sardanews

Gianfranco Sabattini

image

 (James Edward Meade)

Il welfare State, elaborato da John Maynard Keynes, è divenuto, sul piano dell’azione politica dei Paesi che l’hanno adottato, il presidio finalizzato a realizzare quanto fosse risultato necessario ad assicurare la stabilità del sistema economico, con una crescente creazione e conservazione dei livelli occupazionali consentiti dalle attività produttive. In particolare, il patto prevedeva che il sistema welfarista svolgesse la funzione di fornire alla forza lavoro, nel caso fosse risultata temporaneamente e involontariamente disoccupata, la garanzia di un reddito da corrispondere sotto forma di sussidio, a fronte di contribuzioni assicurative, a carico di imprese e lavoratori.
E’ però opportuno ricordare che oltre all’organizzazione del welfare State, secondo la proposta (poi istituzionalizzata) di Henry Beveridge, veniva avanzata da James Edward Meade (docente alla London School of Economics e alla Cambridge University) una proposta alternativa. Meade proponeva che la sicurezza sociale fosse garantita in termini radicalmente diversi da quelli previsti dal sistema del welfare State adottato; la sicurezza sociale, a suo parere, poteva essere meglio assicurata, invece che con la corresponsione ai soli disoccupati di sussidi condizionati (vincolando, ad esempio, il disoccupato a reinserirsi nel mondo del lavoro e a sottoporsi a un insieme di controlli non sempre rispettosi della dignità della persona), piuttosto attraverso l’erogazione di una forma di reddito universale e incondizionato, corrisposto a tutti i cittadini senza alcun vincolo.
Meade chiamava “Dividendo Sociale” il reddito universale e incondizionato da lui proposto, da finanziarsi, non attraverso il sistema fiscale, ma con le risorse derivanti dalla vendita dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva gestiti dallo Stato, mediante un apposito “Fondo-capitale nazionale”, per conto e nell’interesse di tutti i cittadini. Il dividendo sociale, doveva essere corrisposto a ciascun cittadino sotto forma di trasferimento pubblico, indipendentemente da ogni considerazione riguardo ad età, sesso, salute, stato lavorativo, stato coniugale, prova dei mezzi e funzionamento stabile del sistema economico.
Il fine ultimo della proposta di Meade era quello di realizzare un sistema di sicurezza sociale che avesse riconosciuto ad ogni singolo soggetto, in quanto cittadino, il diritto ad un reddito di base, sufficiente ad assicurare una giustizia sociale più condivisa; un sistema di sicurezza, cioè, che avesse consentito di raggiungere, sia pure indirettamente, tale fine, in termini più efficienti ed ugualitari di quanto non fosse possibile con qualsiasi altro sistema alternativo.
La proposta di Meade, tuttavia non è stata accolta, non solo per il maggior accreditamento sociale delle idee keynesiane sulle quali era stata formulata la proposta di Beveridge, ma anche perché nei “Gloriosi Trent’Anni” (1945-1975), nell’arco dei quali le economie capitalistiche che avevano adottato il welfare State di derivazione keynesiana hanno vissuto un periodo di crescita sostenuta, consentendo la sostenibilità di welfare State nazionali, portati ad aumentare sempre di più le loro funzioni.
Il rallentamento della crescita e dello sviluppo (alla fine degli anni Settanta del secolo scorso), nonché la crisi del welfare, hanno comportato la riproposizione di antiche ideologie economiche e politiche conservatrici che, imputando la causa della stagnazione del sistema economico al crescente livello della spesa pubblica, hanno individuato la soluzione del problema del rilancio della crescita e dello sviluppo nella riduzione delle prestazioni sociali (considerate un disincentivo al lavoro) e del carico fiscale (col quale veniva finanziato il sistema di sicurezza sociale).
