Gianna Lai

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(Torino 1921 - assalto fascista ad un’associazione operaia)

Una gara fra chi usa parole, le più pesanti, a dimostrazione di estrema radicalità. Che nel governo ci sono i fascisti, che chi lo sostiene, questo governo, è fascista anche lui, e anche chi, col voto ha contribuito a formare questa maggioranza, è un vero fascista. Senza mai fare distinzione alcuna sulle politiche e i provvedimenti emanati: in perfetta continuità coi precedenti governi quelli odiosi della Lega contro i migranti ai partiti, in netta discontinuità quelli di Cinquestelle. Reddito di cittadinanza, legge dignità, legge anticorruzione, quota cento, provvedimenti contro le delocalizzazioni, risarcimento ai risparmiatori dal fallimento delle banche, vitalizi e pensioni d’oro, finanziamento, codice rosso in favore delle donne oggetto di violenza. E programmi su come si può redistribuire la ricchezza, vera parolaccia per i precedenti governi, in netta discontinuità con i precedenti governi. E con le politiche della Confindustria e dei suoi aderenti che, mentre delocalizzano e destinano i profitti non alle attività produttive, ma alle speculazioni finanziarie, invocano commesse statali attraverso le inutili grandi opere.
Che è il razzismo di Salvini a dettare legge, che la situazione italiana è simile agli anni precedenti il fascismo, grida ed alti lai, adatti non a rappresentare giusto sdegno, mosso da volontà di promuovere conoscenza e apertura al dialogo, ma semplice appartenenza politica, magari anche in funzione prettamente elettorale, se nel mentre si deve andare a votare. Alla fine in linea col rabbioso atteggiamento dell’attuale inconcludente e impolitica opposizione parlamentare, quella che non ha voluto fare maggioranza con i Cinquestelle, quella che su fascismo e democrazia ha molto da insegnare, avendo più volte attentato alla nostra Costituzione. Senza capire mai che gli italiani la Costituzione non vogliono perderla.

