«L´Europa è direzione giusta, ma servono regole migliori. Necessaria e urgente attuazione dell´articolo 174 su insularità», ha dichiarato il presidente della Regione autonoma della Sardegna, aprendo il convegno “La Sardegna incontra l’Europa”

image

CAGLIARI - «L’Istituzione Europa non è perfetta, ma è fondamentale. Per questo, tutti noi abbiamo il dovere di lavorare per migliorarla». Lo ha detto ieri mattina (venerdì), il presidente della Regione autonoma della Sardegna Francesco Pigliaru aprendo il convegno “La Sardegna incontra l’Europa”, ospitato nella sala Mem di Cagliari, ed al quale è intervenuto il ministro per le Politiche europee Paolo Savona. Nella sua relazione, Pigliaru ha messo l’accento sul rapporto tra le Regioni e Bruxelles, con particolare riferimento al tema dell’insularità.

«Parliamo innanzitutto delle risorse - ha detto il presidente, facendo riferimento ai Fondi strutturali - che ci sono, sono consistenti e sono essenziali per una corretta politica di coesione. Noi abbiamo fatto tesoro degli errori che la Sardegna ha fatto nei decenni passati - ha spiegato - evitando di perdere queste preziose risorse o dividerle in mille azioni poco efficaci, ma al contrario usandole e trovando il coraggio di fare scelte, dall’inclusione sociale al rischio idrogeologico sino al sostegno alle imprese, con particolare attenzione all’innovazione. E questo, lavorare nel presente per guardare al futuro, è un passaggio sostanziale - ha sottolineato Francesco Pigliaru - perché sviluppo vuol dire riuscire ad avere più imprese, vuol dire riuscire a tenere qui i nostri talenti, favorendo la crescita costante di un ecosistema innovativo».

Da qui alle prospettive aperte dalla definizione della politica di coesione post 2020, «che non deve fare passi indietro sul fronte della coesione territoriale e sociale - ha avvertito il governatore dell'Isola - Per molti cittadini l’Europa è un modello in crisi, che ha aperto aspettative importanti ma che, nell’affrontare le attuali difficoltà, rischia di minare la sua stessa idea, rischia società che si chiudono riportandoci ad un inquietante passato. Ciò può dare consenso nel breve periodo, ma è una sconfitta che non ci possiamo permettere, perché l’Europa è una costruzione imperfetta, ma che va nella direzione giusta, quella della cooperazione, della collaborazione, della fiducia. E la politica di coesione post 2020 deve dare prova di questa volontà, così come la macchina europea, nella sua complessità, deve intervenire sulle regole, scriverne di migliori, di più chiare, mostrando di saper affrontare i problemi con flessibilità intelligente, tenendo conto della specificità dei territori».

Il riferimento diretto, nell’intervento di Pigliaru, è all’insularità, «di cui parlo anche a nome dei presidenti di Baleari e Corsica, isole con le quali per la prima volta, la Sardegna porta avanti insieme, concretamente, un lavoro nei confronti dell’Europa e con cui, a giorni, presenteremo un’ulteriore iniziativa comune. I funzionari di Bruxelles fanno fatica a capire i problemi concreti che noi ci troviamo ad affrontare quotidianamente, a partire dalla mobilità. Gli aerei sono la nostra alta velocità - ha proseguito - perché con tutta evidenza non abbiamo alternative, eppure dobbiamo sottostare a regole sugli aiuti di Stato che a volte rendono difficile rispondere ai bisogni dei nostri territori. Non è dunque solo una questione di risorse, è la necessità, l’urgenza di incidere su una normativa ingiusta, che lede il principio di pari opportunità per cittadini e imprese. È la necessità, l’urgenza, di poter spendere le nostre risorse per ciò che realmente ci serve, perché finalmente si superino ostacoli incomprensibili, che rendono disarmonico e contraddittorio il disegno europeo rispetto alle esigenze di chi vive in un’isola. L’articolo 174 del Trattato di Funzionamento dell’Ue riconosce l’insularità. È tempo di attuarlo - ha concluso Pigliaru - e anche così miglioreremo l’Europa».

Nella foto: un momento dell'incontro

Commenti

Fonte: Alguer

I Carabinieri della Squadriglia di Monte Pizzinnu, hanno deferito in stato di libertà all´Autorità giudiziaria un allevatore del posto, già noto alle Forze dell´ordine. Sequestrato circa un etto di marijuana

Droga a Siniscola: 30enne denunciato

image

SINISCOLA - Continua l’azione preventiva e repressiva allo spaccio ed al consumo di sostanze stupefacenti condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Nuoro, quotidianamente impegnati per garantire sicurezza e rispetto della legalità. I militari della Squadriglia di Monte Pizzinnu, hanno deferito in stato di libertà all'Autorità giudiziaria un 30enne del posto, già noto alle Forze dell'ordine.