Quali siano stati gli esiti dell’accoglimento delle ideologie conservatrici neoliberiste è ormai nell’esperienza di tutti. Ma, se il connotato principale degli attuali sistemi produttivi ad economia di mercato è quello di causare crescenti livelli di disoccupazione strutturale (complici, da un lato, l’internazionalizzazione senza regole delle economie nazionali e, da un altro lato, l’elevata velocità dei processi di miglioramento delle tecnologie produttive), quale prospettiva può essere offerta ai disoccupati irreversibili (e, in generale, a tutti coloro che risultano privi di reddito) di partecipare alla produzione-distribuzione del prodotto sociale, perché sia loro reso possibile di perseguire dignitosamente il proprio progetto di vita?
La risposta a questo interrogativo può essere data solo prendendo in considerazione una riforma delle modalità di distribuzione del prodotto sociale, in modo da erogare a tutti i cittadini un “dividendo sociale” (da intendersi nel senso di Meade), indipendentemente dalla loro età e dal fatto di essere occupati, disoccupati o poveri. Per quanto questa soluzione sia oggetto di dibattito sul piano teorico, essa è stata però ignorata dalle classi politiche dei Paesi sempre più frequentemente colpiti da crisi economiche; le forze politiche hanno preferito, al contrario, continuare a “rabberciare” il vecchio arnese del welfare State, ormai ridotto a strumento utile solo a consentire all’establishment politico, sindacale ed economico prevalente di “guadagnare tempo”, prima che i rattoppi del welfare State cessino del tutto la loro effimera efficacia.
Da tempo, infatti, a livello internazionale, si proponeva di ricuperare l’originaria proposta di Meade, al fine di introdurre un sistema di sicurezza basato sulla corresponsione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, assegnato a tutti e sottratto alla logica di funzionamento del sistema economico. Si sarebbe trattato di un trasferimento pubblico diverso da quello concepito dal sistema welfarista a titolo di reddito di inclusione. Tale è, ad esempio, il trasferimento che, con la denominazione impropria di reddito di cittadinanza, sarà corrisposto sulle base dei provvedimenti adottati dall’attuale governo italiano. In realtà, come afferma Chiara Saraceno in “Reddito di cittadinanza: tanta confusione sotto il cielo” (Micromega 11/2018), con “un’impropria identificazione tra ‘povero’ e ‘disoccupato’ ed un approccio paternalista che vede nel percettore del reddito un potenziale approfittatore da tenere sotto sorveglianza (e a cui prescrivere persino i consumi)”, il trasferimento previsto dall’attuale normativa è tutto fuorché un dividendo sociale (o reddito di cittadinanza) universale e incondizionato.
Una riforma delle regole di distribuzione del prodotto sociale fondata sull’introduzione di un reddito di cittadinanza così inteso, renderebbe inutile quasi totalmente l’intero apparato del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, qualora essa fosse associata ad una riqualificazione dell’attuale sistema di welfare, volto prevalentemente, se non esclusivamente, ad assicurare l’istruzione, la formazione professionale e lo stato di salute dei cittadini; inoltre, essa renderebbe plausibile un possibile rilancio della crescita e dello sviluppo, attraverso la creazione di una società dell’apprendimento, intesa – secondo quanto suggerito da Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” - come condizione perché la società del sistema in crisi possa evitare di sprecare la risorsa più preziosa della quale dispone, cioè la capacita lavorativa e creativa dei propri componenti.

