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il Fatto Quotidiano, 1 Febbraio 2019.  Banfi o non Banfi, l’Unesco è un ente serio: a giugno la conferenza annuale a Baku dovrà decidere se annoverare Venezia tra i “Patrimoni dell’Umanità in pericolo” (insieme ad Aleppo e Leptis Magna) per il mancato rispetto delle raccomandazioni esposte in un denso studio del 2015, degno emulo del Rapporto Unesco su Venezia uscito giusto 50 anni fa. In tempi recenti, Vienna e Liverpool sono state retrocesse per molto meno, per singoli progetti edilizi discutibili: a Venezia, è tutta la gestione della città ad andare nel senso sbagliato, come denunciano in un imminente e-book Giuseppe Tattara, Roberta Bartoloni, Gianni Fabbri e Franco Migliorini, autori anche di un libretto dal titolo Governare il turismo.

Proprio sul turismo, l’amministrazione Brugnaro sembra voler far cassa e confondere le acque: la “tassa di sbarco”, da applicare chissà come ai singoli avventori, mentre si poteva semmai agire sulle agenzie e sui gruppi; le campagne di manifesti per il decoro urbano e i tornelli giù dal ponte di Calatrava, del tutto inefficaci; altri 9.000 posti-letto nuovi di zecca a Mestre, che vanno ad aggiungersi ai 7.500 già esistenti e ai 37.500 complessivi (a spanne) della città storica. Si poteva intraprendere invece una regolamentazione (anche di Airbnb) come a Parigi, Barcellona, Amsterdam, e varare un sistema di prenotazioni gratuito online atto a contenere gli escursionisti giornalieri, che sono ormai i 2/3 dei visitatori e costano più di quanto rendano.

Intanto, continuano i cambi di destinazione d’uso degli immobili (pratica deleteria iniziata con le giunte Cacciari degli anni 90); più del 70% degli acquisti di case a Venezia sono fatti da non residenti (muoiono così i negozi di vicinato, intere aree della città si spopolano e si dimezzano i posti-letto all’ospedale); vengono osteggiate le esperienze associative dal basso, come la colletta per una gestione condivisa dell’isola di Poveglia o la co-gestione partecipata dell’ex teatro anatomico della Vida in Campo San Giacomo (in quest’ultimo caso, lo sgombero è addirittura avvenuto con la forza pubblica contro artisti e passeggini).

Peggio va per le arie (inquinate quanto quelle di Padova) e soprattutto per le acque: al Lido si posa l’ultima paratoia del Mose (assurdo mastodonte che, come la stessa Unesco ventila, si rivelerà inutile a fronte dell’innalzamento dei mari), nei canali si fa ben poco per regolare la velocità dei natanti a motore (pochissime le multe) e in Laguna si tengono le Grandi Navi, che da anni continuano a passare dinanzi a Palazzo Ducale in spregio alle dichiarazioni dei politici e – così un dettagliato studio di Tattara – alla stessa convenienza economica della città.

Ora le si vuole dirottare nella prima zona industriale di Marghera (un luogo, per inciso, tutto da bonificare, prima di una fantomatica “riconversione”), facendole passare nel Canale dei Petroli e nel Canale Vittorio Emanuele III, i quali andranno entrambi scavati fino ad arrivare a 260 metri di ampiezza, e consolidati con argini di pietra solidi e irreversibili. Una decisione, questa, che, oltre a generare prevedibili difficoltà di ingorgo e rischi di collisione con le navi merci, taglierà definitivamente in due la Laguna asportando 7-8 milioni di metri cubi di sedimenti e approfondendo i noti e riconosciuti danni idrogeologici causati dagli scavi dei canali degli anni 60.

Secondo Stefano Boato, per anni anima della Commissione di Salvaguardia, le delibere comunali in questo senso (al pari di quelle che varano la seconda pista dell’aeroporto di Tessera, tramite l’interramento di pezzi di Laguna) sarebbero senza mezzi termini illegittime (pare che lo stesso ministro Costa abbia chiesto chiarimenti): di certo, il dossier Unesco del 2015 chiedeva l’opposto.