Nessun rispetto per gli italiani, nessun rispetto per la Storia, più volte invocata a dire siamo come allora, come al tempo del fascismo e degli anni che lo preparano. Scomodano la Storia, ma senza mai rivedere sui libri cosa dicono gli storici quando parlano di fascismo e di Italia prefascista, facendo, quindi, un pessimo uso pubblico della Storia stessa. Se tra il 1920 e il 1921 furono 166 i militanti di sinistra uccisi e 726 le sedi socialiste, operaie e sindacali assaltate e bruciate dalle squadre fasciste al soldo degli agrari, è questo il prefascismo verso il quale siamo avviati? Non restituire alla gravità degli eventi di quel tempo la giusta dimensione, l’ingiustizia terribile che stava maturando, è cosa gravissima. Non metterne in campo le vere ragioni, quasi a voler nascondere responsabilità di borghesia e ceti dominanti, re, burocrazia e silenzi della Chiesa, è cosa gravissima. Offendere la Storia, privando i fatti della giusta contestualizzazione, come se il fascismo fosse cosa che va e che viene, senza potervi porre rimedio neppure per il futuro, evidentemente se dovesse succedere di nuovo, è meccanismo uguale e contrario a quello che usa il negazionismo per togliere valore ai fatti e agli avvenimenti del passato. Distorcere la Storia. Riportato ancora all’oggi, è il rifiuto di qualunque analisi sul ruolo attuale di maggioranze parlamentari e burocrazie, di classi dirigenti e imprenditori irresponsabili, nello sfascio di un’Italia prona alle gerarchie europee, le vere ispiratrici dei recenti ultimi governi del nostro Paese, da Monti a Renzi. E che non amano l’attuale esecutivo, espressione di maggioranza parlamentare determinata dall’esito del voto degli elettori. Nessuna analisi sul presente sul perché la china precipita ancor più velocemente fino al referendum del 4 dicembre 2016, del perché viene ormai meno la Sinistra dopo l’abbandono dei suoi programmi. Nessuna analisi sull’indebolimento del Sindacato, visto come fumo negli occhi dai precedenti governi, ed esposto agli attacchi del liberismo spinto, che pervade di sè tutta l’opposizione in Parlamento.
Andrei piuttosto a guardare con attenzione alle nuove formazioni della destra estrema in Italia e in Europa, movimenti neofascisti e neonazisti che partecipano alle elezioni e chiedono i voti dei cittadini, mentre continuano a ineggiare all’uso della violenza. E che non hanno mai preoccupato i governi precedenti in Italia, sempre pronti a minimizzare sulla denuncia degli antifascisti, secondo i quali gli spazi lasciati vuoti dai movimenti progressisti divengono immancabilmente terreno di conquista da parte dell’eversione, da parte dei gruppi eversori di tutte le destre. Richiamandosi, queste si, a quel passato, duramente sconfitto dal movimento popolare di Resistenza e dalla Costituzione, strumenti ancora validi, crediamo grazie anche allo studio della Storia, a prevenire e combattere tutti i fascismi.
Grida l’opposizione contro il fascismo di Salvini e del suo alleato Di Maio, ma il vero bersaglio sono i Cinquestelle, per avere fatto proprie parole e programmi ed elettori di una Sinistra che non c’è più, per aver dimostrato che il re è nudo, se si possono fare tutte quelle cose vietate ai precedenti governi. Chi è all’opposizione macina rabbia anche per questo, senza invece entrare nel merito e discutere la forma e la funzione di provvedimenti importanti, e la possibilità di migliorarne l’attuazione per assicurarne l’efficacia. E interpretare finalmente lo spirito di un voto che chiedeva interventi di natura sociale urgenti, come già esistono in tutti gli Stati che vogliano dirsi civili. A meno che, questa opposizione che non c’è, non pretenda di continuare scandalosamente ad appaltare i poveri alla Caritas col danaro pubblico. Per nasconderla ancora la povertà, essendo i poveri i veri responsabili della povertà. A meno che questa opposizione non sia ideologicamente convinta di dover impedire un’assunzione di responsabilità da parte della Repubblica, impedire il compito stesso della Repubblica di ‘rimuovere gli ostacoli‘, come da Articolo 3 della nostra Carta.
Se studiassero la Storia e, alla luce di questa, analizzassero il presente, capirebbero che il fascismo alligna nella disgregazione sociale, determinata da disoccupazione e miseria, e da lavoro senza dignità, persino incapace di far uscire le persone dalla povertà stessa. E alligna dove si indeboliscono e si spogliano i territori a causa della emigrazione di massa, e dove si impone alle popolazioni, devastando le coscienze dei singoli, di vivere di indennizzi e di assistenza. Ora che una nuova CGIL sembra delinearsi all’orizzonte con l’elezione di Landini, e che con la manifestazione di sabato il movimento operaio e popolare sembra di nuovo pronto alla battaglia, dopo anni di silenzio nei confronti dei precedenti governi, bisogna riprendere il confronto. Aprire di nuovo le istituzioni alle sollecitazioni del mondo del lavoro, per ricostruire un tessuto di relazioni vere nei territori. Anche partendo dai provvedimenti di governo di cui si parlava e da un’azione critica del Sindacato, diretta ad analizzarli e a verificarli. E organizzando i lavoratori, prima di tutto, contro il precariato e verso la conquista finalmente di un salario dignitoso. Così si batte Salvini e la destra, richiamando la Costituzione. E la Consulta a garantire la costituzionalità delle leggi, e la magistratura a decidere sui modi e sui comportamenti.

Fonte: Democrazia Oggi

Cagliari

arcipelagomilano.org, 14 gennaio 2019Quando al principio del nuovo secolo gli studiosi attenti ai cambiamenti delle relazioni fra l’urbanistica, l’economia e i proprietari fondiari ammonirono che la disciplina era entrata a pieno titolo nel libero mercato come qualsiasi altra merce, dovevano sapere che essa nel secolo breve apparteneva già in qualche modo al mercato.