Fonte: Democrazia Oggi

Roberto Mirasola

Risultati immagini per roberto mirasola foto

Il segretario provinciale di Cagliari, Roberto Mirasola, ci scrive per spiegare la posizione di Sinistra italiana in vista delle elezioni regionali.

Caro Andrea,

ho letto con attenzione la tua intervista rilasciata venerdì all’Unione Sarda. Saggiamente suggerisci alle forze politiche di trovare un’intesa per fermare l’avanzata di Salvini. Da profondo conoscitore e studioso del diritto non ti sfugge che con l’attuale legge elettorale sarda non bisogna disperdere neanche un voto, sarebbe opportuno convergere piuttosto che disperdersi. Certo bisogna convergere sui temi al fine di poter costruire un programma che ponga al centro le esigenze dei sardi così come egregiamente il Prof. Sabatini[1] ha riportato in un suo recente articolo pubblicato in questo blog. Da qui nascono a mio parere le note dolenti. Sabato scorso si è tenuta a Tramatza la conferenza programmatica del PD, guarda caso a pochi giorni dallo scioglimento delle riserve che hanno portato a ufficializzare la candidatura di Zedda alla guida della coalizione cosiddetta “Progressista di Sardegna”. Dunque il PD contribuisce al programma in piena continuità con il passato, del resto sono chiare le parole di Pigliaru, presente in sala, di elogio per l’operato della giunta. Del resto lo stesso Zedda nella sua intervista all’Unione di domenica non ritiene opportuno dare un giudizio. Che cosa vuol dire questo? E’ chiaro che non si vuole fare nessuna analisi e tantomeno si vogliono esprimere giudizi negativi. Dunque bene la riforma sanitaria, bene la riforma degli enti locali, e magari se ci si riesce nella prossima legislatura si porta a termine anche la legge urbanistica.  Se questi sono i presupposti, diventa difficile potere pensare di mettere in piedi una coalizione per fermare l’avanzata leghista,  (rappresentata dal senatore Solinas, lo stesso con il quale il sindaco di Cagliari strinse un’alleanza che consenti a quest’ultimo di vincere le elezioni nel capoluogo).  Difficile pensare poi a Solinas, (scuola Mariolino Floris),  come un pericolo pubblico da battere a tutti i costi.  Forse ha ragione il buon Vito Biolchini[2] a evidenziare i punti di contatto tra i due rispetto alle differenze. Se questa è la situazione cosa bisogna fare dunque? Posto che il Movimento cinque stelle ha dichiarato più volte che non stringe alleanze con nessuno, allora bisogna lavorare a un unire il fronte a sinistra e cercare di convergere con il mondo autonomista, federalista, indipendentista di sinistra racchiuso in AutodetermiNatzione senza dimenticare Sardigna Libera di Claudia Zuncheddu. In quel campo i temi sono condivisi, tutti contrari alla riforma sanitaria, tutti contrari alla riforma degli enti locali, tutti sentono la necessità di cambiare la legge elettorale, tutti uniti contro gli appetititi delle multinazionali che vedono nella Sardegna una terra di conquista. Ecco se ci pensi bene, questo è il vero pericolo che oggi corre la nostra terra vista come colonia dell’impero economico finanziario. Francamente non vedo altre vie d’uscita e penso che il confronto si imponga e deve essere portato avanti con forte senso di responsabilità. I responsabili romani di Sinistra Italiana, su pressione di settori del partito regionale, spingono per un’alleanza con Zedda, ma non si rendono conto che in questo modo portano SI alla sconfitta e, ciò che è peggio, alla perdita di credibilità. Nell’opera di ricostruzione della Sinistra questa, la credibilità, è la cosa più importante da salvare. Perciò non ritengo accettabile alcun deteriore tatticismo o avvilente ritorno all’ovile del centrosinistra, quale sarebbe l’alleanza con Zedda in continuità sostanziale con la politica di Pigliaru e di ciò che rimane del renzismo.

