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MicroMega.com 13 novembre 2018. Il processo più emblematico della storia d’Italia – dopo il Maxiprocesso (1986-1992) e quello ad Andreotti (1993-2004) – è raccontato dal suo principale protagonista, il pm Nino Di Matteo, e dal giornalista Saverio Lodato, nel libro “Il patto sporco”, edito da Chiarelettere.

Che spiega anche come mai – malgrado una sentenza di condanna pronunciata il 20 aprile scorso e 5252 pagine di motivazione da parte dei giudici depositate il 19 luglio – in Italia si faccia ancora fatica a parlarne.

Un grande silenzio avvolge il processo sulla Trattativa Stato-mafia e il suo verdetto: colpevoli! Come se, dopo una sentenza di condanna pronunciata il 20 aprile scorso e 5252 pagine di motivazioni depositate dai giudici il 19 luglio, si fosse passati ad altro, archiviando la cosa in quanto evento di scarsa importanza. O uno di quelli cruciali, ma troppo scomodi e indigesti.

Forse a mettere in imbarazzo è l’evidenza di un fatto quasi incredibile: è accaduto che lo Stato ha processato se stesso e ha vinto. Nel senso che è riuscito a farlo, nonostante fosse ritenuto poco probabile da molti – compresa la gran parte dei media – che tutto ciò sarebbe potuto avvenire per davvero.

Nonostante ostacoli e pressioni fortissime ricevute nel corso dei cinque anni di durata del dibattimento, indisponibilità e censure perfino da parte delle più alte cariche dello Stato, compreso l’ex presidente Giorgio Napolitano.

Nonostante la distorsione informativa messa in atto da buona parte dei giornali, legati ai grandi gruppi editoriali. Nonostante fosse coinvolta una delle personalità più in vista del Paese, Silvio Berlusconi, prima come imprenditore, quindi a partire dal 1994 come premier, più volte rinominato, con il suo braccio destro Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia.

Contrariamente a ogni previsione di sventura, la giustizia ha seguito il suo corso, i giudici hanno riconosciuto l’accusa fondata, il manipolo di magistrati capitanati dal pm Nino Di Matteo ha dimostrato che il reato di “violenza o minaccia a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario” dello Stato non solo era ragionevole, ma pienamente attuato.

Per il resto, in verità, nessuno “ha vinto” a fronte di così tanti morti e oltre un quarto di secolo trascorso in attesa di risposte da parte dei familiari delle vittime e del Paese, o almeno di quella parte di esso non troppo distratta o dimentica (benché sempre più esigua) che ha chiesto a gran voce verità e giustizia.

Cominciamo dalla fine, proprio come accade in molte delle avventure umane più importanti, cioè dalla requisitoria conclusiva del processo, al termine di una vicenda terribile e complessa che – per una volta – ha avuto una degna fine. Ciò che si doveva dimostrare è stato dimostrato, ciò che si doveva chiamare col suo nome è stato nominato. Chi era da condannare è stato condannato, sulla base di giuste prove – così hanno ritenuto giudici e giuria.

Le cose sono andate a posto, dunque, i pezzi del puzzle che ha chiamato in causa tre Capi di Stato (Scalfaro, Ciampi e Napolitano), politici (Berlusconi, Mannino, Mancino), imprenditori, servizi segreti (più o meno deviati), forze armate (Mori, Subranni, De Donno), criminali di vario genere e natura (Riina, Provenzano, i fratelli Graviano), giornalisti e magistrati, si sono ricomposti fino a formare un disegno leggibile.

Quello che delinea un racconto tra i più oscuri e inquietanti del Paese: il combattimento ad armi impari tra il dover essere secondo giustizia e coscienza e le necessità di Stato, tra l’aderenza al proprio ruolo istituzionale e la volontà di distaccarsene, tra la brama di potere e il desiderio di onnipotenza, tra paura e impotenza, tra chi uccide e chi obbedisce.