I Carabinieri, durante le numerose perquisizioni agli ovili della zona, hanno trovato, abilmente nascosti, circa 100grammi di marijuana. Lo stupefacente è stato sequestrato, l’allevatore è stato denunciato a piede libero per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.

image
image
image
image
image
image

Fonte: Alguer

Sei in:

Gli investigatori non escludono la presenza di un basista. Presidiate tutte le strade che si allontanano dalla Nurra

SASSARI. Svaniti nel nulla. Gli abigeatari che avantieri notte hanno razziato oltre duecento capi di bestiame(ovini, suini e bovini) dalle stalle della comunità di recupero La Crucca, per il momento hanno fatto perdere le loro tracce. Unico segno del loro passaggio all’interno dell’azienda agricola della comunità, il solco sul fango di due grosse ruote “gemellate”, segno del transito di un autocarro, l’unico automezzo in grado di trasportare i bovini. Animali che erano stati portati nelle stalle dell’ingrasso, animali della razza charolaise in grado di fruttare (nella mani di un macellaio esperto) non meno di quattromila euro a capo. E di charolaise ne sono state portate via una dozzina. La polizia, per tutta la giornata di ieri, ha battuto le strade (anche quelle secondarie) che si allontanano dalla Nurra, ma senza risultati apparenti. L’altro filone di indagini, mirato a recuperare gli animali rubati, è incentrato sul controllo dei macelli. Che sono stati avvertiti del furto fin da ieri mattina dai responsabili della comunità. Gli investigatori non escludono che possa esserci stato un basista, ipotesi neppure presa in considerazione dagli ospiti e dai responsabili della comunità: quegli animali rappresentano infatti una fondamentale opportunità di lavoro che diventa anche la “cura” contro ogni genere di dipendenza (a La Crucca vengono ospitati oltre che i tossicodipendenti, anche gli alcolisti e gli scommettitori patologici).

Ma a La Crucca lavorano una decina di “esterni” e per loro l’impegno con quegli animali rappresenta l’unica fonte di guadagno. Per la comunità si tratta di una perdita economica importante che va a incidere anche sulla filiera. I prodotti dell’azienda agrozootecnica non solo sono venduti negli spacci di La Crucca e Porto Torres, ma riforniscono anche diversi

ristoranti del territorio. Ma l’aspetto che sembra amareggiare maggiormente i responsabili della comunità e che si sia colpita una “struttura” impegnata in un compito difficile come il recupero dei tossicodipendenti, una piaga che non conosce differenze economiche e sociali. (p.s.)

Fonte: La Nuova Sardegna

SASSARI. Una polmonite scambiata per tonsillite acuta. E, di conseguenza, scarsi accertamenti sul piccolo paziente e la somministrazione di una cura inefficace. Per la Procura di Sassari, il bimbo di 17 mesi di Alà dei Sardi morto a febbraio dello scorso anno, avrebbe potuto salvarsi se i medici avessero riconosciuto – e quindi trattato adeguatamente – i sintomi (febbre molto alta e tosse) che presentava quando i suoi genitori lo portarono al pronto soccorso dell’ospedale Segni di Ozieri.

La chiusura delle indagini preliminari nei confronti di due dottoresse (una in servizio al pronto soccorso del “Segni” e l’altra in Pediatria) per la morte del piccolo Gian Piero Corrò lascia spazio a pochi dubbi: per il sostituto procuratore della Repubblica, Enrica Angioni, i due medici non approfondirono i sintomi presentati dal bambino e non raccolsero né valorizzarono in modo adeguato i dati anamnestici. Condotta che in tribunale, qualora poi si verifichi malauguratamente un decesso, diventa reato: ossia omicidio colposo dovuto a negligenza, imprudenza e imperizia. Ora gli avvocati difensori Paolo Spano e Giuseppe Bassu acquisiranno copia degli atti e valuteranno insieme ai propri consulenti come procedere. I familiari del piccolo, intanto, si sono affidati alla tutela degli avvocati Sergio Milia e Maria Claudia Pinna.

L’infezione polmonare aveva fermato il cuoricino di Gian Piero poche ore dopo essere stato visitato e poi rimandato a casa. Così avevano stabilito il medico legale Francesco Lubinu e l’anatomopatologo Antonio Cossu a cui la Procura aveva affidato l’incarico di eseguire l’autopsia. La perizia era stata integrata anche con la consulenza dell’infettivologa Maria Stella Mura e all’esito dell’esame era apparsa subito chiara la causa della morte: insufficienza respiratoria dovuta a un’infezione polmonare di cui i medici di Ozieri non si sarebbero resi conto o che avrebbero sottovalutato.