Anzi, in un processo alla rovescia era il mercato a essersi introdotto nell’urbanistica poiché lì c’erano territorio (terreni), piano (progetti), regole (eccezioni)… Con altre parole: la nuova condizione proveniva da lontano.

Nel passaggio dagli anni Cinquanta agli anni Sessanta amministratori pubblici e urbanisti, spregiudicati gli uni e gli altri, ritenevano ordinaria utilità proporre a imprenditori e a proprietari di aree destinate a verde pubblico dal piano regolatore la cessione di metà della superficie vincolata, concedendogli sull’altra una cubatura da calcolare, da contrattare, magari fino al limite massimo implicante l’intera area secondo l’indice di edificazione previsto per la zona.

Sicché la densità di costruzione sarebbe risultata doppia nella parte neo-edificabile privilegiata, per di più beneficata dalla presenza del confinante verde pubblico. Secondo loro non esisteva altra possibilità di realizzare giardini comunali, ancorché dimezzati rispetto alle previsioni.

Era una negoziazione sui generis, fra persone appartate ignote alla vita della città; originale vocazione proveniente da germi corruttivi già presenti allora nei partiti. Ad ogni modo non era caso di mercato «libero»; mancava la concorrenza stante la preesistenza della proprietà immobile o, nel caso dell’imprenditore, il legame con la proprietà e talora la collusiva alleanza precostituita con l’amministrazione pubblica.

Tuttavia, quando questa vecchia maniera di mercanteggiare si allargava ai diversi quadranti della città poteva nascere un vero commercio urbano contraddistinto da una specifica situazione topografica e fondiaria, una specie di gara (quasi-concorrenza) delle proprietà vincolate e relative imprenditorie: per ottenere la priorità del contratto fra cessione del fondo e «diritto di cubatura», se così si può dire.

Quale tramestio, inoltre, poteva nascondersi fra le quinte di tale rappresentazione con attori privati e pubblici? In seguito il mercantilismo, se non il mercato come lo si intende oggi (anche in modo capzioso), ha dominato il territorio e il relativo pensiero comprendente derivati economici, urbanistici, edilizi (come nei famigerati titoli finanziari) gravidi di squassanti conseguenze sui rapporti sociali.

La vittoria degli immobiliaristi e della rendita non fu messa in discussione neppure da un certa ripresa del profitto (anni dopo la sconfitta causata dal contratto all’Alfa Romeo del 1963), né da qualche infortunio nella speculazione finanziaria del minus habens fra quelli.

Mercato concorrenziale o monopolistico o oligopolistico, oppure offerto ai mercanti dalla stessa autorità pubblica, la compravendita si estendeva all’intero suolo nazionale. Si impiega (o si dovrebbe impiegare) il termine «libero», nel significato di aperto confronto fra domanda e offerta, di chiara trattativa in ogni specie di possibile scambio, materiali o prestazioni, corpi o anime quando niente di esterno la ostacoli o nessuna autority ne detti qualche regola a difesa di eventuali compratori deboli. Era dunque un’altra cosa il mercato del e nel territorio di allora? Un mercato bloccato? Non lo era, bloccato, se ha potuto esprimersi attraverso la gigantesca ampiezza che conosciamo; tanto, appunto, da costituire quasi in ogni anno dal dopoguerra la fetta maggiore o comunque troppo grossa della torta degli investimenti totali.

Qualche impedimento alla privatizzazione liberista e conseguente sottrazione della terra nazionale alla società dei cittadini esisteva al tempo (quasi preistoria) di un relativo funzionamento anti-speculativo dei demani (terreni e costruzioni civili). Negli anni Cinquanta e primi Sessanta, quasi per naturale contraddizione rispetto ai comportamenti disonesti, fu approvato qualche Piano regolatore contenente aree di riserva demaniale, cioè intoccabili.

Poi un precipizio si è aperto in questa resistita crosta; amministratori e politici intossicati dal bacillo liberista vi gettarono i beni patrimoniali della collettività insieme al proprio doppio dovere: di osservatori critici del mercato privato urbanistico-edilizio e di promotori e attori del progetto pubblico. Del resto negli anni Trenta le amministrazioni milanesi avevano ceduto buona parte del ricco demanio fondiario a gerarchi fascisti, a imprenditori amici, a finanzieri speculatori.

