Antonello Murgia - Presidente prov. ANPI

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Prestigiosa adesione dell’ANPI alla Scuola di formazione politica lanciata dal CoStat. Ecco le considerazioni del Presidente provinciale dell’ANPI nell’annunciare l’adesione.

 

In un articolo dell’Huffington Post del 21 dicembre scorso che i social continuano a rilanciare, il divulgatore scientifico Piergiorgio Odifreddi affermava: “Se i politici sono eletti dagli elettori e il 90% degli elettori è stupido, anche il 90% dei politici sarà stupido”. E poi: “Burioni ha ragione: non si può discutere di scienza con gente che non sa di cosa si parla“. Ma il divulgatore scientifico a chi deve parlare se non a chi è ignorante ed è desideroso di sapere? E se continuiamo a ritenere valida la massima socratica del “so di non sapere”, col suo corollario che meno si sa e più è facile pensare di sapere, perché il divulgatore scientifico si meraviglia e si scandalizza se da chi non sa o sa poco gli vengono affermazioni poco documentate, magari espresse in modo categorico? Non è anche questo il segno di un’involuzione autoritaria che pretende che ogni branca abbia i suoi sacerdoti i quali sono al di sopra di qualsiasi verifica da parte del “popolino” e che debbano rispondere delle loro parole e delle loro opere solo a pari grado? La ricerca scientifica si discute e si porta avanti fra ricercatori, ci mancherebbe altro, ma l’interlocuzione con la cittadinanza è un’altra cosa, che è altrettanto necessaria non per sostituire i ricercatori stessi con cittadini privi di competenza, ma per una regola fondamentale della democrazia, che sembra essersi appannata di questi tempi ed è che il cittadino è il titolare unico dei diritti e di quelli fondamentali in particolare. L’esperto, lo scienziato, il divulgatore scientifico è un suo ausiliario e non il suo amministratore di sostegno; non è cioè colui che è incaricato da un giudice a prendere le decisioni che lui è incapace di prendere. In questo periodo nel quale il volontariato in Guatemala mi regala un certo distacco dalle vicende politiche nazionali e soprattutto da quelle sarde, viziate da una legge elettorale che distorce gravemente la rappresentanza e segnate da una competizione elettorale che sembra per lo più avere perso il senso delle cose, di avere perso le ragioni di un progetto collettivo per migliorare la società, pensavo a quanto sia fondamentale chiarire questo aspetto, pretenderne il rispetto: o il cittadino è il centro e la ragione dell’agire politico o quella che viviamo non è una democrazia vera, anzi, è una democrazia in pericolo. E in questi ultimi anni, su questo tema, mi è capitato sempre più frequentemente di sentirmi distante, di polemizzare, di non riuscire a raggiungere una sintesi con persone che stimo e che ritengo democratiche. Sicuramente ci sono anche carenze mie nell’approccio, ma sono convinto che anche questo sia soprattutto espressione dello sfondamento a sinistra della teoria liberista, la quale non è solo pretesa di libertà assoluta dell’impresa (con buona pace degli artt. 41, 42 e 43 della Costituzione), ma anche sacralità della scienza, da proteggere dal popolo ignorante, promozione dell’oligarchia come garanzia di governabilità, disoccupazione come elemento di dinamicità del mercato del lavoro, etc., etc.
La teoria liberista ha sfondato a sinistra anche perché è più facile e comodo dare dello stupido al 90% di italiani, che rimboccarsi le maniche per far crescere la coscienza civile, magari non altissima, nel Paese; ha sfondato perché è più facile dire che “non si può discutere di scienza con gente che non sa di cosa si parla”, che produrre o pretendere, a seconda dei ruoli, documentazione scientifica convincente su ciò che si sostiene e trasparenza e indipendenza negli atti, per garantire correttezza ed onestà delle scelte.
