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La democrazia: governo della crisi o modello in crisi? [di Oliviero Ponte Di Pino]

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Doppiozero.com 10 giugno 2018. Negli ultimi anni l’Italia è stata sommersa da un’alluvione di volumi sulla democrazia, in una prospettiva sia storica sia soprattutto in chiave attuale, anche se la riflessione sul passato e quella sul presente inevitabilmente s’intrecciano. Questa sovrapproduzione è frutto di un presupposto condiviso dagli autori e dagli editori che li pubblicano: la democrazia in Italia (e non solo in Italia) sta attraversando una profonda crisi. E si ipotizza che questa consapevolezza possa intercettare un fenomeno interessante e attrarre molti lettori.

Crisi, malessere o stallo? Sappiamo bene che “la democrazia [è] un governo della crisi” [Urbinati 2013]. Ma ora pare che sia la crisi a governare la democrazia, fino a devastarla. A giudicare dai titoli di diversi volumi, la nostra sarebbe ormai una democrazia “senza” [Schianchi e Franchi 2016], ovvero “senza popolo” [Galli 2017], “senza memoria” [Violante 2017], “senza futuro” [Simoncini 2018], “in declino” [Kotler 2017]. Appare “recitativa” [Gentile 2016 , Gentile 2017], “sfigurata” [Urbinati 2014] e dunque “irriconoscibile” [Calise 2016]. È un “inganno” [Simonetti 2010] e dunque “fallisce” [Simone 2015]. Anzi, è un “Dio che ha fallito” [Hoppe 2008]. In sintesi, “non esiste” [Odifreddi 2018].

Passando dai titoli dei volumi alle quarte e ai risvolti di copertina, dove gli editori condensano il pensiero degli autori e i motivi d’interesse per i potenziali lettori, il concetto torna ossessivamente. Ci si chiede per cominciare se si tratti di “crisi, malessere o stallo?” [Ronsavallon 2012]. La risposta è fin troppo facile: è una “crisi” [Barcellona 2018, Dardot e Laval 2016], e per di più “ormai evidente” [Romano 2014]. La democrazia “promette, tradisce, illude e delude” [Riva 2013], è un “meccanismo inceppato” [Schianchi e Franchi 2016], è l’“involucro legittimante di un modello paranoico” [Fini 2012].

Questo “oggetto misterioso e inafferrabile” a cui manca “sostanza reale” [Palano 2015] “sembra aver perso attrattiva” [Kotler 2017]. È “prigioniera” del “principio rappresentativo” [Rousseau 2016], “soggetta a forti motivi di deterioramento” [Salvadori 2011]. Appare “fragile e vulnerabile” [Cassese 2018]. Insomma, “siamo scettici circa le istituzioni democratiche” [Flinders 2014], dato che il progetto è “grossolanamente degenerato, sottilmente ridimensionato o meccanicamente ostacolato” [Ronsavallon 2012].

L’Italia “sta diventando una pseudodemocrazia” [Galli 2017]. Più precisamente siamo testimoni del “lungo crepuscolo della democrazia rappresentativa” [Bookchin 2015, Malaschini 2017] e, tanto per cambiare, della “crisi della democrazia rappresentativa” [Diamanti 2014]. Viene da chiedersi: “Il modello democratico sta forse arrivando al suo termine?” [Simone 2015]. “Siamo sull’orlo del caos” [Dambisa Moyo 2018].

Gli antidemocratici. Qualche anno fa questo coro pessimistico sarebbe stato impensabile. La democrazia appariva l’unico orizzonte possibile e questa inerzia ancora si avverte: “Oggi quasi tutti gli Stati, i partiti, i movimenti politici si dichiarano democratici” [Gentile 2016]. L’imperativo era semmai come esportare questa forma di governo, se con le buone o con le cattive maniere, travolgendo i pochi sanguinari dittatori superstiti, ormai fuori dal tempo, per convertire interi popoli desiderosi di consumare il nuovo prodotto.