A oggi manca ancora il Piano morfologico della Laguna richiesto a gran voce dall’Unesco: nel 2018 la Commissione Vas ministeriale ha bocciato quello partorito dal Corila (l’apposito organo del Consorzio Venezia Nuova, travolto dallo scandalo Mose ma recentemente rifinanziato e di nuovo pronto a elargire i suoi denari a università e centri studi), le cui mostruosità furono denunciate, per tempo e nel dettaglio, da Italia Nostra e dalla sua presidente Lidia Fersuoch.

Per le Grandi Navi una prima soluzione – ventilata dallo stesso rapporto Unesco del 2015 – ci sarebbe: la creazione di un apposito terminal off-shore, auspicato da anni dai veneziani più avveduti sulla base di dettagliati progetti che hanno avuto anche l’assenso della commissione Via.

In uno scenario che assomiglia a quello prefigurato da Vittorio Gregotti vent’anni fa (“gestire la ricca decadenza come fenomeno turistico”), scompare la Repubblica fondata sul rispetto e il governo delle sue acque e sulla gestione sapiente delle problematiche sociali; sembra non si voglia cogliere l’opportunità di creare (decisivo, in questo senso, il destino ancora incerto dell’Arsenale) una nuova “città della conoscenza” che non si risolva nella portaerei della Biennale ma porti ricercatori e studiosi di mare, di arte, di lingue, di futuro a stabilirsi qui per periodi medio-lunghi, ridando fiato a una residenzialità che non sia d’assalto.

È questo il sogno che ancora tenacemente coltiva, dalla sua casa di Campo Santa Margherita, uno dei massimi urbanisti italiani, il novantenne Edoardo Salzano, animatore del prezioso sito eddyburg.it e protagonista delle pagine finali, e più commoventi, di Non è triste Venezia di Francesco Erbani (Manni 2018).

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Oggi dibattito sul caso RWM. Il 20 udienza al TAR

13 Febbraio 2019
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Oggi

13-febb-19-mem
- La pagina fb dell’iniziativa[2].
Introduce: Carlo Bellisai (Portavoce Tavola Sarda della Pace)
Dialogheranno: Francesco Vignarca (Coordinatore nazionale Rete Italiana per il Disarmo) e Franco Uda (Portavoce Tavola Sarda della Pace e Coordinamento nazionale Rete della Pace)
Coordinati da Piero Loi (Giornalista).
Durante la serata sono previsti gli interventi artistici di:
Elena Ledda e Mauro Palmas
e
Teatro Nonviolento Theandric
[segue]
Negli ultimi tre decenni l’investimento complessivo nella cooperazione internazionale è stato più di dieci volte inferiore alle spese militari. Come si può mantenere la pace nel mondo con una sproporzione tale di risorse?
Nella situazione attuale, caratterizzata da episodi di xenofobia e violenza, dalla costruzione di nuovi muri e barriere, è in atto una nuova corsa agli armamenti, alimentata dalle tante guerre locali e dai numerosi conflitti mai sopiti per la supremazia economica e politica, pronti a sfociare in nuovi scontri armati. Assistiamo così alla riduzione generale dei diritti e, in numerosi contesti, ad una vera negazione dei diritti umani fondamentali, nient’altro che lo specchio della militarizzazione dei rapporti internazionali, benché le comuni e crescenti emergenze mondiali, come quella climatica o quella della fame, reclamino un approccio pacifico e solidale.
L’Italia non è fra i Paesi firmatari della risoluzione ONU sulla messa al bando delle armi nucleari, né ha aderito all’embargo contro la vendita di armi all’Arabia Saudita, proposto e accolto da diversi Stati membri dell’Unione Europea.
Siamo in ritardo, in Sardegna ancor più, considerato che dal nostro territorio partono gli ordigni responsabili del massacro della popolazione yemenita.
Per questo è indispensabile potenziare l’intervento sulla scena politica locale e globale della società civile e dei movimenti per la pace, per i diritti umani e per un modello di sviluppo equo ed ecologicamente sostenibile.

