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CARRUS

Per gentile concessione del Segretario generale Miche Carrus pubblichiamo la Relazione introduttiva tenuta all’ Aeroporto Cagliari-Elmas il 15 in occasione del XIV Congresso generale del 15 e 16 novembre 2018 (ndr).

Cari compagni e compagne, gentilissimi ospiti, vi porgo un cordiale benvenuto a nome della segreteria regionale e di tutta la Cgil Sarda. Mentre mi accingo a svolgere questo rapporto di attività della Segreteria, desidero rivolgere preliminarmente un ringraziamento collettivo a tutto il gruppo dirigente regionale, ai segretari camerali e delle categorie, ai direttori dei servizi, alle compagne e ai compagni che operano variamente nelle nostre strutture, che tengono quotidianamente attiva e presente la nostra organizzazione.

Ma in particolare consentitemi di ringraziare il gruppo di lavoro della struttura regionale con il quale condivido ogni giorno tempo, spazi e fatiche e, in particolare, di dare un forte abbraccio a Caterina e Samuele, perché senza la loro dedizione, non sarebbe possibile per me essere oggi qui a parlarvi. Questo congresso si svolge in un periodo che possiamo definire di passaggio da una fase segnata dalla crisi più lunga della nostra storia ad un’altra piena di sfide e di incognite, di possibili strade che si aprono e varchi che ci possono essere preclusi a seconda delle scelte che faremo.

Potrà determinarsi un quadro di maggiore o di minore coesione sociale e territoriale del nostro Paese e anche un diverso sistema di relazioni istituzionali sia al suo interno che sul piano internazionale. Sono in campo, infatti, un diverso approccio alle politiche economiche e fiscali e alla regolazione dei rapporti sociali, ma anche visioni differenti del modello di cooperazione internazionale in cui siamo stabilmente inseriti, sullo sfondo di appuntamenti elettorali significativi quale test di gradimento popolare e con riguardo al destino politico dell’Unione Europea.

Tale sensazione d’incertezza del momento è stata presente nel dibattito congressuale della Cgil svolto finora. In Sardegna abbiamo fatto 1.036 assemblee di base nei luoghi di lavoro e nei diversi paesi e città, rivolte ai nostri 176mila iscritti, 33mila dei quali, più o meno, si sono espressi con il voto segreto per scegliere il documento congressuale che ha conseguito il 99,66% dei consensi, a fronte dello 0,34% del documento minoritario.

Sono i numeri di un grande esercizio di democrazia che quasi nessuno riesce più a praticare oggi, forse neppure tra le altre grandi organizzazioni di massa, che ci consegna perciò una responsabilità in più: quella di tradurlo in azioni coerenti di proposta e di rivendicazione nel confronto con interlocutori e controparti.

I temi dell’uguaglianza, della democrazia rappresentativa, dello sviluppo sostenibile, del nuovo ruolo pubblico nell’economia e nella società, dello sviluppo del Mezzogiorno e della nuova Europa dei popoli che vogliamo costruire per contribuire più efficacemente alla pace mondiale; l’obiettivo della giustizia sociale e della difesa dei diritti universali si declinano, infatti, con una articolata proposizione di obiettivi e strategie che si presta alla più larga condivisione da parte delle forze progressiste e democratiche del nostro Paese.

Questa fase di transizione ha caratteristiche distinte in Sardegna e in ambito nazionale. In Sardegna si voterà a fine febbraio, siamo ormai alla fine di una legislatura che aveva preso avvio in coincidenza con il nostro precedente Congresso. In questa fase terminale c’è il rischio di una rincorsa al varo di provvedimenti poco meditati o, peggio, fatti su misura per qualcuno in Consiglio regionale, che a nostro avviso dovrebbe invece dedicare tutto il proprio impegno a porre a disposizione dei sardi le risorse da amministrare approvando in tempo un buon bilancio e, poi, a migliorare alcuni atti incompiuti o sbagliati.

Si può dunque provare a fare una valutazione conclusiva, ormai senza alcuna acrimonia. La legislatura è stata marcata dall’instabilità politica dovuta ad un’eccessiva frammentazione delle forze coalizzate in maggioranza, ma anche nella stessa opposizione, frammentazione favorita da una legge elettorale da cui è dipesa la girandola di consiglieri variamente espulsi ed integrati in Aula dai ricorsi giudiziari, eletti in qualche caso con appena un pugno di voti.

Non mi spiego perché in cinque anni non sia stata cambiata questa pessima legge, se non per l’intervento sulla doppia preferenza di genere ottenuto soltanto l’anno scorso grazie alla mobilitazione delle donne alla quale anche le nostre compagne hanno dato vita. Ha poi certamente pesato l’eredità negativa di un debito della regione che era lievitato senza freni fino all’incredibile cifra di quasi cinque miliardi e mezzo di euro, che per il suo carico erodeva quasi totalmente i margini di manovra nelle magre finanze regionali: ricordo ancora che nell’ultimo bilancio presentato dal centrodestra di Cappellacci ammontavano a stento a cento milioni di euro le somme su cui poter fare affidamento, mentre languivano senza impulso tanti fondi europei inutilizzati, soprattutto nel Piano di Sviluppo Rurale.

Perciò salutammo con favore l’intenso lavoro di rimodulazione del vecchio Quadro Comunitario di Sostegno che fu realizzato dalla nuova Giunta, che mise in salvo dalla restituzione i fondi residui, e soprattutto apprezzammo la nuova programmazione unitaria, il coordinamento e la proiezione nel tempo degli interventi regionali senza sovrapposizioni di fonti, moltiplicandone le possibilità.

Apprezzammo molto la scelta di puntare sul rilancio degli investimenti pubblici che sottostava a quella programmazione come modo di affrontare la crisi che aveva eroso fortemente la capacità produttiva del nostro sistema locale, riducendo di un ottavo l’occupazione complessiva, del 30% quella nell’industria in senso stretto e quasi dimezzandola nel settore delle costruzioni rispetto ai dati iniziali.

A ciò rispondeva sia il programma di edilizia sanitaria che accompagnava la riforma avviata, sia il piano straordinario di edilizia scolastica, sia la prima costituzione di un fondo per le opere degli enti locali, sia, infine, quel Piano Regionale delle Infrastrutture che poteva avvalersi di un mutuo fino a 700 milioni di euro, finalmente contratto per investimenti e non per ripianare passivi di bilancio.

Avevamo sotto gli occhi un’impostazione strategica che noi reclamavamo anche dal governo nazionale, il quale preferiva invece una logica più orientata verso la politica dei bonus a pioggia e degli sgravi fiscali alle imprese quale sola leva per la ripresa economica. Eravamo perciò fiduciosi in un miglioramento della situazione regionale, resa difficilissima dalle ristrettezze di bilancio, in virtù di questa impostazione politicoprogrammatica alla quale si affiancava l’idea positiva di dare subito avvio a riforme importanti, che iniziarono a concretizzarsi con l’approvazione rapida della legge-delega di riordino del Servizio Sanitario Regionale e della legge sulla dirigenza regionale, che istituì forme di coordinamento delle competenze nell’amministrazione, all’interno di un organigramma più chiaro e semplificato.

E tuttavia, questa spinta riformatrice è rimasta presto intrappolata nelle morse di quell’instabilità politica che ne ha frenato il cammino attuativo, consegnandoci anche riforme incomplete o tardive o sbagliate.

Penso alla continuità aerea, dove, tra rimandi e rinvii, siamo oggi all’ennesima proroga fino ad aprile del 2019, quando partirà il nuovo regime, ma senza un cambio di modello: ci siamo sentiti ripetere per anni che non c’era tempo per esaminare l’approccio diverso che noi proponevamo, pur sentendolo definire interessante, mentre ci s’incaponiva su quella scelta errata, infatti bocciata dall’Unione Europea, di favorire i traffici turistici con le risorse poste a garanzia del diritto alla mobilità dei sardi.

Penso alla riforma degli Enti Locali, che oggi nessuno apprezza, ma che è stata vittima ad un tempo delle incursioni campanilistiche che avevano interpreti autorevoli in Consiglio regionale nonché della sua impostazione a ricalco della legge Del Rio, che scommetteva tutto sull’approvazione popolare di una pessima riforma costituzionale che, però, non è arrivata. Non riesco a capacitarmi della disinvoltura con cui in questo Paese si manomette l’assetto istituzionale anche in assenza di potestà a farlo, generando confusione e danni per i servizi ai cittadini.

Oggi noi abbiamo delle Province già considerate abolite, e perciò de-finanziate anche per le tre importanti loro funzioni residue (scuola, viabilità e ambiente), ma invece redivive, e perciò ancora commissariate, perché si stenta a riconoscersi dentro aggregati territoriali che si cerca, infatti, di modificare con nuovi disegni di legge al fine di ricostituirli diversamente.

Abbiamo una città metropolitana, come da delega nazionale a istituirla, più ben congegnata rispetto alla stessa legge Del Rio, ma anche Unioni di Comuni, obbligatorie ma non troppo, ente locale di riferimento ma senza un’attribuzione compiuta di autonomia gestionale, finanziaria, organizzativa e amministrativa distinta rispetto ai Comuni che ne fanno parte.  Penso sia una priorità di fine legislatura quella di rimettere ordine in questa materia, ma prendo atto che il Consiglio ne sceglie altre, come quella di approvare alla carlona, incurante del possibile danno alle finanze regionali e ai diritti di tutti i lavoratori interessati, una legge sul cambio di contratto dei forestali, che divide i lavoratori e apre più problemi di quanti non ne risolva, e contro il quale proposito si era levata, inascoltata, anche la voce della stessa nostra Segretaria generale Susanna Camusso.

Non si è realizzata la riforma della Regione, che il sindacato ha sempre rivendicato come centrale, perché non è concepibile che la burocrazia diventi concausa di sottosviluppo e di disservizi ai cittadini.  Non è davvero accettabile che ci780d67e912999733174374c2e79db1efr approvare un piano di bonifiche e ben dieci anni per aprirne il relativo cantiere; non è in linea con i tempi che un progetto industriale non si sappia neppure bene a quale ufficio debba essere presentato perché diversi ne rivendicano una parte dell’iter istruttorio e di approvazione; non è accettabile che non si risolvano per anni conflitti di attribuzione tra uffici o istituzioni per un’autorizzazione ambientale a una discarica controllata o a un impianto di autoproduzione di energia…

Le esperienze più recenti in campo europeo – come il Galles, l’Irlanda, la Ruhr o L’Alta Francia – dimostrano che l’efficienza della pubblica amministrazione è fattore di attrazione degli investimenti più potente anche rispetto alla fiscalità di vantaggio.