Dunque oggi niente di nuovo sul fronte nazionale dopo il Novecento e l’avvento del secondo millennio? Eh, purtroppo una novità spaventevole. Il neo-liberismo non vige soltanto nella realtà del territorio e nella gestione urbanistica di molti comuni e regioni. Il mercato «libero liberista libertario» del territorio e della stessa pianificazione (come, da prima, processo edilizio e progettazione architettonica) è diventato pensiero duro e forte fissato come una spessa piastra di titanio nel cervello dei politici e degli amministratori pubblici, mentre si conformava come profondo basamento e impenetrabile diaframma delle postazioni tenute dai rappresentanti della sinistra e degli urbanisti a loro collegati (succubi o maestri …).

La negoziazione, vantata per prima dalla proposta del ciellino milanese Maurizio Lupi, assessore nella giunta del sindaco Gabriele Albertini (1997-2006), rilanciata inopinatamente dall’Istituto nazionale di urbanistica, non avrà bisogno di appartenere a un nuova legge approvata dal parlamento.

Una pragmatica abitudine di enti pubblici e società private a contrattare fuor di ogni legittimazione democratica si consoliderà attraverso una miriade di episodi susseguitisi sempre più velocemente e costituirà essa la riforma legislativa dell’urbanistica.

A partire dalla vecchia madre di tutti gli accordi, la grande espansione di Milano sui terreni della Bicocca (chi avrebbe potuto immaginarla prima?) concessa da un sindaco a un «padrone delle ferriere» deciso a passare dal dovere capitalistico del profitto alla pacchia possessoria della rendita fondiaria, l’applicazione della nuova urbanistica privata intaccherà man mano ben più malamente città e territori.

E cagionerà la trasformazione culturale anche dell’ultima classe resistente di intellettuali, in senso opposto ai bisogni e diritti della maggioranza dei cittadini, vale a dire della società tout court: termine sentimentale proveniente dall’analisi sociale dei maestri del socialismo.

Un punto d’arrivo tanto più sorprendente del punto di partenza sarà impiantato a Bologna, la città leggendaria per i risultati ammirevoli raggiunti al suo tempo nella pianificazione pubblica, con realizzazioni esemplari anche a scala di piano particolareggiato.

Ah! Il famoso modello bolognese. Gli amministratori pubblici lo hanno capovolto in armonia con un’esagerazione masochistica dichiarata: la pianificazione e tutti i progetti siano alienati ai padroni della rendita fondiaria e della produzione edilizia, l’ente pubblico anticiperà l’approvazione e il supporto, magari oneroso. Così siamo pervenuti a un intreccio culturale ultraliberista, letteralmente reazionario. Parafrasando Marx: assistiamo a nuovi trionfi dei signori della terra, del capitale, della spada sui cittadini (vedi M. Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica, Einaudi 2018, p.122, IV capoverso).

Intanto a Milano l’ultima narrazione costituita dal negoziato con FS per il riutilizzo dei sette scali ferroviari liberati dalla vecchia funzione è sfociata in un lungo silenzio. Cosa ne sappiamo ora? Dopo le discussioni pressapochiste, le commesse progettuali inutili giacché illegali, il rifiuto dei concorsi, restano gli scartafacci del più importante problema urbanistico della metropoli nell’ufficio dell’assessore polivalente Maran.

Tuttavia ci ha pensato il sindaco, invece di far ordine nelle carte e ritornare al confronto con FS da una posizione meglio costruita, forte, atta a rappresentare davvero il bene della popolazione e dei frequentatori, a rivolgere un invito stravagante alla controparte circa la destinazione del milione e 300 mila metri quadrati in causa.

