Andrea Pubusa

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A me nella procedura avviata dal Tribunale dei Ministri ciò che sorprende non è che il M5S abbia con una consultazione espresso un giudizio sul carattere assorbente dell’aspetto politico nella vicenda, ma che il gruppo dirigente pentastellato abbia messo ai voti fra i propri iscritti la sottoposizione a processo del Presidente del Consiglio dei Ministri e del proprio leader Di Maio. Sì perché di questo si tratta. Dopo la dichiarazione formale di Conte, Di Maio e Toninelli sulla natura collegiale delle decisioni sulla Diciotti, in realtà il vertice pentastellato ha ammesso la possibilità che i propri iscritti potessero mandare a processo i vertici del loro stesso governo. Senza tema di smentita credo si possa affermare che questa decisione nessun’altra forza politica l’ha presa o la prenderà mai.
In questo il M5S mantiene tutta la sua forza spiazzante. E non è un caso l’attacco e la critica concentrica e settaria contro di loro qualsiasi cosa facciano. E’ la eterogeneità delle loro posizioni, l’assalto alla casta, la volontà di rimettere in discussione gli assetti di potere sedimentati, la quatione moorale che li rende urticanti per le altre forze e per l’establishment. Lo stesso PD ha fatto maggiori aperture alla Lega che al M5S su molte questioni sul tappeto, dalla TAV al Venezuela, all’autonomia del Lombardo Veneto che, non a caso, comprende anche l’Emilia Romagna e vede favorevole Chiamparino.
Quanto al merito della vicenda ho già detto[1] e confermo che la questione Diciotti rientra in una decisione più generale, espressione dell’indirizzo di maggioranza e di governo, che, in quanto tale, non ha nei Palazzi di giustizia la sede istituzionale appropriata per essere sindacata. Quel luogo  è il Parlamento e il paese con la sua libera iniziativa democratica, e il Presidente della Repubblica, la cui funzione di controllo e di stimolo costituzionale può sempre esprimersi in vario modo e con la massima autorevolezza attraverso i messaggi al Parlamento.
Questo è ciò che si può dire sul piano costituzionale, fermo restando che il sindacato di merito sulla politica in ordine ai migranti è altra partita. Salvini, su questa come su altre questioni, va battuto sul piano politico, non chiedendo la supplenza delle aule di giustizia, la cui invocazione è il segno più evidente della mancanza di proposta e iniziativa politica. Da questo punto di vista il misero dibattito, questo sì senza fantasia!, messo in campo dai candidati alla segreteria del PD, ne è la riprova inequivocabile. E se non si smuove niente nel PD e dintorni in direzione del disgelo verso il M5S, non ci sono Tribunali che tengano, Salvini, col suo forno alternativo di centrodestra (e le simpatie del PD su TAV, autonomismo differenziato e altro), rafforzerà sempre più la sua posizione di decisore principale della politica nazionale. La rottura dell’alleanza M5S/lega non va gridata, va costruita.

References

  1. ^ ho già detto (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

Alfiero Grandi 

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Pubblichiamo questo post di Alfiero Grandi con l’allegato appello da sottoscrivere, con alcune precisazioni, già fatte in questo blog anche nei giorni scorsi: la prima è che la procedura in corso è formalmente in armonia con la Costituzione, essendo prevista dall’art. 116, comma 3 Cost., di padre e madre non leghisti, ma figlio della revisione del titolo V ad opera del centrosinistra nel 2001; secondariamente[1], già il Presidente Fico e il Ministro Fraccaro hanno precisato che il Parlamento può discutere l’intesa e anche rispedirla al Governo. D’altronde, “il più contiene il meno” e pertanto, se il Parlamento può bocciare l’intesa, può anche emendarla, fermo restando che, a quel punto, se la Regione interessata vuol proseguire nell’iter, si deve raggiungere un’altra intesa, da spedire in Parlamento per l’approvazione; in terzo luogo[2], salva  la giustificata opposizione nel merito all’intesa, poiché siamo in presenza di facoltà previste in Costituzione sarebbe bene che le forze democratiche, anziché attestarsi in una posizione di difesa, avanzassero anche delle proposte. Per la Sardegna, ad esempio, questa potrebbe essere l’occasione per una messa a punto della sua autonomia, senza necessità di revisionare lo Statuto; infine, ma non per importanza, poiché Fico e Fraccaro sono per una discussione parlamentare senza limiti e i pentastellati avanzano riserve nel merito, anziché assumere i soliti atteggiamenti pregiudiziali nei riguardi dei pentastellati, è opportuno mobilitarsi per creare in parlamento e nel paese un fronte ampio che li ricomprenda, pena l’impotenza. (A.P.).
Ecco ora l’articolo di Grandi.