Tra chi asseconda il procedere degli eventi e chi no, vi si oppone e ne paga le conseguenze. Assassini, traditori, martiri, eroi. Davvero non ci fu scelta?

Alti si alzeranno, a questo punto, i lamenti di quanti negano la realtà dei fatti e di chi non riconosce che la verità processuale possa essere utile alle ricostruzioni obiettive. Di certo le due verità – quella processuale e quella storica – non sono la medesima cosa, non sono sovrapponibili; tuttavia entrambi gli aspetti, oltre a chiarirsi meglio l’un l’altro se accostati, concorrono insieme a illuminare un quadro particolarmente fosco, con attori mendaci e ammalati di “omertà istituzionale”, come l’ha definita Di Matteo.

“Questo processo si è portato dietro, ed è destinato a portarsi dietro, una scia infinita di veleni e polemiche. Già nella fase delle indagini ho iniziato a capire il costo che avrei pagato. Non mi sbagliavo”.

Sono le battute finali della sua requisitoria nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. “Nessuno ha reagito. Nessuno ci ha difesi. Lo avevamo messo nel conto, perché così accade in quei casi, poco frequenti, in cui l’accertamento giudiziario non si limita a ricostruzioni minimalistiche di aspetti criminali ordinari, ma si rivolge all’individuazione di profili più alti e di causali più complesse. Quelle che corrono parallele non al singolo fatto criminoso ma a una vera a propria strategia…”.

Ma di quale strategia parla questo pm, che ha passato 25 anni con la toga addosso (e con numerose limitazioni di vita, dovute alle misure di protezione), è stato procuratore della Repubblica a Caltanissetta, quindi a Palermo, e adesso – a seguito di regolare concorso – è sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo? Ha indagato sulle stragi dei magistrati Chinnici, Falcone e Borsellino e delle loro scorte ed è ora autore di un recentissimo libro con il giornalista Saverio Lodato, esperto come pochi altri in Italia di mafia e antimafia.

“Il patto sporco” è edito da Chiarelettere, (pagg, 207, euro 16) e chiarisce i legami criminali tra politica e Cosa Nostra, allo scopo di assicurare a ognuno dei partecipanti una fetta di potere, una fetta di territorio italiano, una fetta di voti.

Si aveva salva la vita, protezione, carriere e onori in cambio di regimi carcerari meno duri, revisione degli ergastoli comminati nell’altro grande processo del secolo scorso, il Maxiprocesso (1986-1992), di un no alla confisca dei beni sequestrati ai mafiosi, della revisione del reato di associazione di stampo mafioso, della riforma della legge sui pentiti. Queste tra le principali richieste avanzate nel controverso “papello” (ossia elenco) presentato dal capo dei capi, Salvatore Riina.

Lo Stato era in ginocchio e alcuni suoi rappresentanti consenzienti: fu giusto, e addirittura onorevole, trattare come hanno affermato alcuni? No rispondono i giudici, non fu giusto affatto, perché quella trattativa, nata in seguito dell’assassinio di Salvo Lima, parlamentare della corrente dc di Giulio Andreotti, per arginare il dilagare aggressivo del fenomeno mafioso, non procurò altro che vittime e indebolì lo Stato e i suoi apparati chiave a spese di tutti, dell’Italia e degli italiani.

La celebre frase di Riina spiega tutto: “Dobbiamo scatenare la guerra per poi fare la pace”. Occorreva uccidere per poi trattare, spazzare via chi aveva tradito i legami consolidati tra politici e mafiosi con le condanne del maxiprocesso e la nomina di Falcone a direttore degli affari penali.

Non si poteva più contare sull’asse “Palermo-Roma – chiarisce Di Matteo – Salvo Lima e Ignazio Salvo, Giulio Andreotti e Corrado Carnevale (il giudice ammazzasentenze a favore dei criminali ndr)”. Un equilibrio si era rotto e per ricrearne uno nuovo bisognava attaccare, uccidere, praticare il “muro contro muro” e solo dopo trattare di nuovo.