E così, quando Fernando Codonesu ha lanciato nel CoStat l’ambiziosa proposta di una scuola di formazione politica coinvolgendo l’ANPI nella promozione dell’iniziativa, pur preoccupato per le difficoltà ed il peso non indifferente per portarla avanti, ho pensato che ne valesse la pena. Ne vale la pena perché i due vittoriosi referendum costituzionali (e ci aggiungerei anche la battaglia sulla legge statutaria sarda) nei quali siamo stati impegnati negli ultimi 15 anni, mostrano che a dispetto di chi, anche partendo da progetti politici diversi, una volta al potere ha cercato di usarlo per garantire le proprie personali fortune, la maggioranza dei cittadini ha mostrato attaccamento al progetto di democrazia contenuto nella nostra Costituzione. E ne vale la pena perché, come ha giustamente sottolineato Fernando, la caduta dei grandi partiti di massa ha prodotto anche la perdita delle relative scuole di formazione, cui in questi anni non si è sostituito niente.
Aggiungerei che anche l’adozione del sistema maggioritario, deresponsabilizzando gli eletti a tutti i livelli, non ha aiutato a far crescere una classe politica degna del nome e ha reso tale bisogno ancora più acuto. Ed anche l’evoluzione del quadro politico, segnato dalla sempre più manifesta e preoccupante separazione fra i programmi annunciati in campagna elettorale e le politiche effettivamente perseguite, ha favorito la crescita di quella che è stata chiamata antipolitica e che è invece pienamente e legittimamente politica, ma che non poteva, per forza di cose, avere quelle competenze e quel senso delle istituzioni che sarebbero stati necessari. Così come non ha aiutato e non aiuta l’enfasi posta sul valore della competenza da parte di chi non aveva saputo o voluto garantire la rappresentanza e ora punta sulla competenza per recuperare il consenso dell’elettorato, guardandosi però bene dal dire al servizio di chi, quella competenza e la relativa esperienza, intende mettere a disposizione.
Se questo è il quadro attuale, la proposta che il CoStat sta elaborando è quanto mai opportuna. E nell’ultimo Comitato Provinciale ANPI del 9 gennaio scorso avevo già dato una prima informazione su di essa, accolta positivamente. Siamo ora ad un passo successivo: si vanno delineando le caratteristiche dell’organismo che dovrà realizzare il progetto ed i contenuti ed il metodo del progetto medesimo. Sui contenuti della proposta, pubblicata da Fernando su Democrazia Oggi il 7 febbraio[1], sono pienamente d’accordo: la strada è lunga perché non c’è solo da sviluppare i vari temi ed articolarli in capitoli e lezioni ed eventuali laboratori, etc., ma anche da reperire le risorse necessarie intese come competenze e come finanziamenti e occorre avere le forze per garantire la continuità nel tempo. Ma vale la pena di impegnarcisi. Per l’ANPI direi che è uno degli ambiti più importanti d’intervento: come possono, infatti, essere difesi quei principi nati dall’antifascismo e dalla Resistenza se non chiarendo, oltre al contesto in cui si svilupparono, le forme istituzionali adottate ad hoc, i diritti ed i doveri dei cittadini e quelli dei loro rappresentanti, il delicato tema degli equilibri istituzionali basati sul rispetto reciproco dei rispettivi ruoli e non sul braccio di ferro, etc. E’ quanto in parte stiamo già facendo nei nostri interventi nelle scuole, nei convegni e nei seminari che organizziamo. Pertanto sosterrò senz’altro la proposta presso gli organismi dirigenti dell’ANPI.
Vorrei però aggiungere, concludendo, una nota rispetto alle diverse manifestazioni d’interesse e richieste di partecipazione, anche di partiti, che stanno emergendo. Credo utile mantenere una grande apertura ad altri soggetti ed altre esperienze presenti nella società civile e nelle istituzioni che volessero collaborare all’iniziativa. Ritengo non consigliabile che fra i compartecipanti siano inclusi i partiti politici i quali hanno certamente bisogno di una formazione dei loro quadri, ma anche esigenze promozionali delle loro scelte politiche che potrebbero snaturare il compito che ci si vuole dare; i partiti potrebbero, semmai, se l’iniziativa decollasse, assumere un ruolo di committenti che, nella piena distinzione dei ruoli, potrebbero usufruire dei servizi della scuola. Lo dico, oltre che per convinzione personale, perché l’ANPI ha coltivato nel tempo un senso molto spiccato dell’autonomia che ha contribuito ad aumentarne la credibilità e a farne un punto di riferimento non secondario della nostra democrazia che essa intende continuare a coltivare con cura.