Eppure noi continuiamo a privilegiare politiche orientate alle franchigie fiscali, la cui ultima versione oggi risponde al nome di ZES, le Zone Economiche Speciali, tanto decantate che una non la si deve negare a nessuno! Potrebbero forse avere una funzione ancillare, ma non altrettanto decisiva per la localizzazione d’impianti, infrastrutture, investimenti privati quanto un’efficiente amministrazione che faccia buona programmazione  pubblica e sappia accompagnare e supportare i buoni progetti, anziché ostacolarli e opprimerli con timbri, scartoffie e tempi biblici.

Una buona amministrazione si esplica in un quadro ordinamentale e procedurale chiaro e semplificato, in cui sono esplicite le responsabilità e i controlli; effettua la verifica dei risultati e fornisce rapporti utili a correggere gli errori; valorizza i suoi addetti, premiandone la professionalità e garantendo formazione continua; sa mettere insieme in modo sinergico e contestuale le diverse competenze, anziché separarle, distinguerle, specificarle come fa l’ancora vigente Legge Regionale 1/77, che pare ispirata a una “cencelliana” spartizione di fette di potere amministrativo e politico tra i governanti di turno, piuttosto che a organizzare nel modo migliore e più moderno il funzionamento della Regione.

Delegificare, semplificare, realizzare una regia unitaria delle funzioni orizzontali, decentrare poteri e risorse secondo principi di sussidiarietà e adeguatezza in quadro di federalismo interno che riservi alla Regione le funzioni centrali di programmazione, d’indirizzo e controllo ma devolva agli enti territoriali e locali la progettazione dettagliata e le attività di gestione in ambiti ottimali: è così che troverebbe senso anche la definizione del cosiddetto “Sistema Regione”, aprendo una prospettiva alla riunificazione dell’intero comparto delle funzioni pubbliche locali, offrendo anche maggiori opportunità professionali ai dipendenti.

È invece fallita la legge urbanistica, nella quale avevamo letto un tentativo di manomissione della tutela ambientale e del paesaggio che si proponeva finalità soprattutto altre rispetto al governo del territorio da cui traeva titolo e ispirazione. Noi riteniamo preliminare il completamento della pianificazione attraverso l’estensione del Piano Paesaggistico Regionale a tutto il territorio dell’Isola, rispetto alle modifiche sostanziali dell’impianto delle tutele con riguardo alla trasformabilità e valorizzazione economica dei contesti ambientali.

Infatti, investimenti settoriali differenti, localizzazioni d’impianti e di servizi reali appropriati, non hanno soltanto bisogno di piani e misure specifiche, ma non possono neppure stare indifferentemente ovunque, per rispetto delle diverse vocazioni territoriali, delle caratteristiche contestuali e dei differenti valori paesaggistici che esistono.

E’ poi forse imputabile anche a una storia della programmazione territoriale che non ha considerato adeguatamente tutte le variabili, le difficoltà, i rischi, le opportunità per la trasformazione dei suoli e gli insediamenti di opere se oggi paghiamo un prezzo troppo alto a fenomeni naturali, che si verificano spesso, anche di recente, in forma disastrosa: assume carattere prioritario, perciò, la sistemazione idraulica e forestale del territorio, soprattutto in ragione del suo progressivo abbandono per spopolamento.

D’altronde, se una delle finalità principali era quella di rafforzare il turismo, salta agli occhi la contraddizione di un approccio orientato all’edificabilità in deroga e in aumento con un Piano strategico regionale del Turismo che non solo non prevede un solo mattone in più, ma fa leva proprio sulle caratteristiche di unicità ambientale e culturale della Sardegna come motore di crescita: quel piano lo abbiamo apprezzato proprio perché rileva come stiano riemergendo le nostre debolezze nel settore, giunti ormai alla fine di un periodo espansivo della domanda favorita dall’instabilità politica e dalle minacce terroristiche che hanno limitato la competizione nel Mediterraneo.

Perciò si ragiona su come riqualificare il settore in Sardegna, diversificare l’offerta in altri segmenti oltre a quello balneare, allungare la stagionalità attraverso una maggiore interazione tra i diversi attrattori, migliorando le connessioni e i servizi interni di trasporto e di comunicazione e l’accessibilità competitiva dall’esterno, ma puntando decisamente anche sulla qualificazione e sul buon trattamento del personale.

È cioè un approccio che disdegna la spinta competitiva verso il basso e verso il facile guadagno immobiliare; c’è anzi in quel Piano una spinta all’emersione dal nero del mercato turistico delle seconde case, che genera guadagni molto privati e costi sociali e ambientali elevati. Il fatto è che questa Giunta ha mostrato a lungo una scarsa propensione al dialogo sociale, forse vissuto come un intralcio, e ha adottato una linea di referenzialità troppo ristrette, spesso al solo ambito tecnico, forse anche per la difficoltà di convergenza per le forze di maggioranza.

Eppure ora è evidente che tale impostazione fosse la più sbagliata possibile: anche le migliori riforme hanno bisogno di gambe buone per camminare bene, soprattutto quelle per le quali serve più tempo per giungere a destinazione, anche più di una legislatura; sono le riforme che hanno maggiori ostacoli da superare, spinte oppositive dettate da interessi particolari che si sentono minacciati, da assetti di potere che si vedono rimessi in discussione, dal timore di perdere un presidio, una certezza di un servizio senza vedere le alternative, che spesso esprimono i cittadini delle realtà più deboli.

È questo la scena in cui agisce la riforma sanitaria, una riforma che appare ben impostata nei suoi principi, che per certi versi sembra tratta direttamente dai nostri documenti sindacali: de-ospedalizzare e sviluppare i servizi territoriali, redistribuirli con criteri di specializzazione crescente in bacini ottimali di utenza, garantire i servizi di emergenza e urgenza in pronto intervento, riqualificare i privati con criteri stringenti di accreditamento, ridurre i centri di costo e le stazioni appaltanti, con un miglior controllo degli acquisti e della spesa farmaceutica.

Imponeva d’agire la voragine della spesa sanitaria, che lievitava senza freni sottraendo risorse collettive ad altri scopi e che appare ora tornata sotto controllo, prima ancora della necessità di adeguarsi ai parametri del SSN, i quali, se non fossimo stati una Regione Autonoma, ci avrebbero portato al commissariamento e all’aggravio di tasse e ticket per i cittadini.

Ma poi, varata una norma che restringe gli spazi di partecipazione per le forze sociali, si è limitato il confronto ai soli amministratori locali, si è trascurato il dialogo con il sindacato nel territorio e non si è saputa raccogliere la lamentela serpeggiante tra i lavoratori del comparto, che vedono realizzarsi sulle proprie teste i processi di riorganizzazione interna.

Non si è messa in campo la riorganizzazione della medicina territoriale, mentre il Consiglio regionale ha tenuto bloccata per quasi due anni la nuova rete ospedaliera, al punto che Ats e Areus hanno cominciato a esistere e a funzionare effettivamente soltanto da pochi mesi; in molti hanno soffiato sulle contraddizioni di questo iter tormentato, alcuni anche oggi lanciano raccolte di firme a scopo elettorale; ma esplode di frequente il malumore dei cittadini per i disservizi, che si evidenziano nelle lunghe liste d’attesa, nelle carenze di dispositivi sanitari, nella mancanza di personale infermieristico e specialistico, causati principalmente dalla pesante eredità del passato.

Ma ora che il Governo nazionale considera insufficiente la riforma sarda perché lascia ancora aperti troppi piccoli ospedali – che essa si propone di riqualificare o riconvertire gradualmente, anziché sopprimere – sarebbe lecito attendersi un comportamento diverso da parte di molti, al netto della malafede delle lobby e delle strumentalizzazioni di parte politica, per difendere un modello di riorganizzazione sostenibile che può dare frutti e può essere migliorato, proprio nella sua progressiva realizzazione.  Tutto questo però esige quel confronto ampio che è mancato, quella richiesta di condivisione delle scelte e dei percorsi che costa fatica, indubbiamente, ma è fondamentale per il miglioramento e per il successo della riforma.

Come non considerare che si tratta di un ambito che assorbe più della metà delle risorse di tutti e che quindi deve essere un terreno di incontro e non di scontro? Se non si ottiene un vasto consenso, anche trasversale agli schieramenti politici, accade che a ogni giro si riparte daccapo, e così non si arriva mai. Il sindacato ha consapevolezza delle difficoltà, nella sua autonoma iniziativa di mobilitazione sa unire sempre alla protesta la proposta e la disponibilità al confronto: anche per questo dev’essere interlocutore obbligatorio. In mezzo a queste difficoltà di relazione, abbiamo scontato, inizialmente, anche una scarsa convinzione rispetto al possibile rilancio dell’apparato industriale regionale, perché la Giunta sembrava considerare le grandi vertenze un ineluttabile portato della crisi globale.

Così abbiamo assistito al disimpegno dell’Eni rispetto a quell’investimento innovativo nel più grande polo di bioplastiche del vecchio continente che nasceva a Porto Torres e ci chiediamo, viste le politiche ambientali ed energetiche di scala europea, quale mistero della fede blocchi ancora la multinazionale semi-pubblica italiana rispetto a un progetto coerente e avanzato?

E ancora, abbiamo assistito alla dismissione di altri impianti Eni senza contropartita – perché non consideriamo certo tale l’installazione dei pannelli fotovoltaici del Programma Italia – con lo stesso sindacato costretto ad accordi di sola salvaguardia degli occupati; e poi alla rapina di Ottana, prima degli incentivi pubblici sull’energia e, poi, di pezzi di fabbrica già sovvenzionati. Se si è messa mano positivamente al rilancio di Igea, a progetti densi di nuove prospettive per Carbosulcis, alla varia ricollocazione delle maestranze del Geoparco, si stenta però a favorire nuovi investimenti o progetti di riconversione o di recupero produttivo per realtà che languono da tempo, come la Keller, Vesuvius, Sanac, Olmedo, la ex Ila e la ex Ineos o com’è accaduto con Mossi & Ghisolfi o per l’ampliamento Sarmed, per citarne alcune.

