilet gialli in veste di semplice militante, è molto più sorprendente e imprevisto che perda ogni bussola istituzionale il presidente della Francia, un paese in cui il rispetto delle istituzioni è quasi sacro.

La drammatizzazione dello scontro con l’Italia, in questi toni e modi, costituisce – sempre a mio parere – una ulteriore prova della debolezza di Macron che da molti mesi sembra aver rinunciato di fronte al cambio del panorama europeo (e francese) al ruolo di guida illuminata dell’Europa cosi’ caro e ammirato da tutta l’Europa.

E’ emerso piuttosto, dal più illuminato dei palazzi di Parigi, l’accentuazione di una politica rabbiosa e competitiva in cui il paese dei Lumi si distingue per un clima divisivo più che conciliante di una Europa democratica e unita.

Parliamo qui del doppio standard nella guerra economica strisciante che c’è fra i nostri due paesi – gli esempi sono vari, dal dossier Libia, a quello Fincantieri, ai respingimenti degli immigrati alle frontiere, tutti casi in cui Parigi ha applicato all’Italia regole che non applica a se stessa.

Ma forse il punto più inaccettabile di questa caduta del ruolo della Francia riguarda non solo l’Italia ma tutta l’Europa – e parlo qui del rinnovo del trattato di Aquisgrana, firmato il 22 gennaio 2019 tra Emmanuel Macron e la Germania Angela Merkel, un patto di cooperazione tra i due stati mirato a completare, rilanciandolo, il patto fra Charles de Gaulle e Konrad Adenauer lo stesso giorno del 1963. Una firma indicata ufficialmente come un impegno a rinnovare impegni comunitari per combattere i nazionalismi.

Ma che in realtà è un patto che scrive norme speciali di alleanza fra i due paesi forti dell’Europa, che applicano a sé regole che agli altri paesi europei sono negati. Il senso di questo accordo è venuto immediatamente fuori: al cuore del rilancio di Aquisgrana era la fusione delle due aziende Alstom-Siemens che avrebbe creato il più grande polo europeo dei trasporti ferroviari. Una fusione bloccata dalla stessa Europa proprio in questi giorni. Questi sono solo i casi maggiori.

La domanda è dunque impossibile da sfuggire: si può essere i paladini di una unità europea, si può essere anche i paladini di una riforma democratica delle istituzioni europee e contemporaneamente mettersi al di fuori, se non al di sopra delle stesse regole europee?

La Francia di Macron, in sintesi, sembra a me costituire oggi essa stessa un esempio di crisi e di disorientamento, più che un esempio di come fronteggiare con successo il populismo europeo.

L’unico elemento positivo di questa vicenda è che costituisce la prova che anche le campagne politiche che una volta avremmo definito nazionali, attraversano fatalmente i confini e hanno impatto su tutte le altre nazioni. Prova involontaria e paradossale che l’Europa è già uno spazio politico fortemente unificato. Dunque difficilmente scindibile.

*Direttore, Huffpost Italia

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Red

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C’è una evidente difficoltà dei movimenti a schierarsi in vista delle elezioni regionali del 24 febbraio prossimo. Ne è testimone Caminera Noa, che, con la nota che segue, dichiara di non appoggiare alcuna lista, ma di lasciare libertà di voto a singoli candidati delle liste alternative a quello che chiama “tripolarismo italiano”.
La particolarità e il rilievo della decisione sta nel fatto ch’essa proviene da un movimento molto impegnato e assai presente nel dibattito pubblico e nella battaglia politica isolana. Non si tratta pertanto di un soggetto dell’area della usuale astensione. Anzi! La qualcosa fa emergere un deficit dell’offerta politica, in questo caso collegable al “tripolarismo natzionalitario”, al fatto che Sardi Liberi, PDS e Autodeterminatzione non hanno accolto l’appello proveniente da molte parti a convergere in un unica lista; hanno preferito correre ognuno per proprio conto, segno di irresponsabilitò politica e di scarso rispetto per l’elettorato  sardo, che ben avrebbe gradito un forte ed unito polo identitario.
La scelta di Caminera noa è evidentemente dolorosa, come lo è sempre quella di chi vuole concorrere alla politica e ne viene sostanzialmente escluso in un momento centrale. Si spera che l’astensione il 24 febbraio venturo si riduca rispetto al 2014, quando raggiunse ben il 50% degli elettori sardi. Ma non possiamo sottacere che a questo spinge anche una legge elettorale scellerata, approvata dal duopolio FI/PD proprio in funzione della esclusione di molti sardi dal voto: tutti quelli dissonanti dai due schieramente finora egemoni nella scena regionale ed in primis, allora, del M5S. Ma siccome questo è l’obiettivo dissennato di centrodestra e centrosinistra, meglio sarebbe partecipare in massa al voto e sommergerli sotto una valanga di schede in favore della altre liste.
Ecco ora la nota stampa di Caminera Noa. 

