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Il 22  novembre è stata inaugurata al Temporary Storing della Fondazione Bartoli Felter – Cagliari Via 29 novembre 3/5 – la personale del fotografo Massimo Badolato  “Luce nuova in camera oscura. Ritratti di Persone , Ambienti, Architetture e Paesaggi”, curata  da Patrizia Rossello.Si può ammirare una selezione dei lavori eseguiti negli anni scorsi suddivise in quattro sezioni riguardanti la ricerca dell’artista e le sue tecniche di stampa.

Per la curatrice Patrizia Rossello “…dagli anni Settanta la fotografia ha accompagnato Massimo Badolato dall’era analogica a quella digitale: non abbandonando le luci della camera oscura, le ha coniugate, viceversa, con quelle della camera chiara.

Dalla stampa argentica del primo periodo si è dedicato negli ultimi anni esclusivamente a quella ai sali di platino e palladio. Non rinnegando la poesia del negativo tradizionale, ricerca e sperimentazione nella stampa analogica e continui  studi  sulle tecniche digitali di post produzione, lo hanno convinto che uno scatto abbia lo stesso fascino sia digitale sia  analogico.

Ottenere un buon negativo analogico, infatti, richiede applicazione ed esperienza quanto ne richiede un uso “misurato” dei software per il digitale. Badolato utilizza questa antica tecnica rigorosamente con carte di puro cotone, anche artigianali, pennelli e miscele di sali, per conferire ai suoi soggetti gamma tonale, durevolezza e ricchezza pittorica, non raggiungibili con altri strumenti.

Dai primi passi, mossi con il ritocco a matita di negativi su pellicola, prosegue tuttora il percorso di studio nella post produzione finalizzata alla successiva stampa in camera oscura.”.

Massimo Badolato vive e lavora a Torino e gode di una speciale attenzione da parte della  critica. Le sue opere sono presenti in mostre collettive e in collezioni e fondazioni private e vengono pubblicate su riviste internazionali di fotografia fine art.

La Mostra “Luce nuova in camera oscura. Ritratti di Persone , Ambienti, Architetture e Paesaggi” è visitabile da lunedì a venerdì dalle ore 17:00 alle 20:00, sino al 5 dicembre.

 