Sono state le manifestazioni sindacali dell’industria e dell’edilizia, gli scioperi generali di interi territori, a rimettere al centro il tema del rilancio dei settori produttivi; sono state le lotte dei disoccupati che abbiamo organizzato a consentirci di ottenere dal governo nazionale – che aveva tagliato a tradimento, per decreto, in una notte d’agosto, gli ammortizzatori in deroga – di riutilizzare tutte le risorse residue e di trovarne di nuove per sostenere le persone in difficoltà; sono state le lotte dei lavoratori del Sulcis che hanno mantenuta viva la grande vertenza per la filiera della metallurgia non ferrosa, consapevoli di difendere un asset strategico nazionale insieme alla speranza di tornare al proprio lavoro.

Ed è anzitutto grazie alla loro e alla nostra cocciutaggine se oggi si aprono spiragli nuovi per Alcoa e Eurallumina. È qui che abbiamo potuto misurare, dimostrando quanto pesi la nostra mobilitazione, un deciso cambio di atteggiamento della Giunta, rivelatosi fondamentale per mantenere aperte delle possibilità, rispetto alla quasi rassegnata sua impostazione iniziale.

Ma non ci sarebbe stato un Piano Sulcis senza di noi, e non saremmo arrivati all’individuazione di Portovesme e Porto Torres come Aree di Crisi Complessa, destinatarie non soltanto di ammortizzatori specifici ma anche di quei Piani di Riconversione e Riqualificazione Industriale da realizzare con risorse aggiuntive: anche qui si tratta, innanzitutto, di una nostra faticosa conquista.

È migliorato così quel dialogo con la Giunta fino ad allora insufficiente, ma senza trovare una sua esigibile strutturazione.  Noi sappiamo distinguere il giudizio di merito, che privilegiamo sempre, rispetto al metodo con cui si realizzano le scelte, ma rileviamo che queste hanno minore validità ed efficacia se non si cerca la condivisione preliminare su contenuti e percorsi.

E’ questo che ci porta ad esprimere riserve, insieme a giudizi positivi, su un piano come Iscol@, che ha investito in edilizia scolastica più fondi rispetto a quelli degli ultimi

vent’anni, aprendo più di mille cantieri e creando quattromila posti di lavoro, e abbiamo apprezzato il PRI, come ho detto prima.  Non si è dato luogo a un confronto con gli attori sociali ed economici sulle modalità di impiego delle risorse, sulle modalità di assegnazione delle commesse e di organizzazione del lavoro, sull’individuazione di priorità o di nuovi interventi da fare, mentre la lentezza procedurale determina un tiraggio troppo basso della spesa.

Inoltre, abbiamo espresso un giudizio articolato sulla nuova legge sugli appalti approvata in appena una settimana, senza alcun confronto né audizione del sindacato, sull’altare di una verifica di maggioranza che poi è servita poco. Ma proprio per questo si è persa una grande occasione per rimediare a quelle pratiche negative per la qualità dei servizi e dell’occupazione, favorite anche dalle stazioni appaltanti pubbliche, che non si fondano solo sull’assurdità del massimo ribasso, finalmente superata, ma sulla mancata adozione di indici di congruità e dell’indicazione almeno delle aree contrattuali di riferimento, o sull’assenza di clausole sociali e della contrattazione d’anticipo nei cambi d’appalto, che finiscono per piegare l’interesse pubblico alla concorrenza sleale.

Per questo pretendiamo ancora dalla Giunta un atto di indirizzo che doti il Sistema Regione di una serie di indicazioni per i bandi di gara, una corretta interpretazione delle nuove possibilità offerte dalla normativa, che contemperi tutti gli interessi in campo, come già è accaduto in altre Regioni attraverso protocolli sindacali. Come non dare un giudizio positivo al Patto Stato-Regione di luglio 2017?

Esso riprogramma e destina nuove risorse per infrastrutture indispensabili come la superfibra ottica nelle zone a fallimento di mercato, a sostegno della ricerca e delle università, per rafforzare la continuità territoriale, per opere nelle reti idriche, viarie e ferroviarie o nell’edilizia sanitaria; ma soprattutto definisce, una volta per tutte, il progetto di metanizzazione, ponendo a carico della collettività nazionale il superamento di un ingiusto discrimine per i cittadini e l’economia della Sardegna, attraverso le nuove reti di distribuzione e le centrali previste di rigassificazione.

Stupisce che un progetto coerente con la Strategia energetica nazionale (SEN), nei suoi tempi accelerati per la decarbonizzazione, sconti oggi una dichiarata contrarietà del nuovo Governo espressa dal Ministro delle Infrastrutture, che pretende di fare i conti con il pallottoliere liquidando anni di studi scientifici e di progettazione altrui con facili battute.  La Sardegna oggi vanta quasi il primato nazionale nella produzione di energia da fonti rinnovabili e colma in questo ritardi altrui, ma non può perseguire quegli obiettivi strategici senza il metano, se non a pena di una perdita irreparabile di competitività del suo sistema produttivo.

Noi rivendichiamo il mantenimento di quegli impegni e investimenti che sono imprescindibili per il rilancio delle attività industriali e per la nostra gente, che per un servizio essenziale paga il triplo rispetto al resto del Paese. Su questo vorremmo sentirsi levare forte la voce di quella forza autonomistica che partecipa al governo nazionale, così come vorremmo sentire il Segretario del PSd’Az esprimersi sulle furbate del governo penta-leghista sugli “accantonamenti”, cioè sul tentativo di furto con destrezza di 285 milioni di euro dalle casse dei sardi: ci faccia sapere se è questo il prezzo di una candidatura, così i sardi potranno decidere se pagarlo!

Il Patto Stato Regione contiene anche uno specifico appostamento di 150 milioni di euro aggiuntivi per la programmazione territoriale, che rafforza le 24 iniziative già in atto del partenariato locale. E’ anche per questo che noi abbiamo posto mano al nostro riassetto interno, perché abbiamo bisogno di un’organizzazione più robusta e qualificata per partecipare ai progetti di sviluppo locale, un ambito nel quale possiamo declinare meglio anche la nostra attività di contrattazione sociale, che si fonda innanzitutto sugli spazi negoziali che sai conquistare con la qualità delle tue proposte e delle iniziative che metti in campo, oltre che sulla spinta del consenso che sai costruirci sopra.

E’ qui che si misura la nuova confederalità che ci piace, che realizza una collaborazione sinergica tra le Categorie e con lo Spi, per costruire le piattaforme rivendicative in cui esprimiamo il nostro contributo al miglioramento del benessere collettivo. Non è quindi solo per le pur importantissime esigenze di carattere amministrativo e organizzativo se abbiamo scelto di accorpare tra loro quattro Camere del Lavoro e di semplificare, regionalizzandole, alcune strutture di categoria.

Lo abbiamo fatto innanzitutto per finalità politiche. In questo contesto di dialogo scarnificato, ma di buona programmazione complessiva, si colloca la nostra mobilitazione dell’anno scorso, finalizzata a dare maggior impulso alle politiche di sviluppo e del lavoro, per dare risposte alla vasta area di un disagio sociale accresciuta dal venir meno delle misure nazionali di sostegno e dal ritardo con cui si affermava la ripresa rispetto alle aree più avanzate del Paese.

Questa è, per inciso, anche la ragione per la quale anche nel nostro documento congressuale proponiamo una nuova Agenzia di sviluppo per il Sud che possa giovarsi non solo delle risorse dei Fondi strutturali europei – da far tornare addizionali e non sostitutive dei mancati trasferimenti dello Stato – ma soprattutto dell’assegnazione per un arco di tempo lungo, almeno decennale, di una dotazione di risorse nazionali più che proporzionali, che copra almeno il 45% degli investimenti pubblici da realizzare.

Siamo convinti che il rilancio del Paese passi per lo sviluppo del Mezzogiorno, che ha enormi margini di crescita, non solo nell’incremento della sua capacità produttiva ma anche quale mercato interno, se sarà sorretto da una crescita della massa salariale e del reddito procapite derivante da una migliore e più ampia occupazione.

Questo si realizza agendo su una molteplicità di fattori, dalla tutela del territorio all’efficienza della pubblica amministrazione, dalla lotta alla criminalità all’infrastrutturazione, dallo sviluppo del turismo alla valorizzazione dei beni culturali, ma certamente si ottiene con la certezza di un volume adeguato di risorse da investire, altrimenti ci si ferma alla sola declamazione di obiettivi.

Per le stesse ragioni siamo consapevoli di quanto conti per la Sardegna un’impostazione politico-programmatica fondata sul rilancio degli investimenti nei fattori di sistema e di coesione.  Perciò riteniamo, ad esempio, che lo sviluppo del primario, previsto nella nostra Strategia di Specializzazione Intelligente, sia un obiettivo meritevole, non solo perché dobbiamo ridurre la nostra forte dipendenza dall’esterno per il nostro fabbisogno alimentare, che drena via quotidianamente dall’Isola quote di reddito che potrebbero essere reinvestite qui, ma anche perché abbiamo tanta terra a disposizione quanto nessun altro in Italia, considerata la vastità della nostra regione e la scarsità di popolazione.

Ciò consentirebbe di puntare con decisione anche sulle quantità di prodotto, e non solo sulle nicchie di qualità, per conquistare anche altri mercati. Per farlo abbiamo bisogno di attrarre capitali da investire negli impianti e nelle manifatture di trasformazione industriale di quelle produzioni, perché sono queste – e le filiere che ci puoi costruire intorno per le utilities, i servizi accessori e di marketing – che ne trainano lo sviluppo, come dimostra l’esperienza delle realtà in cui l’agricoltura è più sviluppata.

Perciò è indispensabile che si realizzi in tempi stretti il piano per il metano, senza il quale non marciano i cicli continui, non fai conserve, non fai cicli del freddo e del caldo, non sei competitivo; per questo servono strade e ferrovie, trattamento dei reflui, riutilizzo degli scarti, servizi di trasporto interno e di continuità territoriale delle merci, oltre che per le persone, ma anche banda larga e start up innovative.