Un piccolo gruppo di studiosi, che si inserisce nell’antico e nobile filone che ha per capostipiti gli antidemocratici Platone e Aristotele, sostiene che la democrazia non è il “male minore”, secondo la celebre formula (forse apocrifa) di Churchill. È una soluzione inadeguata. Dietro le sue apparenze, “si nascondono le fosche e losche realtà dell’uso e dell’abuso di potere”: è dunque necessario “svelare le contraddizioni nascoste e le distorsioni lampanti della democrazia” [Odifreddi 2018]. È una “demonocrazia”, un “inganno democratico”, “un nuovo stato di schiavitù (che) si basa subdolamente sull’inganno e la mancanza di informazione” [Simonetti 2012].

“Si pretende eterna ma, come tutte le istituzioni umane, finirà, insieme alla polpetta avvelenata che ricopre, nella spazzatura della storia” [Fini 2012].  Va anche tenuto presente che esistono ambiti che vengono ritenuti refrattari alla democrazia. “La scienza non è democratica: come ha detto Piero Angela, la velocità della luce non si decide per alzata di mano” [Burioni 2017]. Così pure il talento artistico, anche se dopo X Factor e i talent per certi aspetti anche l’arte è diventata democratica. La maggioranza degli studiosi resta tuttavia favorevole alla democrazia. A partire dall’evidenza del conclamato stato di crisi, si cercano allora di identificare i sintomi, si tenta di risalire alle cause, si immaginano rimedi.

I sintomi. A giudicare dai sintomi, il problema è duplice. Da un lato c’è “la disaffezione al voto” [Franchi e Schianchi 2016] ovvero l’“assenteismo elettorale” [Simone 2015, Van Reybrouck 2015], le “competizioni elettorali in declino” e il “calo di iscritti e partecipazione” per i partiti maggiori [Mair 2016].

Tuttavia quando gli elettori si presentano alle urne, i risultati appaiono sconsolanti. Il sintomo più gettonato è il recente trionfo elettorale di Donald Trump negli USA [Klein 2017, Badiou 2018, Diamanti e Lazar 2018, Franchi e Schianchi 2018, Cassese 2018, Mounck 2018], anticipato e accompagnato dai risultati di Marine Le Pen in Francia [Diamanti e Lazar 2018], del M5S in Italia [Diamanti e Lazar 2018, Urbinati 2014], di Orbán in Ungheria, Erdogan in Turchia e Kurz in Austria [Mounk 2018].

In generale a preoccupare è “l’emergere dei populismi” [Schianchi e Franchi 2016, Malaschini 2017, Ronsavallon 2017, Franchi e Schianchi 2018, Mounk 2018], anzi il “dilagare dei populismi” [Cassese 2018], ovvero “l’ondata populista” [Hennette, Piketty, Sacriste 2017], sorretta dalle “retoriche populiste” [van Reyboruck 2015] di “movimenti e partiti (…) uniti dal violento movente antipolitico e antidemocratico” [Simone 2015]. Ecco dunque “la contestazione delle élite” [Cassese 2018] o addirittura “l’odio verso le classi dirigenti” [Diamanti e Lazar 2018], accompagnato da “disincanto e rancore” [Barcellona 2018].

Questo pericolo lo aveva già preavvertito Christopher Lasch nella Rivolta delle élite, pubblicato originariamente nel 1995 e rilanciato in questo diverso clima culturale da Neri Pozza nel 2017. Altri sintomi inquietanti vengono ritenuti la Brexit [Diamanti e Lazar 2018, Franchi e Schianchi 2018] e “la richiesta di costruire muri, di respingere i flussi migratori, di ripristinare misure protezionistiche” [Mounck 2018] e in generale la “violenza di confine” [Albahari 2017]. Ci resta una politica dove “resistono solo i leader” [Calise 2016] e riemerge lo “spettro del fascismo e del razzismo” [AA. VV. 2016].

