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Roberto Mirasola a domanda di Andrea Pubusa risponde

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- Caro Roberto ita novas sul fronte delle alleanze uin Sardegna?
- Se la città non fosse addobbata con stelle ed alberi natalizi ci sarebbe da pensare che quest’anno il carnevale abbia deciso di anticipare i tempi…

- Ma dai! Sei il solito esagerato, ipercritico!
- No, no, non esagero, hai letto le pagine politiche dei quotidiani sardi?…

- Non chiedermi troppo! Leggo i titoli…
- Elezioni politiche 2018 gli schieramenti erano chiari, LeU si presenta in perfetta solitudine rivendicando una discontinuità con il PD…

- Beh, sì, nelle intenzioni un nuovo inizio…
- …Una nuova strada per riunire la sinistra che non ha condiviso il tentato scasso della Costituzione, il Jobs Act, il Fiscal Compact e via dicendo…

- Sì, sì, ricordo bene anche tu eri della partita…
- In nome di questa discontinuità ho accettato la candidatura al collegio uninominale di Cagliari in rappresentanza dell’alleanza elettorale conosciuta come LeU.

- Tu sei stato un protagonista della battaglia referendiaria e della lotta sociale, la tua candidatura mi è parsa in linea con il tuo impegno..
. Era necessario dare un riferimento a quanti non si riconoscevano più nel csx.

- Il risultato elettorale è stato però deludente, come lo spieghi?
-  Siamo stati percepiti molto vicini al PD e siamo stati puniti. Non siamo stati bravi a far passare il nostro messaggio…

- La sconfitta si è fatta sentire…
- Direi proprio di sì, ha aperto una crisi all’interno di LeU che si è trascinata per mesi sino a quando SI non ha deciso di intraprendere un suo percorso diverso da quello di MDP.

- Mi pare ci sia divaricazione anche in Europa…
- Le prossime Europee non vedono vicine le posizioni dei due partiti: SI vicina alle sinistre Europee, MDP vicina al PSE. Se ci pensate bene si tratta di due visioni di Europa molto diverse.

- Ne sono convinto anch’io e qui da noi?
- In Sardegna invece regna lo scherzo di carnevale…

- Cioè?
- Se a marzo si era avversari ora invece si è di nuovo tutti insieme appassionatamente.

- Cosa succede dunque?
- Alle elezioni suppletive, proprio in quel collegio uninominale che mi ha visto protagonista, si cerca un candidato appoggiato da, udite udite: PD, art.1 MDP/LeU, centro democratico, +Europa, Rete Futura (Laura Boldrini per i meno addetti al caos politico di questi tempi), PSI, UPC, Possibile, Italia in Comune e gli ormai noti “tre” dissidenti di SI.

- Bella ammucchiata, non c’è che dire!
- Insomma a marzo scorso abbiamo scherzato, nella campagna elettorale passata il Jobs Act era una porcheria, la Costituzione era un baluardo da difendere dall’assalto renziano….

- E ora?
- Ora abbiamo i barbari alle porte, e quale migliore idea per fermarli di creare l’invincibile Armada?

- Hai perfettamente ragione, ma Sinistra Italiana Sarda mi pare stia mantenendo la rotta…
- In mezzo a tutto questo caos (incomprensibile ai più), bisogna pur dire che una buona parte di Sinistra Italiana Sardegna non ha perso la bussola…

- Siete abbastanza uniti mi pare nel contestare il ritorno all’ovile…
- Sì, i segretari eletti in assemblea mantengono la linea originaria, noi non stavamo scherzando, noi pensiamo ancora che la Costituzione andasse difesa, non abbiamo dimenticato la presa di posizione del Presidente Pigliaru a favore del SI al referendum, così come non abbiamo dimenticato il SO dell’attuale condottiero della invincibile Armada…
- E c’è dell’altro…
- Eccome! Non abbiamo dimenticato la vicinanza di vedute del Presidente Pigliaru con l’allora premier Renzi, così come non ci convince la reticenza ad una disamina dell’operato della giunta da parte del candidato presidente Zedda…

- Se ricordi, si facevano i selfie con Renzi…
- Per carità, tutti questi  erano e sono in perfetta sintonia, ma cosa dire di MDP/LeU, Possibile e Rete Futura? Cosa dovranno mai pensare gli elettori di questo cambiamento di rotta repentino e senza nessuna motivazione plausibile?

- Stai tranquillo, stanno pagando tutto e non è finita…
- Chissà, forse hanno ragione loro, noi siamo dei poveri idealisti incapaci di guidare i processi e costruire “sinistre di governo”, perché riteniamo che si debba lavorare alla costruzione di percorsi alternativi, ovviamente difficili…

- … Come sai, la credibilità la si conquista con tanto tempo e pazienza, ma  la  si perde molto velocemente,  e non è più recuperabile. Ma adesso che fate in vista delle regionali prossime venture?
- Con pazienza e fatica ci prepariamo a costruire future alleanze con Sardigna Libera e AutodetermiNatzione. Certo il percorso non è semplice, ma i temi sono condivisi…

- Di cosa state parlando?
- Lavoro, ambiente, sanità, riforma degli enti locali ci vedono vicini e allora sarebbe un vero peccato perdere l’occasione di dare un senso e un calcio a questa carnevalata, la Sardegna ha bisogno di risolvere i suoi problemi non di stare su scherzi a parte.