References

  1. ^ Nessun commento (www.democraziaoggi.it)
  2. ^ La pagina fb dell’iniziativa (www.facebook.com)

Fonte: Democrazia Oggi

 Francesco Casula

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 (Michele Podda)

L’altro giorno, all’improvviso, senza preannuncio, una bella sorpresa, ecco che viene a trovarmi in studio Michele Podda. Viene col suo sorriso mite e amichevole e con un dono prezioso: un suo “libritu” fresco di stampa (Su sardu  totunu, ed Carta 29 -L’uva , scritto in sardo con traduzione a fronte in italiano, molto interessante. Michele è un poeta e uno scrittore e, nella sua cordialità,  mi ha ricordato un altro poeta e scrittore Cicitu Masala. Che sia l’amore per il sardo che, fra i tanti benefici, porta in sè anche la cortesia e la gentilezza?
Ecco ora la prefazione al libro di Francesco Casula.

Prefazione
Michele Podda, ollolaese, una vita dedicata all’insegnamento, con qualche scorribanda e incursione nella politica e nell’Amministrazione locale – è stato fra l’altro sindaco del suo paese –, fin dagli anni ’70 coltiva lo studio della lingua sarda. E scrive poesie. Sempre in sardo. Anzi: è valente poeta, plurivincitore di molti Premi letterari. Nonostante lui si schernisca definendosi, con modestia, “rimatore”.
Ora ci sorprende. E ci delizia. Regalandoci questo interessante e utilissimo pamphlet sulla politica linguistica in Sardegna: insieme di denuncia e di proposta. Con una precisa pars destruens e una costruens. L’una e l’altra si possono condividere o meno. Certo è che pone cocenti e ineludibili problemi e questioni, se vogliamo “salvare” la lingua sarda ormai, secondo Podda alla “morienza”: L’afferma, in modo apodittico fin dalla premessa: la lingua sarda sta morendo definitivamente.
La critica, corrosiva e, talvolta impietosa, è rivolta a più parti e a soggetti plurimi: ai politici, frimos in sa dipendentzia dae s’Italia in totu, puru in sa limba, alla Regione sarda, agli stessi studiosi e intellettuali. Vengono accusati di pressapochismo e di superficialità. E di troppa fretta: specie i burolinguisti. Che hanno massacrato la vera lingua sarda parlata da tutti i sardi con lo scopo   di poterla utilizzare subito in contesti nuovi e inadatti quali sono quelli culturali e burocratici, piegandola in modo forzato e ottuso a modi e forme che non le appartengono.
Gli strali sono rivolti in modo particolare contro  la LSC (Limba sarda comuna), che at pesadu unu bulluzu de s’ateru mundu. Perché la legge bona de sé, no s’at tiradu su bonu cherrer de medas sardos.
E contro sos ofitzios de sa limba sarda: composti da giovani a bortas puru bolontadosos e capassos, ma messi lì a pistar abba e a moler bentu…est dinare perdiu.
La critica potrebbe sembrare ingenerosa, anche perché, per quattro soldi, molti di questi giovani fanno un lavoro importante.
Ma Podda precisa: non pro curpa issoro, ma de chie l’at cumandau e los at postos a fagher.
Il reato di cui vengono imputati i burolinguisti? Aver ridotto il Sardo a italianu porcheddinu. Ti sembra Sardo, si chiede Podda, disponimentu, ispetaculu, contribbutu? O è italiano con qualche “s” o “u”? Dunque, unu sardu burdu?
Semus istropiande sa limba sarda – annota amaramente Michele – cun s’italianu o ateras limbas de foras.
Ma no est solu sas allegas italianas, chi dan malicore a sa limba nostra, est puru sa manera de las ponner paris, a sa moda italiana chi faghet dannu.