Dovrebbe essere evidente a tutti la contraddizione. Salvini e la Lega puntano a rappresentare il malessere di grande parte del nostro paese e in particolare del Mezzogiorno. Il voto dell’Abruzzo ha dato più di una soddisfazione a questo disegno politico.
Contemporaneamente la Lega e Salvini spingono per quella che viene chiamata la secessione dei ricchi, cioè il tentativo di Lombardia e Veneto di ottenere maggiori poteri e risorse in tutte le materie consentite dall’attuale testo dell’articolo 116 della Costituzione, purtroppo modificato nel 2001. Questa linea leghista prevede, e pretende, una secessione parziale avvicinando le regioni a statuto ordinario a quelle a statuto speciale.
Non si può essere partito nazionale come pretende la Lega e insieme partito della secessione dei ricchi, questa truffa a danno degli elettori va denunciata senza ambiguità prima che sia troppo tardi. Se anche il presidente della regione Emilia ha chiesto maggiori poteri, senza rendersi conto di coprire un disegno leghista che ha potenzialità eversive verso la Costituzione è solo la conferma che nel Pd regna tuttora tanta confusione. E’ sperabile che prima o poi qualcuno capisca che questa scelta dell’Emilia Romagna va rivista.
I referendum regionali non possono essere un alibi per le scelte del governo giallo verde. Anzitutto in Lombardia la percentuale dei votanti è stata circa un terzo degli aventi diritto al voto, ma anche in Veneto il quesito non prevedeva conseguenze come quelle di cui si discute oggi perchè la Corte costituzionale era intervenuta a monte riformulando il quesito referendario delle regioni, rendendoli consultivi, quindi senza conseguenze obbligate, sia chiarendo che non potevano esserci conseguenze finanziarie né potevano essere contraddetti i diritti costituzionali dei cittadini previsti dalla prima parte della Carta.
Il resto è tutta farina del sacco leghista al governo che ha lavorato nell’ombra cercando di impedire la divulgazione dei contenuti fino all’ultimo e in sostanza punta a sottrarre risorse vere, si parla di circa 8 miliardi, allo stato e di avere di fatto istruzione, sanità, lavoro, ambiente, opere pubbliche di competenza regionale con la conseguenza che i cittadini italiani avrebbero diritti differenziati a seconda della loro residenza e che i dipendenti pubblici di sanità, istruzione, ecc diventerebbero tutti regionali, rompendo una visione unitaria nazionale. Con buona pace dei Comuni che se la vedrebbero con un nuovo centralismo regionale.
Poteri importanti verrebbero trasferiti dallo stato alle regioni che diventerebbero uniche titolari. Non tutte le regioni, solo quelle che lo chiedono, di qui la definizione di autonomia differenziata. Completa il quadro una discussione diretta tra governo e regioni interessate per arrivare ad un accordo a due, tagliando fuori di fatto tutte le altre regioni da ogni partecipazione. I testi concordati dal governo con le singole regioni diventerebbero qualcosa di religioso, infatti si pensa di usare la procedura parlamentare che si riserva agli accordi tra stato e confessioni religiose in cui si vota solo la legge completa, senza possibilità di emendamenti.
Se questa legge passa non potrà più né essere sottoposta a referendum, né cambiata dal governo e dal parlamento senza l’accordo della regione interessata. Un vero talmud.
Certo questa scelta, se dovesse malauguratamente andare avanti, arriverà inevitabilmente al giudizio della Corte costituzionale, che aveva cercato di circoscrivere la portata dei referendum regionali proprio per non innescare questo percorso, ma che non poteva prevedere l’interpretazione estensiva dei leghisti al governo.
E’ una questione di fondo, riguarda i diritti fondamentali dei cittadini in campi essenziali per la vita. E’ una battaglia che va condotta sino in fondo senza ambiguità e con la massima unità. E’ sperabile che Gentiloni e Bressa che firmarono i preaccordi con queste regioni, proprio quando il governo non avrebbe potuto prendere impegni perchè le elezioni erano ormai alla porte, capiscano che è meglio una loro autocritica oggi che un disastro istituzionale domani.
Nella fase finale della campagna per il referendum del 4 dicembre 2016 mi è capitato di ascoltare da fonti autorevoli del centro destra la versione autentica delle ragioni del regionalismo differenziato: autonomia alle regioni fino a distruggere diritti nazionali riconosciuti e collante presidenzialista per tenere insieme il paese. Per questo insisto a dire che dietro l’angolo c’è il presidenzialismo, me lo hanno spiegato senza giri di parole. Perchè non dovremmo credergli visto che tutto questo era scritto nel programma elettorale del centro destra ed è entrato anche nel contratto con i 5 Stelle ?
Il M5Stelle è l’altro corno del problema. E’ evidente che il movimento soffre la pressione leghista, per di più molti suoi Ministri dovrebbero cedere poteri importanti e nel territorio ci sono forti resistenze. Reggeranno i 5 Stelle l’assalto leghista?
Temo di no. La linea dell’attuale gruppo dirigente dei 5 Stelle si è dimostrata incapace di reggere l’assalto leghista quando i rapporti di forza erano a loro favore, ora che stanno cambiando sarà ancora peggio perchè questo gruppo dirigente ha un unico terrore: quello di essere sbalzato di sella e vede come un incubo uno scontro con la lega che potrebbe portare alla crisi di governo.
Quando non ci sono principi forti che ci si impegna a difendere ad ogni costo tutto diventa trattabile e possibile e se il collante sulle tante poltrone acquisite dal M5Stelle è tanto forte da cercare di evitare ad ogni costo la crisi per non essere sbalzati di sella, il destino è segnato.
Sia il destino dei 5 Stelle perchè l’originale è sempre più attraente della copia.
Sia il destino del nostro paese che si troverà con italiani di serie a, b, c e con diritti altrettanto gerarchizzati.
Sia quello dell’opposizione a questa maggioranza.
Per questo chi non ci sta deve farsi sentire con tutta la forza disponibile, tanti ancora non hanno capito, informiamoli, organizziamoli, mobilitiamoli. L’appello a formare un coordinamento aperto a tutte le energie che si stanno mobilitando è solo il primo passo, firmatelo e avviate la costruzione di tutte le iniziative possibili.