Caro Roberto,

non scopro adesso il tuo coerente impegno per la democrazia e per la Sardegna. Nei mesi duri della battaglia referendaria sei stato uno di quelli che fin dalla prima ora nel Comitato per il NO di Cagliari ti sei speso con più generosità e convinzione per la difesa della nostra Costituzione. Senza persone come te non so dove avremmo trovato il coraggio per iniziare la battaglia e reggerla per un anno intero senza mezzi e in modo del tutto volontario. Ecco perché sono certo che anche in questi giorni, come dirigente di Sinistra Italiana, non stai lasciando nulla di intentato per soluzioni nell’interesse dei sardi e per convergenze che diano un segno chiaro di discontinuità rispetto a questa triste esperienza di governo Pigliaru.
Concordo con te: Zedda è una foglia di fico per camuffare la sostanziale continuità con l’impresentabile bilancio della Giunta in carica. Nel solco di quanto il Costat - Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria - sta facendo, ho lanciato su l’Unione sarda  una proposta generale per battere Salvini e il centro-destra, mettendo da parte gli interessi di persone e consorterie. Una convergenza di tutte le forze democratiche dal PD al M5S ha i numeri per battere il centrodestra. Ad essi poi si somma il valore aggiunto che viene dalla ritrovata unità, dal recupero di una fetta di astensione. La mia proposta ovviamente si muove, in sintonia con quanto tu scrivi, su un terreno di radicale rottura rispetto al passato, in termini di programmi, di uomini e di etica pubblica. Vedo che ora a livello nazionale molti iniziamo a parlare questo stresso linguaggio. Il Fatto quotidiano di avant’ieri ha pubblicato un sondaggio secondo il quale la grande maggioranza degli elettori PD è per la convergenza col M5S al fine di consentire una nuova maggioranza di governo senza la Lega. Anche intellettuali di area PD si stanno muovendo in questa direzione. Carofiglio, per esempio, sempre sul Fatto ha espresso la stessa posizione. La Sardegna, secondo me, potrebbe fungere da laboratorio per un cambio di passo della politica nazionale.
Certo, se questa ipotesi non passerà, sarà inevitabile in Sardegna una vittoria del centrodestra; si consentirà così a Salvini di profanare la terra di Gramsci e Lussu. Dio non voglia, ma sarebbe un altro frutto avvelenato della scriteriata politica del PD di questi anni, con o senza Renzi.
Quindi bene fai tu a lavorare per l’unità con AutodetermiNazione. In mancanza di una coalizione ampia, anche le convergenze più limitate sono un segno di responsabilità per non disperdere voti e per semplificare il quadro politico, oggi così frantumato a sinistra, da renderlo scarsamente comprensibile ai non addetti ai lavori. E’ anche un modo per richiamare al voto molti elettori che le divisioni esasperate allontanano dall’urna. Non ho dubbi che saprai affrontare la situazione con dignità e rigore, come hai sempre fatto.
Buon lavoro, caro Roberto, e in bocca al lupo!

Andrea

badolato

Il 22  novembre è stata inaugurata al Temporary Storing della Fondazione Bartoli Felter – Cagliari Via 29 novembre 3/5 – la personale del fotografo Massimo Badolato  “Luce nuova in camera oscura. Ritratti di Persone , Ambienti, Architetture e Paesaggi”, curata  da Patrizia Rossello.Si può ammirare una selezione dei lavori eseguiti negli anni scorsi suddivise in quattro sezioni riguardanti la ricerca dell’artista e le sue tecniche di stampa.

Per la curatrice Patrizia Rossello “…dagli anni Settanta la fotografia ha accompagnato Massimo Badolato dall’era analogica a quella digitale: non abbandonando le luci della camera oscura, le ha coniugate, viceversa, con quelle della camera chiara.

Dalla stampa argentica del primo periodo si è dedicato negli ultimi anni esclusivamente a quella ai sali di platino e palladio. Non rinnegando la poesia del negativo tradizionale, ricerca e sperimentazione nella stampa analogica e continui  studi  sulle tecniche digitali di post produzione, lo hanno convinto che uno scatto abbia lo stesso fascino sia digitale sia  analogico.

Ottenere un buon negativo analogico, infatti, richiede applicazione ed esperienza quanto ne richiede un uso “misurato” dei software per il digitale. Badolato utilizza questa antica tecnica rigorosamente con carte di puro cotone, anche artigianali, pennelli e miscele di sali, per conferire ai suoi soggetti gamma tonale, durevolezza e ricchezza pittorica, non raggiungibili con altri strumenti.

Dai primi passi, mossi con il ritocco a matita di negativi su pellicola, prosegue tuttora il percorso di studio nella post produzione finalizzata alla successiva stampa in camera oscura.”.

Massimo Badolato vive e lavora a Torino e gode di una speciale attenzione da parte della  critica. Le sue opere sono presenti in mostre collettive e in collezioni e fondazioni private e vengono pubblicate su riviste internazionali di fotografia fine art.

La Mostra “Luce nuova in camera oscura. Ritratti di Persone , Ambienti, Architetture e Paesaggi” è visitabile da lunedì a venerdì dalle ore 17:00 alle 20:00, sino al 5 dicembre.

