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Le Lezioni americane di Calvino, trent’anni dopo [di Matteo Nucci]

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Minima&moralia, 12 febbraio 2018. (Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo). Negli ultimi mesi, poco prima della morte, Calvino ricominciò a riempire i libri di postille e note a margine. Lo aveva fatto da ragazzino, affiancando ai commenti disegni ironici. Poi da adolescente, con più pudore e consapevolezza. Aveva smesso, chissà perché, nel 1944. Per quarant’anni, gli innumerevoli libri delle sue biblioteche riportano a matita, rigorosamente in apertura, le pagine che il lettore onnivoro elegge come sue favorite o decisive per l’interpretazione del testo.

Nel 1984 però la mano di Calvino torna a segnare i suoi volumi, cercando rapporti fra i libri che rilegge e le opere che investiga pur di trovare la strada di cui ha bisogno. Il bisogno contingente è rappresentato dalle lezioni che dovrà tenere nell’anno accademico 85-86 a Harvard. Si tratta di un ciclo di sei conferenze di grande prestigio. Le Charles Eliot Norton Poetry Lectures sono state inaugurate sessant’anni prima, nel 1926, e di stagione in stagione sono state affidate a gente come T.S. Eliot, Jorge Luis Borges, Octavio Paz.

Calvino è il primo italiano. La responsabilità è enorme. Tuttavia il bisogno contingente sembra unirsi a un bisogno più profondo. Quello del lettore scrittore che deve fare un punto, tirare le somme, prepararsi (o prepararci) al nuovo millennio. Le lezioni infatti vengono intitolate Six Memos for the Next Millennium e ne sono pronte cinque – il dattiloscritto in una cartella rigida – sul tavolo di lavoro della casa di Roccamare (Castiglione della Pescaia) quando, il 6 settembre, Calvino viene ricoverato d’urgenza per un ictus che dopo dodici giorni lo porterà alla morte. È a questo punto che la storia delle lezioni cambia completamente senso.

Quello che pareva un momento di passaggio decisivo diventa il punto finale. Se ne parla a lungo fra critici e studiosi, autori e appassionati, tutti coloro che non possono darsi pace di una morte tanto inattesa. Finché la Harvard University Press decide di pubblicarle e con il titolo inglese esse escono esattamente trent’anni fa. Qualche mese e la versione italiana per Garzanti è pronta. Il titolo italiano lo sceglie la moglie Esther Singer “perché” come scrive nella nota introduttiva “in quell’ultima estate, Pietro Citati veniva a trovarlo spesso al mattino e la prima domanda che faceva era: Come vanno le lezioni americane? E di lezioni americane si parlava”.

Il successo è subito enorme. Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio (oggi reperibile fra gli Oscar Mondadori) diventa in fretta un “classico sui classici” e il suo significato per i lettori che si conquista è immenso. Ai tempi in cui viene pubblicato, infatti, la spesa non indifferente per i giovani affamati di libri (20.000 lire) viene compensata da una lettura che per molti ragazzi diventa la strada maestra per farsi lettori, studiosi, scrittori.

Fra loro c’è Laura Di Nicola, oggi docente di letteratura italiana contemporanea a “La Sapienza” di Roma che proprio con la prima delle lezioni calviniane ha chiuso in questi giorni un seminario fortunatissimo intitolato “Le parole dell’Io” che ha visto riempire l’Aula Magna di Lettere come non accadeva da anni.

Studenti e appassionati di ogni provenienza e età a cercare di approfondire l’anima di una parola, osservata da letterati e psicoanalisti attraverso la rispettiva lente d’ingrandimento in un autore d’eccezione, da Dante a Leopardi, a Sibilla Aleramo, a Pasolini. “Leggerezza” il primo dei six memos ha chiuso il ciclo con lo scambio fra i curatori del progetto: Di Nicola e Tito Baldini, membro della Società Psicoanalitica Italiana. “Per Calvino, l’inizio è decisivo. Non a caso una delle conferenze scartate e di cui abbiamo resti significativi s’intitolava proprio “Cominciare e finire”.