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Amsicora

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Gente di Sardegna!, avete visto la pantomima sulla scena regionale? I gesti sono ricchi di senso e oscurano le parole. Zedda e Solinas si sfidano e ci vogliono far credere in una lotta all’ultimo voto. Ma fino a poco tempo fa non erano insieme? Nella Giunta comunale non c’era anche il Psd’az con un assessore? Hanno anche la stessa mano invisibile che li ispira: un coacervo di interessi vari che vanno dal centro alla destra in senso economico. Parola di Vito Biolchini nel suo blog. Dicono di essere competirori, sono espressione dello stesso pollaio.
E Maninchedda? Fa rumore su Natzione e indipendenza. E’ stato anch’egli assessore della Giunta Pigliaru fino a poco tempo fa. Ha trattato perfino con Fassino ai bei tempi di Renzi per essere un alleato del PD alle elezioni politiche in cambio della nomination for president. Poi non se ne fece niente. Ma il gesto resta e vale più di un programma! Con Franciscu lancia is Primarias come strumento di distrazione di massa. Vuole assegnare al PDS una patente di alternatività rispetto a un potere, al quale è sempre stato avvinghiato, col centrosinistra e col centrodestra. Un po’ alla Solinas.
AutodetermiNatzione è più dignitosa anche se Andrea Murgia, brava persona e ottimo funzionario, fino a non molto tempo fa era nei ranghi del PD, scuderia soriana.
LeU e dintorni sono alla disperazione. Sono rimasti troppo legati al PD, a Pigliaru e a questa tristura governativa regionale, da non essere percepiti come cosa diversa dal PD. Ora ne raccolgono i frutti. Sono all’ultimo atto. Farebbero bene a farsi dare l’estrema unzione, chiedere perdono per i peccati e ritirarsi in pace. Una prece! Amen!
Gente di Sardegna!, verità vuole che si faccia una menzione speciale per SI (Sinistra italiana) che si distingue da LeU e vorrebbe mantenere un percorso autonomo dal PD. Ma se non trova alleati, farebbe bene a rinunciare alla competizione elettorale. Cadrebbe in piedi, con dignità.
Combattenti e reduci della sinistra sarda, un giorno sì e uno anche gridate ”al fascismo!, al fascismo!” riferendovi al lupo leghista. Ok, anzi banda beni. Anche a me quel tipo non è simpatico, è un pericolo, vorrei stopparlo. Ma per farlo, c’è un solo modo: unire tutte le forze interessate a batterlo. Il PD per darsi una strategia creibile, i piccoli gruppi, Maninchedda e Murgia, per avere l’ambito seggio, il M5S per vincere. Ma i numeri, ci sono? Confesso in matematica ho sempre zoppicato. Me la son cavata a stento e con grande sacrificio. Però, sentite,  se sbaglio il conto, mi corriggerete: Salvini vien dato in Sardegna sopra il 35%, il M5S sopra il 22, Zedda sopra il 20. M5S + Zedda fanno il 42%, a cui aggiungiamo l’effetto traino che dà la probabilità di successo e superiamo il 40% e Salvini. Ci prendiamo il premio di maggioranza della legge truffa e prendiamo il Palazzo. Il leader leghista viene scornato e non profana la terra di Lussu e Gramsci. La sua ascesa si appalesa resistibile a livello nazionale. Non vi sembra un bel risultato? I partigiani per resistere al fascismo, presero il fucile e andarono in montagna a rischio della vita, oggi dobbiamo solo unirci e recarci compatti alle urne dopo una generosa campagna elettorale. Si può o no? Si può, si può. Basta che Zedda, Maninchedda, Murgia, e chi più ne ha più ne metta, smettano di pensare alle proprie sorti e dei piccoli gruppi che hanno intorno. Ma non basta, obietterete. Certo! Ci sono i pentastellati! Occorre che il M5S anzichè farsi seghe all’ombra delle regionarie, faccia politica e prenda atto che con la legge truffa elettorale sarda i contratti o li fai prima o perdi. Tertium non datur, dicono i giuristi, i filosofi e i teologi…e anch’io modestamente.
Sapete cosa occorre? Il senso delle istituzioni, l’amore per il futuro dei sardi, un pizzico di fantasia e di coraggio. Se Salvini è fascista, come molti anche dalle nostre parti gridano tutti i giorni, ci vuole un po’ di serio antifascismo. Un po’ di unità delle forze democratiche, un pizzico di generosità dei suoi dirigenti.
Ma cosa ho detto? Ammomia! Qui casca l’asino. Si scopre che non c’è senso delle istituzioni, che del futuro dei sardi non importa una mazza ad alcuno, che la fantasia è un miraggio, il coraggio latita e il fascismo di Salvini una trovata propagandistica.
Compagni e compagni, volete il finale della sceneggiata? Lo so che sbavate per conoscerla. Ma io son dispettoso, non ve lo dico. Ma no, scherzo. Sapete perché taccio? Perché vi farei soffire troppo e anzitempo. Posticipo al massimo per buonismo, come si fa quando si deve dare una ferale notizia. Tanto le disgrazie chi è intelligente, come voi siete, le intuisce. A si biri cun saludi!