FIRMA LA PETIZIONE CLICCANDO QUI[3]

References

  1. ^ secondariamente (www.democraziaoggi.it)
  2. ^ in terzo luogo (www.democraziaoggi.it)
  3. ^ FIRMA LA PETIZIONE CLICCANDO QUI (coordinamentodemocraziacostituzionale.musvc2.net)

Fonte: Democrazia Oggi

Retablo

È di recentissima proiezione il film di Julian Schnabel Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità che guarda al mondo del grande pittore olandese in modo visionario con una inevitabile reinterpretazione da parte del regista (che è anche un artista).

Come raccontare allora l’opera d’arte in chiave cinematografica? Biografie romanzate a parte, un’altra possibile via è il docu-film che unisce spunti reali tratti dalla documentazione d’archivio alla interpretazione di chi si accinge ad affrontare l’argomento.

È un esempio il lavoro di Marco Antonio Pani Els pintors catalans a Sardenya, realizzato nel 2004, che narra le vicende articolate e quasi romanzesche di due artisti catalani, Joan Figuera e Rafael Thomas, che soggiornarono a Cagliari nel 1455 per dipingere il Retablo di S. Bernardino, commissionato dal priore del Convento di S. Francesco di Stampace.

In un suggestivo passaggio dal Quattrocento ai giorni nostri, sullo sfondo di una città che cambia, un personaggio affabulatore entra ed esce dal passato al presente garantendo la narrazione che coinvolge Figuera, Thomas, i garzoni di bottega e figure che sono di contorno all’azione principale.

Il grande dipinto, oggi conservato nella Pinacoteca Nazionale di Cagliari, insieme con altri importanti Retabli provenienti in gran parte dalla chiesa di S. Francesco, era fino al 1984 pressoché invisibile, essendo collocato nel vecchio edificio delle Siziate in piazza Indipendenza, praticamente chiuso al pubblico.