Piegarsi al ricatto mafioso significò consegnarsi nelle mani di criminali che minacciarono le istituzioni e i suoi rappresentanti con bombe e stragi. Ma non solo, anche di persone in divisa che la tradirono, di politici senza scrupoli in cerca di consenso elettorale, disposti ad utilizzare i malavitosi (lo stalliere Mangano assunto da Berlusconi) come terminali del proprio impegno politico.

Vennero sacrificate vite innocenti, si diffuse un clima di paura, furono assaliti monumenti storici e della Chiesa, nelle principali città italiane. Insomma si procedette a una destabilizzazione dello Stato, mettendo in grave pericolo le istituzioni democratiche. “Per lunghi tratti di strada Stato e mafia hanno camminato di pari passo”, afferma a questo proposito Di Matteo.

“Fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio – precisa il pm – due ufficiali del Ros, il colonnello Mori e il capitano De Donno, con il consenso del loro comandante Subranni, incontrano Vito Ciancimino (ex sindaco di Palermo notoriamente legato a filo doppio con la mafia ndr) nella sua casa romana. Per organizzare il primo di tanti successivi appuntamenti, almeno cinque, sino al dicembre 1992, si rivolgono a suo figlio Massimo Ciancimino. I contenuti di tutti quei dialoghi assumono la valenza di una vera e propria trattativa. E da Vito Ciancimino vengono puntualmente riferiti a Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Mentre i carabinieri omettono di lasciare traccia scritta di quei colloqui, omettono di riferirne ai vertici dell’Arma e alla magistratura, cercano invece sponde politiche, informando autorità istituzionali e parlamentari”. Di cosa? Delle richieste politiche dei mafiosi, per interrompere la strategia di attacco frontale allo Stato. “Si sono fatti sotto” ebbe a dire Riina, “gli ho fatto un papello di richieste grande così”.

Questi i motivi dell’orientamento prevalentemente stragista dell’ala dura dei corleonesi. Quando poi, a causa della cattura di Riina (nel ‘93), il potere passò al suo alter ego Bernardo Provenzano e ai fratelli Graviano, si affermò l’ala meno oltranzista di Cosa Nostra, che oggi vede in Matteo Messina Demaro, latitante da 25 anni, il suo erede e principale referente.

Basta eccidi, coppole e tritolo come nel ’92 – con le stragi di Capaci e via D’Amelio che costarono la vita a Falcone e Borsellino – e nel ’93 – con gli attentati di Milano Firenze e Roma. Dopo Mani Pulite che mandò a casa gli esponenti dei vecchi partiti e il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica macchiato dal sangue delle stragi, la mafia indosserà il vestito grigio, preferendo infiltrarsi nell’economia, nella finanza, nei gangli politici più sensibili del Paese per acquisire una forza sempre più invisibile e pervasiva.

Sebbene per Di Matteo, che ha profuso il suo impegno nel processo sino alla fine, i 200 chili di esplosivo provenienti dalla Calabria erano comunque “già pronti” come ai vecchi tempi, per fargli fare la “fine del tonno”. Così commentò Riina nel 2013, intercettato nel carcere di Opera, mentre parlava con Alberto Lorusso della Sacra Corona Unita, durante l’ora d’aria. Era successo lo stesso per Falcone.

Dure le parole di Di Matteo e senza sconti. Il confronto con quanto è narrato in prima persona è difficile da sostenere. Forse è anche questa una delle ragioni per cui si preferisce non guardare a questo capitolo tragico della storia italiana, nel timore di restare impietriti fissando dritto negli occhi la Gorgone.

Fonte: Sardegna Soprattutto

RESTAURATORE

 Il Giornale dell’Arte numero 391, novembre 2018. Un convegno su Mauro Pellicioli e i suoi rapporti con istituzioni e grandi personaggi. Il 14 novembre nelle Gallerie dell’Accademia e il 15 a Palazzo Ducale il convegno internazionale di studi «Mauro Pellicioli e la cultura del restauro del XX secolo» approfondisce la storia del restauro in Italia e in Europa a partire da una figura cardine di questa storia, il cui operato andò molto oltre gli innumerevoli interventi su opere celebri che condusse dagli anni Dieci agli anni Sessanta.