 

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

arquer1

L’Unione Sarda 4 dicembre 2018. La città in pillole. Nelle disavventure della dialettica del riconoscimento ovvero nell’insistita pratica del disconoscimento di persone e di luoghi emerge, come archetipo di vittima predestinata, un cagliaritano illustre. Fu il primo che oltrepassò le rappresentazioni del  geografo Tolomeo per riconoscere e descrivere, secondo paradigmi europei, storia e geografia dell’isola.

E’ Sigismondo Arquer a cui non risultano intitolate piazze, scuole, statue, ma una piccola via nel quartiere Marina.

Ma la sua Sardiniae brevis historia et descriptio per Sigismundum Arquer Calaritanum sanctae theologiae et iuris utriusque doctorem, giganteggia ancora oggi. Fu scritta nel 1549, su invito di Sebastian Münster che la pubblicò nell’edizione del 1550 della Cosmographia universalis, che rappresenta uno spartiacque nella descrizione del mondo.

Con la Cosmographia cambiò la percezione dei luoghi e si affermò il primato della rappresentazione cartografica. Altro dalle iconografie dove l’uomo, la città, la natura sono inscindibili come raccontano gli esemplari affreschi dell’Allegoria del buono e del cattivo governo che Lorenzetti dipinse nel 1338 nella Sala del Consiglio dei Nove a Siena.

Münster impose nella storia urbana la preminenza dell’urbs sulla civitas ovvero la preminenza della città come concentrato di costruzioni il cui schema concettuale è abitato da numeri, lettere, segni grafici, a sintesi di una forma immaginata e di una che misura le cose. Una pedagogia spaziale più accessibile delle intermediazioni delle Bibliae pauperum che da portali, architravi, capitelli delle chiese medievali narravano la Bibbia.

Arquer, la cui precocità il padre – un Monaldo Leopardi ante litteram – volle sottrarre all’approssimativa formazione locale, approdò a 14 anni a Pisa e a Siena per laurearsi brillantemente e, a 19, incrociò a Basilea, il celebre cosmografo per il quale redasse la descrizione dell’isola e la Mappa della città.

Un archetipo che identifica Cagliari, oggi sciaguratamente disconosciuto insieme al suo artefice, arso sul rogo a Toledo nel 1571.

Forse per troppo sapere e conclamati disconoscimenti da parte di inadeguate classi dirigenti così da lui descritte:  “guardano maggiormente al privato interesse […] disprezzano le buone letture, convinti che sia loro sufficiente salutare appena la lingua latina dalla soglia e comprendere le leggi […] quel tanto che serve per incrementare il patrimonio di famiglia “. Speriamo in meglio.

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

 Tonino Dessì riflette con Andrea Pubusa sulla reazione giuridica al Decreto Salvini

image

In vista dell’incontro-dibattito indetto dal Costat per il 10 dicenbre con Mauro Mura, Luisa Sassu e Andrea Pubusa, proseguiamo il dibattito sul c.d. Decreto Sicurezza con questo riflessione sugli strumenti per fiondarlo davanti alla Corte costituzionale.

- Caro Tonino, come era prevedibile, nonostante i numerosi appelli la legge Salvini è stata promulgata…
- Purtroppo è rimasta inascoltata la richiesta rivolta al Capo dello Stato affinchè interponesse energicamente la propria funzione di controllo costituzionale nei riguardi della legge razziale e repressiva approvata dal Parlamento italiano…

- Il Presidente Mattarella poteva incidere efficacemente in fase di emanazione del decreto-legge, ma non lo ha fatto…
- Sì quello era il momento: la firma sull’atto di emanzione del decreto legge. All’atto della sua firma si è limitato a inviare una lettera al Governo per ricordare il dovere, anche nell’applicazione del decreto-legge, di osservare gli obblighi derivanti dal diritto internazionale e dalla Costituzione in materia di asilo.

- Troppo poco…
- Dopo la conversione in legge, per di più, al Senato, col soccorso di una parte delle opposizioni e alla Camera a seguito del voto di fiducia, difficilmente avrebbe potuto fare altro.