 

References

  1. ^ Democrazia Oggi il 7 febbraio (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

Olzai

Prevista da tempo alla fine la rivolta dei pastori è arrivata. Autoconvocata sulle reti sociali, senza leader riconosciuti, una sorta di gilet gialli in versione vellutino. Lo stesso movimento organizzato dei pastori, le stesse organizzazioni tradizionali, sorpassate da una rabbia sorda che va sversare il latte sulle strade. Un atto estremo perché nessuno vuol vedere il frutto del suo sacrificio buttato nelle fogne. In quei gesti una richiesta d’aiuto da parte di chi non ha riconosciuta la propria fatica.

Il latte a 60 centesimi di euro vuol dire che migliaia di imprese pastorali sono destinate alla chiusura. Il problema è centenario, legato alla monocultura di un’unica tipologia di formaggio: il Pecorino Romano e alla grande volatilità del prezzo del latte sui mercati internazionali. Su circa 18.000 imprese pastorali sarde 10.093 producono latte per il Romano. Quel formaggio rappresenta 81,54% dei pecorini dop prodotti in Italia, il 52% di quelli Ue.

Il Roquefort francese è il 28%, il Mancego spagnolo il 20%. 198.116 litri di latte, compreso Lazio e provincia di Grosseto, nella campagna 2017-18 sono stati utilizzati per produrre Romano. Lazio e Grosseto hanno solo 297 aziende pastorali conferitrici.  Il punto di pareggio per tenere il prezzo alto è di 270.000 quintali, oltre la remunerazione del prodotto e del latte precipita.

Il Pecorino Romano si trova con un’eccedenza di oltre 100.000 quintali di pasta di formaggio. Si è passati dai 9,39 € a chilogrammo del maggio del 2015, con il latte pagato a 1,20€, ai 5,59€ al chilo di questo febbraio. Quel formaggio in Sardegna rappresenta il 60% di tutti i pecorini prodotti, di conseguenza determina il prezzo di tutto il latte ovino e dei derivati.

Il 50% del Romano è fatto dalle cooperative, quindi dagli stessi pastori che ne sono soci. Con produzioni così imponenti: 3 milioni di pecore per 1,6 milioni di abitanti compresi nascituri e moribondi, la Sardegna è obbligata ad esportare. Nel mercato internazionale la domanda di latte ovino cresce dell’8% all’anno, altri ne traggono vantaggi ma non noi. Il mercato Usa, principale sbocco del Romano, si contrae da anni con ricadute pesanti sulla remunerazione. Quote che vengono guadagnate dal Manchego.

Se si dà uno sguardo ai prezzi europei se ne ha conferma, anche se questi mostrano tendenze al ribasso rispetto a qualche hanno fa. In Francia per il prezzo del latte ovino nel 2018, è andato dagli 80 cent a 1,20. Quest’ultimo per il Roquefort. In Spagna, dati di settembre ‘18, il latte è stato pagato in una forbice che va dai 78 agli 88 cent. In Grecia la media dell’ultimo decennio è stata di 97 cent.

In questi giorni si è favoleggiato di importazioni in Sardegna di latte dal resto d’Europa, soprattutto da Romania e Bulgaria. Questa voce è stata messa in giro perché il più grosso imprenditore caseario sardo ha un suo stabilimento a Timsoara. Chi l’ha diffusa non conosce quelle realtà o l’ha fatto ad arte.

Romania e Bulgaria hanno allevamenti ovini da carne, il latte è un prodotto residuale. Peraltro in questo periodo le pecore sono in secca, i parti cominceranno tra un mese, le loro produzioni sono estive con i prezzi del latte tal quale sono più vicini alla media europea che quelli sardi.

Anche in Sardegna però alla fine ci sono comportamenti che variano da azienda trasformatrice all’altra. La CAO di Siamanna, la più grossa cooperativa ovina della Sardegna e d’Italia, 800 soci, nella stagione scorsa compreso il latte estivo, ha pagato 88 cent. a litro e per quest’anno ha già annunciato che darà un anticipo di 70 cent. Le ricette per uscire da uno stato così disastroso sono vecchie di anni e mai applicate. Occorre diversificare si dice, in parte lo si sta facendo però le altre due dop: Pecorino Sardo e Fiore Sardo non vengono valorizzate.