- Cosa posso dirti? In bocca al lupo!

Fonte: Democrazia Oggi

L'Araucaria excelsa  è un albero molto trattato dal blog, perché è una pianta bella ed elegante, è piuttosto comune nella nostra città, ed è rappresentato dall'albero forse più alto di Cagliari, quello di via Giardini.

Le prime Araucarie hanno fatto la loro comparsa in città già dalla fine del secolo diciannovesimo, con esemplari pubblici nei posti più significativi della città, da piazza Matteotti alla Darsena ed al Bastione di Saint Remy; esemplari che oramai non esistono più, perché morti per malattia o colpiti dai bombardamenti, come quello del Bastione. Queste Araucarie sono però rimaste nella memoria storica e nell'affetto dei cagliaritani, anche attraverso fotografie e cartoline, e così nel secondo dopoguerra molti concittadini hanno iniziato a piantare esemplari privati nei loro giardini o negli spazi condominiali.

Possiamo dire che la città si è ripresa dalla guerra, ed è cresciuta sia nel numero che nell'altezza dei palazzi, insieme alle sue Araucarie, che oggi sono presenti in posti dove non ci si aspetterebbe di trovarle.

Ecco perché oggi vi presento una breve carrellata di Araucarie costrette fra i palazzi, o quasi addossate a facciate; non sempre un bel vivere per loro, anche se molti esemplari si sono saputi adattare.

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Ecco un esemplare in via Verdi, pieno centro nel quartiere di San Benedetto: la parte bassa praticamente priva di rami, resiste con il pennacchio dove può respirare e prendere luce.

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A due passi dalla precedente eccone un'altra in via Verdi, molto più grande e dotata di rami e foglie, ma anch'essa priva dei rami inferiori; in questo caso i rami sono stati probabilmente tagliati per dare aria e luce al fabbricato retrostante.

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E questa, poverina? Si trova in via Cattaneo, traversa di via Sarpi, e non è nemmeno troppo vicina al palazzo retrostante; probabilmente è malata. E' uno di quei casi in cui anch'io,  contrario all'abbattimento degli alberi se non come ultima istanza, prenderei in considerazione l'eliminazione.

Ma allora, tutte le Araucarie vicino ai palazzi soffrono, perdono i rami e si imbruttiscono? Assolutamente no, e ne ho già dato prova presentando alberi splendidi, magari eliminati per l'insipienza degli umani (post del 17/12/10[1] ), o tuttora in ottima forma, come quello di Sant'Elia (post del 31/1/18[2]).

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E ne aggiungo un altro, per concludere, qui a destra: questo si trova all'interno di un cortile in via Pessina, ed è bellissimo e tutto sano.
Ha solo deciso, per non trovarsi troppo vicino alla parete del palazzo e soffrire il caldo estivo, di piegarsi leggermente a sinistra, e proseguire poi ad andare verso il cielo.

References

  1. ^ 17/12/10 (www.cagliarinverde.com)
  2. ^ 31/1/18 (www.cagliarinverde.com)

Fonte: Cagliari in Verde

Gianna Lai

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Oggi dibattito sulle infami leggi razziali fasciste. Ecco una riflessione di Gianna Lai. 