Nelle prime due sessioni il convegno, promosso dall’Associazione Giovanni Secco Suardo, analizza i rapporti di Pellicioli con grandi storici dell’arte, soprintendenti e conoscitori approfondendo nella terza sessione il suo rapporto con l’Istituto Centrale del Restauro. La quarta sessione prevede relazioni sulla sua bottega e sulle esperienze all’estero. L’ultima è dedicata alle fonti documentarie. I lavori si chiudono con una tavola rotonda sull’insegnamento del restauro. Nel Comitato scientifico e tra i relatori figurano numerosissimi personaggi di rilievo del mondo della cultura italiana e internazionale.

Mauro Pellicioli (Lonno di Nembro, Bg, 15 gennaio 1887 – Bergamo, 2 febbraio 1974) è stato il più importante restauratore italiano di dipinti della prima metà del Novecento e occupa un posto di assoluto rilievo nella storia della cultura del restauro.

Tale incontestabile primato deriva dalle migliaia di interventi da lui condotti, da quelli sui più famosi cicli di pittura murale (Giotto nella Basilica Superiore di Assisi e nella Cappella degli Scrovegni a Padova, la Camera degli Sposi di Mantegna a Mantova, il Cenacolo di Leonardo), a quelli su dipinti di Giovanni Bellini, Mantegna, Carpaccio, Giorgione, Tiziano, Raffaello, Veronese, Tintoretto e tanti altri.

Nelle mostre degli anni Trenta e nei riordinamenti di musei italiani dopo la prima e soprattutto la seconda guerra mondiale, come la Pinacoteca di Brera a Milano e le Gallerie dell’Accademia a Venezia, Pellicioli è infatti chiamato per le sue riconosciute capacità di effettuare in breve tempo una gran mole di lavoro, coordinando una squadra di restauratori e operatori che interveniva a diversi livelli seguendo le sue direttive, mantenendo però sempre alta la qualità del risultato.

Come Alessandro Conti per primo ha sottolineato, la nostra conoscenza dei dipinti del Rinascimento di quei musei, come di numerosi altri specialmente in Italia settentrionale, si è basata e ancora in gran parte si basa sull’aspetto loro conferito da Pellicioli, frutto (come sempre è il restauro) dell’incontro tra le sue sensibilità e capacità e la contemporanea visione critica dell’opera e dell’artista.

Un restauro dunque che è inevitabilmente «lettura storica e culturale», ben lontano dall’impossibile «ritorno all’originario splendore», di cui è esempio tra i tanti l’intervento del 1951 sul Trittico di Camerino di Carlo Crivelli della Pinacoteca di Brera (come illustra il video http://www.rrmusei.it/musei-e-opere/pinacoteca-di-brera/).

Si forma nell’ambiente artistico bergamasco, dapprima nella Scuola d’Arte applicata all’industria Andrea Fantoni, poi seguendo alcuni corsi all’Accademia Carrara. Dagli anni ’10 lavora nella bottega dei fratelli Steffanoni, famosi estrattisti specializzati nel distacco di pitture murali, dai quali apprende le principali tecniche di restauro caratterizzate da un’impronta empirica e artigianale tipicamente ottocentesca che non abbandonerà mai, consapevole che gli interventi sulle opere d’arte richiedono una spiccata abilità manuale.

La definitiva maturazione di Pellicioli avviene dal 1921 a Milano accanto a Ettore Modigliani, leggendario direttore della Pinacoteca di Brera e curatore della mostra «Exhibition of Italian Art 1200-1900» a Londra nel 1930. Tali occasioni sono colte da Pellicioli per informarsi e aggiornarsi, ad esempio divenendo uno dei primi restauratori italiani a utilizzare un apparecchio a raggi X per operare sui dipinti anche sulla base di conoscenze scientifiche.