Quest’ultima, sia detto per inciso, dovrebbe essere prodotta principalmente negli ovili, così come era stata pensata a suo tempo. Molti trasformatori preferiscono i marchi aziendali, con una proliferazione di etichette che non aiuta le commercializzazioni. Dieci anni fa si è pure visto un formaggio destinato al mercato siciliano chiamato Bunga Bunga.

Il latte sardo negli anni è cresciuto in qualità, tanto da essere uno dei migliori al mondo, è principalmente da pascolo, ma questa caratteristica positiva non entra negli standard industriali. Come qualità vengono registrati solo i parametri del grasso, caseina, proteine, cellule somatiche e carica batterica.

Vengono tralasciati quelli che invece fanno la reale differenza come l’alta concentrazione di CLA, Acido Linoleico Coniugato, acido grasso polinsaturo che impedisce la crescita del colesterolo cattivo in chi si ciba di quel formaggio. Un imprenditore caseario produce formaggio certificato con quelle caratteristiche con ottimi risultati di mercato. Un strada da seguire.

Negli anni i pastori sardi sono diventati imprenditori, è stato chiesto loro di migliorare le greggi, con il risultato di avere macchine da latte e nel contempo però alti costi di gestione. Una tendenza che forse andrebbe rivista, puntare più sulla qualità che sulla quantità. Però si insiste, anche in Sardegna stanno entrando razze iperproduttive come Assaf -300 litri a pecora- e la Lacune– 350 litri ad animale-; anche se il loro latte non può essere utilizzato per la produzione di formaggi dop, accresce la quantità totale.

L’altro aspetto, quello più urgente, è che va totalmente rivista la struttura commerciale che non può essere lasciata a una moltitudine di soggetti, imprenditori e cooperative che si fanno la lotta tra di loro abbassando i prezzi.

La crisi attuale è forse l’ultima chiamata. Altre realtà nel mondo si stanno muovendo per accaparrarsi la domanda di latte ovino. La Nuova Zelanda sta riconvertendo il suo patrimonio ovino da lana e carne a latte con un investimento di 400 milioni di dollari.

Il mercato dovrebbe essere quello del latte in polvere per la Cina. La Turchia oggi produce carne e lana ma potrebbe convertire gli allevamenti, L’Iran aspetta solo che qualche imprenditore europeo insegni loro le tecniche di caseificazione.

Gli incentivi agli allevamenti sardi sono solo palliativi, occorrono strumenti nuovi e tecnici preparati ad affrontare i mercati internazionali. Siamo sull’orlo della catastrofe che travolgerà produttori e trasformatori. Possiamo evitarla, però è l’ultima chiamata.