La grande mostra “Cultura quattro-cinquecentesca in Sardegna”, ideata da Francesca Segni Pulvirenti, fu l’occasione per esporre i Retabli nella chiesa inferiore di S. Domenico, rivelandoli al grosso pubblico. Accanto ai grandi dipinti erano infatti esposti anche i documenti d’archivio che ricostruivano le cronache di un tempo ormai lontano con l’ausilio di disegni, fotografie e immagini di vario tipo.

Partendo da quella circostanza il regista Marco Antonio Pani ha dato vita al docu-film, che sarà proiettato, alla presenza dell’Autore, giovedì 21 febbraio alle ore 17,30 nella sala conferenze dell’Exmà con  una presentazione di Franco Masala.

Proiezione del docu-film di MARCO ANTONIO PANI ELS PINTORS CATALANS A SARDENYA preceduto dalla conversazione di Franco Masala Retabli, questi sconosciuti

 Amici del Libro- Exmà – Via S. Lucifero 71- Giovedì 21 febbraio 2019 ore 17,30

Fonte: Sardegna Soprattutto

popolo

MicroMega on line14 febbraio 2019- Popolo vs establishment, d’accordo. Ci sono ragioni sacrosante, argomenti solidissimi. Solo che il popolo non esiste. È costituito da un coacervo di individui, gruppi, interessi, emozioni, che si intrecciano, sovrappongono, lacerano, in modo instabile, magmatico, imprevedibile.

La costituzione in popolo di tale coacervo, sempre provvisoria e talvolta più che “liquida” addirittura volatile, dipende dal catalizzatore provvisoriamente vincente, cioè dalle speranze che dalle più grandi masse vengono interiorizzate al momento come non illusorie.

Il popolo è perciò una costruzione politica, oggi addirittura elettorale, o con la temporalità dei sondaggi, definita dalle prospettive che in un dato momento riescono a essere emotivamente egemoni nelle masse, a infiammare le passioni più intense, soprattutto contro quanti vengono individuati come i nemici/cause del proprio realissimo malessere.

Un popolo si costruisce attraverso l’individuazione dei propri valori e il riconoscimento dei propri nemici, i due processi sono intrecciati e con reciproco feedback. Ma il riconoscimento dei nemici è il più immediato, intenso, efficace, si imprime di più, è più riconoscibile, è più facilmente comunicabile. I valori devono più faticosamente farsi concretezza, programma, credibilità, argomentazione.

Il popolo si costruisce contro l’establishment, cioè contro i poteri reali, il dominio effettivo. Dovrebbe, almeno. Poiché però neppure l’establishment è blocco assolutamente monolitico, è assai facile sviare e confondere (con sommo gaudio e spesso manipolazione dell’establishment stesso). Presentare come nemici del popolo non già l’establishment, con il quale l’antagonismo di interessi è in re, ma le più generiche e comode èlite.

Ora, le élite sono in sostanza i gruppi dirigenti, o emergenti, o eminenti, nei vari ambiti della società. Non hanno nessuna omogeneità, sono tra loro spesso conflittuali, oltre che sempre funzionalmente assai differenziate. Le élite politiche e le élite giornalistiche sono diverse, e ancor più diverse rispetto alle élite sindacali o alle élite giudiziarie, o finanziarie, economiche, scientifiche, e via enumerando. Neppure in una società totalitaria faranno completamente blocco, kombinat.

All’interno delle élite politiche ci saranno quelle di governo e di opposizione, e se davvero in competizione non solo non saranno assimilabili ma esprimeranno interessi e valori conflittuali, forse inconciliabili. E così non tutte le élite sindacali saranno egualmente burocratizzate, egualmente addomesticate o addomesticabili. Analogamente per i giornalisti (benché quelli che passerebbero il vaglio dei criteri stabiliti da un liberista doc come Joseph Pulitzer siano sempre più difficili da scovare). Poiché non si è palesato un catalizzatore che creasse un popolo contro l’establishment, è subentrato un catalizzatore che ha costituito un popolo contro le élite, soprattutto culturali (e contro se stesso).