Le competenze acquisite, la risonanza internazionale del suo operato, il contatto con i maggiori storici dell’arte dell’epoca lo resero il candidato ideale a ricoprire per primo il ruolo di restauratore capo nell’Istituto Centrale del Restauro inaugurato a Roma nel 1941.

Costantemente in opposizione al suo giovane direttore Cesare Brandi, Pellicioli difendeva con orgoglio le competenze tecniche proprie del restauratore separate da quelle estetiche e culturali proprie dello storico dell’arte, trovandosi in ciò perfettamente in accordo con Roberto Longhi, con il quale strinse un rapporto di salda amicizia che si manterrà inalterato per tutta la vita.

Abile nel condurre la propria carriera tra committenza pubblica e mercato, Pellicioli lavorò intensamente anche per collezionisti, gallerie e antiquari con restauri, expertise e perizie, intessendo una rete di relazioni con il mondo artistico, e non solo. Dotato di un carattere spigoloso e impetuoso, condusse più volte forti polemiche sia sulla stampa che nelle aule dei tribunali per difendere il suo operato.

Ebbe delle indubbie capacità didattiche, basate principalmente sulle pratiche tradizionali del «guardare» e «fare», nel trasmettere le sue conoscenze ai giovani che ne affollarono a più riprese sia la bottega a Milano e poi a Bergamo, sia i cantieri in Italia e all’estero.

Formò molti restauratori lombardi come Giuseppe Arrigoni, Ottemi della Rotta, Pinin Brambilla Barcilon. Anche i primi restauratori diplomati alla scuola annessa all’Istituto Centrale del Restauro di Roma ricevettero da Pellicioli la loro formazione tecnica, che fu proseguita per circa vent’anni dal suo braccio destro Luigi Pigazzini, restauratore capo dell’Istituto fino agli anni ’60.

A Milano formò dal 1931 Manuel Grau, poi direttore del Laboratorio di restauro del Museu Nacional d’Art de Catalunya di Barcellona; all’opposto, è Pellicioli a formare in Ungheria, a partire dal 1938, una squadra di restauratori locali per la conservazione dei cicli murali rinascimentali scoperti a Sumeg e in altre località.

La documentazione cartacea e fotografica che Pellicioli ha gelosamente custodito sugli interventi di restauro condotti nel corso di una lunghissima carriera, ora in gran parte divisa tra Archivio Pellicioli dell’Associazione Giovanni Secco Suardo di Lurano (Bergamo) e The Getty Research Institute – Photo Archive di Los Angeles, fornisce infine una ricca testimonianza della sua costante attività di valorizzazione della figura professionale del restauratore.

A differenza della maggior parte dei suoi colleghi, Pellicioli scriveva relazioni, inviava articoli ai giornali, progettava le proprie memorie, intendeva insomma lasciare un’esplicita traccia del suo lavoro e delle scelte che l’avevano ispirato, senza delegare interamente allo storico dell’arte che lo affiancava la spiegazione dei criteri adottati.

Era l’espressione di una necessità interiore che solo in tempi molto recenti ha condotto i più grandi restauratori italiani (Pinin Brambilla Barcilon, Gianluigi Colalucci, Maurizio De Luca ecc.) a tradurre in parole stampate su carta il colloquio silenzioso intrattenuto con i capolavori dell’arte.

 

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Amsicora

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Massimino rispolvera i vecchi arnesi, Franziscu  chiama a raccolta il popolo sardo 