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Andrea Pubusa

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In Italia si è creata una situazione paradossale. Col loro contratto  i galloverdi hanno creato un unicum: non uno ma due governi. Uno progressista con spiccate tendenze sociali, l’altro di destra con altrettanto marcate propensioni regressive.
Se guardiamo infatti senza pregiudizi il M5S, vediamo che nel merito le proposte di questo movimento sono tutte di segno progressista, in qualche modo riprendono le posizioni storiche della sinistra italiana, depurandole da quel carattere classista presente almeno fino agli anni ‘70 nel PCI e, seppure in modo più attenuato, nel PSI, come retaggio delle loro radici, innervate nella storia del Movimento Operaio.
Vediamo le opzioni di fondo dei pentastellati. La centralità nella vita pubblica della questione morale. Questa è stata ed è la matrice di base del M5S, che gli aderenti traducono non solo nelle loro condotte e nella gestione del Movimento, ma anche nella vita pubblica. Questa matrice conduce a frequenti espulsioni per la violazione di regole penali o di etica pubblica. Espulsioni, ben note nei partiti della sinistra del passato, e ormai nel degrado etico generale del tutto dimenticate. Queste sanzioni, anziché presidio della moralità della politica, sono state viste come una forma odiosa e repellente di chiusura, settarismo e autoritarismo. C’è anche questo, come c’era nel PCI, ma è il modo per preservare il movimento dal pericolo più grosso, la corruzione endemica che caccia la moneta buona e lo sfaldamento che crea ingovernabili consorterie. E’ sufficiente vedere il degrado del PD, ormai formato ai vertici prevalentemente da indagati o da personaggi dalle condotte disinvolte. Il tutto accompagnato dal proliferare di gruppi e gruppetti, vere satrapie in lotta fra loro. Per chi è avanti negli anni, basta ricordare la deriva del PSI dopo l’ingresso nella stanza dei bottoni, col primo centrosinistra e poi con Craxi. Si può dire che questo glorioso partito fu annegato dai suoi dirigenti nell’acqua putrida della corruzione.
Un altro principio caratterizzante del M5S è l’attenzione per i ceti deboli e per la piccola impresa. Anche qui, ricorda un poì il PCI degli anni ‘60 e seguenti, nei quali, accanto al mondo del lavoro, ci fu un impegno per l’artigianato e la piccola e media impresa. Gli avversari erano i “monopoli”, ossia le grandi imprese e la finanza. Ora, l’attenzione ai ceti deboli ha portato ad alcune misure di governo come il decreto dignità e il reddito cittadinanza, che possono apparire e sono discutibili e forse insufficienti, ma delineano un orizzonte ormai abbandonato dalla forze tradizionali anche di centrosinistra: la politica sociale, l’impegno alla redistibuzione, al Welfare.
C’è poi una ostilità verso l’austerità in favore di un ritorno al keynesismo e alla presenza statale in economia. Dopo la sbornia di liberismo, che ha investito e schiantato la sinistra europea, questo riagitare i temi del riformismo democratico e sociale è senza dubbio un elemento di novità, che ha incontrato molti consensi nei ceti popolari, non a caso fuggiti in massa dal PD e dintorni .
A livello internazionale poi i pentastellati hanno rimesso in campo una critica alle politiche neocoloniali sopratutto nella vicina Africa.
Quest’insieme di questioni - è inutile negarlo - hanno innovato fortemente l’agenda politica italiana, che prima era incentrata su una politica oligarchica di difesa di privilegi, fuori dalla legalità e con ispirazione chiaramente eversiva dello spirito e della lettera della Costituzione. Non è un caso che in un decennio gli attacchi alla Carta siano venuti con ispirazione simile da FI e dal PD, che peraltro hanno già inciso a fondo con le loro politiche antipopolari sulla Costituzione materiale. L’attacco al lavoro, all’eguaglianza, ai diritti sociali ne sono l’espressione più evidente e inequivocabile.
Questo è all’ingrosso il governo che fa capo a Conte e Di Maio. C’è poi un secondo governo che ha il suo riferimento in Matteo Salvini. Decisamente di destra, con umori razzisti, con una visione generale classica delle destre sociali a favore della grande impresa non senza misure di intervento sociale. L’espressione di questa destra è la politica dei migranti, quella securitaria e l’attenzione al mondo degli affari. Di qui anche grandi contraddizioni come l’opzione sovranista, la critica all’ingerenza UE e l’adesione all’ingerenza di Trump e della UE negli affari interni del Venezuela.
Bene, queste in estrema sintesi le caratteristiche dei due governi, che si reggono su un contratto che consente a ciascuno di adottare le proprie misure col voto innaturale del partner.
Che fare di fronte a questo monstrum?  Si può sparare nel mucchio ad alzo zero o fare dei distinguo, anche in ragione della prospettiva che si vuole favorire. Fare di tutta l’erba un fascio obiettivamente asseconda lo spirito revanchista di FI e del PD. Accomunare il M5S al “fascista” Salvini, nasconde questo disegno del PD: riprendersi dai 5 Stelle i voti di sinistra e riconquistare il governo. Mentre, all’opposto, l’attacco delle destre ai grillini mira a riportare organicamente Salvini nel centrodestra per una diversa compagine di governo. L’obiettivo comune ad entrambi gli schieramenti è far fuori il M5S e tornare al duopolio degli anni scorsi. C’è anche chi fra le forze anti 5 Stelle pensa ad una santa alleanza dalla destra al PD per ricacciare i gialli all’opposizione. Le manifestazioni da unitarie Lega-centrodestra-centrosinistra sul TAV e per l’ingerenza in Venezuela costituiscono prove di nuova alleanza di governo senza i gialli. A fronte di questa alleanza in formazione manca un visibile movimento democratico che punti a staccare il 5Stelle dall’abbraccio con Salvini in funzione di un governo alternativo alle destre e al centrosinistra ad egemonia liberista. Insomma, l’ostilità preconcetta di molti settori democratici verso il M5S rischia di far passare la opzione di destra-centrosinistra liberista, riportandoci a governi d’ispirazione antipopolare e anticostituzionale. Fra l’altro Salvini non ha mai rotto i ponti col suo schieramento d’origine, mentre un polo alternativo che ricomprenda i pentastellati (anche per loro responsabilità) è inesistente e neanche in gestazione. Anche la GGIL di Landini non sembra - al momento - fare distinguo.
La storia insegna che i triumvirati o i duumvirati sono transitori. Fotografano equilibri provvisori e anomali. Prima o poi si sciolgono e si torna alla normalità, al comando di una parte o di uno schieramento. Roma docet. Qui è evidente la via d’uscita di Salvini e della Lega, non lo è quella di Di Maio e dei 5 Stelle per il muro dell’area democratica oltre che per il loro isolazionismo. Il rischio è che da parte democratica, sparando nel mucchio, si colpisca anche chi è indispensabile per uno sviluppo democratico e costituzionale del Paese. Ma per non essere colpiti anche i pentastellati devono dare segnali d’apertura.