Fonte: Democrazia Oggi

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Cagliari, sabato, Società degli Operai. Davanti a un’assemblea affolata, Giorgio Cremaschi, figura storica del sindacato e della sinistra italiana, oggi portavoce di Potere al Popolo, illustra le cose che va dicendo in tutta Italia e che stanno alla base del progetto del suo movimento. “Oggi siamo il primo paese europeo con un governo integralmente populista, e quello con la sinistra più devastata. È evidente che ciò che accade da noi conta. Conta per le forze che hanno sottoscritto il patto di Lisbona, da France Insoumise a Podemos a altri a cui il nostro piccolo Potere al Popolo ha aderito. Per ora noi possiamo solo mettere in guardia dal rischio di farsi assorbire da uno dei due fronti, quello da Macron a Tsipras, quello da Salvini a Le Pen a Orban. La nostra stessa esistenza, la stessa possibilità della ripresa del socialismo in Europa si fonda sulla nostra capacità di essere fuori e contro entrambi i fronti”.
Prosegue, in un silenzio che manifesta l’attenzione: “Eravamo il paese con la più forte sinistra di Europa, ora siamo con la più debole. Forse siamo vittime della “legge del contrappasso” , come nella Divina Commedia, di Dante. Tanti fenomeni hanno concorso a questa tempesta perfetta. Il neoliberismo del PD, erede dei riformisti del PCI e della sinistra DC, in primo luogo. Oggi in Italia la parola sinistra è semplicemente squalificata, a livello popolare la sinistra è chi sta con le banche e ti manda in pensione a settant’anni.
E prosegue: “Sono quasi trent’anni che il nostro campo è devastato da una sinistra che fa politiche di destra. Oggi la migliore assicurazione sulla vita del governo attuale è l’opposizione che ad esso fa un PD che insegue a destra imprese e logiche di mercato. In secondo luogo la deriva moderata del movimento sindacale, cui non è finora riuscito a fare argine l’impegno generoso del sindacalismo di base e conflittuale. Sono anni che in Italia CGIL CISL UIL educano i lavoratori alla rassegnazione e purtroppo hanno ottenuto vasti risultati”.
Poi Cremaschi approfondisce l’analisi in termini autocritici: “Infine gli errori e l’ incapacità di ripartire davvero della sinistra radicale. Rifondazione Comunista si è autodistrutta nel 2008 partecipando al governo Prodi. Da allora la sinistra radicale non entra più in parlamento. I movimenti sociali ed ambientali hanno tentato una interlocuzione con il M5S e ora ne sono scornati. Insomma la situazione è molto dura e ci vorranno tempo e scelte diverse dal passato, altre organizzazioni e altri gruppi dirigenti per risalite la china. Potere al Popolo è un tentativo in questa direzione e per questo ogni tanto deve subire i colpi dei dirigenti della vecchia sinistra radicale, che hanno dimostrato di essere incapaci di costruire, ma capacissimi di distruggere”.
Indi passa a delineare il quadro internazionale: “Deve essere chiaro però che la ricostruzione di una forza sociale e politica anticapitalista e per il socialismo, in Italia può avvenire solo in totale rottura con il mondo del PD e in opposizione politica e morale al governo che noi chiamiamo gialloverde. Le sinistre che in nome dell’antifascismo accettano il fronte da Macron Tsipras o che in nome della contestazione alla UE dialogano con Salvini &C sono giustamente destinate al nulla. Le due anime della UE liberista, quella di Macron e quella di Orban Salvini, si legittimano reciprocamente cercando di occupare tutto lo spazio politico. Si può ricostruire il nostro campo solo contro di loro”.
Cremaschi torna a guardare il mondo dal nostro Paese: “Dall’osservatorio italiano si capisce meglio che il populismo reazionario, o quello giustizialista anti casta politica, non intendono affatto mettere in discussione la UE, ma ne sono solo una variante che si sta già oggi affermando. I poteri forti italiani ed europei stanno seriamente chiedendosi se cambiare di spalla al fucile, dopo che quello dei governi socialdemocratici, conservatori, tecnici, non spara più. L’Austria è la perfetta dimostrazione di un governo che adotta la politica sui migranti di Salvini, prima gli austriaci come prima gli italiani, e poi continua con le politiche liberiste classiche, euro compreso. Stiamo andando verso una UE nazionalista e xenofoba. Contro di essa la nostra opposizione deve essere totale senza neanche accostarci alla UE di Junker e Merkel”.
Poi alla critica aggiunge elementi propositivi:  “Il progetto Euromediterraneo che come Eurostop, forza che fa convintamente parte di Potere al Popolo, abbiamo lanciato, rappresenta una scelta di fondo. Bisogna uscire da una critica alla UE fatta con il metro degli amministratori delegati delle imprese che non fanno sufficienti profitti, questa è la critica alla UE di una destra che sta per entrare nella stanza dei bottoni, non la nostra. Noi dobbiamo rompere con la UE e con la NATO per costruire pace e democrazia, per dialogare con i popoli del nord africa e e dell’asia, per un nuovo sviluppo sulle sponde del mediterraneo che oggi si riempie di morti”.
Cremaschi conclude col pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà: “In Italia è in corso un risveglio di coscienze, sui temi della solidarietà, dell’antifascismo, della lotta allo sfruttamento che ancora non rovescia, ma incrina la cappa della rassegnazione. È su questa base che dobbiamo ricostruire, come ho detto navigando tra la Scilla della vecchia sinistra e la Cariddi del populismo reazionario. Ciò che riusciremo a fare servirà a tutti”.
Sono seguiti vari interventi adesivi e indicando campi di lavoro politico per il nuovo movimento, salvo quello di Merella che ha mostrato interesse per le proposte, contestando però l’ispirazione anticapitalistica.
Sono interventuto anch’io, brevemente per manifestare il mio disagio per un approccio settario e improduttivo rispetto alle altre forze e alle idee in campo e indicando il modo più aperto di confrontarsi su questi temi del COSTAT. Per esempio, il reddito di cittadinanza o dividendo sociale è un’idea positiva, che fa parte di un’elaborazione della migliore cultura economica europea a partire da Keynes. Non può essere liquidata con sprezzo solo perché proposta dai 5 Stelle. Anzi vien da chiedersi perché Ferrero, quando fu ministro del lavoro per Rifondazione (governo Prodi), non ne fece neanche menzione. Ora che l’idea è in campo occorre entrare nel merito, intanto esprimendo condivisione in linea generale e semmai battagliando sulla realizzazione. Non accorgersi che c’è un attacco concentrico delle forze conservatrici perché è una misura sociale per i più deboli, è un grave errore. Mette Potere al popolo a fianco di Renzi e delle peggiori forze di destra, anche se - ovviamente - la critica di Cremaschi è di segno opposto. Anch’io penso che il reddito va dato a tutti i soggetti in povertà senza controlli e condizionamenti.
Altrettanto, sul confronto con la UE. Questo governo lo ha aperto, su un tema caro alla sinistra-sinistra: la lotta all’austerità, al neoliberismo. Ora che è in campo che facciamo? Diciamo che è solo una mossa propagandistica? O, invece, stiamo sul pezzo e spingiamo perché si parta da questo per ampliare il fronte di chi vuole un’Europa sociale?
Idem sul tema delle nazionalizzazzioni dei beni sovrani che il M5S ha rimesso in campo. Per Cremaschi è solo uno slogan propagandistico dei ministri pentastellati, non un tema da riprendere e lavorare. 
Cremaschi ha fatto una premessa: col M5S non si dialoga perché è al governo con Salvini. E’ la posizione di tutta la sinistra e del centrosinistra (in questo, in effetti, c’è chi ha nostalgia del patto del Nazzareno). Ma a cosa porta? Mi ricorda un po’ - mutatis mutandis - la nefasta idea del socialfascismo. Se non si distingue e non si lavora, con la critica anche dura, a creare un ambiente politico che consenta al M5S di staccarsi dall’abbraccio mortale della Lega, penso che a morire non saranno solo i grillini, ma noi tutti, che già non siamo in buona salute.
Ho fatto grosso modo queste osservazioni, senza peraltro far breccia nel ragionamento di Cremaschi, che nella replica ha ribadito la sua posizione di chiusura non solo col M5S, ma anche con le altre forze. Un atteggiamento rigoroso e generoso, ma - spiace pensarlo - di scarsa prospettiva. Il che, ovviamente non sminuisce la mia stima per i compagni di Potere al Popolo, molti dei quali - nella pratica sono molto aperti - partecipano alle iniziative del Costat.

