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Cagliari, pensione da fame per i “millennials”: una generazione di futuri poveri

Cagliari, pensione da fame per i “millennials”: una generazione di futuri poveri

di Paolo Rapeanu

Lavoro senza prospettive di crescita – quando c’è -, la prima assunzione che arriva dopo i trent’anni e i possibili periodi di disoccupazione tra un contratto e l’altro. Questo il tris letale che si abbatte anche sui “millannials” di Cagliari – ragazzi e ragazze nati tra il 1990 e il 2010 -, con un futuro che definire nero è un eufemismo. Nel 2050 il rischio è che ci siano, in tutta Italia, 5,7 milioni di lavoratori con una pensione da fame, di gran lunga inferiore rispetto a quella dei loro padri, i precari di oggi. Nulla di nuovo sotto le “nuvole” dell’economia, insomma: il rischio povertà futura per le generazioni “young” viene ripetuto di frequente da almeno dieci anni. E, tra trentadue anni esatti, se non cambia nulla, il momento della magra pensione arriva a sessantasette anni d’età.
Come spiega il nostro giornale partner Quotidiano.net, che cita i dati dell’ultimo studio Censis-Cooperative, “il confronto teorico fra la pensione attuale di un padre e quella prevedibile del proprio figlio  segnala una decisa divaricazione fra l’importo dell’ultima retribuzione netta ottenuta lavorando e della prima rata di pensione netta conseguita una volta entrati in quiescenza. Il sistema previdenziale obbligatorio attuale, infatti, garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione. A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno. E fin qui parliamo comunque di lavoro continuo e a lungo termine. Figuriamoci che cosa succede nelle altre molteplici e diffuse ipotesi. Rischia di andare molto peggio – sottolineano dal Censis – a 5,7 milioni di lavoratori discontinui e precari. Sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro. A questi si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra working poor e occupati impegnati in lavoro gabbia, confinati in attività non qualificate dalle quali, una volta entrati, è difficile uscire e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. Senza contare il problema di adeguatezza del ‘rendimento economico’ del lavoro che espone al rischio della povertà”.

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