Fonte: Democrazia Oggi

Andrea Pubusa

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In Italia si è creata una situazione paradossale. Col loro contratto  i galloverdi hanno creato un unicum: non uno ma due governi. Uno progressista con spiccate tendenze sociali, l’altro di destra con altrettanto marcate propensioni regressive.
Se guardiamo infatti senza pregiudizi il M5S, vediamo che nel merito le proposte di questo movimento sono tutte di segno progressista, in qualche modo riprendono le posizioni storiche della sinistra italiana, depurandole da quel carattere classista presente almeno fino agli anni ‘70 nel PCI e, seppure in modo più attenuato, nel PSI, come retaggio delle loro radici, innervate nella storia del Movimento Operaio.
Vediamo le opzioni di fondo dei pentastellati. La centralità nella vita pubblica della questione morale. Questa è stata ed è la matrice di base del M5S, che gli aderenti traducono non solo nelle loro condotte e nella gestione del Movimento, ma anche nella vita pubblica. Questa matrice conduce a frequenti espulsioni per la violazione di regole penali o di etica pubblica. Espulsioni, ben note nei partiti della sinistra del passato, e ormai nel degrado etico generale del tutto dimenticate. Queste sanzioni, anziché presidio della moralità della politica, sono state viste come una forma odiosa e repellente di chiusura, settarismo e autoritarismo. C’è anche questo, come c’era nel PCI, ma è il modo per preservare il movimento dal pericolo più grosso, la corruzione endemica che caccia la moneta buona e lo sfaldamento che crea ingovernabili consorterie. E’ sufficiente vedere il degrado del PD, ormai formato ai vertici prevalentemente da indagati o da personaggi dalle condotte disinvolte. Il tutto accompagnato dal proliferare di gruppi e gruppetti, vere satrapie in lotta fra loro. Per chi è avanti negli anni, basta ricordare la deriva del PSI dopo l’ingresso nella stanza dei bottoni, col primo centrosinistra e poi con Craxi. Si può dire che questo glorioso partito fu annegato dai suoi dirigenti nell’acqua putrida della corruzione.
Un altro principio caratterizzante del M5S è l’attenzione per i ceti deboli e per la piccola impresa. Anche qui, ricorda un poì il PCI degli anni ‘60 e seguenti, nei quali, accanto al mondo del lavoro, ci fu un impegno per l’artigianato e la piccola e media impresa. Gli avversari erano i “monopoli”, ossia le grandi imprese e la finanza. Ora, l’attenzione ai ceti deboli ha portato ad alcune misure di governo come il decreto dignità e il reddito cittadinanza, che possono apparire e sono discutibili e forse insufficienti, ma delineano un orizzonte ormai abbandonato dalla forze tradizionali anche di centrosinistra: la politica sociale, l’impegno alla redistibuzione, al Welfare.
C’è poi una ostilità verso l’austerità in favore di un ritorno al keynesismo e alla presenza statale in economia. Dopo la sbornia di liberismo, che ha investito e schiantato la sinistra europea, questo riagitare i temi del riformismo democratico e sociale è senza dubbio un elemento di novità, che ha incontrato molti consensi nei ceti popolari, non a caso fuggiti in massa dal PD e dintorni .
A livello internazionale poi i pentastellati hanno rimesso in campo una critica alle politiche neocoloniali sopratutto nella vicina Africa.