Noi che abbiamo una Costituzione democratica, vogliamo oggi parlare delle leggi razziali per ribadire il legame forte tra presente e passato, attraverso gli articoli della Carta, che proprio da quella battaglia contro il nazifascismo nascono e si radicano nella nostra coscienza. Dalla Resistenza, il miracolo di madri e padri costituenti che, dopo le distruzioni della guerra, dopo la Shoah, ha fatto piazza pulita della barbarie fondata sulle diseguaglianze, sulle libertà impedite, sulla legislazione razziale, italiana e tedesca. La vergogna delle leggi razziali che proclamavano una pura razza italiana, leggi punitive e infami, che provocarono angoscia, miseria e persecuzioni, e prepararono la guerra e il genocidio, avendo capovolto il primo compito dello Stato, la difesa, cioè, del cittadino. Contro questo fondamentale principio, è il re in Italia a firmare le leggi razziali, lo Stato discrimina, punisce, perseguita, secondo un piano organico di atti e provvedimenti legislativi. Dal Manifesto della razza, esito criminale della collaborazione di studiosi e docenti universitari, che avvallano le mostruosità del regime, la purezza della razza, l’igiene della razza, secondo un retroterra ideologico che si fonda sul principio dell’ineguaglianza genetica nel genere umano, razze inferiori e razze superiori. E il nazionalismo e l’espansione coloniale dell’Impero d’Etiopia, il razzismo coloniale contro le popolazioni dell’Africa. E poi il passaggio dall’antisemitismo religioso a quello biologico razziale, razza a parte gli ebrei, del tutto inassimilabile al resto della popolazione. Alla base del fascismo e del nazismo c’è il razzismo, si frantuma la vita in comune, i bambini ebrei sono esclusi dalla scuola, una grave ferita inferta all’umanità intera l’infanzia offesa, per la quale, si deve sottolinare, nessuno ha mai pagato. Senza scuola e senza lavoro si muore, la persecuzione nel contesto dell’Occidente civilizzato, il genocidio nazifascista nel contesto della guerra, veicolo il più potente per trasmettere l’infamia all’intera Europa dei governi collaborazionisti. Contro Ebrei, oppositori e comunisti, rom e sinti, omosessuali e cosidetti asociali. Fino alla Shoah, l’unicità della Shoah nella soluzione finale, ammazzare tutti gli ebrei, che ci induce a una riflessione sul funzionamento dello Stato moderno stesso: l’orrore è frutto dell’educazione all’obbedienza, all’ottuso consenso, attraverso i quali si trasmise alla popolazione l’antico antisemitismo europeo contro la comunità ebraica, stabile da ben due millenni in Europa.
Per capire, dobbiamo prestare ancora una volta molta attenzione a ciò che dicono gli storici, l’Italia che si è auto assolta dalla responsabilità delle leggi razziali, attribuendole a una non resistibile volontà tedesca, né ha mai indagato su se stessa e sulla sua effettiva ampia partecipazione alla persecuzione. E’ mancata cioé una seria riflessione collettiva sul fascismo, che avrebbe dovuto invece essere parte integrante della rinascita democratica e civile dopo la Liberazione. Piuttosto ci fu ‘vera e propria rimozione nella sfera pubblica e nella coscienza collettiva’, come denuncia Enzo Collotti, proprio perché, a essere chiamate in causa, erano le corresponsabilità delle èlites tradizionali del potere, senza le quali la persecuzione a livello europeo non sarebbe stata possibile, governi, ceti dirigenti e burocrazie e i silenzi delle Chiese, e l’apatia e l’indifferenza popolare e il rifiuto di vedere e di sapere. Per questo i sopravissuti finirono per scegliere il silenzio piuttosto che la testimonianza.
Memoria e storia sono la costruzione del carattere e di una cittadinanza nuova, finalmente consapevole che se si dimentica il passato ci si dimentica di noi stessi. Mantenere lo sguardo critico su questa nostra contemporaneità per rivivere quei fatti, e se il futuro nasce dalla Storia, questa giornata sugli 80 anni dalle leggi razziali invoca la storia contro il silenzio: ‘la memoria collettiva la teniamo viva se è legata a un processo di conoscenza, e ci vuole l’intervento attivo dello storico, della scuola, delle istituzioni’, dice Claudio Natoli, in particolare adesso, con la scomparsa dei testimoni diretti. Perché la memoria collettiva si forma nella Comunità, attraverso il racconto degli eventi, la riflessione e il dibattito .
In decisa contrapposizione ai revisionismi e agli appelli a una malintesa pacificazione, è necessario mettere in luce i contrasti reali tra le ideologie nazifascista da un lato, intolleranza e disprezzo della libertà e della dignità persona, culto della violenza, nazionalismo a sfondo razzista, e i valori dell’antifascismo dall’altro, della democrazia e dell’ autodeterminazione dei popoli. E se resta profonda l’ignoranza di chi sa e conosce, ma non ne vuole tenere affatto conto, è ancora lo studioso a dire, come fa Angelo d’Orsi, che bisogna conoscere la storia e imparare da lei, tenerla in conto, se si vuole operare per migliorare il nostro presente, dovere, innanzitutto, di chi sceglie la strada della politica
Il testo delle leggi razziali è documento centrale per la conoscenza della storia del Novecento italiano, nel contesto di questa cruciale nostra contemporaneità, che si impone pericolosamente con la formazione diffusa dei gruppi neofascisti, la violenza di Casa Pound e Forza Nuova, se nel giorno dei diritti umani si oltraggia la Shoah, sradicando a Roma le pietre di inciampo poste, insieme a tante altre, in ricordo di due famiglie ebraiche sterminate ad Auschwitz. E così vilipesa la memoria, se a Giorgio Almirante, segretario di redazione della rivista ‘Difesa della razza’, qualcuno voleva dedicare una via di Roma nei mesi scorsi, fregiandosi ancora la capitale di via Nicola Pende, ’scienziato’ della razza, che la Sindaca ha cancellato proprio in quel mentre.
E’ il razzismo che i ragazzi vogliono combattere a scuola, contro la discriminazione tra uomini uguali, così come li ha definiti la nostra Costituzione, che su tutto, ma in particolare su questo, ha una risposta ad ogni domanda. E la scuola resta il luogo più importante di esperienze della memoria e di studio della storia, per imparare a pensare con la propria testa, per la conquista di una vera cittadinanza: istruzione e lavoro da difendere, se vogliamo difendere noi stessi.

Fonte: Democrazia Oggi

eleonora_bronzino

MicroMega.com 13 dicembre 20128. «Nietzsche dice che nessuna donna ha mai preso ilraffreddore indossando il vestito leggero e scollato di un grande sarto»[1]. Ennio Flaiano. «Gli esempi tratti dalle società tribali dimostrano chiaramente che i beni di lusso tendono a essere utilizzati come armi di esclusione»[2].Mary Douglas e Baron Isherwood.  Georg Simmel, La moda, Mondadori, Milano 1998. Saverio Zavaglia, Fenomenologia della distinzione, Mucchi, Modena 2018.

