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Architetture interrotte (I) [di Franco Masala]

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L’Architettura interrotta è il titolo di una rubrica che Paolo Portoghesi pubblicava negli anni ’70 nella rivista Controspazio con la presentazione di progetti non portati a termine. Anche Cagliari ha avuto un numero enorme di progetti non realizzati illustrati da Franco Masala in Architetture di carta Progetti per Cagliari 1800-1945, AM&D 2002, ma il problema si è ripresentato nella metà del Novecento. Ecco il primo di una serie di articoli  sul tema dei progetti rimasti sulla carta dal secondo dopoguerra [N.d.R.]

Un “lago del Poetto”, tre “laghetti del Molentargius”, sette “villaggi turistici” erano le componenti  principali di un progetto presentato al Comune di Cagliari nel 1962 dalla società COGER di Milano con il titolo “Studi e linee programmatiche per una sistemazione de il Molentargius”.

Progetto descritto in un’ampia relazione che aveva come obiettivo imprescindibile il prosciugamento delle Saline di Stato, da trasferire a Stintino o nella costa settentrionale della Sardegna, allo scopo di promuovere “una piccola Venezia nello stagno di Molentargius”. Tutto il territorio sarebbe passato dal Demanio dello Stato alla Regione Autonoma della Sardegna che, a sua volta, avrebbe provveduto a cederlo ai Comuni interessati.

Erano le premesse per urbanizzare e trasformare in centro turistico-ricreativo un’ampia fetta del territorio urbano prospiciente gli stagni orientali.

A più riprese il quotidiano della sera Il Giornale d’Italia – che ogni giorno aveva una pagina completamente dedicata alla Sardegna – presentò il progetto con dovizia di particolari e con un malcelato favore nei confronti di un’impresa ciclopica che naturalmente presupponeva strade di scorrimento e smistamento, parcheggi e servizi aggiuntivi quali “giostre, campi da tennis e sportivi, giardini giapponesi, teatro all’aperto, auditorium, cinema” in un crescendo di offerte riguardanti essenzialmente l’uso del tempo libero come altra cosa dalla “monotona” vita sociale finalizzata all’abitare e al lavorare.

Il presupposto era il grande divertimento distensivo anche con la possibilità di liberare le madri dalla cura dei figli grazie a un centro ragazzi polisportivo che si qualificava non come “colonia estiva” ma come “club per bambini” e i “colleges inglesi e nordici”. Il riferimento era ovviamente a un turismo di élite che avrebbe dovuto affollare le “ville acquatiche e cottages affogati nei laghetti e nelle acque lacustri con portineria alla veneta per l’attracco dei motoscafi” e offrire ad altrettante categorie sette villaggi destinati ad ”artisti, agli sportivi, al cinema, alla moda e al ballo, ai commercianti, alle residenze del lusso, al prenaturismo”.

Era prevista una differenza di tipologie architettoniche tra residenze e centri ricreativi-alberghieri con impianti fissi e altri stagionali ed erano annunciati parcheggi per i residenti con “pista elicoidale e ascensori situati ogni 200-300 m” su una strada di raccordo.

Tutto ciò presupponeva (ed era forse la chiave interpretativa del progetto) la sistemazione di una “zona urbanistica preordinata” da lottizzare per l’espansione di Cagliari verso Est e al di là della zona militare a Sud. Il complesso programma era raccontato più che disegnato in un progetto di massima che entro un anno avrebbe portato a quello definitivo dopo i necessari e fondamentali accordi.

Con un ampio intervento su L’Unione Sarda si sollevò la voce contraria dell’ex sindaco Pietro Leo. Dopo una stoccata contro “una visione poetica della Cagliari dei nostri sogni, che pare dettata da un poeta dannunziano, più che da tecnici” (vi abbondavano infatti descrizioni liriche della città e della spiaggia viste dall’alto), sottolineava la scarsezza di cifre attendibili soprattutto nei confronti di quel turismo che veniva presentato quasi come l’unica redenzione per la Sardegna.

Leo aggiungeva che “pur non negando l’importanza economica di un turismo ricco e ben organizzato, noi dobbiamo puntare su ben altro per la nostra rinascita” fino a stigmatizzare la superficialità con cui si affrontava la soppressione delle saline, volano di non poco conto anche per le attività portuali legate all’esportazione del prezioso materiale.

Il cronista rispondeva con una partigianeria piuttosto conclamata verso la bontà della proposta, pubblicando però, salomonicamente, anche un parere favorevole e uno contrario.

In quegli stessi giorni l’Aga Khan veniva ricevuto con tutti gli onori dalle autorità regionali in rapporto a un progetto che prevedeva un investimento di almeno 45 miliardi di lire. Il turismo d’élite prese un’altra via e il progetto COGER per la “piccola Venezia” cagliaritana finì nel dimenticatoio.

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