Combattenti e reduci!, vi faccio una confessione a bassa voce, però, che nessuno senta: sono preoccupato di me stesso. Si proprio così! E sapete perché? Non ci crederete, mi sta piacendo Franziscu, sì proprio lui, Franziscu Sedda. Avete letto l’intervista di ieri a L’Unione? Fermezza e pensiero insieme, mirabilmente fusi. Le armi dei forti, non vi pare? E che piglio da statista! “Dalle Primarias non si torna indietro“. E non per prepotenza o arroganza o supponenza, no, no, amici miei, per ragioni più profonde. Le Primarias non sono semplici primarie, non sono le elezioncine, spesso truccate, fatte su misura dei compagnucci di partito,. No, neanche per sogno! Sono le primarie di un intero popolo. Sì - avete capito - di un popolo intero, che manifesta la sua volontà d’essere nazione. Cos’hanno a che vedere queste primarias con quelle in cui si dirimono risse e contenziosi fra bande e consorterie? Consultazioni con iscritti autotrasportati per votare questo o quel capobastone? Signori miei, la potete girare come volete, questa è altra musica, tutt’altra cosa. Franziscu ha ragione: si possono fare insieme a Zedda e Uras queste primarias, non quelle di partiti e satrapie. Uras anche ieri ha parlato di seggi da preparare e da presidiare, l’uno contro l’altro armati, non di una consultazione di una nazione. Anche un bimbo capisce che sono cose diverse. Di più, neanche assimilabili, incomparabili.
Tuttavia, poiché sono in vena di confessioni, cari amici e amjche, ammetto che son confuso, capisco le parole di Franziscu, ma nel meditare su di esse sono assalito da dubbi. Sia ben chiaro, può darsi che io risenta di una certa preparazione scolastica e non colga appieno la profondità del messaggio franzischiano, ma - lo dico sommessamente - la nazione non è un prodotto della storia? Librescamente e chiedendo scusa a Franziscu, la nazione non è una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni come la lingua, il luogo in cui vivono, la storia, le tradizioni, la cultura e la religione? E allora? Allora o la nazione c’è o non c’è. O la storia l’ha sedimentata oppure non esiste o, al massimo, è in formazione. Di nazione mancata, parlava anche Emilio Lussu, che di queste cose ne capiva e non è morto tanto tempo fa. Nel frattempo lo siamo diventati? O - come sembra opinare Franziscu - occorre una volontà creatrice, costituente e costitutiva, uno scatto di un popolo che irrompe nella storia e dice io ci sono con attributi sovrani! Compagni ed amici! ammettetelo questi pensieri, eccitati da Franziscu, ci fanno provare l’ebbrezza di essere testimoni di un evento storico, il 16 dicembre.
Certo, rispetto a queste altezze, l’intervista di Uras e la posizione di Zedda ci gettano nello sconforto più profondo.  Uras vuol maneggiare seggi e schede, trasportare truppe cammellate, accorpare sigle, apparecchiare tavoli dove fare riunioni defatiganti e capziose, scrivere indecifrabili organigrammi. E tutto questo vecchio armamentario perché? Per giungere ad un solo risultato, preannunciato e scontato: l’apoteosi di Massimino. Come se Paolo non fosse quanto lui, come se il leader maximo del PDS non avesse statura e cultura per dirigere questo movimento?! Amici, se vogliamo dircela tutta e fuori dai denti, Paolo è uomo di alta cultura, di visioni larghe e immaginifiche, Massimino è, con Uras, maestro di tattica e trama fra fazioni, sempre più ridotte e ormai esangui. Paolo con Franziscu delineano un percorso, un orizzonte, Zedda rispolvera i vecchi arnesi:  “Negare la possibilità di fare le primarie sarebbe un po’ come negare la mia storia. Come per tutte le cose è necessario sedersi tutto insieme a un tavolo e stabilire regole e accordi“. Massimino e Uras tentano disperatamente di mantenere il seggio, di non cadere nell’oblio, dopo avere distrutto ogni germoglio dove son passati. Uras sentenzia che anche il centrosinistra è morto. Prima coi suoi amici ha reso inutilizzabile il sostantivo ”comunismo”, poi l’aggettivo “democratico”, indi la parola ”centrosinistra”, ora si accinge a rendere inservibile la parola “progressisti” chiamando la sua lista “progressiti sardi”. Dove passano Massimino e Uras lasciano il deserto.
Combattenti e reduci! Non bisogna aver paura a pensarlo e a dirlo: Franziscu ha proprio ragione Un popolo, che si prepara a manifestare la sua volontà costituiva e costituente, non può mettere in discussione se stesso per impastoiarsi nelle ben note miserie di un ceto politico fallito. Zedda e Uras consumino pure le loro logore liturgie, ma tu Franziscu tieni duro. Il 16 dicembre facci sognare!

