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Il ricordo di una collega: “Abbraccio il mio pensiero a senso unico di te. Buon viaggio Cris”

Il ricordo di una collega: “Abbraccio il mio pensiero a senso unico di te. Buon viaggio Cris”

Ieri nella chiesa dell’Annunziata a Cagliari il funerale del giornalista Cristiano Bandini, scomparso a 45 anni, colpito da una terribile malattia. Oggi su facebook il ricordo della collega dell’Ufficio stampa della giunta regionale Claudia Mameli.

 

“BUON VIAGGIO CRIS…

E il giorno dopo è così, amaramente così: tutto finito. Si spengono i riflettori, si placa il caos, cala il sipario e strisciante subentra quel senso di vuoto incolmabile. Quel silenzio, dall’altra parte, che è una solitudine soffocante che ti attanaglia. Quel pensiero ormai a senso unico, e quell’incapacità di capire dove sei finito Cristiano? Avvolto in un fascio di fiori candidi, e da una folla invidiabile di amici e parenti che ti hanno amato davvero: così ti abbiamo salutato tutti noi ieri. E poi… poi quel pensiero ormai a senso unico, che ti spinge nel cuore della notte a frugare tra i ricordi della memoria. Vecchie foto, episodi di vita quotidiana e lavorativa vissuti insieme. Soprattutto a pensare e ripensare al suono della tua voce, a quello della tua risata sorniona e intelligente, a volte esplosiva a volte sommessa. Ho timore di dimenticare, come per tutte le persone che si perdono nella vita, la memoria uditiva e quella olfattiva. Quel pensiero ormai a senso unico che ha il sapore di una inutile protesta: va bene ma domani ti scrivo lo stesso, ti chiamo io. E invece no. Quel pensiero ormai asenso unico che mi spinge, un po’ egoisticamente, a scrivere queste righe ( dove ti tratteggio con il filtro dei miei occhi e dei miei ricordi) perché – tu mi capiresti – per noi scrivere è uno strumento per esorcizzare il demone spietato della sofferenza e dell’assenza. Salvatore Satta ne “Il giorno del giudizio” dice che a testimonianza del nostro passaggio terreno restano un certificato di nascita e uno di morte. Forse perché nella nostra infinita debolezza, nel momento del dolore, iniziamo anche a dubitare di avere mai davvero conosciuto le persone che ci sono venute a mancare. Ma asciugate le lacrime, di te voglio cristallizzare i momenti di entusiasmo, e la tua gentilezza e grande ironia e allegria. Mi torna in mente per esempio quell’ultima frase sciocca che ti ho detto quando ti ho visto in riunione, l’ultima volta qualche settimana fa. Pioveva. E per rompere l’imbarazzo di tanti giorni di assenza fisica ti ho abbracciato e ti ho detto, forse stupidamente, ma emozionata per la sorpresa: “E tu che ci fai qui, arrivi senza avvisare?! Sei come le lumache che esci solo con la pioggia?”. Come sempre hai riso e mi hai promesso un aperitivo che non abbiamo mai preso. Mi è mancata in questi mesi la tua abitudine di fregarmi la postazione in redazione. Non ci sono quasi più passata lì. Era sempre la solita scena, un siparietto consolidato: arrivavo e tu eri già lì prima di me, a fregarmi sedia, scrivania e connessione. Non dicevi nulla, mi guardavi e ridevi. Dispettoso. Sapevi già cosa avrei detto! E poi: “Dai, siediti accanto, ci stiamo anche in due”. Ci siamo confidati il bene e il male, il brutto e il bello, di molti episodi di vita di questi anni. Era una cosa assolutamente spontanea tra di noi. “Ti devo dire una cosa un po’ riservata, ok?” … hai rotto il silenzio esordendo così… una mattina che eravamo soli al 13’ a scrivere gomito a gomito. Io mi sono voltata per scherzare con te: “E adesso cosa vuoi? Cosa ti è successo?”, ma mi sono accorta subito che avevi una luce pazzesca di gioia negli occhi. “Maria è incinta, lo sanno in pochissimi, non dirlo a nessuno per ora!” Ci siamo abbracciati forte forte… che felicità! “Cristia’, mi sa che se non mi do da fare a me tocca prendere il gatto!” Risata commossa! Poi è partito il toto nomi… e abbiamo discusso su Martina. “Martina no, ti prego, non mi piace!” ti dicevo! E qualche giorno dopo dal nulla sei venuto da me e mi hai detto: “Senti, ma Marta? Marta come Marta sui Tubi, a me piace”. Risata. E Marta fu. Ed è bella da togliere il fiato. Il tuo, il vostro, capolavoro insuperabile.La stessa scena si è ripetuta una mattina di settembre dello scorso anno. Io tornavo dalle ferie stanca dal viaggio ma entusiasta, dovevamo fare un lavoro insieme, e intanto ti raccontavo dei posti bellissimi che avevo visto, ma anche delle difficoltà che la mia patologia mi aveva dato nello stare tanti giorni fuori casa. Ma eri distratto, scontroso, poco ironico. La testa evidentemente altrove: non eri il solito Cristiano. E’ lì che mi hai detto che non stavi bene neppure tu, che eri preoccupato e stavi facendo accertamenti.La certezza purtroppo è arrivata qualche giorno dopo. E il seguito è storia che conosciamo, sino a ieri. Adesso abbraccio il mio pensiero a senso unico di te, di te che mi chiami a fine maggio, con un filo di voce e uno sforzo incredibile, pur di chiedermi come fosse andato il mio intervento, come stessi. “E tu chiedi a me come sto? Dimmi di te, su…!” ti ho quasi rimproverato. “No Cla’, dimmi di te, ero in pensiero, è andata bene?”Per Cristiano il dolore degli altri non era mai un dolore a metà.

Buon viaggio, Cris…”

(L’immagine è di Tuco Francesco Ramirez)

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