- Beh, il Presidente della Repubblica è titolare dell’indirizzo politico costituzionale, non di maggioranza, non può interferire nel gioco politico…
- Un rinvio della legge al Parlamento sarebbe stato interpretato come l’apertura di una crisi istituzionale a sfondo prettamente politico e non è nelle funzioni della Presidenza nè è nelle corde di questo Presidente operare in tale direzione.

- Un rinvio della legge di conversione sarebbe parso tardivo, dopo l’emanazione del Decreto legge…
- D’altra parte, poiché l’articolo 74 della Costituzione prevede che il rinvio alle Camere sia debitamente motivato, non sarebbe parso giustificato addurre per il rinvio di questo provvedimento motivazioni non sollevate formalmente nella fase precedente dell’iter legislativo.

- Tonino, però non ci si può arrendere a queste timidezze. Vediamo quali vie legali possiamo praticare ora per annullare questa legge..
- A questo punto si può ritenere senz’altro pertinente l’annuncio del Comune di Senigallia di non voler applicare la circolare con l’ordine di sgombero delle strutture di accoglienza emanata a tambur battente…

- Uno zelo degno di miglior causa della Prefettura territoriale…
- Certo, ma sappiamo che l’impulso è pervenuto a tutti gli Uffici territoriali del Governo direttamente da Roma…

- Mi pare d’intuire che Senigallia voglia portare la legge alla Corte costituzionale…

- Sì quella pare la direzione. Il Comune sostanzialmente preannuncia il ricorso al Giudice competente (TAR, essendo la circolare un atto amministrativo, oppure Giudice civile ordinario per la sua giurisdizione generale sui diritti: questo è un punto che dirimeranno gli esperti)

- Prudenzialmente, per non sbagliare, li presenterei contemporaneamente ai due giudici, al Tar per impugnare il provvedimento prefettizio e chiederne la sospensione immediata, al Tribunale per chiedere la disapplicazione di un atto gravemente lesivo di diritti fondamentali…
- Sì certo…

-…Come sai l’istanza cautelare al Tar viene decisa nell’arco di un mesetto ed ha buone probabilità di accoglimento perché il danno grave e irreparabile ai danni dei migranti nell’eliminazione degli Sprar è evidente; c’è poi anche un interesse dei Comuni a non mandare all’aria strutture di accoglienza già funzionanti, con conseguenze devastanti per il personale etc. Insomma, viene in evidenza anche un danno per le amministrazioni locali. Bastano questi convergenti pregiudizi insieme al dubbio di legittimità costituzionale a consentire l’accoglimento della istanza di sospensione almeno della parti più inique del provvedimento…
- Sì questo per gli effetti immediati, strategicamente però il punto importante è un altro: l’instaurazione di un tale giudizio consentirebbe la proposizione in quella sede dell’eccezione di incostituzionalità della legge, che qualora accolta (perché non manifestamente infondata) porterebbe rapidamente la questione di fronte alla Corte Costituzionale.

- Sì questo è il passaggio cui puntare subito…
- Se davvero, come si legge da più parti, i Sindaci di area democratica e le loro rappresentanze e associazioni vogliono interpretare la reazione che emerge nel Paese contro questa legge infame, il loro ruolo in questo preciso momento è decisivo.

- Son d’accordo, non bisogna aspettare. Mi pare lunga anche la via referendaria ventilata da qualcuno, e anche pericolosa, perché bisogna raggiungere il quorum di validità, com’è noto difficilmente alla portata in questi tempi di forte astensionismo…
- I sindaci possono  e devono farlo, ora, subito, senza farci confidare in appelli ormai fuori tempo massimo ad altre istituzioni nè attendere lunghe e complicate iniziative referendarie.

- Una bella selva di ricorsi dei Comuni sarebbe un bel segnale…
- Hic Rhodus, hic salta, anche in Sardegna, se alle parole spese in queste giornate preelettorali si vuol dare seguito coerente con i fatti.

Fonte: Democrazia Oggi





Sarda News

Offerte di Lavoro in Sardegna

Sinnai Notizie