Lo scorso 13 ottobre avevamo dichiarato a mezzo stampa la nostra volontà di non partecipare direttamente alle elezioni autonomistiche perché il progetto Caminera Noa attraversa una fase di crescita, progettualità e radicamento che ha ancora bisogno di maturare prima di misurarsi con competizioni elettorali.
Politicamente però Caminera Noa si dichiarava orientata a sostenere con tutte le sue forze una lista amica dei conflitti sociali e politici in Sardegna e poneva la seguente vitale questione: “i conflitti sociali e politici in atto in Sardegna avranno amici alle prossime elezioni regionali?”.
Ad un mese delle elezioni autonomistiche, dopo aver avuto anche alcuni confronti con alcune liste   e dopo un serio, democratico e meditato dibattito nelle assemblee plenarie e nei coordinamenti abbiamo deciso di assumere la seguente posizione:
Caminera Noa boccia tutte le liste a sostegno delle politiche che, con alterne vicende, negli ultimi decenni hanno governato la Sardegna, e che hanno portato allo stato attuale di desolazione e di assalto alla nostra terra e ai nostri diritti fondamentali: il diritto a vivere in una terra sana, il diritto ad accedere ad una sanità pubblica di qualità, il diritto ad un lavoro dignitoso, il diritto ad un istruzione di qualità che rispetti la specificità della Sardegna, il diritto alla mobilità, la tutela dei beni comuni, il diritto alla parità linguistica tra sardo e italiano, ecc. Pertanto, le liste a sostegno di Massimo Zedda e di Cristian Solinas essendo in continuità con i governi precedenti e in complementarietà rispetto agli interessi che veicolano e vogliono rappresentare sono da escludere. Invitiamo pertanto a non votare né i candidati presidente né i singoli candidati nelle liste, anche se furbescamente i due schieramenti hanno pescato anche tra personalità impegnate nel sociale e tra alcuni buoni amministratori.
Caminera Noa boccia anche il Movimento 5 Stelle per due ragioni: non ha alcuna idea della Sardegna che tenga conto del suo carattere a sé stante e mutua meccanicamente idee e progetti impacchettati dalle centrali italiani del Partito che si profila come uno dei più centralisti e autoritari. La seconda ragione è che non possiamo ignorare che a livello statale sia diventato ormai lo scendiletto della destra razzista e xenofoba ad egemonia salviniana e ciò viola i nostri valori.
Per quanto attiene alle altre liste alternative al tripolarismo italiano, la loro pur netta opposizione alle liste unioniste non è condizione sufficiente per captare il nostro consenso. Altre sarebbero state le condizioni necessarie per un nostro convinto appoggio: sarebbe stato necessario aprire alle lotte di difesa della Sardegna, cioè creare «uno spazio pubblico di libero e paritario confronto ad ampio spettro» (come auspicavamo nel documento del 13 ottobre). Appare evidente che tali condizioni politiche che avrebbero reso possibile un appoggio organico/esterno da parte di CN non vi sono affatto. Questo perché nel processo di costruzione delle liste, non c’è stata democrazia nei meccanismi di formazione, nessuna di esse nel proprio programma e nella infelice scelta del candidato alla presidenza rappresenta una forza di rottura del sistema, né accoglie in modo organico le istanze provenienti dai movimenti di lotta attivi sul territorio sardo, tra i quali CN trova la sua naturale collocazione. Inoltre tutte le liste alternative al tripolarismo italiano violano almeno uno dei nostri punti fondamentali (autodeterminazione nazionale, antirazzismo, superamento del liberismo, sostenibilità). Davanti a questo scenario non possiamo biasimare chi deciderà di astenersi, e lo faranno moltissimi attivisti e militanti che in questi anni hanno animato l’unica vera opposizione alla giunta uscente.
Detto ciò si deve però rilevare che, poiché all’interno di alcune delle liste alternative al tripolarismo italiano trovano spazio singoli candidati rispetto ai quali è concreta l’empatia politica che nasce dalla comune sensibilità ai temi che sono al centro della nostra azione politica e dall’aver condiviso in prima persona le stesse battaglie e poiché all’elezione di tali singoli candidati si lega l’unica, seppure debole, speranza che trovino voce dentro il Consiglio Regionale le lotte da noi sostenute per il territorio e per il popolo sardo, CN considera conforme ai principi e agli intenti dichiarati una scelta orientata in tal senso da parte dei propri attivisti.
Le imminenti elezioni esprimono un carattere desolante della politica in Sardegna spesso condizionata da logiche autoreferenziali il che ha impedito che le lotte, i conflitti, le resistenze presenti in Sardegna trovassero un adeguato spazio e degna rappresentanza. La vera sfida inizierà dal 25 febbraio in poi e toccherà a tutti noi esserne all’altezza e costruire un processo di emancipazione  significativo, lungimirante e duraturo.

Fonte: Democrazia Oggi




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