E serve il riordino fondiario, la banca della terra, una disciplina nuova di governance dell’acqua multisettoriale e l’abbandono di pratiche ataviche di conduzione dei poderi e degli allevamenti, favorendo l’aggregazione e la crescita delle imprese: in questo senso va considerata come una vittoria storica la sconfitta – se si riuscirà a conseguirla presto, come sembra – del flagello della PSA, della peste suina africana, portata avanti dall’Unità di missione dell’Assessorato della Sanità.

Ma soprattutto, ci servono istruzione e formazione, che non sono solamente il metro di misura del grado di civiltà complessiva che hai raggiunto, ma anche della tua capacità competitiva, sempre più legata alle quote di sapere contenute in un bene o in un servizio e all’interazione con i consumatori-fruitori, anche questa sempre più orientata dalla padronanza di codici e strumenti di comunicazione, poiché anche pro facher unu vinu bonu oje bi cheret prus conca chi no’ marrone, come amava dire, anni or sono, un lungimirante e indimenticato sindacalista come il nostro compagno Salvatore Nioi.

Del resto, non c’è altra via che il sapere, la ricerca, l’innovazione anche per dare nuovo impulso alle produzioni tradizionali, che devono adottare processi sostenibili; non c’è via migliore che puntare sui settori tecnologicamente più avanzati per una realtà in ritardo di sviluppo, che può recuperare solo se punta a salire sulla locomotiva e non sull’ultimo vagone del treno dello sviluppo che corre veloce: la green e la blue economy, l’aerospazio, le biotecnologie, la meccanica di precisione, le nuove energie e il digitale. Si tratta di stare al passo con quei cambiamenti epocali che lanciano nuove sfide al mondo progredito cui apparteniamo e pongono grandi interrogativi anche alle organizzazione di massa come la nostra.

Come gestiamo, infatti, processi che forse distruggono più lavoro di quanto non riescano a creane in pari tempo?  Come accompagniamo a un nuovo mestiere per cui oggi sono privi di competenze oltre il 60% per cento dei lavoratori censiti come “primitivi tecnologici”?

Tra meno di dieci anni oltre il 20% dei mestieri e delle mansioni oggi conosciute sarà inutile perché surrogato dai big data, dagli assistenti virtuali, da robot dotati di una sofisticata intelligenza artificiale, dall’IoT, l’internet delle cose in grado di realizzare da sé un efficace dialogo tra oggetti e tra questi e i luoghi.

Pensiamo ai droni, alla spedizione delle merci, all’agricoltura di precisione, alla domotica e alla gestione delle utenze; alla manutenzione predittiva, alla stampa tridimensionale; alla meccatronica applicata ai presidi sanitari e chirurgici, oppure anche, semplicemente, agli umanoidi in grado di darti assistenza, pronto soccorso, compagnia.

Come organizzeremo masse crescenti di lavoratori sempre più individualizzati, iperconnessi nelle piattaforme che ne sfruttano competenze e abilità tecnologiche, ma proprio per questo spesso isolati rispetto a tutti gli altri, con i quali condividono spazi solo virtuali, quali terminali e risorgenti, appunto, di una rete informatica?

Chi e con chi si tratterà la loro retribuzione, le regole d’ingaggio, il tempo libero, il diritto alla disconnessione?

Quale previdenza dovremo costruire per loro, quali forme di mutualismo solidale, quale modello di relazioni industriali e a quale livello di rappresentanza, locale, nazionale, internazionale?

Questo scenario, così problematico per noi, apre questioni enormi per tutte le istituzioni democratiche: chi gestisce le banche dati che quotidianamente acquisiscono nuove informazioni su vari aspetti della nostra vita privata?

Chi e come garantisce la sicurezza delle reti in cui viaggiano questi flussi di informazioni?  Quale autorità e come vigila sul loro corretto utilizzo e in che modo ne sanziona le manipolazioni che invadono la sfera delle libertà individuali o collettive, per esempio orientando l’opinione pubblica verso un consumo o verso un voto alle elezioni?

Gli esiti sociali di questo futuro non sono affatto scontati, ma intanto è molto più vicino di quanto sembri e in parte è già presente.

Già vediamo realizzarsi una sempre più marcata polarizzazione professionale tra quanti sono inclusi in virtù delle proprie competenze – i tecnici che fanno la progettazione ed elaborano gli algoritmi che determinano modalità e tempi di esecuzione delle opere, o che costruiscono le piattaforme di comunicazione, che curano i rapporti con utenti interattivi e ne studiano abitudini e stili di vita per orientarne le tendenze e anticiparne le mode, quei consumatori i quali contribuiscono inconsapevolmente a creare il prodotto/servizio che pensano solamente di acquistare – e quanti invece ne restano esclusi, risospinti verso il basso, verso la completa spersonalizzazione del lavoro, verso una ripetitività di cicli e mansioni totalmente guidati dai flussi di dati in modo tale da far impallidire persino le catene tayloristiche.

Sono note le vertenze in Amazon sulle condizioni di salute compromesse dai movimenti ripetitivi imposti ai magazzinieri; le azioni collettive per il riconoscimento del diritto al contratto collettivo per i rider; le prescrizioni e le condanne a Uber in alcuni Stati e città americani ed europee per lo sfruttamento del lavoro prestato da un personale autonomo reso però dipendente dalla piattaforma e dalle sue regole, costretto a cedere ad essa persino la proprietà di fatto dei propri mezzi.

In una parola, l’evoluzione tecnologica per molti versi sta riproponendo forme ottocentesche di rapporti tra capitale e lavoro, sta riportando indietro le lancette della storia di una società e di istituzioni impreparate ad affrontarne e governarne la rapidità e la pervasività.  Dobbiamo essere consapevoli di questa nuova dimensione per renderci protagonisti del cambiamento in una direzione più inclusiva e democratica, rispettosa del lavoro e dei diritti delle persone, piuttosto che subire il corso degli eventi. In questo scenario emerge l’importanza della formazione, che è una delle riforme regionali che attendiamo da anni e non si è ancora concretizzata.

Linee di finanziamento occasionali o dedicate a misure specifiche, di supporto agli ammortizzatori sociali o a Garanzia Giovani, o il bando per la Green and Blue Economy, e l’aggiornamento del catalogo dei profili professionali; ma la riforma è mancata: non si sono definiti nuovi criteri di accreditamento delle agenzie né criteri d’integrazione con il sistema dell’istruzione pubblica, non si conosce il piano pluriennale dell’offerta formativa sulla base del censimento dei bisogni; insomma, uno strumento fondamentale di politiche attiva per il lavoro è stato trascurato.

Hanno poi mostrato presto la corda gli strumenti della flexicurity dopo la prima sperimentazione in cui convivevano con gli ammortizzatori prima del Jobs Act, rivelandosi insufficienti ad affrontare i bisogni dei disoccupati rimasti privi di altri sostegni.  Per questo già nel 2016 avevamo mobilitato, allarmati, in ripetute manifestazioni, i lavoratori delle aree di crisi e dei comparti industriali avanzando la richiesta di un Piano straordinario per il lavoro, sul quale stentavamo a costruire un progetto condiviso con Cisl e Uil, che ponevano altre priorità.

Alla fine abbiamo assunto un’iniziativa nostra che ci ha impegnati in un confronto a tutto campo con la Giunta e con i Gruppi consiliari, fino a ottenere nella Finanziaria del 2017 – definita per questo, con orgoglio, una legge di sinistra – il piano Lavoras, le risorse aggiuntive per il diritto allo studio e per l’inclusione sociale.

Sono stati aumentati i fondi per il Reis fino a coprire tutte le istanze degli enti locali, e benché la lentezza delle procedure ne abbia rallentato la concessione, saranno circa ventimila le famiglie beneficiarie quest’anno; sono aumentate le somme per le borse di studio e altri servizi d’istruzione fino a non lasciare nessun figlio di operaio o impiegato privo delle assegnazioni spettanti, come invece accadeva prima.

Ma, soprattutto, si è costruito quell’intervento pluriennale che all’interno di un programma e una regia unitari si articola nelle tre linee dei cantieri per opere e servizi d’interesse pubblico, con l’impegno diretto degli enti locali, degli incentivi per l’occupazione e la stabilizzazione dei precari, delle misure per situazioni particolari.  L’ultimo monitoraggio ci racconta l’efficacia della misura sulla quale noi avevamo puntato di più, che ora è corroborata da un parere della Corte dei Conti che certifica la possibilità di utilizzo di quei fondi in aggiunta ai limiti di spesa degli enti locali: 560 progetti in 371 Comuni per circa 2.820 posti di lavoro nei cantieri che in questi giorni si stanno aprendo, a fronte di un obiettivo di 3.000.

Non hanno invece funzionato bene gli incentivi alle imprese malgrado fosse stato reso più conveniente che mai e che ovunque altrove l’assunzione di un giovane in Sardegna nel 2018: cosa non ha funzionato? Scarsa informazione e chiarezza o è il cavallo che non beve?

Però ce n’è abbastanza per affermare due cose: la prima è che il piano può essere migliorato, pensando a nuove misure specifiche per segmenti differenti del mercato del lavoro, all’istituzione di una task-force di tecnici funzionale allo sblocco di tante opere ferme e a nuovi interventi ad esse accessori che le perfezionino, a una migliore premialità per i Comuni associati i cui progetti moltiplichino le ricadute occupazionali; la seconda è che il piano deve essere confermato anche per le successive annualità, chiunque vada al governo della Regione: l’abbiamo conquistato e lo difenderemo.

Perciò trovo sconfortante quando mi capita di sentire qualche sindaco che sminuisce uno strumento che offre risorse altrimenti non disponibili per gli enti locali per creare lavoro e servizi utili alla propria comunità, e più ancora quando sento obiezioni dal fronte dei benaltristi imprenditoriali, che cianciano delle meraviglie che avrebbero fatto se quei soldi fossero stati dati direttamente a loro.

C’erano, ci sono, utilizzateli! Oppure andranno riprogrammati e messi a disposizione delle misure che funzionano; ma deve essere chiaro che sono risorse destinate a creare lavoro e non a comprare la macchina nuova al principale! Spiace sentire spesso la Confindustria, o altre associazioni datoriali, spiegare sempre agli altri cosa serve, cosa vogliano le imprese, cosa il pubblico debba metter loro a disposizione, quali tagli fare al welfare e sui diritti dei lavoratori, cosa insomma gli altri debbano fare per loro; quasi mai invece capita di sentire che cosa loro pensano di fare per gli altri, in qual modo assolvano a quella responsabilità sociale dell’impresa che dovrebbe informare sempre il loro operato, magari persino nel rispetto delle norme, dei vincoli ambientali o della sicurezza nel lavoro, dei contratti e delle retribuzioni, anziché pretendere continuamente deroghe, eccezioni e invocare aiuti e condoni contro le sanzioni e l’evasione fiscale.