Fonte: Democrazia Oggi

Claudia Zuncheddu - R 

CONFERENZA:”GLI OSPEDALI SARDI SOTTO LA MANNAIA NEOLIBERISTA”. LA SANITA’ E’ UNA MERCE?

Per la Politica i sardi non hanno i numeri per avere diritto alla Salute
In nome di strane razionalizzazioni della rete degli ospedali pubblici sardi e di buchi di bilancio, intere collettività perdono il diritto alla tutela della Salute. Nei territori disagiati i presidi ospedalieri vengono progressivamente svuotati dei servizi essenziali per essere resi inutili ed avviati alla chiusura.
I grandi ospedali delle città, spesso al servizio di tutta la Sardegna, sono stravolti, depotenziati ed avviati alla chiusura, dal San Giovanni di Dio, al Binaghi, al Marino, al Santissima Trinità, al Businco (una volta eccellente oncologico), al Brotzu. Erano i grandi ospedali dei sardi che spesso nel mondo facevano grande la Sardegna.
L’operazione italo/araba Mater Olbia, l’ospedale privato del Qatar inutile ai sardi, benché sostenuto da forti finanziamenti delle casse sarde oltre che da quelle romane, oggi appare addirittura irrilevante rispetto ai fenomeni della privatizzazione del sistema sanitario pubblico su vasta scala con l’avvento delle Multinazionali della salute.
Con il neoliberismo la salute perde il suo valore e come una merce viene introdotta nei mercati finanziari. Le cliniche private convenzionate con il sistema pubblico, spesso avviate al fallimento, in attesa che anche gli ospedali pubblici chiudano i battenti, vengono rilevate dalle Multinazionali della Salute. E’ tempo di privatizzazione. Le convenzioni con il sistema pubblico verranno sostituite dalle Compagnie di assicurazione. Il diritto alla salute torna ad essere un privilegio di casta sociale. Chi avrà i soldi potrà curarsi e per chi non potrà resta solo la sorte.
Il personale sanitario è sempre più mortificato nei suoi diritti, tra sovraccarico di lavoro per il blocco del turnover, contratti fermi da dieci anni e la perdita della dignità professionale.
Le multinazionali come avvoltoi, mentre attendono il crollo degli ospedali pubblici, si accaparrano strutture private convenzionate, laboratori di analisi ed RSA. In nome del profitto inizia l’era dei licenziamenti del personale sardo che si è specializzato nel tempo per essere sostituito da medici ed infermieri spesso importati a basso costo.
Tace la classe politica complice.
Gli ammalati sempre più disorientati sono allo sbaraglio, privi di riferimenti sanitari e di speranze. In Sardegna e nelle sue Isole minori è più facile morire.