Una pratica del presente. La moda ha invaso con tutti i suoi diktat gli immaginari collettivi della nostra epoca, ergendosi a primario criterio di apprezzabilità e inducendo comportamenti di massa oltre il limite del maniacale. Eppure in un recente saggio – segnalato anche in questo sito – si lamentava «la tenace diffidenza della filosofia nei suoi confronti», nonostante essa sia «uno dei più importanti fattori di promozione e plasmazione del gusto nell’età dell’esteticità diffusa, ovvero dell’estetizzazione della realtà»[3].

Con la precisazione di intendere “filosofia” in quanto attività intellettuale specifica e forma di sapere organizzato, aventi per oggetto le condizioni generali della conoscenza (quella che Aristotele chiamava “filosofia prima”, in quanto dedicata ai “principi primi”: le strutture dell’essere); poi, nella dizione dello storico della filosofia Kuno Fischer, “l’auto-conoscenza dello spirito umano”.

Disinteresse perdurato per larga parte della modernità novecentesca, a meno di non accreditare dello status filosofico un economista (Thorstein Veblen, per la sua riflessione sul “consumo vistoso” e la relativa teorizzazione della “classe agiata”: «le élite dominanti utilizzano sempre di più il sovraprodotto per inseguire bisogni di emulazione invidiosa»[4]) o un sociologo (Georg Simmel, riferendoci oltre che al tema specifico di cui parleremo, anche alle analisi dei processi sociali a seguito dell’urbanizzazione; con particolare attenzione al fenomeno psichico, irriducibilmente circoscritto alla metropoli, definito del blasé, «conseguenza di quella rapida successione e di quella fitta concentrazione di stimoli nervosi contraddittori», che diventa «incapacità di reagire a nuove sollecitazioni»[5]).

In effetti la spiegazione di una tale indifferenza teorica è abbastanza semplice: il fenomeno moda non rientra logicamente nelle categorie permanenti dello spirito; collocandosi – semmai – nello spazio delle pratiche esteriori del presente. Eminentemente comportamentali; seppure considerando le loro poste in ballo e il gioco dei rapporti di forza retrostanti come sintomi; ma senza la pretesa di buttarla sullo speculativo. Oggetto dell’indagine – appunto – da parte della sociologia; insieme alle discipline affini/contigue (come l’antropologia culturale e la semiologia; certamente la ricerca storiografica) e dell’economia.

Dunque, la questione “essere alla moda”, che si incrocia senza sovrapporsi con le problematiche della “segmentazione sociale”. Come ribadiscono entrambi i testi a cui oggi facciamo riferimento; sebbene distanti tra loro di oltre un secolo.

Il primo, pubblicato nel 1911, opera di quel grande esploratore novecentesco della «rete complessa di interrelazioni e di interdipendenze che costituisce l’essenza della società e, più in generale, della realtà»[6]; l’altro, in uscita questi giorni, con la firma di un giovane imprenditore del ramo assicurativo, specializzato nel settore fashion e con una marcata attenzione alle tematiche dell’immagine.

L’atteggiamento estetico in quanto espressione distintiva di una posizione privilegiata nello spazio sociale, il cui valore si determina oggettivamente nel rapporto con altre espressioni, risultanti da condizioni diverse. Come ogni altra specie di gusto esso unisce e separa, sicché «gli orientamenti e gli interessi diventano giudizi e idee prevalenti in un gruppo di persone reali; che si impegnano a promuoverli facendoli diventare sentire condiviso, comune. L’ennesimo effetto della comunicazione nelle faccende umane, che ci consente di concordare quel tanto di certezza necessaria per non avere l’impressione di aggirarci in permanenza tra le sabbie mobili dell’opinabile. Convinzioni fondate su sensibilità e criteri che si trasformano nel tempo. Storiche»[7].

Da qui il filo di ragionamento, che andremo ad affrontare riguardo al nostro tema, il cui presupposto è l’inopportunità di criteri etici o estetici; previlegiando ragioni assai più “pratiche”.

La moda come sensore. Semmai, parlando di moda ci imbattiamo in un fenomeno economico dal peso estremamente rilevante; appurato come – stando ai dati forniti dalla McKinsey – nel 2017 il fashion system globale abbia fatturato qualcosa come 2,4 trilioni di dollari. Solo per l’Italia, «il settore moda allargato, che comprende non solo l’industria tessile ma anche quella dell’abbigliamento, delle calzature, della gioielleria e dell’occhialeria, nel 2017 ha dato vita a una produzione di 94 miliardi di euro»[8].

Dato altamente rivelatore di alcune delle più significative tendenze del tempo. Con uno spostamento di focus avvenuto nel corso della seconda metà del secolo scorso: dal ruolo “espressivo” svolto nelle dinamiche del potere e relative simbologie, primario terreno di caccia e riflessione del sociologo, a quello finalizzato alla riproduzione della ricchezza attraverso la riattivazione di mercati tendenti al saturo; oggetto di costante attenzione da parte delle branche più direttamente consulenziali/aziendalistiche (valga l’esempio mass-market) della pratica economica.