Infatti per “Improvviso” scriviamo “A s’improvisu” e non “Totu in unu”; per “Tutto il giorno” “Tota sa die” e non “A die intrea” ecc.
Al !”Che fare” all’ite fagher tando, risponde con proposte precise e analitiche: intanto iniziando a collire totu sa limba. In cada bidda. Cun pessones capassas. Cun chircadores bene istruios.Cun zente manna. E con la supervisione di una cumissione de espertos de limba.
E’ infatti urgente l’esigenza di tornare a sa limba “de su connotu”, a totu su sardu, de donzi parte de Sardinna, de totu sos sardos. Solu gai sa limba podet mantenner totu sa bellesa chi tenet, cun ditzos, modos de narrer, allegas e paraulas e fueddos de cada zenia, chi sun una richesa de non perder mai.
Ma non basta.
Puru sos ditzionarios si depen illimpiare dae totu s’italianu chi jughen intritziu in mesu, cumente erba mala, chi si che pitzigat e si che tirat su sutzu bonu, ochidende sa limba nostra.
Per cuncruire l’Autore fa una proposta netta e inquivocabile: una leze chi ponet sa limba sarda de obrigu in s’iscola, nessi duas oras a chida totue, dae s’iscola prus minore a sa prus manna.
E’ il vecchio sogno di Cicitu Masala, il nostro più grande poeta e scrittore etnico che, soprattutto negli ultimi anni, quasi in modo ossessivo ripeteva che senza l’introduzione del sardo a scuola, come materia curriculare, la nostra lingua è destinata ineluttabilmente a estinguersi. E se muore la nostra lingua, muore anche il popolo sardo. Perché – cito ancora Masala –  “a unu populu nche li podes moer totu e sighit a bivere ma si nche li moes sa limba si nche morit”.
In ciò converge totalmente Michele Podda quando scrive: Depimus pessare a su bene nostru prus galanu, prus securu chi abbarrat pro semper. Si rennessimus a fagher custu, de sarvare sa limba nostra an a esser cuntentos sos sardos de s’antigoriu, sos de sos nuraghes, sos chi sun mortos gherrande contra inemigos de cada zenia, sos chi an mantesu sa sardidade contra a sos italianos de prima e de como, contra a custos chi sun sos prus traitores de totus, ca no che l’an belle segada sa limba.
Bolontade a sarvare sa limba pro sarvare sa zente, ca si no paris cun sa limba no che pigan puru su restu, cumente an semper fatu e sun faghende puru oe prus de prima. A ùrtimu no che pican puru sa terra, su mare e sas agheras. Si mantenimus sa limba non poden facher su chi cheren issos, ca rennessimus a nos poderare e a los torrare in secus…
In “Su sardu totunu” c’è tutto questo: ma anche molto altro. Per questo occorre leggerlo e rileggerlo. Quasi abitarlo. Per capirlo fino in fondo.
Ci sono persino pagine esilaranti. Con “Gli uovi freschi” o “Le fiche pronte e mature”.
Ci sono secchi e fulminanti lacerti socio-antropologici per spiegare il perché del “rifiuto” del sardo: straordinari, da questo punto di vista, i passi in cui l’Autore ricorda frammenti di vita della madre gherrande cun sete o oto fizos, impadeddande cada die, sapunande in su sapunadorzu a cofas de roba, movende s’arregore a tiros de matzola…o del padre, ispentumau in mesu de baddes e de montes, semper solu cun su bestiamene, o sanu o malaidu a pesare a murgher a manzanu prima de arbescher, e faghende casu e recotu e ponende unu tzantzi de ortu, e gherrande cun porcos, a che tirare carchi cosa puru dae cue…
Come dire: si rifiuta il sardo perché identificato con la fatica, la povertà, la vita dura dei nostri genitori e dei nostri paesi: bida chi non pariat bida.