Ora che al culmine di un ventennio di deregulation hanno ottenuto con il Jobs Act più di quanto avessero sperato, possiamo osservare che la contropartita della crescita degli investimenti privati non c’è stata, né è cresciuta la dimensione media delle imprese, il cui nanismo è causa di minore competitività per il sistema Italia; sono invece aumentati i contenziosi e, soprattutto, hanno ripreso ad aumentare gli infortuni e le malattie professionali, dell’8,4% nel 2017 e già a settembre di quest’anno quei numeri sono stati tristemente pareggiati.

Come si vede, la via bassa alla competizione, la mercificazione del lavoro, rende più deboli e ricattabili i lavoratori, non migliora l’economia, non crea occupazione, non rende la società più libera e più giusta; invece immiserisce le famiglie, ruba il futuro ai nostri figli, maltratta le persone e, spesso, le uccide.

In campo nazionale, invece, il Governo giallo-verde, nato da un ibrido connubio tra forze che si sono combattute alle elezioni, sulla base di un contratto privatistico che a giorni alterni viene agitato come “scrittura rivelata” (Dio mi perdoni il paragone!), è avanzato nel suo cammino consentendoci uno spaccato del suo profilo, che si caratterizza  per un piglio decisamente populista.

Le misure adottate o annunciate finora oscillano fra interventi di carattere sociale, che apparentemente guardano alle nostre istanze, e misure di carattere autoritario, di piglio familista-integralista come il pessimo DdL “Pillon” sull’affido condiviso e la mediazione obbligatoria contro il quale abbiamo manifestato sabato scorso in cento città; oppure misure ispirate a ideologie nazionaliste e razziste, che stanno riesumando i peggiori istinti neo-suprematisti tra le persone meno avvedute, vittime, a loro volta, di una becera propaganda che fa leva sulle paure ancestrali: la paura del diverso, il timore dei cambiamenti e delle incertezze che li accompagnano, la perdita di status personale e di serenità economica sotto i duri colpi di una lunga crisi che non ha risparmiato quasi nessuno, generando sentimenti pessimistici e spesso rancorosi.

Si può anche “bluffare” sui dati della microcriminalità e degli sbarchi, sul numero dei migranti, e costruire una letteratura xenofoba sulle violenza e su quegli stupri che si omette di dire che per il 95% sono opera di “italiani brava gente” e per tre quarti consumati dentro le cerchie parentali.

Ma non è questione di ordine pubblico se migliaia e migliaia di persone scappano dalla guerra, dalla miseria, dalla morte certa, cercando scampo come si può, perché le nostre multinazionali della chimica, dell’agricoltura, dell’informatica, dell’oreficeria hanno rubato loro la terra e l’acqua per piantare campi di colza e banane, hanno rubato i preziosi del sottosuolo o il coltan che ne affiora in superficie per farlo raccogliere da schiavi bambini che muoiono prima di imparare a sorridere; che scappano perché i signori della guerra infieriscono sulla povera gente al fine di garantire alle imprese straniere lo sfruttamento di quelle invidiabili risorse naturali su cui fondiamo tanta parte del nostro stile di vita occidentale.

È demografia, non ordine pubblico, se il pianeta che contava 5 miliardi di abitanti nel 1980 e 7,5 nel 2011 ne avrà 8,4 miliardi nel 2030 e forse 9,5 nel 2050, con una crescita che si concentra soprattutto in estremo Oriente e in Africa, da cui partiranno entro settant’anni forse un miliardo di esseri umani, decisi a  rifarsi una vita che non hanno più e che non avrebbero altrimenti se non bussando alle nostre porte per ricordarci il nostro debito secolare verso di loro.

Si può credere davvero che regga questa spinta un fortilizio eretto nella ridotta di Pontida? Ci serve invece una politica lungimirante di accoglienza e integrazione, su scala europea non solo nazionale, certo!, ma ci serve.  Serve a un’Europa che perde ogni anno tre milioni di teste nel suo mercato del lavoro, che non sono compensate dall’arrivo di un milione e duecentomila nuove e fresche energie.

Serve a un’Italia in declino che non trova chi raccolga la sua frutta o i pomodori, anche se non rinuncia a ridurre nella schiavitù di un infame mercato delle braccia quanti tengono in piedi la nostra agricoltura, stipandoli in baraccopoli fatiscenti in cui tutti commerciano e fanno affari criminali, che tutti vedono e conoscono, ma per cui nessuno provvede. Anzi, non manca chi invoca, e purtroppo neppure chi vuol concedere, l’eliminazione della legge contro il caporalato che smaschera la complicità delle aziende profittatrici e chi reclama il ritorno dei voucher per poterne coprire la disonestà!

E serve a noi, a questa Sardegna che perde 9.800 abitanti ogni anno, metà giovani e laureati, 3 mila che espatriano e 7 mila ultraquarantenni disperati che cercano di spendere nel Centro-Nord una professionalità matura qui inutilizzabile per sostentare la famiglia rimasta al paese, che intanto si svuota ogni giorno di più.

Avremo forse 400 mila abitanti in meno nei prossimi cinquant’anni: scuole, ospedali, poste, negozi, per chi funzioneranno? Ci serve il modello della Riace che rivive, grazie a quel Mimmo Lucano che il mondo premia e noi imprigioniamo, a causa di carte da bollo figlie di una legge demenziale che  reca il nome di due ex potenti incriminati o condannati per reati comuni contro il patrimonio pubblico.

Ma quel che più rileva è che siamo davanti a una preoccupante sperimentazione di un modello di Stato forte in cui si erodono spazi di libertà dei cittadini con la scusa di proteggerli, distraendoli così dai veri problemi. Destano una forte preoccupazione per le persone e gli interessi che noi rappresentiamo, e per la tenuta del quadro di solidarietà sociale e territoriale del nostro Paese, le scelte della manovra del Governo.

Assistiamo alla riproposizione di una politica economico-fiscale che ha già prodotto tanti guasti, cioè il finanziamento della spesa corrente in deficit: un gioco d’azzardo che rischia di compromettere la ripresa economica e di sprecare misure pur ispirate alla difesa delle categorie più deboli.

Molte sono le incognite su pensioni e reddito di cittadinanza, misure su cui occorrerebbe più chiarezza per un giudizio compiuto, ma che fino ad ora non appaiono condivisibili: ne sono infatti incerte le modalità, i destinatari e le fonti, mentre il loro impatto sui saldi di bilancio ha già suscitato una generale condanna da parte di tutti gli istituti d’analisi indipendenti e ha già provocato un avviso di infrazione dall’Unione Europea, con uno sconquasso nei mercati finanziari che rischia di scaricarsi proprio sui più deboli e sui giovani; un gioco d’azzardo che non puoi permetterti quando sei indebitato sino al collo, com’è il nostro Paese, 132 volte per cento. E’ preoccupante questo clima generale, e l’isolamento internazionale che ce ne deriva.

Giova ricordare che noi siamo a favore della nascita degli Stati Uniti d’Europa, sogniamo, come i padri fondatori, l’Europa dei popoli e della solidarietà. Per questo contestiamo l’austerità mercatista e il peso eccessivo di una burocrazia che surroga le funzioni e i poteri propri delle istituzioni democratiche e rappresentative, per colpa di Stati membri riluttanti a cessioni di sovranità; ma vogliamo riformarla per avere più Europa e non di meno, consapevoli che è in questo spazio comune che abbiamo conosciuto per la prima volta nella storia settant’anni di pace e di prosperità nell’abbraccio tra i vecchi nemici.

In questo scenario noi siamo impegnati con le nostre azioni di vigilanza e di contrasto, teniamo saldi i nervi e anche i giudizi di merito sui quali misuriamo e misureremo anche questo Governo.  Perciò abbiamo messo in cantiere un’importante campagna unitaria di assemblee, insieme a Cisl e Uil, che anche in Sardegna ci vedrà impegnati in sei appuntamenti nei prossimi giorni.

Noi poniamo domande di chiarezza alle quali non seguono risposte, che non arrivano perché non c’è dialogo; e questo manca perché non appartiene alla cultura politica che esprime questo governo, quella del capo: il capo non si confronta, comanda, e appaga il suo bisogno di consenso sulle piazze virtuali dove sollecita ai sostenitori tanti like e cuoricini per le sue battute ad effetto, oppure li incita al linciaggio virtuale di avversari e obiettori.  A questo modello e a questo stile noi opponiamo il linguaggio della serietà e della verità, di chi sa stare al merito e sa che non ci sono scorciatoie davanti alla complessità dei nostri tempi e dei nostri fragili equilibri.

Questi richiedono la disponibilità all’ascolto e la cultura del confronto, della ricerca delle soluzioni condivise e sostenibili, che sono quelle che non lasciano indietro i più deboli blandendoli con promesse ingannatrici. E’ nella pratica della mediazione sociale lo spazio politico più lungimirante delle forze progressiste e di sinistra che, quando se ne sono dimenticate, assumendo la cifra del leaderismo e dell’arroganza del potere, hanno finito per distaccarsi dalla propria base d’insediamento sociale.

E’ da qui che si deve ripartire. Per noi significa ripartire dal lavoro, restituirgli quella centralità che ha perduto, nel pensiero e nella proposta politica di cambiamento della società, perché è il lavoro, quello buono, che ti riscatta dalla miseria e dal servilismo, che fa inclusione, che ti rende cittadino libero e consapevole dei propri diritti.

E noi siamo la Confederazione Generale del Lavoro, che mette insieme diversità e somiglianze, provenienze e appartenenze, che sa fonderle e farne sintesi unitaria, in cui ciascuno riesce ad esprimere una propria dimensione dentro un quadro comune di riferimento imprescindibile.

Siamo un’organizzazione in cui sappiamo contenere lo studio che alimenta l’intelligenza che ci serve, l’entusiasmo che sorregge la mobilitazione verso i nostri obiettivi, e la forza del collettivo che ci consente di perseguirli e non soltanto di agognarli.

