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Teatro: Daniele Pecci a Nora

Domani sera, l´attore porta in scena al Teatro Romano “La morte della Pizia”, di Friedrich Dürrenmatt, sulle note del violoncello di Chiara Di Benedetto, per il 36esimo Festival La Notte dei poeti, organizzato dal Cedac

Teatro: Daniele Pecci a Nora

NORA - Un divertissement letterario sul senso dell'enigma: “La morte della Pizia”, di Friedrich Dürrenmatt, in cartellone domani, domenica 29 luglio, alle 20, al Teatro Romano di Nora, nella versione di Daniele Pecci, sulla colonna sonora affidata al violoncello di Chiara Di Benedetto, propone una rilettura “laica” e dissacrante degli antichi oracoli sotto le insegne del 36esimo Festival La Notte dei poeti, organizzato dal Cedac. Il drammaturgo e scrittore svizzero indaga sul valore delle profezie e sulla loro influenza nel destino degli uomini attraverso le parole dell'ultima sacerdotessa di Apollo, Pannychis XI, che, infastidita dalla credulità dei suoi contemporanei proponeva loro vaticini improbabili come l'annuncio, dato ad un giovane claudicante che l'interrogava sulla propria nascita e sulle proprie origini, che egli avrebbe ucciso il suo stesso padre e sposato la madre.

Quelle parole fatidiche indussero Edipo a fuggire da Corinto, per poi imbattersi ad un crocicchio in Laio, con il quale ebbe una lite sfociata in un duello mortale, in cui il giovane uccise, ignorandone l'identità, il genitore che l'aveva fatto esporre neonato e con i piedi legati in balia delle bestie feroci. Infine, giunto a Tebe e sconfitta la Sfinge, ne divenne re con l'obbligo di sposare la regina vedova (che in realtà era sua madre, da cui ebbe poi dei figli). Una falsa profezia, pronunciata con l'intento di prendersi gioco di quel ragazzo che poneva domande difficili.

Un gioco perverso (un capriccio degli dei o forse del caso) fece si che quell'antico oracolo portasse inevitabilmente alla più amara delle conclusioni e tutto il ciò che il Dio attraverso le sue sacerdotesse aveva preannunciato accadesse puntualmente con conseguenze immaginabili: il baldanzoso Edipo, non meno arrogante ed ardito del padre, trovandoselo davanti non poté sottrarsi alla sfida, ne quello avrebbe potuto rinunciare ai privilegi del suo rango. Così, per una banale questione di precedenze scorse il sangue, il più anziano rimase a terra e il giovane proseguì il suo viaggio verso la propria personale catastrofe: sciolse l'enigma della Sfinge e liberò la città dall'infausta presenza della mostruosa divoratrice di uomini, quindi da eroe salvatore diventò sovrano della sua nuova patria. Ma una micidiale pestilenza colpì Tebe e la causa (secondo l'indovino Tiresia) risiedeva in una colpa: Edipo impose che venisse rivelata la verità, ma questa indicava lui stesso come responsabile dell'“infezione” e fu ancora lui con la consueta irruenza a decidere la propria pena dopo che la regina, intuita dapprima e poi compresa la ragione del male, si era tolta la vita.

Nella foto: Daniele Pecci

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