Ecco ora una poesia di Michele

 

 

 

Bandu acoradu pro mantenner sardu

nebid’in limba e in sos tzelembros,

coment’a dimustradu chin sos membros,

eroicu valore in donzi azardu.

 

Bandu pro chie cheret in labia

versos chi fatan sa mantessi rima,

isburrende s’istoria cun s’istima

chi sirigheit in terra nadia.

 

Bandu pro chie cheret faeddare

limba sutzada paris cun colostra,

acussorzada in donzi vena nostra;

chi deet solu natura modellare. Altana

         x         x         x

Limba sarda campadora

 

Die bona non t’as a bider mai
limba sarda istimada moribunda,
da continente est arribada un’unda
chi, tenta a tzugu, t’est ochinde jai,
prenèndeti sa buca est azumai
s’italianu, che una pedra tunda;
non bi campas pius abbisu meu,
morzende ti nde ses, non cherzat Deu!.

Ite bellesa su chistionare
a sa moda de donzi biddighedda
de donzi tzitadina, manna o dedda,
chi duas non bi nd’at a un’andare!
Si las cheres istrocher e brullare
tando donz’una pìgala e faedda,
totue issa t’alligrat su coro,
Gaddura, Campidanu o Logudoro.

A l’ischis ite narat calicunu?
“Sos sardos non si cumprenden a pare”!
Chi morzat e non torret a pesare
cumente est beru chi su sardu est unu!
Pro cussu non cherimus chi niunu
si ponzat limba noa a imbentare;
a chie cheret l’agatat totue,
si no bi la naramus deo e tue.

No! Non ti moris, ca non ti lassamus
a ti ghetare a terra s’inimigu,
cussu chi paret bellu che isprigu
non binchet, ca sas trassas li ogamus,
fronte a s’italianu li paramus
ponende su limbazu nostru antigu;
si podimus mantenner issu fora
tue torras in trassa, campadora.

(Segnalazione “Cuncambias 2009” S. Sperate)