E’ questo che ci ha dato 112 anni di vita, questa capacità di tenere tutti insieme, donne, uomini, generazioni, unite sotto il segno del lavoro, fondamento della nostra civiltà, ed è soltanto questo che ce ne può dare altrettanti ancora.

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

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Alla manifestazione organizzata a Roma al teatro Manzoni, dall’Unione delle Camere Penali il 23 Novembre scorso a chiusura delle quattro giornate di astensione per la difesa della Costituzione e dei diritti individuali, era presente tutto il mondo accademico che si occupa di diritto e del processo penale.

Gli interventi che si sono succeduti, serrati e corposi, tutti concordi nello stigmatizzare la riforma che blocca il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, hanno avuto anche un contenuto sul quale è necessario riflettere per leggere e interpretare i tempi bui che ci stiamo accingendo a vivere.

L’ ”accademia”, da Enrico Amati a Giampaolo Voena, in fatti ha in qualche modo fatto ammenda sul ruolo svolto negli ultimi decenn8i nell’insegnamento del diritto e della procedura penale, più in generale, dei diritti della persona che intorno a questi ruotano.

E’ infatti lecito chiedersi che cosa hanno imparato gli avvocati che oggi ci governano – o forse che cosa e come hanno insegnato i loro professori – da questi insegnamenti se non hanno chiaro che l’istituto della prescrizione è il contrappeso che lo stato di diritto impone alla eccessiva durata del processo; se non hanno chiaro che il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio rende il processo interminabile non solo per l’imputato, ma anche per le persone offese dal reato; se non hanno chiaro che la riforma Orlando e, prima di questa, altre modifiche normative, hanno reso i reati di fatto, imprescrittibili; se non hanno chiaro che se è la difesa a chiedere un rinvio del processo, i termini di prescrizione non decorrono; se non hanno chiaro che solo un processo penale  quale quello delineato dall’art. 111 della Costituzione è proprio di uno stato democratico che tutela i diritti e le garanzie.

Evidentemente quella pedagogia non ha funzionato. Allora è venuto il momento, prima che sia troppo tardi, di cambiare passo e sistema pedagogico e, soprattutto, di essere tutti uniti, come ha saggiamente detto Giorgio Spangher.

La giornata del 23 novembre perciò deve rappresentare un punto di ripartenza per la comunità dei penalisti, degli avvocati, dei lobbisti della Costituzione, come efficacemente detto dal presidente dell’Unione delle Camere Penali, Caiazza, per approntare un nuovo linguaggio con il quale spiegare al di là delle logiche di convenienza e delle contingenze politiche, ai giovani avvocati, agli studenti delle nostre facoltà e, ancora prima, ai cittadini di questo paese, che il processo penale è il luogo nel quale più di ogni altro si testa la tenuta dei diritti individuali dei cittadini – che hanno diritto ad un processo la cui durata deve essere ragionevolmente commisurata al caso singolo – e  non il luogo ove consumare la rabbia o la vendetta del popolo.

Se il processo è diventato terreno e argomento di scontro politico è segno che si vogliono minare le basi dello stato democratico così come configurato dai nostri padri costituzionali, che tutela i diritti di ciascuno nel patto sociale che ci siamo dati. Allora chi si è battuto trent’anni fa per l’introduzione del codice di procedura penale di stampo accusatorio e vent’anni fa per la modifica conseguente dell’art. 111 della Costituzione, ha la responsabilità di aiutare 8i giovani a ritrovare il linguaggio delle libertà individuali, delle garanzie, dei pesi e dei contrappesi, a fronte della retorica populista che  in nome e per conto nostro, forte della investitura elettorale frutto di una colossale truffa delle etichette, vuole costruire una democrazia senza diritti.

*Avvocata- Cagliari

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Andrea Pubusa

Spara al ladro e lo uccide: aveva subito 38 furti e dormiva in azienda

Fredy Pacini spara al ladro e lo uccide, l’avvocato: “E’ stata legittima difesa, erano armati”

 ”Sono davvero al limite. Ho subìto 38 tra furti e tentativi di furto negli ultimi tempi. Sono davvero esasperato perché vivo un incubo da quattro anni. Nel 2014 ho subìto sette furti e ho deciso di traslocare. Ho una casa in paese, a Monte San Savino, dove vive il resto della mia famiglia. Ma io vivo praticamente dentro al negozio, per il terrore dei ladri. La mia vita è stata stravolta: non esistono ferie, non ci sono vacanze. Ed è dura tanto per me, quanto per i miei familiari“. Questo il racconto di Fredy Pacini, 57 anni, che la notte scorsa, pistola alla mano, quando ha intravisto due sagome aggirarsi all’interno del locale, ha sparato. Cinque volte, con un’arma regolarmente detenuta. Uno dei ladri, Vitalie Tonjoc, 29enne moldavo, è stato raggiunto alle gambe da due proiettili: uno all’altezza del ginocchio e l’altro più in alto, sulla coscia. Non si sa se sia morto per la recisione dell’arteria femorale o perché ha battuto la testa al suolo.
Questa la notizia. Si scatenano i commenti giuridi e politici. Molti, nella vicenda, trovano motivi di conferma della necessità di un inasprimento della disciplina sulla legittima difesa. Il fatto sembra però provare il contrario.
Com’è noto la legittima difesa esiste quanto il mondo e si fonda sull’idea alementare che la difesa, se è proporzionata all’offesa, scrimina, ossia esclude il reato. Può esserci anche eccesso nella legittima difesa quando questa è eccessiva rispetto all’offesa. Ora, nel caso di Pacini, se risulta confermato che ha sparato alle gambe, non pare si possa parlare di eccesso perché l’azione (sparare alle gambe) è volta evidentemente ad impedire al ladro di proseguire nella sua azione, senza la volontà di ucciderlo.
Si obietta, ma intanto deve affrontare una procedura. D’accordo che è essa stessa una pena, tuttavia la pretesa di taluni di eliminare perfino le indagini non solo è scorretta giuridicamante, ma è irrazionale e impraticabile. Di fronte alla uccisione di un uomo o anche al ferimento, le indagini sono sempre necessarie. E il giudice - si badi - è la garanzia per tutti per chi si è difeso e per chi è stato colpito. Senza la giurisdizione torniamo al Far West. E questo non serve a nessuno, è imbarbarimento e basta. Costiturebbe poi violazione di elementari principi costituzionali, per cui solo parlarne è un’idiozia.
Quanto al turbamento della persona che vede estranei con armi o arnesi da scasso inrtodursi nella propria abitazione o proprietà, mi pare in re ipsa, come dicono i giuristi, ossia è ovvia. Solo il “texano dagli occhi di ghiaccio” rimane impassibile, di giorno e di notte, anche di fronte a una banda di aggressori. I comuni mortali no, hanno un turbamento e certo non possono rimanere fermi ad accertare minuziosamente “la fattispecie” prima di decidere come difendersi. Questo esame lo farà la magistratura, ma, nel valutare il caso nella sua dinamica, dovrà tenere in massimo conto conto proprio dello stato d’animo dell’aggredito. Dai precedenti, che vedono un numero limitatissimo di condanne, risulta che questa valutazione viene effettuata scrupolosamente dalla magistratura.
Rimane un punto: le spese di giudizio. Mi sembra ragionevole introdurre una norma che ponga le spese a carico dello Stato in caso di proscioglimento. Infatti, proprio questa vicenda, col povero Pacini condannato a presidiare notte e giorno il suo capannone, mostra il deficit di presenza statale. Il gommista doveva poter vivere normalmente, in tranquillità. Questo è compito precipuo delle forze dell’ordine. Quindi l’erario, accollandosi le spese di giudizio, non fa nient’altro che risarcire il malcapitato delle angosce e dei disagi conseguenti alla assenza dello Stato. A ben pensarci è ben poca cosa rispetto a quanto lo Stato risparmia lasciando irresponsabilmente soli i cittadini.
Detto questo, le forze democratiche devono responsabilmente fare una battaglia per la sicurezza, se necessario anche riformando la legislazione nello spirito della Costituzione. In mancanza, la giusta preoccupazione popolare alla ricerca di tranquillità sarà attratta dai Salvini di turno, con gravi scassi dei principi della civiltà giuridica.

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Fonte: Democrazia Oggi

Andrea Pubusa

Spara al ladro e lo uccide: aveva subito 38 furti e dormiva in azienda

Fredy Pacini spara al ladro e lo uccide, l’avvocato: “E’ stata legittima difesa, erano armati”