Mi sembra che pochi l’abbiano saputo, a me invece è capitato di ascoltare l’intervista ritrasmessa da Radio Popolare il 12 dicembre. Premessa di Sala: «Noi non facciamo case popolari». Seguito: «Le Ferrovie facciano quello che vogliono. Basta che il trenta per cento sia riservato a edilizia convenzionata» (sottolineatura mia). C

osì la richiesta, data l’identità sostanziale della convenzionata con l’edilizia corrente, non è altro che consentimento alla cementificazione dell’intera superficie.

 

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Oggi dibattito sul caso RWM. Il 20 udienza al TAR

13 Febbraio 2019
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Oggi

13-febb-19-mem
- La pagina fb dell’iniziativa[2].
Introduce: Carlo Bellisai (Portavoce Tavola Sarda della Pace)
Dialogheranno: Francesco Vignarca (Coordinatore nazionale Rete Italiana per il Disarmo) e Franco Uda (Portavoce Tavola Sarda della Pace e Coordinamento nazionale Rete della Pace)
Coordinati da Piero Loi (Giornalista).
Durante la serata sono previsti gli interventi artistici di:
Elena Ledda e Mauro Palmas
e
Teatro Nonviolento Theandric
[segue]
Negli ultimi tre decenni l’investimento complessivo nella cooperazione internazionale è stato più di dieci volte inferiore alle spese militari. Come si può mantenere la pace nel mondo con una sproporzione tale di risorse?
Nella situazione attuale, caratterizzata da episodi di xenofobia e violenza, dalla costruzione di nuovi muri e barriere, è in atto una nuova corsa agli armamenti, alimentata dalle tante guerre locali e dai numerosi conflitti mai sopiti per la supremazia economica e politica, pronti a sfociare in nuovi scontri armati. Assistiamo così alla riduzione generale dei diritti e, in numerosi contesti, ad una vera negazione dei diritti umani fondamentali, nient’altro che lo specchio della militarizzazione dei rapporti internazionali, benché le comuni e crescenti emergenze mondiali, come quella climatica o quella della fame, reclamino un approccio pacifico e solidale.
L’Italia non è fra i Paesi firmatari della risoluzione ONU sulla messa al bando delle armi nucleari, né ha aderito all’embargo contro la vendita di armi all’Arabia Saudita, proposto e accolto da diversi Stati membri dell’Unione Europea.
Siamo in ritardo, in Sardegna ancor più, considerato che dal nostro territorio partono gli ordigni responsabili del massacro della popolazione yemenita.
Per questo è indispensabile potenziare l’intervento sulla scena politica locale e globale della società civile e dei movimenti per la pace, per i diritti umani e per un modello di sviluppo equo ed ecologicamente sostenibile.

References

  1. ^ Nessun commento (www.democraziaoggi.it)
  2. ^ La pagina fb dell’iniziativa (www.facebook.com)

Fonte: Democrazia Oggi

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il Fatto Quotidiano, 1 Febbraio 2019.  Banfi o non Banfi, l’Unesco è un ente serio: a giugno la conferenza annuale a Baku dovrà decidere se annoverare Venezia tra i “Patrimoni dell’Umanità in pericolo” (insieme ad Aleppo e Leptis Magna) per il mancato rispetto delle raccomandazioni esposte in un denso studio del 2015, degno emulo del Rapporto Unesco su Venezia uscito giusto 50 anni fa. In tempi recenti, Vienna e Liverpool sono state retrocesse per molto meno, per singoli progetti edilizi discutibili: a Venezia, è tutta la gestione della città ad andare nel senso sbagliato, come denunciano in un imminente e-book Giuseppe Tattara, Roberta Bartoloni, Gianni Fabbri e Franco Migliorini, autori anche di un libretto dal titolo Governare il turismo.