Al momento dell’ingresso in ospedale il bimbo aveva infatti una percentuale molto bassa di ossigeno nel sangue, la febbre alta da alcuni giorni e difficoltà respiratorie. Tutti sintomi che – secondo la pm Angioni – avrebbero dovuto convincere le dottoresse che visitarono il bimbo a ricoverarlo o a disporre un trasferimento d’urgenza nel reparto di Pediatria di Sassari. Gian Piero Corrò venne invece dimesso con una terapia antibiotica e antipiretica, ma poche ore dopo morì a casa nonostante il disperato tentativo dei medici del 118 di rianimarlo e far tornare a battere il suo piccolo cuore.

La Procura di Sassari è in sintesi convinta del fatto che quel fatidico 28 febbraio del 2018 non sia stato fatto tutto il possibile per salvare la vita del bambino che secondo gli inquirenti avrebbe dovuto esser trattenuto in osservazione. Perché forse in quel caso i medici avrebbero potuto meglio valutare l’evoluzione del quadro clinico e intervenire prontamente con i soccorsi.

Fin da subito le due dottoresse erano state iscritte nel registro degli indagati, poi le conferme sull’errata diagnosi arrivate dall’esame autoptico al quale avevano preso parte anche Salvatore Lorenzoni e Francesco Serra, i medici legali nominati come consulenti di parte dai difensori. Anche la direzione sanitaria dell’Ats all’indomani della

Fonte: La Nuova Sardegna

Sei in:

L’imputato aveva ferito il gestore del locale “Il Rifugio” Il pm chiede 18 anni, il giudice: «Non fu tentato omicidio»

SASSARI. Per il pubblico ministero Maurizio Musco, quella sera di giugno del 2017 Sandro Giuseppe Zucca (sassarese di 39 anni) sparò con l’intento di uccidere e per questo motivo, al termine della requisitoria, ha chiesto una condanna a 18 anni di carcere (considerando la recidiva e l’aggravante dei futili motivi). Ma il giudice Giancosimo Mura – che ha invece accolto la tesi dell’avvocato difensore Elias Vacca – ha derubricato il reato in lesioni aggravate: Zucca non voleva ammazzare il gestore del locale che lo aveva cacciato via pochi istanti prima ma soltanto intimidirlo. Da qui la condanna a sei anni di reclusione più dodicimila euro di multa.

Si è concluso due giorni fa il processo per tentato omicidio che si è celebrato con rito abbreviato. L’episodio per il quale Zucca era finito sul banco degli imputati risale al 13 giugno di due anni fa. Intorno alle 3.30 del mattino il 39enne aveva cercato di entrare nel circolo “Il Rifugio”, in via Lamarmora (nel cuore del centro storico), ma Luciano Cadeddu, all’epoca gestore del locale, non glielo aveva permesso perché aveva notato che era troppo ubriaco e non voleva grane nel suo circolo. Cosa che evidentemente Zucca non aveva gradito, tanto che dopo qualche minuto era tornato al Rifugio armato di revolver e aveva sparato tre colpi contro la porta. Un proiettile aveva ferito Cadeddu al braccio mentre altri due si erano conficcati nella porta. A quel punto Zucca si era allontanato, per andare a recuperare la sua moto, ma era stato raggiunto da un’auto del reparto radiomobile dei carabinieri e da una volante della polizia. Gli agenti e i militari avevano fermato e arrestato l’uomo con l’accusa di tentato omicidio e resistenza a pubblico ufficiale, considerato che non era stato proprio “accomodante” con le forze dell’ordine.

Durante l’udienza preliminare il titolare del circolo – che non si è costituito parte civile – era stato sentito dal giudice e aveva detto di aver messo una pietra sopra quell’episodio e di non nutrire odio né rancore nei confronti dell’imputato. «È stato affidato alla giustizia – aveva detto – Per me è una storia chiusa».

Da parte sua Zucca aveva chiesto scusa a Cadeddu riconoscendo di essere andato oltre ma di non aver mai avuto intenzione di uccidere nessuno. Ed è stata questa la tesi sostenuta in udienza dall’avvocato

difensore Elias Vacca. Il pm Musco era partito da una pena molto alta perché – pur escludendo la premeditazione – aveva calcolato il tentato omicidio per futili motivi con una recidiva importante a carico dell’imputato e il porto e la detenzione di un’arma clandestina in luogo pubblico.

Fonte: La Nuova Sardegna




Sarda News

Offerte di Lavoro in Sardegna

Sinnai Notizie