Claudia Zuncheddu – Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica

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Fonte: Democrazia Oggi

Red

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John Maynard Keynes nel 1928 tenne una lezione dal titolo “Possibilità economiche per i nostri nipoti“, prima agli studenti del Winchester College e poi a Cambridge. Lo scritto venne pubblicato due anni dopo. Ora torna di attualità in relazione al prodigioso sviluppo della robotica, che sgrava gli uomini dalla fatica e dal lavoro, ma pone più che mai un problema di distribuzione della ricchezza prodotta dalle macchine. Una parzialissima applicazione di questa impostazione sta alla base del c.d. dividendo sociale o reddito di cittadinanza.
Nello scritto questo risultato appare il frutto di un automatismo. A mio avviso, invece, è il centro della lotta di classe nei prossimi decenni. Per ora i ricchi diventano più ricchi e si appropriano del lavoro prodotto dalle macchine, come finora di quello dei lavoratori. Si pone il problema d’invertire la tendenza per giungere ad una redistribuzione equa, tendenzialmente egualitaria.
Ecco una sintesi estrema della riflessione di Keynes. Si consiglia la lettura dell’intera scritto, cliccando sul link. 
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Negli ultimi tempi ci ritroviamo a soffrire di una forma particolarmente virulenta di pessimismo economico. È opinione comune, o quasi, che l’enorme progresso economico che ha segnato l’Ottocento sia finito per sempre; che il rapido miglioramento del tenore di vita abbia imboccato, almeno in Inghilterra, una parabola discendente; e che per ildecennio ci si debba aspettare non un incremento, ma un declino della prosperità.
Nelle pagine che seguono, tuttavia, non mi occuperò del presente, e nemmeno del futuro prossimo. Cercherò invece di proporre un antidoto alla miopia, e cioè una rapida incursione in un futuro ragionevolmente lontano. Che livello di sviluppo economico, proverò a chiedermi, possiamo immaginare di raggiungere da qui a cento anni? Quali possibilità economiche avranno i nostri nipoti?
Dai tempi più remoti dei quali conserviamo traccia — diciamo, da duemila anni prima di Cristo — all’inizio del Settecento il tenore di vita medio, nelle aree civilizzate, non è cambiato di molto. Ha avuto i suoi alti e bassi, come no. Ci sono state pestilenze, carestie, guerre. Età dell’oro, anche. Ma un cambiamento come quello che abbiamo conosciuto noi, inarrestabile e brutale, l’uomo non lo aveva mai visto. Nei quattromila anni che hanno preceduto, grossomodo, il Settecento ci sono stati tutt’al più periodi migliori di altri — però migliori al cinquanta, massimo al cento per cento, non di più.
Le cause di un progresso così lento, se non inesistente, si potevano ridurre a due: l’assenza di invenzioni di un qualche rilievo, e la mancata accumulazione del capitale…
Nel Cinquecento, con un poderoso crescendo dal Settecento in avanti, inizia la grande epoca delle scoperte scientifiche e delle invenzioni tecnologiche, epoca che entra per così dire a pieno regime nei primi anni dell’Ottocento — carbone, elettricità, petrolio, acciaio, gomma, cotone, industrie chimiche, macchine, sistemi per la produzione di massa, telegrafo, stampa, e poi Newton, Darwin, Einstein. L’elenco potrebbe comprendere migliaia di altre voci, peraltro note a tutti.
Ma qual è il risultato di questo sviluppo?
A dispetto dell’enorme incremento della popolazione mondiale, e del conseguente fabbisogno di case e di macchine, il tenore di vita medio in Europa e negli Stati Uniti è aumentato, a mio avviso, di circa quattro volte. Il capitale però è cresciuto in misura molto maggiore, una misura ben più di cento volte superiore a quella  di qualsiasi altro periodo storico. Ed è impensabile che la popolazione continui nell’aumentare a questo ritmo.
Se il capitale aumenta, diciamo, del 2 per cento l’anno, il suo ammontare globale crescerà della metà in vent’anni, e fra un secolo sarà sette volte e mezzo quello odierno. Pensiamo a cosa questo potrà significare in termini materiali — di case, trasporti, e così via.
Al tempo stesso, negli ultimi dieci anni i progressi della tecnica per quanto riguarda la manifattura e i trasporti si sono susseguiti a un ritmo fin qui sconosciuto. Negli Stati Uniti la produzione industriale pro capite del 1925 era superiore del 40 per cento a quella del 1919. In Europa siamo stati rallentati da ostacoli di carattere temporaneo, ma ciò nonostante si può affermare con una certa tranquillità che l’efficienza tecnica si accresce a un ritmo superiore all’1 per cento annuo. Ed è certo che progressi scientifici di portata molto simile a quelli che sin qui hanno interessato essenzialmente l’industria si estenderanno, fra breve, anche all’agricoltura. Potremmo quindi essere alle soglie di un passo avanti nella produzione alimentare delle stesse dimensioni di quello che ha interessato l’estrazione di materie prime, la manifattura e i trasporti. Nel giro di pochi anni — intendo nell’arco della nostra vita — potremmo portare a termine ogni operazione connessa a queste attività con un quarto dello sforzo necessario oggi.
Al momento la rapidità stessa di questi cambiamenti ci turba, e ci pone problemi di non facile soluzione. Per paradosso, i Paesi più attardati sono anche più tranquilli. Noi abbiamo invece contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove.
Ma si tratta di uno scompenso temporaneo. Nel lungo periodo, l’umanità è destinata a risolvere tutti i problemi di carattere economico.
Mi spingo a prevedere che di qui a cento anni il tenore di vita nei Paesi avanzati sarà fra le quattro e le otto volte superiore a quello attuale. Alla luce delle nostre conoscenze attuali, è il meno che si possa dire. E immaginare una crescita anche più significativa non sarebbe un azzardo.
Da qui traggo una conclusione che, non ne dubito, troverete sbalorditiva. E più ci penserete, più vi sbalordirà.
La conclusione è che, in assenza di conflitti drammatici, o di drammatici aumenti della popolazione, fra cento anni il problema economico sarà risolto, o almeno sarà prossimo ad una soluzione
. In altre parole, se guardiamo al futuro l’economia non si presenta come un problema permanente della nostra specie.
Insomma, per la prima volta dalla creazione l’uomo si troverà ad affrontare il problema più serio, e meno transitorio — come sfruttare la libertà dalle pressioni economiche, come occupare il tempo che la tecnica e gli interessi composti gli avranno regalato, come vivere in modo saggio, piacevole, e salutare.
E dovremo fare di virtù necessità – mettere il più possibile in comune il lavoro superstite. Turni di tre ore, o settimane di quindici, potranno procrastinare per un po’ il problema. Tre ore al giorno dovrebbero bastare…