 ”Sono davvero al limite. Ho subìto 38 tra furti e tentativi di furto negli ultimi tempi. Sono davvero esasperato perché vivo un incubo da quattro anni. Nel 2014 ho subìto sette furti e ho deciso di traslocare. Ho una casa in paese, a Monte San Savino, dove vive il resto della mia famiglia. Ma io vivo praticamente dentro al negozio, per il terrore dei ladri. La mia vita è stata stravolta: non esistono ferie, non ci sono vacanze. Ed è dura tanto per me, quanto per i miei familiari“. Questo il racconto di Fredy Pacini, 57 anni, che la notte scorsa, pistola alla mano, quando ha intravisto due sagome aggirarsi all’interno del locale, ha sparato. Cinque volte, con un’arma regolarmente detenuta. Uno dei ladri, Vitalie Tonjoc, 29enne moldavo, è stato raggiunto alle gambe da due proiettili: uno all’altezza del ginocchio e l’altro più in alto, sulla coscia. Non si sa se sia morto per la recisione dell’arteria femorale o perché ha battuto la testa al suolo.
Questa la notizia. Si scatenano i commenti giuridici e politici. Molti, nella vicenda, trovano motivi di conferma della necessità di un inasprimento della disciplina sulla legittima difesa. Il fatto sembra però provare il contrario.
Com’è noto la legittima difesa esiste quanto il mondo e si fonda sull’idea elementare che la difesa, se è proporzionata all’offesa, scrimina, ossia esclude il reato. Può esserci anche eccesso nella legittima difesa quando questa è eccessiva rispetto all’offesa. Ora, nel caso di Pacini, se risulta confermato che ha sparato alle gambe, non pare si possa parlare di eccesso perché l’azione (sparare alle gambe) è volta evidentemente ad impedire al ladro di proseguire nella sua attivita’ criminosa, senza la volontà di ucciderlo.
Si obietta, ma intanto deve affrontare una procedura. D’accordo che è essa stessa una pena, tuttavia la pretesa di taluni di eliminare perfino le indagini non solo è scorretta giuridicamante, ma è irrazionale e impraticabile. Di fronte alla uccisione di un uomo o anche al ferimento, le indagini sono sempre necessarie. E il giudice - si badi - è la garanzia per tutti per chi si è difeso e per chi è stato colpito. Senza la giurisdizione torniamo al Far West. E questo non serve a nessuno, è imbarbarimento e basta. Costiturebbe poi violazione di elementari principi costituzionali, per cui solo parlarne è un’idiozia.
Quanto al turbamento della persona che vede estranei con armi o arnesi da scasso inrtodursi nella propria abitazione o proprietà, mi pare in re ipsa, come dicono i giuristi, ossia è ovvia. Solo il “texano dagli occhi di ghiaccio” rimane impassibile, di giorno e di notte, anche di fronte a una banda di aggressori. I comuni mortali no, hanno un turbamento e certo non possono rimanere fermi ad accertare minuziosamente “la fattispecie” prima di decidere come difendersi. Questo esame lo farà la magistratura, ma, nel valutare il caso nella sua dinamica, dovrà tenere in massimo conto proprio dello stato d’animo dell’aggredito. Dai precedenti, che vedono un numero limitatissimo di condanne, risulta che questa valutazione viene effettuata scrupolosamente dalla magistratura.
Rimane un punto: le spese di giudizio. Mi sembra ragionevole introdurre una norma che ponga le spese a carico dello Stato in caso di proscioglimento. Infatti, proprio questa vicenda, col povero Pacini condannato a presidiare notte e giorno il suo capannone, mostra il deficit di presenza statale. Il gommista doveva poter vivere normalmente, in tranquillità. Questo è compito precipuo delle forze dell’ordine. Quindi l’erario, accollandosi le spese di giudizio, non fa nient’altro che risarcire molto pazialmente il malcapitato delle angosce e dei disagi conseguenti alla assenza dello Stato. A ben pensarci è poca cosa rispetto a quanto lo Stato risparmia lasciando irresponsabilmente soli i cittadini.
Detto questo, le forze democratiche devono responsabilmente fare una battaglia per la sicurezza, se necessario anche riformando la legislazione nello spirito della Costituzione. In mancanza, la giusta preoccupazione popolare alla ricerca di tranquillità sarà attratta dai Salvini di turno, con gravi scassi dei principi della civiltà giuridica.

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Fonte: Democrazia Oggi

Gianfranco Sabattini

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Le liste e gli schieramenti si preparano alle elezioni regionali. Finora molte manovre, tante trame molta propaganda, ma poco programma. Pubblichiamo un intervento del Prof. Gianfranco Sabattini, che fa seguito ad altro sullo stesso tema[1], con lo scopo di offrire spunti programmatici per lo sviluppo della Sardegna. Ne seguiranno ovviamente altri sui temi istituzionali, su quelli economici e culturali.
Per agevolare la lettura abbiamo diviso lo scritto in tre parti. Nella prima è indicato il senso e i risultati generali della ricerca. Per chi voglia approfondire,
nella seconda e terza parte,il metodo e le specifiche considerazioni conclusive. 

Al volume Identità e Autonomia in Sardegna e Scozia[2], pubblicato nel 2013 a cura di Gianmario Demuro, Francesco Mola e Ilenia Ruggiu, contenente i risultati di un progetto di ricerca finanziato dalla Regione autonoma della Sardegna, ha fatto seguito, nel 2017, la pubblicazione di un nuovo volume che rappresenta la prosecuzione del primo, dal titolo “La specialità sarda alla prova della crisi economica globale”, curato da Giovanni Coinu, Gianmario Demuro e Francesco Mola. Anche di questo secondo volume, come del primo, il punto di partenza è stata un’indagine demoscopica, accompagnata dalle riflessioni di diversi autori sulle problematiche attualmente presentate dal problema della specialità ordinamentale di alcuni regioni.
Nel primo volume[3], l’indagine ha avuto lo scopo di accertare l’opinione dei sardi sulle riforme istituzionali “necessarie alla Sardegna per uscire dalla fase di transizione istituzionale in cui essa è venuta a trovarsi a partire dal 1999”, anno in cui è stata approvata la legge costituzionale n. 1/1999. Com’è noto, questa legge ha implicato lo “smarrimento” della specialità dell’autonomia della Regione sarda, comportando nell’opinione dei sardi il radicarsi della necessità di una riforma dello Statuto vigente; da qui la giustificazione di svolgere un’indagine statistica, che potesse essere d’aiuto nella formulazione di proposte in merito. Secondo i curatori, dai risultati dell’indagine sono emersi “dati molto netti e sorprendenti”, tra i quali, il più rilevante, è stato quello esprimente il senso di autonomia vissuto dai sardi che, reclamando maggiori poteri, valutano negativa la politica delle istituzioni regionali, giudicate incapaci “di rappresentare adeguatamente la specialità”.
Dalla prima indagine demoscopica era risultato che i sardi fossero orientati, quasi all’unanimità, nel denunciare una profonda percezione delle difficoltà dei politici e delle istituzioni regionali nel gestire l’autonomia. Secondo Gianmario Demuro, autore (oltre che curatore del libro) di uno dei testi che accompagnano il commento dei risultati dell’indagine, l’interpretazione che di essi, da un punto di vista giuridico e politico, poteva essere data, era che in Sardegna vi fosse “una forte rivendicazione di maggiore rappresentanza politica, da sempre il principale veicolo dell’identità e della specialità”, percepite e interiorizzate dai sardi in funzione della crescita economica e dello sviluppo qualitativo dell’Isola.
Tuttavia, la ricerca presentava il limite di non aver indagato sul come i sardi avrebbero desiderato porre rimedio alla loro sfiducia nei confronti della politica regionale e, in particolare, delle istituzioni regionali; la lacuna ha limitato fortemente lo scopo dell’indagine, ovvero la conoscenza dell’opinione dei sardi riguardo al modi in cui l’eventuale riforma dello Statuto vigente potesse consentire il ricupero potenziato della autonomia speciale della loro Regione. Ciò a supporto di una maggior tutela della propria identità, fondata sulla qualità di una crescita e di uno sviluppo che la distribuzione del potere decisionale fra le varie istituzioni, nelle quali si è sinora sostanziata l’autonomia, non ha saputo assicurare. Ai limiti della prima indagine ha posto rimedio la seconda, che costituisce, come si è detto, il punto di partenza del secondo volume sul problema della specialità della Sardegna.
Questa seconda indagine, infatti, è volta ad appurare quale sia l’opinione dei sardi circa la più conveniente riforma delle istituzioni regionali. I dati che da essa si ricavano risultano però coerenti con quelli della prima solo su un aspetto fondamentale, riguardante il modo di percepire il senso dell’autonomia speciale; rispetto agli altri aspetti indagati, invece, non si può non rilevare una certa contraddittorietà delle risposte fornite dalle due indagini.
L’aspetto riguardo al quale i sardi hanno mostrato un’alta coerenza è quello che investe direttamente i motivi della loro identità, quali quelli etnici e linguistici. Dalla prima indagine era risultato che, la rivendicazione della specialità regionale sancita nello Statuto non era necessariamente legata al fatto di essere nati in Sardegna, in quanto in maggioranza i sardi si sentivano portatori di una identità plurale, integrata nelle istituzioni in cui era “incarnata” l’autonomia: oltre che sardi, quindi, gli abitanti dell’Isola si sentivano italiani, europei e cittadini del mondo (con buona pace per tutti coloro da sempre impegnati ad invocare per il popolo sardo un modello identità non fondato sulla natura e qualità delle istituzioni). Ciò è confermato dalla seconda indagine, dalla quale risulta che la rivendicazione della specialità è basata, non tanto su pretese etnico-culturali, quanto piuttosto sulle peculiari condizioni economiche e sociali che caratterizzano la comunità regionale.
Dunque, dai dati emersi dall’ultima indagine, è risultato che, per i sardi, i problemi prioritari sono quelli di carattere economico-sociale e non quelli di carattere etnico-cultural-territoriale; ma è proprio sulle priorità degli interventi auspicati in nome della specialità che la seconda indagine demoscopica evidenzia le contraddizioni più gravi, destinate ad avere ripercussioni negative, in assenza di un approfondito dibattito culturale sulla questione di una possibile riforma dello Statuto regionale.