L’apertura a Harvard con lo studio sulla leggerezza ci dice innanzitutto moltissimo sul valore etico, esistenziale della parola. Perché Calvino sta ragionando in generale su quella che chiama l’ “epidemia pestilenziale del linguaggio” e mentre mancano quindici anni al nuovo millennio vuole costruire la memoria dell’insegnamento perpetuo costituito dalla parola, quando essa è cercata e scelta conoscendone la forza espressiva e i rapporti con la tradizione.

In questo senso, la leggerezza racconta l’idea di Calvino in maniera paradigmatica. Perché essa non significa frivolezza, tutt’altro. Significa semmai esattezza. Questo ci colpisce molto perché sappiamo come Calvino lavorasse sulla lingua per sottrazione. Allo stesso tempo è interessante che la frivolezza sia considerata invece pesante, ossia il perfetto opposto della leggerezza.

L’immagine centrale del saggio sta nella novella del Decameron di Boccaccio in cui Cavalcanti si libera in un salto di una compagnia di frivoli mondani. Salta oltre la pesantezza del mondo, oltre l’opacità di questi giovani, mostrando – come scrive Calvino – che “la gravità contiene il segreto della leggerezza”.

Il punto che viene subito a galla in questa prima lezione è che per Calvino il fine ultimo, la funzione della letteratura è curativo: contro il male del vivere. Un’idea di poetica molto forte che ha a che fare con il nostro passato, la nostra tradizione, perché solo nel rapporto con la tradizione possiamo schiudere il futuro. Non è casuale la presenza di tante immagini del mito all’interno delle Lezioni. Un atteggiamento che dagli scrittori di oggi è in gran parte dimenticato”.

Rapidità. Esattezza. Visibilità. Molteplicità. Queste le altre lezioni completate. Manca la sesta. Coerenza. È difficile immaginare quali vie tortuose e funamboliche avrebbe preso il ragionamento di Calvino. Ci restano pochi frammenti e soprattutto la biblioteca con i famosi libri annotati – scoperta e studio di Laura Di Nicola. “Sono passati molti anni dal giorno magico in cui entrai nella casa di Campo Marzio, accolta dalla moglie Esther Singer. Mi sembrava un sogno poter consultare quell’immensa biblioteca.

Quasi ottomila volumi di ogni genere. Quel che mi colpì immediatamente fu la disposizione dei libri. Si trattava di una scacchiera del sapere, un sistema mentale in cui doveva trovarsi a suo agio soltanto Calvino, colui che aveva ordinato i volumi in maniera apparentemente incomprensibile. Pensate che Shakespeare appare in cinque sezioni diverse. Temi, lingue, concetti s’intrecciano continuamente. Quel che capivo, man mano che cercavo di entrare nella mente dell’ordinatore era l’importanza della biblioteca fisica che diventa biblioteca ideale. Gli scaffali interiori di Calvino raccontano un perpetuo inseguimento, ossia il senso profondo della sua passione conoscitiva.

I libri preferiti erano alle spalle della sua scrivania: Conrad e Stevenson. Gli altri costituivano un magma in cui si viaggiava come si viaggia nelle Lezioni. Catalogando, studiando, “fotografando” quello stato di fatto che grazie a sua moglie si è conservato così come Calvino lo aveva lasciato, entravo sempre di più in quel libro che era ormai diventato definitivamente il più importante della mia vita. Non si finisce mai di scoprire qualcosa.

Adesso, proprio durante il ciclo di seminari che Baldini e io abbiamo coordinato, mi sono resa conto di quanto importante sia la lettura psicoanalitica che privilegia l’io dello scrittore, laddove noi italianisti privilegiamo l’io del lettore. Calvino, fuori da ogni regola, da grande scrittore e lettore, seguiva entrambe le strade.”

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