Quando è cominciata? I sintomi sono esplosi negli anni Dieci e sono dunque relativamente recenti, ma la malattia pare avere radici più antiche. “Il 1989, con la caduta del muro di Berlino, aveva rappresentato l’apertura verso un mondo senza confini; il 2016, con il referendum sulla Brexit e l’elezione di Trump, ha indicato una svolta nella direzione opposta e ha fatto emergere la voragine di delusione e di rancore che attraversa le società occidentali”  [Franchi e Schianchi 2018].

Ma qual è stato il punto di svolta? Sono rari gli studiosi che indicano il momento preciso dell’infezione, o almeno i suoi primi sottovalutati sintomi. Dopo il 1989 la democrazia appariva “trionfante”, poi c’è stato un “grave deterioramento” [Salvadori 2015]. Qualcun altro mette in relazione “gli eventi traumatici legati al 1989” e il “trauma paralizzante dei referendum francese e olandese sulla ‘costituzione europea’ (2005)” [Nevola 2007].

Le cause. Identificati i sintomi e (vagamente) il punto di svolta, è possibile andare in profondità per individuare le cause della malattia. La più gettonata è il predominio dell’economia e del mercato. Il nemico sono le élite economico-finanziarie. Si tratta di “oligarchie molto potenti, molto remote e sempre più decisive” [Canfora e Zagrebelsky 2014], una “oligarchia politico-finanziaria” ovvero un “neoliberismo attivamente impegnato a sfasciare la democrazia” [Dardot e Laval 2016].

Queste élite economico-finanziarie [De Mucci 2015] sono animante dallo “spirito rapace del capitalismo ‘crescere o morir È” [Bookchin 2018], a partire da un “modello basato sul mercato e le crescite infinite (…) fondamentalista, integralista, totalitario” [Fini 2012]. È la “fine dello sviluppo economico e la nascita dello Stato debitore, ‘disciplinato’ dai mercati finanziari”, i quali impongono un “ordine oligarchico di attacco frontale alla democrazia che rianima lo spettro del fascismo e del razzismo” [AA. VV. 2016]. È “la rivoluzione economica della tecno scienza” [Barcellona 2018].

Una seconda causa viene individuata nella “mutazione antropologica” che ha portato alla “singolarizzazione”, rendendo ciascuno di noi “impolitico” e perciò “irrappresentabile” [Barcellona 2018]. In altri termini, la “dissoluzione della comunità” [Bookchin 2015]. In questo scenario cresce il “’vuoto’ sempre più avvertito tra politica e democrazia popolare” [Lagrotta 2018]. La politica si trova “ridotta a mera tecnica dell’organizzazione statuale oltretutto affidata a gruppi di ‘professionisti’” con i cittadini ridotti a “semplici elettori e contribuenti, ovvero ricettori passivi di beni e servizi forniti da uno Stato onnipotente e pervasivo” [Bookchin 2015].

Una pericolosa trappola è rappresentata dalla “sacralizzazione” [Salvadori 2011], il fatto che “la moralità occidentale si sia trasformata in una semplice posa, in una esaltazione acritica di cause etiche” [Minogue 2016], dominata da “vari idoli (…): dai feticci del leaderismo a quelli della libertà, dell’economia, dell’etica” [Riva 2018]. Si tratta dunque “di prendere le sue [della democrazia] componenti non come principi veri o promesse reali ma come finzioni, cioè come obiettivi impossibili, che nondimeno riescono a guidare il comportamento” [Simone 2015].