Con una costante: la percezione della moda come fenomeno ambiguo, carico di aspetti inconfessati/inconfessabili. E qui veniamo al punto. Perché nonostante il costante riferimento all’estetica, siamo in presenza di una questione riguardante il posizionamento nella società come connotazione di appartenenza, in cui l’imposizione di un certo comportamento “alla moda” svolge – al tempo – funzioni di garanzia, che certificano ed evidenziano chi lo assume, e di consigli per gli acquisti assolutamente impositivi.

Quindi un fenomeno storico di comportamenti indotti in materia di opzioni materiali, secondo obiettivi mutati nel tempo. Appunto, passando da ragioni retrostanti di tipo sociale a quelle – affermatesi nella seconda metà del Novecento – eminentemente mercantili.

Un’evoluzione delle logiche che meglio si comprende evidenziando le differenze tra concetti che di solito vengono sovrapposti come equivalenti. In particolare tra moda e distinzione. La moda è un processo imitativo imposto dai signori del fashion, mentre la distinzione (un mix di gusto, stile e tono, produttivi dell’immagine percepita) riguarda le modalità di avvicinamento/distanziamento attraverso le scelte che incorporano gusti/disgusti per perimetrare la propria personale collocazione nello spazio sociale; che – al tempo stesso – diventano un messaggio di chiamata rivolto agli affini e una barriera di esclusione nei confronti di quanti si intende tenere a distanza, perché estranei.

Se ogni epoca ha conosciuto modelli di eleganza oggetto di ammirazione – a cominciare da quello classico di Petronio “arbiter elegantiarum” – la moda come oggi la intendiamo ha una data e un luogo d’origine: la società di corte che Luigi XIV – il Re Sole – riunì nella struttura monumentale di Versailles.

Per una ragione sostanzialmente politica, come ha ricostruito da par suo il sociologo tedesco Norbert Elias: nella Francia alla fine del XVII secolo un monarca consapevole dei rischi corsi dal trono durante la ribellione dei Grandseigneurs, detta “della Fronda” (1649-1653), trasforma la corte nel centro del potere assoluto e – al tempo stesso – nello strumento per tenere sotto controllo l’aristocrazia.

Difatti la corte di Versailles comprendeva un complesso di edifici in grado di ospitare circa 10mila persone. «Soprattutto l’alta nobiltà, conforme ai desideri del re, dimorava quasi costantemente a corte»[9]; impegnata in permanenza nel gioco costosissimo di tutelare il proprio rango attraverso le pratiche del fasto – il feticcio del prestigio attraverso i simbolismi dell’etichetta – tendenti a riprodurre il modello regale.

Con i relativi indebitamenti e i conseguenti esiti fallimentari, cui solo il favore del re poteva porre rimedio. Il lusso alla moda dagli effetti rovinosi per i grandi casati. Sicché, sul finire dell’ancien régime, il duca di Croy disse che «sono state le ‘case’ a distruggere la maggior parte delle grandi famiglie»[10]. Per quanto riguarda il fronte contrapposto, un dominio ottenuto attraverso l’accompagnamento strategico al consumo vistoso. Alla moda.

Caduto l’antico regime, la società aristocratico-cortese fu sostituita da quella professionale-urbano-industriale; senza che venisse meno il ruolo “politico” dell’induzione di scelte estetiche espressive quale baluardo delle gerarchie vigenti.

Continuando il ruolo dei vertici sociali nella promozione dei criteri di apprezzabilità. Il cosiddetto “trickle down”: la diffusione delle mode alle classi inferiori attraverso lo sgocciolamento da quelle superiori.[11] Su cui nel 1911 Georg Simmel scriveva il saggio “Die Mode”, probabilmente il più celebrato testo in materia del secolo scorso: «la moda è imitazione di un modello dato e appaga il bisogno di appoggio sociale. […] La ragione fondamentale della sua efficacia è che le mode sono sempre mode di classe, che le mode della classe più elevata si distinguono da quelle della classe inferiore e vengono abbandonate nel momento in cui quest’ultima comincia a farle proprie»[12].

Dunque, una sorta di comunicazione non verbale; ancora una volta avente per argomento il proprio rango da conservare e una distanza da mantenere; in cui – come scrive Zavaglia – «gli abiti sono le parole»[13]. Con tutte le ambiguità del caso, colte con grande chiarezza dal sociologo berlinese: l’esigenza di adottare un modello che appaga la necessità di integrazione nel proprio gruppo e – al tempo – «il bisogno di diversità, la tendenza alla differenziazione, al cambiamento, al distinguersi»[14]. Appartenenza e personalizzazione: una sorta di ossimoro concettuale.

Cenerentola alla festa. Tuttavia – come già accennato – nella seconda metà del Novecento (e con un’accelerazione crescente nell’ultimo quarto) si manifesta un cambiamento significativo; che nessuno – Simmel in primis – aveva previsto.

A riprova che questo è il periodo in cui la riproduzione del capitale in una società di massa diventa prevalente rispetto al mero controllo sociale attraverso l’esteticità (ormai perseguito attraverso la predicazione mendace della fine delle differenze di classe). A seguito del radicale cambiamento dei riferimenti concettuali del gusto. Nel passaggio dall’elitismo alla massificazione.

