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Proteine in polvere per la palestra? Sì, ma attenzione a quali comprate

Chi va in palestra, o fa attività sportiva a livello agonistico, avrà sicuramente utilizzato almeno una volta degli integratori sportivi. Fra questi, i più utilizzati sono le proteine in polvere, ultimamente sono sempre più diffusi a livello commerciale. Si tratta di veri e propri integratori, da assumere dopo l’allenamento (diluendole in frullati o in altri liquidi), che forniscono al nostro corpo le proteine necessarie al fabbisogno giornaliero di uno sportivo, contribuendo quindi allo sviluppo della muscolatura (naturalmente in aggiunta a un regime di allenamento adatto e frequente). Si tratta di prodotti che sulla carta hanno ben pochi effetti collaterali, e che promettono risultati strabilianti. Eppure, non sempre sono così efficaci come potremmo credere.

Una recente ricerca svolta da Candidlab, società indipendente danese che si occupa del controllo e dello studio degli integratori alimentari tra le più importanti d’Europa, ha rilevato che spesso i produttori di proteine in polvere mentono sul reale contenuto proteico dei loro prodotti. Le etichette apposte sulle confezioni e le pubblicità riportano grammature superiori a quelle effettivamente presenti. In media, Candidlab ha stimato che gli integratori proteici contengono circa il 3,5% in meno di proteine rispetto a quanto affermato. In alcuni casi, la disparità è ancora maggiore, raggiungendo picchi del 15% (ossia 15g in meno in una confezione da 100g).

Il giro d’affari legato al mercato degli integratori proteici è in crescita costante. Si stima che, solo in Italia,  ammonti a oltre 100 milioni di euro, con prospettive di crescita che vedono nei prossimi anni un aumento del 40%, raggiungendo la cifra record di 150 milioni di euro nel 2022. Il merito va attribuito alla maggior cura prestata al proprio aspetto fisico da parte di fette sempre più grandi di popolazione, e dalla maggior diffusione e pubblicizzazione di questi prodotti. Quello degli integratori proteici è perciò un mercato di primo piano, in cui i produttori vanno alla ricerca di margini di guadagno sempre più alti.

Per raggiungerli, molto spesso le aziende ricorrono a un meccanismo denominato “amino spiking”, che consiste nell’aggiungere alle proteine “pure” varie quantità di amminoacidi di scarsa qualità. Sulle confezioni, questi amminoacidi vengono assimilati alle proteine effettive, e aggiunti nel conteggio totale della grammatura riportato sulle etichette. Si tratta di una escamotage per trarre in inganno il cliente sulle quantità reale di proteine contenute nei prodotti. Senza contare che l’amino spiking comporta anche una riduzione dell’efficacia delle stesse proteine.

Secondo Anders Nedergaard, uno dei fondatori di Candidlab, “molte aziende nell’industria degli integratori alimentari ricorrono ad ogni espediente per diminuire i costi di produzione e massimizzare i profitti. E’ per questo che il ruolo di un organismo di controllo come Candidlab è indispensabile.” Ed è tanto più necessaria perché attualmente, in Europa, mancano organismi di controllo pubblici e norme dedicate. Per i produttori è infatti facile aggirare le poche regolamentazioni esistenti, il tutto a scapito dei consumatori. Sempre a detta degli amministratori di Candidlab, questa tendenza a dichiarare grammature inesatte sulle confezioni potrebbe diffondersi ad altri settori: “dalle proteine in polvere all’olio di pesce, vitamine e probiotici. L’amino spiking rende le proteine in polvere uno spreco di denaro, ma altre manipolazioni delle etichette possono rappresentare un rischio per la salute dei consumatori.”

Naturalmente, a tutto ciò si somma anche l’impossibilità per gli acquirenti di controllare che gli integratori acquistati contengano la quantità di proteine dichiarate sulla confezione. Senza eseguire complessi test di laboratorio, la grammatura proteica non è verificabile. A tutto ciò si aggiunge il rischio per la salute: proteine di bassa qualità o i complessi di amminoacidi utilizzati nella pratica dell’amino spiking potrebbero, a lungo andare, causare problemi epatici o di altro tipo nei soggetti già predisposti.

Negli Stati Uniti (un paese in cui la diffusione degli integratori sportivi è molto maggiore), pratiche come l’amino spiking hanno fatto nascere,  grazie a una legislazione più chiara e a una maggiore informazione, varie class action rivolte contro i produttori di integratori alimentari che dichiarano grammature superiori a quelle realmente presenti. In Europa la situazione invece è ben diversa. Candidlab afferma che per combattere il è imprescindibile un miglioramento e aggiornamento delle normative attuali, con controlli seriali da parte degli organismi indipendenti e una maggiore sensibilizzazione dei consumatori sull’argomento.

 









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