Fosse esistita una sinistra, avrebbe indicato come nemici la finanza speculativa, dunque (quasi) tutte le banche, (quasi) tutta Bankitalia che non ne ha controllato e contrastato l’avidità d’azzardo o illegale, l’imprenditoria di rapina o di rendita o di corruzione o di illegalità (di capitalismo “illuminato” in Italia ce n’è, ma davvero minoritario), cioè la maggioranza.

Una sinistra, fosse esistita, avrebbe governato con una politica di regole concrete e stringenti per assoggettare i potenti dell’economia all’articolo 3 della Costituzione anziché vellicare e acclamare e venerare i loro animal spirits. Avrebbe perseguito i grandi evasori, e massime quanti hanno trasferito il bottino all’estero, ospitandoli nelle patrie galere, e similmente per i ladri e corrotti, e insomma i responsabili delle decine e decine e decine di miliardi annui così sottratti ai cittadini onesti (cioè ai cittadini tout court).

Potendo col maltolto recuperato abbassare le tasse ai meno abbienti e rilanciare in modo opulento il welfare, rendendo visibile che ogni grande evasore in galera significa alcuni asili nido in più, e ogni corruttore o corrotto un ospedale in più. E ovviamente mentre abbassava le tasse ai più deboli le avrebbe aumentate ai più ricchi, secondo il principio costituzionale della tassazione progressiva, cioè della redistribuzione costante del reddito per ridurre anziché lasciar aumentare le diseguaglianze. E via facendo, nel senso di giustizia-e-libertà.

Poiché però questa sinistra non c’è stata, e chi ha continuato con smaccata protervia a usurparne il nome (magari coniugandolo con un emolliente centro) ha agito solo come articolazione della destra, come parte dell’establishment, c’è stata un’altra destra, più becera ma più coerente, che ha sull’assenza di quel popolo costruito un altro popolo, spesso con le stesse persone.

Perché se rinunci ai nemici del popolo finisci coi capri espiatori. La destra becera, perciò, diventa egemone dopo il governo della non-sinistra, indicando falsi nemici, che in assenza di quelli veri conquistano però le sinapsi bisognose di speranze come capri espiatori vicari: il popolo attuale di cui Salvini è il Pastore, il popolo basta-negri-sparo-a casa-mia-riapriamo-i-casini.

Fino a che non ci sarà un catalizzatore capace di aggregare il popolo giustizia-e-libertà, il popolo realmente esistente sarà l’altro, che pesca in fondali psichici elementari e primitivi, identitari (sangue, suolo, fede) epperciò radicati, efficacissimi. Sperare di contrastare questa destra pre-fascista con revenants e cascami di ciò che ha propiziato e alimentato lunga un quarto di secolo (anzi di più, vedremo) l’egemonia di Salvini è tragica demenza.

(continua)

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

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Eccolo qua, il trattamento di cui parlo nel titolo del post odierno: la capitozzatura dello splendido Olivo (o dovrei dire ex-splendido?) del bel condominio di via San Benedetto, che si affacciava su una strada certamente non prodiga di verde, e che quindi apprezzava molto questo albero ben godibile da tutti.

Un giardino bello e ben tenuto, quello di cui parliamo, che si estende fra via San Benedetto e via Genneruxi, sul cui fronte si trovano fra l'altro due grandi ed eleganti Schefflere (post del 31/10/17[1]).

Ma il fiore all'occhiello era lui, il vecchio Olivo qui trapiantato e che si era adattato benissimo, diventando grande e frondoso: non ho fotografie da mostrarvi, ma un giro su Google maps darà ragione a quanto dico.

Allora, che bisogno c'era di effettuare un trattamento siffatto, quando tutti gli esperti ritengono che la capitozzatura sia una cattiva pratica (per es. post del 15/3/18[2]) ? 

Fra l'altro l'Olivo non è una specie a crescita veloce, non è certamente un Ficus retusa, per cui il recupero della sua dignità di albero avverrà, se avverrà, fra molto, troppo tempo.
Non mi risulta che fosse malato, non aveva radici pericolose per le palazzine circostanti, non portava via la luce alle abitazioni, e allora? 

References

  1. ^ 31/10/17 (www.cagliarinverde.com)
  2. ^ 15/3/18 (www.cagliarinverde.com)

Fonte: Cagliari in Verde




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