Operazione in cui la moda rivela per intero la sua attuale funzione ancillare del business, quale propellente (drogaggio?) di acquisti a fronte di una domanda cedente; come esplicitava una signora della moda novecentesca del calibro di Coco Chanel: «la moda è quello che passa di moda… La moda deve morire e morire in fretta, affinché il commercio possa vivere»[15].

Infatti se per secoli – dal Re Sole a Simmel – il soggetto accreditatore e il primo acquirente del gusto tradotto in fashion, il “in voga” del tempo, era rappresentato dai supremi vertici dell’upper class, a partire dal secondo dopoguerra assistiamo all’entrata in campo di un nuovo soggetto; che egemonizza l’attenzione dei creativi come primario cliente del look (che – quindi – va progettato a sua misura): la fascia generazionale degli under 25; configurata come vera e propria classe sociale e che ormai ha acquisito capacità di spesa in proprio.

Un’entrata che apre opportunità impensate per il raggiungimento dei “grandi numeri” (i volumi di massa) nelle vendite di prodotti mirati al nuovo target. Sempre più socialmente border line.

Cambiamento epocale (declinato nel commerciale) che ci è stato descritto in dettaglio dallo storico inglese Eric Hobsbawm: «gli adolescenti che entravano nel mercato del lavoro a tempo pieno, dopo aver lasciato la scuola dell’obbligo, avevano un potere d’acquisto assai più ampio dei loro predecessori. […] Fu la scoperta di questo mercato giovanile che, a metà degli anni ’50, rivoluzionò la musica pop e, in Europa, quel settore dell’industria della moda che si rivolge al mercato di massa. Il boom delle teen-agers»[16]. Insomma, «per la prima volta nella storia delle favole, Cenerentola divenne la reginetta del ballo proprio perché non indossava abiti meravigliosi».

E il suo successo induceva i creativi del fashion a proporre fogge sempre più dipendenti dai modelli praticati nei quartieri periferici e marginali della città. Il graduale arretramento fino all’estinzione delle aristocrazie borghesi dei centri urbani, con relativa perdita della capacità di irradiare moda e costumi, favoriva la corsa al borgataro-trucido come brivido trasgressivo; con cui sconfiggere la noia fatalistica (spleen) di ceti declinanti e anestetizzare le paure da perdita di status mimetizzandosi nelle moltitudini presunte “pericolose”. Come nella recente diffusione dei tatuaggi e altre manipolazioni del corpo a mezzo innesti; brillantini confissi nel naso come foruncoli luminescenti.

Sicché, simboli un tempo esibiti da Yakuza, mafie siberiane e altre comunità “lombrosiane”, «sono diventato un bene di consumo simile ad altri»[17]. Per casalinghe di mezz’età e lampadati adiposi.

Una subalternità psicologica con effetti a dir poco grotteschi. Come l’epidermide totalmente istoriata della star calcistica David Beckham; nella sua evoluzione da sportivo di successo a uomo-sandwich per loghi del consumo vistoso che ne trasforma l’immagine, un tempo icona della giovinezza glamour, in quella imbarazzante e vagamente sordida di un vecchiaccio malvissuto.

Ci salverà la moda? Improbabile!. Una dinamica – al tempo definito “dell’esteticità diffusa” – che si intreccia con gli effetti di una fase storica in cui crescono i processi di ineguaglianza ed esclusione, mentre il nuovo potere si perimetra (e blinda nell’isolamento) ai vertici della piramide sociale.

Da qui – seppure ritornato in modi sensibilmente diversi – il problema di evidenziare attraverso i gusti e le maniere il proprio posizionamento sociale. Non come elevazione bensì adeguamento conformistico al mainstream, che da mezzo secolo celebra i fasti del successo nell’ascesa sociale come accumulo purchessia di ricchezza. L’arrampicatore senza scrupoli che soppianta il gentiluomo vanesio e dolcevitaro. Per dirla all’italiana: dall’avvocato Agnelli a Silvio Berlusconi.

Se dai tempi dell’antico regime fino al trionfo della borghesia l’appartenenza elevata era strettamente connessa alla nascita, ora – nella fluidità del formarsi delle nuove caste agiate non attraverso l’investimento, bensì tramite accaparramento ed esproprio – è la possessività dei nuovi ricchissimi a delimitare l’area del privilegio; che necessita di essere marcata mediante le pratiche del consumo vistoso come esibizione del rango conseguito.

Lo spostamento di egemonia culturale per l’ascesa di nuove élites plutocratiche, anticipato da un’intuizione profetica di Charles Wright Mills risalente al 1956: «i gruppi installati al gradino più alto sono orgogliosi, quelli non ancora arrivati sono vanitosi»[18].

Lusso ostentativo irraggiungibile ma imitabile nei suoi surrogati, oggetto di deferente ammirazione (recenti sondaggi registrano il diffuso apprezzamento giovanile di modelli dell’arricchimento spregiudicato e di incerta origine alla Flavio Briatore). Concedendo a moltitudini crescenti di outsiders e NIP (not important person) l’opportunità passivizzante di omologarsi adottando modelli estetici “da outlet”, promossi dallo star system straccione mediatizzato. Gli eroi (ovviamente tatuati) delle Isole dei Famosi e dei Grandi Fratelli.