Proprio sul turismo, l’amministrazione Brugnaro sembra voler far cassa e confondere le acque: la “tassa di sbarco”, da applicare chissà come ai singoli avventori, mentre si poteva semmai agire sulle agenzie e sui gruppi; le campagne di manifesti per il decoro urbano e i tornelli giù dal ponte di Calatrava, del tutto inefficaci; altri 9.000 posti-letto nuovi di zecca a Mestre, che vanno ad aggiungersi ai 7.500 già esistenti e ai 37.500 complessivi (a spanne) della città storica. Si poteva intraprendere invece una regolamentazione (anche di Airbnb) come a Parigi, Barcellona, Amsterdam, e varare un sistema di prenotazioni gratuito online atto a contenere gli escursionisti giornalieri, che sono ormai i 2/3 dei visitatori e costano più di quanto rendano.

Intanto, continuano i cambi di destinazione d’uso degli immobili (pratica deleteria iniziata con le giunte Cacciari degli anni 90); più del 70% degli acquisti di case a Venezia sono fatti da non residenti (muoiono così i negozi di vicinato, intere aree della città si spopolano e si dimezzano i posti-letto all’ospedale); vengono osteggiate le esperienze associative dal basso, come la colletta per una gestione condivisa dell’isola di Poveglia o la co-gestione partecipata dell’ex teatro anatomico della Vida in Campo San Giacomo (in quest’ultimo caso, lo sgombero è addirittura avvenuto con la forza pubblica contro artisti e passeggini).

Peggio va per le arie (inquinate quanto quelle di Padova) e soprattutto per le acque: al Lido si posa l’ultima paratoia del Mose (assurdo mastodonte che, come la stessa Unesco ventila, si rivelerà inutile a fronte dell’innalzamento dei mari), nei canali si fa ben poco per regolare la velocità dei natanti a motore (pochissime le multe) e in Laguna si tengono le Grandi Navi, che da anni continuano a passare dinanzi a Palazzo Ducale in spregio alle dichiarazioni dei politici e – così un dettagliato studio di Tattara – alla stessa convenienza economica della città.

Ora le si vuole dirottare nella prima zona industriale di Marghera (un luogo, per inciso, tutto da bonificare, prima di una fantomatica “riconversione”), facendole passare nel Canale dei Petroli e nel Canale Vittorio Emanuele III, i quali andranno entrambi scavati fino ad arrivare a 260 metri di ampiezza, e consolidati con argini di pietra solidi e irreversibili. Una decisione, questa, che, oltre a generare prevedibili difficoltà di ingorgo e rischi di collisione con le navi merci, taglierà definitivamente in due la Laguna asportando 7-8 milioni di metri cubi di sedimenti e approfondendo i noti e riconosciuti danni idrogeologici causati dagli scavi dei canali degli anni 60.

Secondo Stefano Boato, per anni anima della Commissione di Salvaguardia, le delibere comunali in questo senso (al pari di quelle che varano la seconda pista dell’aeroporto di Tessera, tramite l’interramento di pezzi di Laguna) sarebbero senza mezzi termini illegittime (pare che lo stesso ministro Costa abbia chiesto chiarimenti): di certo, il dossier Unesco del 2015 chiedeva l’opposto.

A oggi manca ancora il Piano morfologico della Laguna richiesto a gran voce dall’Unesco: nel 2018 la Commissione Vas ministeriale ha bocciato quello partorito dal Corila (l’apposito organo del Consorzio Venezia Nuova, travolto dallo scandalo Mose ma recentemente rifinanziato e di nuovo pronto a elargire i suoi denari a università e centri studi), le cui mostruosità furono denunciate, per tempo e nel dettaglio, da Italia Nostra e dalla sua presidente Lidia Fersuoch.

Per le Grandi Navi una prima soluzione – ventilata dallo stesso rapporto Unesco del 2015 – ci sarebbe: la creazione di un apposito terminal off-shore, auspicato da anni dai veneziani più avveduti sulla base di dettagliati progetti che hanno avuto anche l’assenso della commissione Via.

In uno scenario che assomiglia a quello prefigurato da Vittorio Gregotti vent’anni fa (“gestire la ricca decadenza come fenomeno turistico”), scompare la Repubblica fondata sul rispetto e il governo delle sue acque e sulla gestione sapiente delle problematiche sociali; sembra non si voglia cogliere l’opportunità di creare (decisivo, in questo senso, il destino ancora incerto dell’Arsenale) una nuova “città della conoscenza” che non si risolva nella portaerei della Biennale ma porti ricercatori e studiosi di mare, di arte, di lingue, di futuro a stabilirsi qui per periodi medio-lunghi, ridando fiato a una residenzialità che non sia d’assalto.