Quest’insieme di questioni - è inutile negarlo - hanno innovato fortemente l’agenda politica italiana, che prima era incentrata su una politica oligarchica di difesa di privilegi, fuori dalla legalità e con ispirazione chiaramente eversiva dello spirito e della lettera della Costituzione. Non è un caso che in un decennio gli attacchi alla Carta siano venuti con ispirazione simile da FI e dal PD, che peraltro hanno già inciso a fondo con le loro politiche antipopolari sulla Costituzione materiale. L’attacco al lavoro, all’eguaglianza, ai diritti sociali ne sono l’espressione più evidente e inequivocabile.
Questo è all’ingrosso il governo che fa capo a Conte e Di Maio. C’è poi un secondo governo che ha il suo riferimento in Matteo Salvini. Decisamente di destra, con umori razzisti, con una visione generale classica delle destre sociali a favore della grande impresa non senza misure di intervento sociale. L’espressione di questa destra è la politica dei migranti, quella securitaria e l’attenzione al mondo degli affari. Di qui anche grandi contraddizioni come l’opzione sovranista, la critica all’ingerenza UE e l’adesione all’ingerenza di Trump e della UE negli affari interni del Venezuela.
Bene, queste in estrema sintesi le caratteristiche dei due governi, che si reggono su un contratto che consente a ciascuno di adottare le proprie misure col voto innaturale del partner.
Che fare di fronte a questo monstrum?  Si può sparare nel mucchio ad alzo zero o fare dei distinguo, anche in ragione della prospettiva che si vuole favorire. Fare di tutta l’erba un fascio obiettivamente asseconda lo spirito revanchista di FI e del PD. Accomunare il M5S al “fascista” Salvini, nasconde questo disegno del PD: riprendersi dai 5 Stelle i voti di sinistra e riconquistare il governo. Mentre, all’opposto, l’attacco delle destre ai grillini mira a riportare organicamente Salvini nel centrodestra per una diversa compagine di governo. L’obiettivo comune ad entrambi gli schieramenti è far fuori il M5S e tornare al duopolio degli anni scorsi. C’è anche chi fra le forze anti 5 Stelle pensa ad una santa alleanza dalla destra al PD per ricacciare i gialli all’opposizione. Le manifestazioni da unitarie Lega-centrodestra-centrosinistra sul TAV e per l’ingerenza in Venezuela costituiscono prove di nuova alleanza di governo senza i gialli. A fronte di questa alleanza in formazione manca un visibile movimento democratico che punti a staccare il 5Stelle dall’abbraccio con Salvini in funzione di un governo alternativo alle destre e al centrosinistra ad egemonia liberista. Insomma, l’ostilità preconcetta di molti settori democratici verso il M5S rischia di far passare la opzione di destra-centrosinistra liberista, riportandoci a governi d’ispirazione antipopolare e anticostituzionale. Fra l’altro Salvini non ha mai rotto i ponti col suo schieramento d’origine, mentre un polo alternativo che ricomprenda i pentastellati (anche per loro responsabilità) è inesistente e neanche in gestazione. Anche la GGIL di Landini non sembra - al momento - fare distinguo.
La storia insegna che i triumvirati o i duumvirati sono transitori. Fotografano equilibri provvisori e anomali. Prima o poi si sciolgono e si torna alla normalità, al comando di una parte o di uno schieramento. Roma docet. Qui è evidente la via d’uscita di Salvini e della Lega, non lo è quella di Di Maio e dei 5 Stelle per il muro dell’area democratica oltre che per il loro isolazionismo. Il rischio è che da parte democratica, sparando nel mucchio, si colpisca anche chi è indispensabile per uno sviluppo democratico e costituzionale del Paese. Ma per non essere colpiti anche i pentastellati devono dare segnali d’apertura.

P.S.