Ancora una volta sia la distinzione che la moda non si rivelano né ingenue e neppure innocue. Così come i loro impatti sulle dinamiche sociali, tra esclusione e massificazione, a scelta. Secondo taluno l’effetto moda sarebbe l’aspetto meno inquietante, in quanto inclusivo, nei processi di ri-castalizzazione della società. Una sua ipotetica democraticità indotta dalla massificazione. Ma è proprio così?

C’è da dubitarne, vista la problematicità di un assunto illusionistico che delegherebbe a processi di mercificazione il compito di promuovere una sorta di lookologia egualitaria; appunto, democratica. Quando – in realtà – siamo esposti a nuove manipolazioni delle propensioni di consumo attraverso l’imposizione di criteri estetici con (fasulle e diversive) pretese egualitarie; quando «è stato appena annunciato che gli otto uomini più ricchi del pianeta, nel loro insieme, possiedono un patrimonio pari a quello complessivo della metà più povera della popolazione mondiale»[19].

Mentre la presunta inclusione sta realizzandosi attraverso apparati di rimbambimento generale e di sterilizzazione dello spirito critico elevati a business. Proprio a partire dalle ultime generazioni, con indosso jeans griffati e accompagnate dal sound imposto al mercato globale dei teen dall’industria discografica anglo-americana.

Come ebbe a dire Sir Iain Moncreiffe: «gente alla moda: i cretini di ieri con i pregiudizi di domani». Bloccati nell’odierno tempo immobile del giovanilismo.

NOTE

[1] E. Flaiano, Frasario essenziale, Bompiani, Milano 1986 pag. 106

[2] M. Douglas e B. Isherwood, Il mondo delle cose, il Mulino, Bologna 1984 pag. 143
[3] G. Matteucci, Estetica della moda, Bruno Mondadori, Milano 2017 pag. 6
[4] G. Ruffolo, Cuori e denari, Einaudi, Torino 1999 pag. 200
[5] G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, Armando Editore, Roma 1995 pag. 42
[6] A. Cavalli, introduzione a G. Simmel, Filosofia del denaro, Utet, Torino 1998 pag. 11
[7] S. Zavaglia, Fenomenologia, cit. pag. 27
[8] D. Cionfini, “Il tessile e abbigliamento riprende fiducia”, VareseFocus settembre 2018
[9] N. Elias, La società di corte, il Mulino, Bologna 1980 pag. 90
[10] Ivi pag. 49
[11] S. Marino, ”Filosofia della moda” in Estetica della moda, cit. pag. 100
[12] G. Simmel, La moda, cit. pag. 16
[13] S. Zavaglia, cit. pag. 19
[14] G, Simmel, cit. pag. 15
[15] Zavaglia, cit. pag. 43
[16] E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1994 pag. 385
[17] A. Castellani, Storia sociale dei tatuaggi, Donzelli, Roma 2014 pag. 120
[18] C. Wright Mills, La élite del potere, Feltrinelli, Milano 1966 pag. 61
[19] J. Hickels, The Divide, il Saggiatore, Milano 2018 pag. 10