MODALITA’ DELLA RICERCA. L’indagine è stata condotta sulla base di un questionario (somministrato a un campione di 607 intervistati) strutturato in quattro sezioni, riguardanti, rispettivamente: profilo socio-demografico della popolazione; priorità d’intervento; atteggiamento dei sardi riguardo alla vita pubblica; distribuzione dei poteri nelle istituzioni. Le sezioni che maggiormente rilevano, rispetto all’atteggiamento dei sardi circa la rivendicazione della specialità e la struttura istituzionale con cui realizzare gli interventi, sono la seconda (riguardante le “priorità d’intervento”) e la quarta (riguardante la “distribuzione dei poteri nelle istituzioni”).
La sezione relativa alle priorità è stata la più corposa (costituita da 56 domande); agli intervistati è stato chiesto di esprimere la propria opinione sulle priorità d’intervento riferite ad otto settori: Identità e cultura, Economia, Lavoro, Trasporti e infrastrutture, Riforme e istituzioni, Ambiente e territorio, Welfare, Sicurezza. Con l’ultima domanda della sezione è stato chiesto agli intervistati di esprimere le loro preferenze, assegnando un punteggio in una scala da 1 (bassa priorità) a 10 (alta priorità). I risultati, sorprendentemente, sono stati i seguenti: massima priorità al Lavoro, seguito da Trasporti e infrastrutture, Economia, Sicurezza, Welfare, Ambiente e territorio; penultimo il settore Identità e cultura e ultimo (!), il settore Riforme e istituzioni.
Per quanto concerne la sezione relativa al settore riguardante la distribuzione dei poteri nella Regione, al fine di meglio interpretare il pensiero degli intervistati, si è fatto ricorso ad un’”analisi multivariata”, mediante l’applicazione della tecnica statistica della “Cluster analysis”, con la quale sono state rilevate le risposte di gruppi omogenei (rispetto ad età, titolo di studio, ecc.) dell’intero campione; questi i risultati: Anziani centralisti (22%); Giovani conservatori e sfiduciati (12%); Statalisti (30%); Adulti decentralizzatori (36%). Inaspettatamente, riguardo alla distribuzione del potere decisionale rispetto a quattro istituzioni di riferimento (Unione Europea, Stato, Regione, Comuni), l’atteggiamento dei sardi è risultato contraddittorio rispetto alle manifestazioni d’interesse al rilancio della specialità autonomistica della loro Regione. Solo il gruppo degli Adulti decentralizzatori (36%) ha presentato una forte presenza di soggetti che vorrebbero un aumento dei poteri assegnati ai Comuni (senza specificare se amministrativa o di altra natura); pochi, invece, sono stati quelli che hanno espresso il desiderio di conservare lo status quo nella distribuzione dei poteri tra i quattro livelli istituzionali di riferimento.
Rispetto alla distribuzione dei poteri delle istituzioni, tutti gli altri gruppi (Anziani centralisti, Giovani conservatori e sfiduciati, Statalisti), per un totale pari al 65% del campione, hanno espresso una sostanziale indifferenza, se non la loro contrarietà, al cambiamento dello status quo istituzionale: gli Anziani centralisti si sono espressi in pro di un aumento dei poteri dell’Unione Europea e dello Stato; i Giovani conservatori e sfiduciati hanno manifestato un forte sentimento di indifferenza, in quanto propensi a lasciare le cose così come stanno; gli Statalisti hanno espresso un’opinione propensa ad assegnare maggiori poteri allo Stato.
RISULTATI E CONCLUSIONI. Di fronte a questi risultati, concernenti il senso che i sardi hanno interiorizzato rispetto al tema della specialità dei poteri autonomistici della propria Regione, come si può giustificare l’impegno profuso da minoranze estreme, nel proporre, addirittura, riforme della Costituzione italiana e dello Statuto sardo a difesa dell’autonomia speciale regionale, in funzione di profili identitari etno-linguistici-territoriali? L’evidente contraddizione può essere compresa solo se si considera, come afferma Roberto Toniatti (in “Le vie della democrazia partecipativa per la legittimazione delle autonomie speciali”), quanto problematica sia oggi la difesa delle autonomie speciali regionali e determinante il fatto che tale categoria giuridica corrisponda “ad una ininterrotta auto-percezione da parte di chi vi vive ed opera dall’interno”, in funzione però della soluzione dei problemi maggiormente avvertiti.
Se la conduzione di un’indagine statistica può rappresentare il mezzo per acquisire materiali conoscitivi sufficienti per poter procedere ad un’opera di rinnovamento delle istituzioni regionali più rispondenti alle priorità d’intervento espresse dagli intervistati, occorre però tener conto dell’atteggiamento prevalente dei sardi rispetto all’opera di rinnovamento dell’assetto istituzionale regionale; ciò è tanto più importante, se si considera che il riconoscimento della specialità è oggi fortemente contestato da parte di chi ritiene che le forme differenziate di autogoverno regionale siano ormai superate e, nella fase economica attuale, costituiscano una fonte di sprechi e di inefficienze. La critica al riconoscimento della condizione giuridica della specialità autonomistica ha infatti favorito - come afferma Roberto Louvin in “La sostenibilità dei regimi speciali di autonomia” – la formazione di due “opposte visioni di futuro”, dalle quali i sardi, stando alle indicazioni sulle priorità emerse dall’indagine statistica, dovranno difendersi.
Da un lato, essi sono chiamati a “lottare” contro una “concezione a-territoriale delle autonomie”, che tende ad assumere la forma di una pretesa, da parte degli organi centrali dello Stato, di plasmare a loro piacimento le istituzioni territoriali, spesso ammantando la pretesa con la presunzione che sia l’Europa a chiederlo. Dall’altro lato, i sardi dovranno “lottare” anche contro la concezione opposta di una difesa della specialità sulla base di pretese solo ideologiche e aprioristiche.
La pretesa di salvaguardare la specialità autonomistica sulla base di profili etnico-linguistici-territoriali prefigurerebbe per la Sardigna il rischio che la specialità autonomistica arrivi a tradursi in una “prigionia identitaria”, cioè in una vera e propria “autonomia sequestrata”, in cui le classi politiche e le élite amministrative possono continuare a gestire “il regime di autonomia come affare loro […], ampliando indebitamente la sfera dei loro privilegi e provocando un enorme danno d’immagine alle comunità che dovrebbero invece servire”. Questa situazione riflette in pieno il senso negativo del parere espresso dal gruppo degli Adulti decentralizzatori, i quali, pur favorevoli in maggioranza ad aumentare i poteri dei Comuni, sembrano orientati a soddisfare il desiderio delle élite politico-amministrative comunali di acquisire privilegi “particulari”, piuttosto che cercare maggiori possibilità di servire le comunità locali.
Stando così le cose, considerato che entrambe le concezioni descritte sono negative per riproporre una specialità autonomistica dell’Isola all’altezza dei problemi più avvertiti da tutti coloro che vi abitano, è d’interesse vitale contrastare la doppia deriva ideologica che tende o a giustificare la soppressione del regime giuridico della specialità, oppure a relegarlo nell’orizzonte esclusivo del passato. E’ necessario quindi, una mobilitazione, oltre che sul piano politico, anche su quello culturale, al fine di fare prevalere nei sardi il convincimento che le priorità d’intervento da loro indicate possono essere soddisfatte solo attraverso una più consona ridistribuzione dei poteri delle istituzioni regionali; una ridistribuzione che, come afferma Gian Giacomo Ortu in “L’intelligenza dell’autonomia. Teorie e pratiche in Sardegna”, consenta di anticipare “pratiche federaliste”, nella prospettiva di una futura riorganizzazione in senso federalistico di tutti i livelli istituzionali ai quali fa riferimento l’indagine demoscopica condotta per appurare l’atteggiamento dei sardi rispetto alla specialità ordinamentale della propria Regione.
La mobilitazione politico-culturale dovrà perseguire l’obiettivo di diffondere e di radicare nella coscienza dei sardi il convincimento che le priorità d’intervento da loro espresse possono essere perseguite solo attraverso una crescita stabile dell’area regionale ed uno sviluppo più equo e diffuso a livello territoriale, da realizzarsi con una riforma dello Statuto in grado di coinvolgere nei processi decisionali le comunità locali, attraverso una più appropriata organizzazione dell’Istituto regionale; dovrà trattarsi di un’organizzazione in grado di consentire la sottrazione dell’intera comunità regionale all’inefficienza istituzionale venutasi a creare dopo l’adozione, nel 2016, da parte della Regione, di un ordinamento degli enti locali del tutto inadeguato.
Il nuovo ordinamento delle autonomie locali, a parte l’Area metropolitana di Cagliari, continua a subire gli esiti negativi del centralismo della Regione nel governo del territorio, attraverso strumenti di programmazione della politica regionale che lasciano poco spazio alle autonomie locali, riordinate recentemente sulla base di “Unioni di Comuni”. La nuova legge non prevede per i nuovi enti locali alcuna possibilità di partecipazione alla definizione della politica di crescita e sviluppo delle loro aree; sulla base di un presunto dimensionamento territoriale ottimale dei nuovi enti, essa si è infatti limitata a perseguire un più razionale esercizio delle competenze amministrative, riducendo il loro potere di iniziativa alla stipula di convenzioni tra i vari Comuni ricadenti all’interno delle nuove circoscrizioni territoriali, in funzione dell’esercizio congiunto dei servizi di loro competenza.
Il superamento di questa situazione non può che essere una riforma della struttura dell’Istituto regionale adatta a rimuovere i due grandi limiti che hanno bloccato la crescita e lo sviluppo della Sardegna, quali l’inefficienza delle istituzioni locali e la mancanza di una loro adeguata autonomia decisionale per la progettazione e l’attuazione di interventi conformi alle priorità emerse dall’indagine demoscopica della quale sono stati illustrati i risultati.
Allo stato attuale, perciò, rispetto al passato, la discontinuità dell’organizzazione istituzionale della Sardegna può essere realizzata solo attraverso un decentramento degli strumenti di programmazione della politica regionale, che garantisca la partecipazione delle società civili locali alla formulazione delle scelte per la promozione della crescita e dello sviluppo dei loro territori; la “discontinuità”, in questa prospettiva di riforma istituzionale, dovrà essere il risultato di una limitazione dell’esercizio del potere a livello regionale solo allo svolgimento di una funzione di coordinamento e di indirizzo delle scelte locali, ponendo termine all’esercizio di una politica attiva che sinora non ha mai risposto alle attese delle comunità locali.
Per la realizzazione di una riforma dell’Istituto regionale secondo le linee indicate, occorrerà che la revisione dello Statuto vigente sia realizzata nel segno del superamento del centralismo decisionale sinora privilegiato; motivo, questo, che è alla base della percezione, da parte della popolazione sarda, dei limiti con cui i politici e le istituzioni regionali hanno fino ad ora rappresentato e gestito l’autonomia istituzionale.
Come afferma Gianmario Demuro nelle sue “Conclusioni” sui risultati dell’indagine demoscopica e sui commenti degli autori che hanno contribuito all’allestimento del volume recentemente pubblicato, il futuro dei sardi dipenderà da ciò che essi saranno capaci di realizzare, maturando e approfondendo però il convincimento - è il caso di aggiungere - che l’unico modo per salvaguardare e potenziare l’autonomia speciale finora riconosciuta, consiste nell’evitare che essa sia associata ai risultati fallimentari del passato; risultati che sono, forse, all’origine della presenza nella popolazione sarda del consistente gruppo di Statalisti e dell’indifferenza di un non trascurabile gruppo di Giovani conservatori e sfiduciati, il cui atteggiamento, assieme a quello dei primi, non è certo positivo nei confronti di una possibile riforma delle istituzioni regionali che sia più conforme alle prevalenti priorità di intervento emerse dall’indagine demoscopica.

References

  1. ^ ad altro sullo stesso tema (www.democraziaoggi.it)
  2. ^ Identità e Autonomia in Sardegna e Scozia (www.democraziaoggi.it)
  3. ^ primo volume (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi





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