Fonte: Democrazia Oggi

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Giornalisti in piazza anche a Cagliari, dopo gli attacchi di alcuni big del Movimento 5 Stelle e in particolare quelli di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, che, dopo lo’assoluzione della Raggi hanno definito i cronisti “sciacalli” e “puttane”.
Come in molte altre città italiane, i rappresentanti della stampa hanno organizzato un flash-mob, rivendicando la libertà di espressione, critica e manifestazione del pensiero prevista dalla Costituzione e non solo.
Questa la notizia. Ma vi pare che in Italia sia in pericolo la libertà di stampa? Non è risibile dire che il governo vuole imbavagliare la critica? Non si può accendere la radio o guardare le TV, comprese quelle statali, che non si sentono altro che critiche alla manovra, alla modifica della prescrizione, al reddito di cittadinanza e ad ogni altra iniziativa del governo, spesso senza contraddittorio. Insomma, di tutto può parlarsi in Italia fuorché di bavaglio. Certo, è bene che i governanti moderino il linguaggio, per gli umori ch’esso può eccitare e  sedimentare, ma la critica non può essere neanche unidirezionale. Esiste anche l’autocritica. ma di questa neanche l’ombra. Che la Raggi sia stata trattata in modo indegno, per un fatto comunque di scarso rilievo, è fuori discussione. Non si è fatto, per esempio, altrettanto a Cagliari per Zedda o Soru, trattati sempre con rispetto e, talora, con deferenza.  Dunque, chi ha trattato la Raggi perfino da sgualdrina, se i giornalisti vogliono essere credibili, dovrebbe essere stigmatizzato dagli stessi colleghi.
Che dire poi delle altre grandi vicende del Paese in cui la stampa è stata poco decorosa. Ricordate i tempi della campagna referendaria contro lo scasso Renzi? Salva qualche testata tutti in coro contro. L’Unione sarda, che oggi è in prima fila a difendere la sacrosanta libertà di stampa, al tempo non degnò di un rigo la grande assemblea a Cagliari col presidente dell’ANPI, prof. Carlo Smuraglia, e dedicò paginoni a clandestine riunioni interne del PD. O, ancora, trascurò conferenze con eminenti costituzionalisti del NO, da Pace a Villone, a Sorrentino, per dare rilievo a oscuri e ignoranti sottoasegretari di stato renziani. E quando B. silurò Biagi, Santoro e Luttazzi? Muti come pesci, salve le solite rare eccezioni. Eppure quelle erano purghe vere, non parole in libertà.
Insomma, è troppo ritenere un’offesa alla giusta battaglia per salvaguardare le fondamentali libertà, piegare la protesta a fin troppo visibili attacchi poltici di parte. Certo, a Cagliari la manifestazione è stata impreziosita dalla presenza di Zedda e Paci e da altre parti da autorevoli esponenti della vecchia oligarchia politica. Ma questo non conferma l’impressione che la libertà di stampa in questa mobilitazione c’entri poco?

Fonte: Democrazia Oggi

Chiedo scusa per la scivolata odierna verso i Social network e le loro fotografie tese ad attrarre i "like", ma non ho saputo resistere alla tenerezza di questa immagine e la voglio condividere.
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Una coccinella sembra apprezzare la cuccia improvvisata, costituita dalla cupola vuota di una ghianda di Sughera; possiamo immaginare che riposi serenamente godendosi il tiepido sole del mattino autunnale, che si riflette nelle concave ed avvolgenti pareti.

Siamo nella Trexenta, in un bosco nella zona del lago Mulargia: bei panorami, bella natura, begli incontri casuali.

Fonte: Cagliari in Verde

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