La democrazia digitale. Più ambiguo risulta l’atteggiamento nei confronti della “democrazia digitale” [Chiusi 2014, De Blasio 2015]. “L’‘apertura’ di Internet e la sua apparente libertà” vengono considerate a volte la causa principale della nuova deriva populista, dove “una sorta di egualitarismo narcisistico e disinformato sembra avere la meglio sul tradizionale sapere consolidato” [Nichols 2018]. In altri casi appare invece come il possibile rimedio all’involuzione della democrazia rappresentativa. “Il web è davvero uno strumento al servizio dell’innovazione democratica oppure, come sostengono i cyberpessimisti, ‘Internet è il nemico’?” [De Blasio 2015].

A volte è l’una e l’altra cosa insieme, in un “panorama contraddittorio ma ricco di potenzialità” [Chiusi 2014]. La fede “in una Rete libera, democratica, gratuita, trasparente, imparziale (…) Rivoluzionaria, capace di rovesciare le gerarchiche stabilite a favore di una partecipazione ampia, diffusa, popolare” si scontra con “la tendenza alla delega tecnocratica” [Ippolita 2014]. “La credenza diffusa circa il potenziale democratico immanente alle tecnologie digitali è sempre  più spesso smentita da chi la vede principalmente nella guisa di frecce all’arco del ‘populisti’” [Gometz 2017].

Il verdetto è ambiguo: “da decenni gli esperti si dividono sulla possibilità della rete di permettere una maggior partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica” [Chiusi 2014]. Digitalizzazione vuol dire anche big data e algoritmi, “armi pericolose giudicano insegnanti e studenti, vagliano curricula, stabiliscono se concedere o negare prestiti, valutano l’operato dei lavoratori, influenzano gli elettori, monitorano la nostra salute” [O’Neil 2017]. Altrettanto ambiguo è l’atteggiamento nei confronti della Comunità Europea [Nevola 2007].

I rimedi. Dobbiamo “rimettere a posto la democrazia per crescere” [Moyo 2018].  Per trovare i rimedi, è utile premettere che la democrazia “non è virtù innata” [Zagrebelsky 2016], “non si trova in natura: è un prodotto artificiale”. Dunque va “curata, alimentata, potenziata” [Violante 2017]. “Nessuna democrazia è in grado di evitare momentanei deficit di rappresentanza e di decisionalità, ma tutte, anche quelle deficitarie, dispongono di possibilità di apprendimento e (auto)correzione” [Pasquino 2018].

La democrazia “ha la possibilità di correggere se stessa, di modificare il proprio statuto e adattarlo all’evolvere dei luoghi e dei tempi” [Ropelato 2010]. “Si impara a essere cittadini (…) ma servono responsabilità e conoscenza” [Montanari 2014]. È possibile “migliorare la qualità della democrazia attraverso l’istruzione” [De Mucci 2015], e anche “insegnare la democrazia” per “ritrovare i maestri del passato, riscoprire il momento in cui per la prima volta fu pronunciata la parola libertà” [Bonsanti 2016].

Si avverte “più forte l’esigenza di una educazione linguistica che arricchisca le nostre capacità di comprensione e intelligenza” [De Mauro 2018]. Dobbiamo immaginare “un progetto di comunità basato sulla cultura” [Montanari 2014]. Una soluzione, in “un mondo plurale nonché pluralista”, potrebbe essere il “pluriversalismo”, ovvero una “democrazia delle culture” [Pannikar-Latouche 2018].

Un secondo ordine di proposte, su tempi più ravvicinati, insiste sulla necessità di “modificare la composizione di questa classe dirigente, uscire da questa oligarchia che si ristabilisce in continuazione e ristabilire quella uguaglianza dei punti di partenza” [Diamanti-Lazar 2018]. Servono “nuove istituzioni sociali, in sintonia con le aspirazioni delle persone e con il pluralismo delle società complesse” [Honneth 2015].

Ma come raggiungere questi obiettivi? Da un lato si invoca la “democrazia diretta” [Bookchin 2018], attraverso “forme democratiche basate sull’auto-organizzazione comunitaria ben lontane dal paradigma occidentale gerarchico e disegualitario” e “pratiche orizzontali e modalità di condivisione” [Graeber 2012], magari valorizzando “le dinamiche partecipative” e prestando “maggiore attenzione alla dimensione della sussidiarietà” [Ropelato 2010].