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Amsicora

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Compagni ed amici, è proprio vero che la conoscenza dell’uomo e limitata. Quante cose prodigiose e inspiegabili accadono. A me proprio mentre scrivo, anche adesso. Non so se succeda anche a voi. Da qualche giorno, cari amici, quando mi metto al computer, sento un fluido, una forza misteriosa che dalla tastiera sale nelle mie dita e s’irradia nel sangue e si spande in tutto il corpo, dandomi energia e positività. Provate! Son sicuro che lo sentite anche voi, perché non può essere un fatto individuale, singolare e solo mio. Mi sono scervellato, ci ho pensato giorno e notte, passando ore intere a letto, nel divano e nella mia scrivania a chiedermi il perché. Senza scoprire l’arcano. Fatto sta che appena mi metto alla tastiera e digito o digito quella forza misteriosa, ma piacevole e benefica, riprendeva a produrre il suo magico effetto.
Compagni ed amici, non nego d’essermi anche incavolato per la mia incapacità di capire. Nella disperazione ho deciso di incrociare i dati, ho cercato di individuare il giorno in cui l’effetto ha iniziato a manifestarsi, l’ho collegato a tutti gli eventi degni di nota degli ultimi giorni, e così credo d’essere venuto a capo del rimpicapo. Ecco i risultati della mia scoperta. Corriggettemi se sbaglio. Il fenomeno ha iniziato a prodursi il 6 dicembre ed è andato crescendo, ha subito un’impennata l’8, quando ha appreso dalla stampa di una storica dichiarazione di Paci, cui si è aggiunta una disponibilità di Massimino, e una espressione di voto nientemeno che di Pittalis. Incrociando i dati, ho finalmente compreso l’arcano! Tutto ruotava e ruota intorno alla votazione online per la “Natzione sarda“. Ecco il punto: “un clic per la Natzione sarda” ha iniziato a invadere il web, attraversa i paesi, oltrepassa i monti, solca i mari e gli oceani, con le onde invisibili dell’etere s’irradia dappertutto, ma si concentra su chi ha l’avvenura d’essere sardo e di mettersi alla tastiera. Un richiamo? Uno stimolo al voto online? Chissa!, farro sta che la forza è irresistibile per i sardi di lingua madre, quelli che - come me - sanno dire disinvoltamente “cixiri“, ossia sanno rispondere alla mitica domanda che i popolani di Stampace, Marina e Villanova rivolgevano a chi aveva l’aria d’essere piemontese, per stabilire se scommiatarlo o no, nelle gloriose giornate della fine di aprile e dei primi di manggio del 1794.
Questo è il punto, il clic di questi giorni supera e travolge tutto ciò che è accaduto a partire dai Giudicati e, poi, dagli anni della Sarda Rivoluzione in qui tempi tumultuosi di fine ‘700 e inizio ‘800. Mette ai margini visioni storiche. Un clic e al macero tutte le riflaaioni, le ricrche storiche, perfino la ben nota polemica Laconi-Lussu del 1952. Ricordate? Un contrasto non su quisquiglie ma su fatti che riguardano proprio la Natzione sarda. Compagni ed amici, Paolo si erge e si staglia fra quei due giganti e li azzera con un clic. Che ne frega a lui della critica di Laconi all’introduzione che la  Rivista il Ponte nel 1951 riserva alla storia sarda? Paolo salta non solo la civiltà dei Giudicati ma anche alcuni altri “dei momenti più interessanti e più vivi della storia sarda””, scansa la preistoria, e, oplà, dalla storia antica,  conduce amichevolmente l’elettore “ad un tratto bruscamente nella cronaca contemporanea”, lo porta neppure nel 1947, ma, ex abrupto, d’un salto nell’oggi. Sono del tutto ignorate la sarda Rivoluzione, l’Angioi, il primo sorgere di una cultura “sardista”, l’intervento del capitale industriale e la nascita del movimento socialista.
Paolo e Franciscu contestano d’un colpo e implicitamente, ma definitivamente e senz’appello la tesi della disunione dei sardi e quindi dell’immobilità storica della Sardegna, su cui ripiega amaramente anche il sardismo appassionato di Emilio Lussu”. Basta un clic, un semplice clic. Un clic consente a Paolo di non dar conto di come “l’ideologia nazionale e la nazione sorgono da un processo storico…”. E saltano Paolo e Franciscu le parole di Lussu in risposta a Laconi in quel freddo febbraio del 1952. “Da oltre un secolo noi sardi – scrive Lussu, allora deputato socialista, già fondatore del Psd’Az – indaghiamo con tanta passione il nostro passato, sino alla preistoria, e v’è amorevole la speranza di trovarvi un compenso allo squallore e al silenzio dei secoli più vicini, compresi i moderni”. Ma perché queste deftiganti indagini storiche, suvvia basta un clic! “Non credo che i documenti recenti ritrovati negli Archivi di Barcellona e di Madrid ci rivelino sorprese. I Giudicati e gli Stamenti (che peraltro non sono nemmeno usciti dalle nostre viscere) cioè oltre dieci secoli di storia più vicina sono là a dimostrarci la povertà fissa del nostro passato”. Povertà? Ma dai Emilio, quale povertà storica! La storia la riempiamo d’un colpo, anzi d’un clic! Quel pensoso di Lussu rievoca anche l’esperienza di Angioy e ammette che il movimento antifeudale “che si riallaccia alla Rivoluzione francese … sembra rompa l’incantesimo ma cade nel vuoto”. Minchia!, quanto pessimista il buon Emilio, sembra che la Natzione sarda propria non la voglia. Ma dai, positività, immaginazione, ottimismo, Emilio, in fondo basta un clic, un comodo clic! E non ci sta a scassare con tutti questi contorti quesiti! Perché “tanta decadenza e immobilità?”. Ancora così cupo, capitano? Che tristezza, la risposta: “Io l’attribuisco a fattori molteplici che hanno reso possibile la permanente, schiacciante sopraffazione della classe colonizzatrice. Altri popoli, e non solo la Sardegna, hanno conosciuto questa nostra stessa immobilità. Per cui niente lotta politica – niente lotta di classe – fino alla nostra prima organizzazione degli operai e dei contadini: data che segna l’inizio della nostra vera storia, della ripresa della nostra iniziativa, della nostra rinascita”. E non dirmi, caro Lussu, che per te “la prima luce della Sardegna arriva dal movimento socialista”. Può arrivare più semplicemente dalla tastiera.
Compagni ed amici, ammettiamolo, che noia queste discussioni appassionate! Che palle questo discettare pensoso sulla Natzione sarda. Bando alle chiacchiere, un colpo di spugna e si passa all’azione: niente complicazioni basta un clic. Tutte le discussioni storiografiche acquietate, tutte le polemiche cancellate, tutto superato…con un semplice, comodo e maccanico clic!
Quanto saranno felici nelle loro tombe romane Emilio e Renzo, finalmente Paolo e Franciscu hanno risolto il problema che li ha tormentati nelle loro riflessioni e nella loro azione. Ora, li fanno riposare in pace…con un semplice clic. Essere e non essere Sarda Natzione? Questo è il problema, To be, or not to be, that is the question: per essere Natzione non c’è bisogno di combattere, basta un comodo clic. Parola di Paolo e Franciscu.

Fonte: Democrazia Oggi

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