Gianfranco Sabattini

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In questa fase dello sviluppo della società capitalistica l’idea socialista viene riscoperta, superando sia il discredito seguito all’esperimento fallito del “socialismo reale”, sia lo smarrimento delle idee portanti del socialismo da parte delle socialdemocrazia, per essersi quest’ultima resa “prona” (o stampella di sostegno) nei confronti delle fasi negative del ciclo economico e dell’incipiente crisi strutturale del capitalismo globalizzato.
Sul revival dell’idea socialista merita attenzione e considerazione quanto Zygmunt Bauman, in “Socialismo. Utopia attiva”, afferma riguardo, non solo al ruolo che l’idea è chiamata svolgere nel momento attuale di crisi economica e politica di molte società capitalistiche, ma anche al modo in cui il rilancio dell’idea può essere effettuato.
Bauman ricorda che il socialismo moderno è nato in Europa, nel corso XIX secolo, sotto forma di utopia, che ha concorso a preparare il terreno per l’affermazione di un’attitudine critica volta a modificare la condizione cui l’uomo era stato ridotto dalla nascita della società industriale, seguita agli eventi della doppia rivoluzione economica e politica (Rivoluzione industriale e Rivoluzione francese). L’idea socialista, come utopia, ha infatti preso la forma della proposta di soluzioni alternative ai più “urgenti problemi” del tempo, al fine di creare le condizioni per il cambiamento della struttura sociale che era venuta consolidandosi.
Nel passaggio dall’utopia del liberalismo a quella socialista, l’ideale di libertà, strettamente connesso alla rimozione dell’ineguaglianza, subiva però “un importante slittamento semantico”, che ha comportato per il “socialismo moderno”, quale è venuto a formarsi nel corso degli ultimi due secoli, la trasformazione dell’utopia originaria dell’uguaglianza su basi comunitarie, divenuta, sopra ogni altra cosa, solo “l’utopia degli esclusi”. E’ sul tema dell’interpretazione della libertà, come attributo della comunità, piuttosto che dell’individuo, che il “socialismo moderno” si è diviso in due correnti, i cui sostenitori si sono spesso impegnati a combattersi tra loro, senza esclusione di colpi, riguardo al modo in cui riscattare gli esclusi dalla loro posizione indigente e subalterna.
Una prima corrente ha abbracciato l’idea che per “produrre giustizia ed equità” fosse necessario “‘partire dal basso’, attraverso la spontanea attività primaria di individui liberati da tutti i vincoli della dipendenza e della sottomissione”, assumendo che qualsiasi intervento dall’alto avrebbe avuto l’effetto di “distorcere la naturale inclinazione individuale alla ‘mutualità’, fondata sulla giustizia ugualitaria”. La seconda corrente, per contro, ha rinvenuto nello Stato la “leva” per assicurare la giustizia sociale, nel senso che le classi sociali deboli, acquisendone il controllo, avrebbero potuto imporre dall’alto alle classi ricche, socialmente dominanti, la giustizia agognata.
Paradossalmente – osserva Bauman – “le due correnti, anche se ovviamente ciascuna con le sue specifiche ragioni, condividevano lo stesso atteggiamento di sufficienza” verso i problemi cui sarebbero andate incontro, se avessero avuto la possibilità di accedere al controllo dell’economia; la prima, presupponeva che i problemi eventualmente generati sarebbero stati risolti con mezzi “alla portata di tutti”; la seconda, invece, quella che si affermerà come corrente marxista ortodossa, lasciava alle procedure capitalistiche “l’incombenza di eliminare i problemi economici con l’avverarsi del sogno dell’abbondanza”, riducendo così il governo dell’economia alla “gestione delle cose”, piuttosto che alla realizzazione di una società liberata dall’indigenza e dalla subalternità dei gruppi sociali più deboli. In tal modo, per questa seconda corrente, preoccupata soprattutto di gestire le cose, la liberazione umana dall’indigenza e dalla subalternità alla produzione, da obiettivo finale del socialismo si riduceva ad una questione strumentale e accessoria.
Quest’ultima considerazione restrittiva dell’idea socialista ha avuto un insieme di conseguenze negative: la prima è stata un irriducibile scostamento dalla concezione originaria del socialismo; la seconda è consistita nell’affermazione che il conseguimento delle finalità originarie dell’utopia socialista avrebbe potuto richiedere il temporaneo sacrificio della libertà individuale; la terza conseguenza, la più grave, è stata quella di considerare il temporaneo sacrificio della libertà individuale come conseguenza della natura materialistica del processo storico; nel senso che la storia, in quanto processo naturale sorretto dall’evoluzione dei fenomeni economici, poteva giustificare in termini deterministici il carattere inevitabile delle situazioni storicamente transitorie dell’uomo, a scapito della capacità creativa di ogni possibile azione umana.
Questa interpretazione del processo storico è stata, secondo Bauman, una delle più importanti ragioni che ha giustificato la connotazione in termini socialdemocratici della corrente socialista che sosteneva che la “produzione” a partire dal basso di giustizia e di equità fosse l’unica via per liberare l’uomo dai vincoli della dipendenza e della sottomissione, attraverso la pratica di un’azione politica che fosse il più possibile legata alle finalità originarie dell’idea socialista. Questa corrente del socialismo, però, tentando di attenuare l’influenza delle “determinanti storiche” sulla condizione sociale dell’uomo, è stata costretta ad una contiguità compromissoria con la logica del capitalismo.
Molti sono stati i tentativi compiuti dai teorici del socialismo democratico volti a sottrarre la socialdemocrazia dagli esiti non sempre positivi di tale contiguità. A parere di Bauman, il “più intelligente” tra questi tentativi è stata la teoria del “blocco storico”, proposta da Antonio Gramsci; ciò perché, questi, sulla base della sua particolare interpretazione del materialismo storico, ha attribuito a tale “blocco” il ruolo di sostegno della “società civile” (considerata come componente esenziale delle “sovrastruttura”, invece che della “struttura”). Gramsci, infatti, sosteneva che la società civile fosse plasmabile dagli intellettuali, i quali concorrevano anche a creare il “contenuto etico” sulla base del quale veniva giustificata l’egemonia che una classe sociale specifica esercitava sul resto della società, e sullo Stato nella sua totalità, senza l’uso di mezzi coercitivi e la repressione dell’opposizione e del pluralismo valoriale.
Secondo Bauman, nella teoria del blocco sociale di Gramsci, gli intellettuali erano chiamati a svolgere “un ruolo sostanzialmente più importante” di quello che il marxismo ortodosso e il socialismo democratico (le due correnti nelle quali si è suddiviso il socialismo moderno) sarebbero stati “disposti ad accordare loro”. Ora, se si tiene conto che l’idea dell’utopia del primo socialismo consisteva nella costruzione di una società volta ad emancipare l’uomo dall’indigenza della società di classe e dalla subalternità alla fabbrica, non si può non riconoscere che, sia il fallimento dell’esperimento del “socialismo reale”, sia il socialismo democratico, realizzato attraverso la riformulazione del capitalismo sotto l’influenza delle idee keynesiane (sebbene queste andassero molto oltre questa riformulazione), hanno “poco da offrire – afferma Bauman – nel senso di un’alternativa alla cultura di ispirazione capitalista”. Tutto ciò, però, non toglie che la “memoria del socialismo, come progetto culturale autenticamente contrapposto alla cultura dominante del capitalismo” sia ancora viva.

Fonte: Democrazia Oggi








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