È questo il sogno che ancora tenacemente coltiva, dalla sua casa di Campo Santa Margherita, uno dei massimi urbanisti italiani, il novantenne Edoardo Salzano, animatore del prezioso sito eddyburg.it e protagonista delle pagine finali, e più commoventi, di Non è triste Venezia di Francesco Erbani (Manni 2018).

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

 Red

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Le critiche al reddito di cittadinanza, senza ammetterne la positività generale e specifica, sono diffuse e provvengono anche dalle parti più impensate. Pià che una opposizione alla misura sembra un pregiudiziale attacco al M5S.  Il Manifesto, ad esempio, si distingue nel benaltrismo anti-M5S su tanti temi. Sul reddito di cittadinanza ne sono prova gli articoli di Roberto Ciccarelli. In un articolo dei giorni scorsi giunge a dire che “il reddito di cittadinanza è contro la povertà, ma colpisce gli esclusi“.  E perché tanta malvagità? Anzitutto, “il requisito di residenza in Italia da almeno dieci anni, di cui gli ultimi due consecutivi è incostituzionale e iniquo perché esclude le persone straniere regolarmente presenti in Italia; i senza dimora, a prescindere dal fatto che siano o meno cittadini italiani; i possibili immigrati italiani residenti all’estero e di ritorno in Italia“. Non sfuggirà al giornalista che c’è stato e c’è un attacco massiccio per la estensione del beneficio ai non italiani. Dunque, i difetti o le lacune lamentate da Ciccarelli sono il prezzo - come spesso accade nelle votazioni - per far passare i benefici a favore di tutti gli altri. Quindi l’impostazione dovrebbe essere rovesciata, e cioè affermare che il reddito di cittadinanza beneficia molti poveri e per gli esclusi ci sono nell’ordinamento altri rimedi. Ad esempio la Consulta, che, investita della questione, può trarre dalla Carta una integrazione alla disciplina vigente, nella parte in cui non include i soggetti segnalati da Ceccarelli. Sono sentenze che spesso la Corte costituzionale adotta, desumendo la disciplina direttamente dalla Costituzione.
La questione riguarda, ad esempio, anche i motivi umanitari per i migranti, come ha detto in un parere la Corte dei conti e dicono molti costituzionalisti.
Ciccarelli lamenta poi la probabile incapienza delle risorse stanziate. Queste “risultano, ad un’analisi più dettagliata, incapaci di coprire l’intera platea dei poveri assoluti (4,9 milioni per il governo Lega-Cinque Stelle; tra i 2,4 e i 2,7 milioni per Inps e Istat) che hanno un reddito Isee inferiore ai 9.360 euro. Avendo mantenuto il tetto massimale di 780 euro, determinato sulla base del 60% de reddito mediano netto italiano da cui detrarre la differenza del valore del patrimonio e dei redditi a disposizione dei richiedenti, il sussidio rischia di penalizzare i nuclei familiari numerosi, i soggetti più colpiti dalla povertà in nome dei quali il governo sostiene di avere istituito questa misura. Secondo Giuseppe Pisauro, presidente dell’ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ascoltato ieri dalla commissione bilancio del Senato, la «scala di equivalenza»prevista è concepita male: «Se il beneficio per un single è di 3.423 euro, per una famiglia con più di 4 componenti scende a 1864 euro a persona». Sviluppando la logica del workfare, l’Upb dubita della credibilità dei meccanismi coercitivi ipotizzati dal governo: «Se non fossero stringenti il rischio sarebbe un aumento della spesa per 2 miliardi».
Benissimo, prendiamo per buona questa osservazione. Pone il problema di rivedere la disciplina, ma non ne inficia la bontà di base. O no? Era meglio fare come prima, che nulla (o molto meno) era stato previsto per le fasce in povertà? O è preferibile far qualcosa seppure da perfezionare e migliorare? Per il Manifesto sembra meglio fare come prima.