Fonte: Democrazia Oggi

 Red

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Le critiche al reddito di cittadinanza, senza ammetterne la positività generale e specifica, sono diffuse e provvengono anche dalle parti più impensate. Pià che una opposizione alla misura sembra un pregiudiziale attacco al M5S.  Il Manifesto, ad esempio, si distingue nel benaltrismo anti-M5S su tanti temi. Sul reddito di cittadinanza ne sono prova gli articoli di Roberto Ciccarelli. In un articolo dei giorni scorsi giunge a dire che “il reddito di cittadinanza è contro la povertà, ma colpisce gli esclusi“.  E perché tanta malvagità? Anzitutto, “il requisito di residenza in Italia da almeno dieci anni, di cui gli ultimi due consecutivi è incostituzionale e iniquo perché esclude le persone straniere regolarmente presenti in Italia; i senza dimora, a prescindere dal fatto che siano o meno cittadini italiani; i possibili immigrati italiani residenti all’estero e di ritorno in Italia“. Non sfuggirà al giornalista che c’è stato e c’è un attacco massiccio per la estensione del beneficio ai non italiani. Dunque, i difetti o le lacune lamentate da Ciccarelli sono il prezzo - come spesso accade nelle votazioni - per far passare i benefici a favore di tutti gli altri. Quindi l’impostazione dovrebbe essere rovesciata, e cioè affermare che il reddito di cittadinanza beneficia molti poveri e per gli esclusi ci sono nell’ordinamento altri rimedi. Ad esempio la Consulta, che, investita della questione, può trarre dalla Carta una integrazione alla disciplina vigente, nella parte in cui non include i soggetti segnalati da Ceccarelli. Sono sentenze che spesso la Corte costituzionale adotta, desumendo la disciplina direttamente dalla Costituzione.
La questione riguarda, ad esempio, anche i motivi umanitari per i migranti, come ha detto in un parere la Corte dei conti e dicono molti costituzionalisti.
Ciccarelli lamenta poi la probabile incapienza delle risorse stanziate. Queste “risultano, ad un’analisi più dettagliata, incapaci di coprire l’intera platea dei poveri assoluti (4,9 milioni per il governo Lega-Cinque Stelle; tra i 2,4 e i 2,7 milioni per Inps e Istat) che hanno un reddito Isee inferiore ai 9.360 euro. Avendo mantenuto il tetto massimale di 780 euro, determinato sulla base del 60% de reddito mediano netto italiano da cui detrarre la differenza del valore del patrimonio e dei redditi a disposizione dei richiedenti, il sussidio rischia di penalizzare i nuclei familiari numerosi, i soggetti più colpiti dalla povertà in nome dei quali il governo sostiene di avere istituito questa misura. Secondo Giuseppe Pisauro, presidente dell’ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ascoltato ieri dalla commissione bilancio del Senato, la «scala di equivalenza»prevista è concepita male: «Se il beneficio per un single è di 3.423 euro, per una famiglia con più di 4 componenti scende a 1864 euro a persona». Sviluppando la logica del workfare, l’Upb dubita della credibilità dei meccanismi coercitivi ipotizzati dal governo: «Se non fossero stringenti il rischio sarebbe un aumento della spesa per 2 miliardi».
Benissimo, prendiamo per buona questa osservazione. Pone il problema di rivedere la disciplina, ma non ne inficia la bontà di base. O no? Era meglio fare come prima, che nulla (o molto meno) era stato previsto per le fasce in povertà? O è preferibile far qualcosa seppure da perfezionare e migliorare? Per il Manifesto sembra meglio fare come prima.
Ciccarelli giunge così al paradosso, questo sì sorprendente, di ritenere che un provvedimento che sviluppa l’art. 38 della Cost., perché - a suo dire  - lo fa parzialmente e con lacune, costituisca una lesione dei diritti costituzionali delle persone residenti in Italia e rechi un  danno economico.
Poi il giornalista fa proprie le paure di Tito Boeri, e cioé che c’è il rischio che l’INPS, incapace dei controlli, sia “costretto a chiedere la restituzione di cifre fino a 10 mila euro, dopo averli riconosciuti, ad almeno 100 mila nuclei” che li hanno presi indebitamente. Certo, questo è un problema, ma non è motivo per non adottare la misura per temperare la povertà.
Poi, l’altro refrain: il provvedimento di contrasto alla povertà, basato sullo scambio tra sussidio pubblico e obbligo al lavoro (8 ore gratuite a settimana, tra l’altro), genererà esclusioni e diseguaglianze.  Un “impressionante elenco di ingiustizie, e fondate anomalie“, cui si aggiunge  il problema dei «navigator», 4 mila nuovi precari assunti dall’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro (Anpal) con un contratto «co.co.co.» per i due anni. Solitamente queste situazioni inducono gli interessati e i sindacati all’iniziativa per la formazione e stabilizzazione. E questa mi pare una buona occasione per i 4 mila giovani, anziché una penalizzazione. Fra l’altro, siccome ci sono anche “gli attuali 654 precari dell’Anpal“  e il lavoro è “molto complesso“, sarà più razionale stabilizzarli.
Il Manifesto fa infine propria la preoccupazione della Caritas. Teme la possibilità di una «marginalizzazione del ruolo delle Regioni e degli enti locali», oltre che «dei soggetti sociali e il volontariato», «fondamentali nella costruzione di una rete di supporto alle condizioni di vulnerabilità». Anche qui forse sarebbe bene ricordare che la Caritas preferisce ai diritti riconosciuti dalla Stato, la carità offerta suo tramite ai poveri con risorse pubbliche.
Al coro delle critiche non poteva mancare il garante della privacy, l’orgolese Antonello Soro. L’Autorità Garante della Privacy non entra nella valutazione della validità del sussidio (non può farlo), ma avanza perplessità sulla “disposizione che attribuisce agli operatori dei centri per l’impiego e dei servizi comunali la funzione di monitoraggio dei consumi e dei comportamenti dei beneficiari”. Chiedo ad Antonello: è meglio “monitorare” che qualche vecchio di Orgosolo abbia qualcosa in più da mangiare o lasciare che, nella sua privacy assoluta, tiri la cinghia? E lo stesso chiedo al CAF, patronato CGIL di Cagliari. Un tempo la CGIL e il PCI lottavano per il “pane e il lavoro“. Oggi, con slogans più moderni, dovrebbe farsi lo stesso: “condizioni di vita dignitose e lavoro“. Invece, per il CAF lo slogan sembra la “privacy prima di tutto!” Certo, c’è tanto da limare nel Reddito di cittadinanza, ma se, in attuazione dell’art. 38 Cost., attenua le penurie dei bisognosi, mi pare ragionevole sostenerlo. Poi, certamente, chiediamo anche altro, il lavoro anzitutto e anche la privacy.
Di fronte a tutto questo non c’è da meravigliarsi se Vito Crimi (M5S) ha accusato i sindacati di essere rimasti «in silenzio» «mentre si svendevano i diritti di tutti». Forse è esagerato. Certo è che scioperi contro le misure “lacrime e sangue” del governo Renzi non se ne sono visti, mentre ora si va contro misure a favore, per quanto manchevoli e perfettibili. Bene la lotta dei sindacati. Ci mancherebbe! Ma bisogna non è che ci voglia aggiustatina del tiro?