Il risultato abruzzese sembra offrire conferme a questa analisi, almeno negli esiti negativi. Marco Marsilio del centrodestra è il nuovo governatore dell’Abruzzo col 49,45% dei voti. Seguono il candidato del centrosinistra Giovanni Legnini con il 31,55% e quella del Movimento 5 stelle Sara Marcozzi, solo terza con il 18,52%.
Approfondendo l’analisi si scopre che, come da previsioni, c’è un boom della Lega che diventa il primo partito nella regione (alle precedenti elezioni regionali del 2014 non era nemmeno presente) con oltre il 28%. Torna al 18% il Movimento 5 stelle, dal 39,9% delle politiche 2018 (era il 20% alle precedenti regionali). In calo anche il Pd che prende l’11,6%, dal 25% delle elezioni di 5 anni fa e dal 14% delle politiche. L’affluenza è in calo al 53,12%.
Il centrodestra vince, ma gli altri (centrosinistra e M5S) hanno qualcosina in più. Vince chi si unisce o si allea, perde chi va da solo. Aumenta l’astensione, ormai a livelli inostenibili, alimentata anche da chi non vede prospettive, quindi diserta le urne anche una fetta di un elettorato tendenzialmente orientato al cambiamento.
Le cifre indicano anche la direzione su cui lavorare se si vuole battere il centrodestra e Salvini. Iniziare a dare segnali di disgelo nell’area democratica verso il M5S, che, a sua volta, dovrebbe rivedere il suo “splendido isolamento”, che una forza così consistente, ma senza i numeri per governare da sola, non può permettersi. Il bandolo della matassa? Iniziare a discutere nel merito sulle diverse questioni in campo, senza pregiudizi e senza riserve mentali.
Siamo però ancora lontani come dimostrano da un lato le dichiarazioni di Lenigni (PD abruzzese), più felice della battuta d’arresto del M5S che preoccupato della vittoria del centrodestra, e, dall’altro, la malcelata irritazione del M5S per il buon successo della mobilitazione sindacale, anziché trarne spunto per un confronto.
Insomma, in questo fine settimana abbiamo avuto la rappresentazione del perché il centrodestra vince e le forza del fronte democratico perdono.

Fonte: Democrazia Oggi

cuore-delle-donne

Venerdì 15 febbraio, ore 17:30, all’Auditorium del Conservatorio “P.L. da Palestrina” di Cagliari si terrà l’iniziativa “Il Cuore delle Donne”, organizzata da Maurizio Porcu, Direttore della Cardiologia del Brotzu, e da Marco Corda, Presidente regionale dell’Associazione Nazionale  Medici Cardiologi Ospedalieri (www.anmco.it).

La manifestazione s’inserisce nel contesto della  settimana nazionale “Cardiologie aperte 2019”, sotto l’egida della Fondazione onlus “Per il tuo cuore”. Si parlerà di cardiologia di genere e verranno affrontate le peculiarità delle malattie cardiovascolari nel sesso femminile. Il programma prevede interventi di donne che proporranno le loro storie di vita vissuta e i  traguardi raggiunti “gettando il cuore oltre l’ostacolo”.

In particolare, Michela Castangia racconterà di una straordinaria doppia  maternità, voluta  con grande determinazione in una situazione particolare; Francesca Argiolas della sua storia di successo imprenditoriale in forte contesto familiare; Adriana Cammi di come una donna possa arrivare a ricoprire un ruolo di alta responsabilità nella polizia, mai prima attribuito ad altre  donne; Maria Francesca  Chiappe  sulla sua carriera giornalistica e della passione per le indagini di cronaca nera comprese quelle in cui le protagoniste sono state donne.

Una serie di intermezzi musicali accompagnerà la serata, con la partecipazione di  Ambra Pintore Quartetto (Roberto Scala al basso, Diego Milia al sax e violino e Roberto Deidda alla chitarra), la corale Framas , diretta dal  maestro Felice Cassinelli, e il giovane musicista Filippo Piredda, del Conservatorio di Cagliari.

L’appuntamento annuale “Cardiologie aperte” mira a sensibilizzare la popolazione sulla rilevanza delle malattie cardiovascolari. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità indicano come ancora le malattie cardiovascolari rappresentino di gran lunga la prima causa di mortalità nel nostro Paese, con  oltre un 1.200.000 ricoveri all’anno.

La campagna della Fondazione per Il Tuo Cuore dei cardiologi ospedalieri è da sempre incentrata sulla lotta ai fattori di rischio cardiovascolare (fumo, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia e diabete) e sul recupero di corrette abitudini di vita (alimentazione sana e movimento).

Partner dell’iniziativa il  gruppo editoriale Unione Sarda-Videolina e la Brigata Sassari.

Fonte: Sardegna Soprattutto




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