Ciccarelli giunge così al paradosso, questo sì sorprendente, di ritenere che un provvedimento che sviluppa l’art. 38 della Cost., perché - a suo dire  - lo fa parzialmente e con lacune, costituisca una lesione dei diritti costituzionali delle persone residenti in Italia e rechi un  danno economico.
Poi il giornalista fa proprie le paure di Tito Boeri, e cioé che c’è il rischio che l’INPS, incapace dei controlli, sia “costretto a chiedere la restituzione di cifre fino a 10 mila euro, dopo averli riconosciuti, ad almeno 100 mila nuclei” che li hanno presi indebitamente. Certo, questo è un problema, ma non è motivo per non adottare la misura per temperare la povertà.
Poi, l’altro refrain: il provvedimento di contrasto alla povertà, basato sullo scambio tra sussidio pubblico e obbligo al lavoro (8 ore gratuite a settimana, tra l’altro), genererà esclusioni e diseguaglianze.  Un “impressionante elenco di ingiustizie, e fondate anomalie“, cui si aggiunge  il problema dei «navigator», 4 mila nuovi precari assunti dall’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro (Anpal) con un contratto «co.co.co.» per i due anni. Solitamente queste situazioni inducono gli interessati e i sindacati all’iniziativa per la formazione e stabilizzazione. E questa mi pare una buona occasione per i 4 mila giovani, anziché una penalizzazione. Fra l’altro, siccome ci sono anche “gli attuali 654 precari dell’Anpal“  e il lavoro è “molto complesso“, sarà più razionale stabilizzarli.
Il Manifesto fa infine propria la preoccupazione della Caritas. Teme la possibilità di una «marginalizzazione del ruolo delle Regioni e degli enti locali», oltre che «dei soggetti sociali e il volontariato», «fondamentali nella costruzione di una rete di supporto alle condizioni di vulnerabilità». Anche qui forse sarebbe bene ricordare che la Caritas preferisce ai diritti riconosciuti dalla Stato, la carità offerta suo tramite ai poveri con risorse pubbliche.
Al coro delle critiche non poteva mancare il garante della privacy, l’orgolese Antonello Soro. L’Autorità Garante della Privacy non entra nella valutazione della validità del sussidio (non può farlo), ma avanza perplessità sulla “disposizione che attribuisce agli operatori dei centri per l’impiego e dei servizi comunali la funzione di monitoraggio dei consumi e dei comportamenti dei beneficiari”. Chiedo ad Antonello: è meglio “monitorare” che qualche vecchio di Orgosolo abbia qualcosa in più da mangiare o lasciare che, nella sua privacy assoluta, tiri la cinghia? E lo stesso chiedo al CAF, patronato CGIL di Cagliari. Un tempo la CGIL e il PCI lottavano per il “pane e il lavoro“. Oggi, con slogans più moderni, dovrebbe farsi lo stesso: “condizioni di vita dignitose e lavoro“. Invece, per il CAF lo slogan sembra la “privacy prima di tutto!” Certo, c’è tanto da limare nel Reddito di cittadinanza, ma se, in attuazione dell’art. 38 Cost., attenua le penurie dei bisognosi, mi pare ragionevole sostenerlo. Poi, certamente, chiediamo anche altro, il lavoro anzitutto e anche la privacy.
Di fronte a tutto questo non c’è da meravigliarsi se Vito Crimi (M5S) ha accusato i sindacati di essere rimasti «in silenzio» «mentre si svendevano i diritti di tutti». Forse è esagerato. Certo è che scioperi contro le misure “lacrime e sangue” del governo Renzi non se ne sono visti, mentre ora si va contro misure a favore, per quanto manchevoli e perfettibili. Bene la lotta dei sindacati. Ci mancherebbe! Ma bisogna non è che ci voglia aggiustatina del tiro?

Fonte: Democrazia Oggi




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