Fonte: Democrazia Oggi

Torno oggi su un tema mai abbastanza dibattuto: la mancanza di manutenzione, anche modesta, nei giardini e parchi pubblici. Non parlo della gestione ordinaria, cioè innaffiamento, pulitura, piccole potature eccetera, nei dei grandi interventi straordinari, ma proprio di manutenzione, tesa a mantenere le qualità del giardino fornite alla popolazione con l'inaugurazione.

Per esemplificare, parliamo del Circu de Soli, l'interessantissima realizzazione di 3 anni fa ( primo post del 8/3/16 )[1],  da me definita "concentrato di buone idee ed essenze arboree di pregio".

Fra le buone idee, la cartellonistica per l'identificazione delle specie arboree: ecco il degrado della situazione odierna
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imageA sinistra, un particolare del grande cartello dedicato alla presentazione del giardino, e delle specie arboree presenti.

Ebbene, gli agenti atmosferici hanno scolorito completamente il nome di diversi alberi. Domanda: è così difficile programmare una sostituzione periodica di questi cartelli, tecnicamente facilissima? Il cartello di destra, che rappresenta il particolare di una zona del giardino, è quasi completamente strappato, ma sicuramente anche lui potrebbe essere facilmente sostituito.

E' inutile che mi dilunghi, credo che si colga quello che voglio dire.

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Allora, per toglierci l'amaro dalla bocca vi presento io una essenza arborea di pregio del Circu, qui a sinistra: una Paulownia tomentosa, albero estremamente raro a Cagliari e del quale io conosco solo il vecchio e glorioso esemplare di via Santa Gilla, del quale ho parlato più volte (ultimo post  27/4/17[2]) .

Auguriamoci dunque che la giovane Paulonia sia capace di prendere il testimone dalla vecchia sorella, alla quale auguriamo peraltro ancora lunga vita, offrendoci anche lei la splendida fioritura primaverile.

Ed auguriamoci anche che gli amministratori del verde ci mettano in condizione di riconoscere questa e le altre essenze, ripristinando la cartellonistica, e magari completandola con i cartelli a fianco delle singole piante!

References

  1. ^ 8/3/16 ) (www.cagliarinverde.com)
  2. ^ 27/4/17 (www.cagliarinverde.com)

Fonte: Cagliari in Verde




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