Dunque guardo a quei giorni, spero non troppo remoti, in cui il più grande cambiamento mai occorso nella storia e nella vita sociale dell’uomo si avvererà. Ma si avvererà un po’ alla volta, senza catastrofi. In realtà è già cominciato. A poco a poco, gruppi di individui sempre più ampi si liberano dalla necessità. La soglia critica verrà raggiunta quando questa condizione sarà diffusa a tal punto che inevitabilmente cambieranno i doveri di ciascuno verso il prossimo. Perché sotto il profilo economico rimarrà ragionevole continuare a fare per gli altri quello che non servirà più fare per se stessi.
Il passo al quale raggiungeremo questo stato di beatitudine economica dipenderà da quattro elementi: la capacità   controllare l’aumento della popolazione, la determinazione nell’evitare guerre e tensioni sociali, la disponibilità ad affidare alla scienza il governo di ciò che propriamente le compete, e il tasso di accumulazione fissato nel margine fra produzione e consumo; punto quest’ultimo che si realizzerà da solo, al realizzarsi degli altri tre.
Nel frattempo, sarà bene prepararci al nostro destino, e sperimentare — nell’arte, nella vita, e nelle attività utili.

 

References

  1. ^ Possibilità economiche per i nostri nipoti (www.giuseppelaino.it)

Fonte: Democrazia Oggi





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