Oppure ci si può accontentare della “democrazia diretta moderna, di tipo svizzero”, che “affianca e non sostituisce la democrazia rappresentativa” e “abolisce il monopolio del potere legislativo” [Zaquini 2015]. Ci si può spingere verso una “democrazia dell’opinione, democrazia del pubblico o democrazia partecipativa. Può anche prendere il nome di democrazia continua” [Rousseau 2016]. C’è infine chi suggerisce di “abolire le elezioni, non scegliere più con il meccanismo elettorale i componenti del Parlamento. E affidarsi al sorteggio per determinare coloro i quali hanno la responsabilità di scrivere le leggi dello stato” [Van Reybrouck 2015].

In parallelo è necessario rilanciare “l’agonismo politico”, attraverso “una riattivazione del conflitto” che passa anche “per la valorizzazione politica delle pratiche artistiche e la ridefinizione del concetto stesso di democrazia” per approdare a “un mondo multipolare in cui potrebbe imporsi un autentico pluralismo culturale e politico” [Mouffe 2015]. È necessaria una “controdemocrazia (…) attraverso la quale la società civile sorveglia e stimola le istituzioni” [Ronsavallon 2012].

C’è chi profetizza, a partire dall’esperienza dei Rojava, “una visione non-statale” e una “democrazia senza stato” [Dirik, Levi Strauss, Taussig 2017]. Una soluzione potrebbe essere rappresentata, previa “una convergenza fra conservatorismo e libertarismo”, da “un processo di secessioni a catena verso una moltitudine di Regioni e Città-Stato disseminate nel continente europeo e americano” [Hoppe 2008].

Va anche tenuto conto che qualunque progetto di rivitalizzazione deve passare attraverso “il pieno coinvolgimento della società” [Prodi 2015] e richiede la “costanza dei propri atti” [Rancière 2011] e “un lavorio continuo” [Rodotà 2018].

Queste sono le forme possibili di una democrazia rivitalizzata. Per quanto riguarda i contenuti, “la democrazia che deve ancora venire è (…) accoglienza, solidarietà, partecipazione, giustizia” [Riva 2013], ricordando che “la dignità umana è inviolabile” e “deve essere rispettata e tutelata” [Rodotà 2018].

L’alternativa alla democrazia diretta è “una forma di governo ‘epistocratica’”, dove il potere viene affidato a chi ha “conoscenza e competenza” [Brennan 2018]. Il rischio è di sfociare in “sistemi autoritari che privilegiano il risultato dell’azione di governo piuttosto che il processo di partecipazione democratica che storicamente lo accompagna” [Malaschini 2017], come accade per esempio a Singapore e in Cina. Oppure di trasformasi in una “dittatura della maggioranza” [Mounck 2018].

Nell’uno e nell’altro caso, possono essere utili i consigli del padre del marketing moderno: provare “a immaginare che la democrazia sia un prodotto e che noi cittadini ne siamo i consumatori disaffezionati” [Kotler 2017].

Breve conclusione demopratica. Forse chi ha profetizzato la crisi della democrazia ha anticipato il futuro in cui stiamo sprofondando. Forse questa è solo una di quelle implacabili profezie che, a furia di ripetizioni, si auto-avverano. Per uscire da questa impasse può essere utile uno scatto nell’immaginario e l’invenzione di una nuova forma politica. “La Demopraxia sostituisce il termine ‘potere’, dal greco kratos (da cui deriva democrazia). Con il termine ‘pratica’, dal greco praxis (da cui demopraxia), per arrivare là dove non si è potuti arrivare con l’imposizione del demo-potere”. Sarà così possibile “realizzare democraticamente quello che è stato il sogno della Democrazia” [Pistoletto 2017]. È l’utopia di un artista.

 

 

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